Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Le vie della Provvidenza
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Le vie della provvidenza (1913-1914)

Articolo VII. Da Sant’Abbondio al Seminario maggiore

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Articolo VII.
Da SantAbbondio al Seminario maggiore
[32] Il Seminario maggiore di Como come costruzione è un bel monumento dell’ingegner Cantoni. Il busto del vescovo Rovelli che lo fabbricò è che predica: « Io volli sempre rispondere personalmente per essere meglio ascoltato dai parroci della diocesi... Congedava i miei visitatori col motto: Ricordiamoci che dobbiamo morire... Non soscrissi al concilio nazionale del Bonaparte e fui contento ».
Nel seminario fiorivano il facondo professore in teologia dogmatica Camillo Manzoni, il chiarissimo professore Armandolini nella teologia morale, il professore Anzi nella storia ed ermeneutica.
Quest’ultimo ci edificava colla assiduità dei suoi studi botanici. Nelle lunghe e fredde nottate di gennaio sedeva a scrutare colle lenti [33] il valore dei licheni di cui aveva piena la stanza. Il chierico sagrestano Pietro Joo lo invitava alle 8 del mattino seguente per celebrare la santa Messa, il professore quasi svegliato dalla lunga estasi di studio domandava: « Non sono ora le ore 8 di sera? ».
Tanto buono e semplice, nei giorni di festa onomastica lasciavasi portare seduto in cattedra, quasi in trionfo di padre con i suoi figli. Caritatevolissimo con tutti, curava molti ammalati. A don Guanella che cercava di consiglio medico il suo professore, rispose tre volte: « Caro mea non est aenea » 19 e non - 721 -volle replicare altra parola. Girando sulle montagne nostre in cerca di licheni fu sospettato per una spia di governo. Discendendo poi a predicare in Bormio, le donne di fede semplice origliavano fra loro: « Preghiamo che non abbia a fallare »; per la sua foggia [34] di vestire poco mancava non lo chiamassero mago. Morì poi canonico del duomo e la città riconoscente gli dedicò una via, come pure fece col celebre Serafino Balestra.
Nel Seminario maggiore era viva la parola e lo zelo del direttore spirituale Gaudenzio Bianchi, il quale troppo presto ammalò di itterizia e volle discendere nella tomba comune dei suoi padri e dei già prediletti parrocchiani e figli spirituali diletti di Campodolcino. Avanti morire provvide alla fondazione della stazione cattolica di Andeer nei Grigioni.
Anche questa stazione da circa dieci anni passò in direzione al sacerdote Luigi Guanella, che poi ne fece copioso ampliamento. Anche questo fatto fu una guida della divina provvidenza per le fondazioni che il Guanella fondò [35] a Splügendorf, a Roveredo di Mesolcina, in valle Bregaglia e in altri luoghi del Cantone Ticino.
Era costume e privilegio che taluni chierici teologi si recassero come prefetti in assistenza degli alunni del Collegio Gallio. Bisognava dunque correre quattro volte al giorno per circa un chilometro di strada e affrettarsi per non venir meno alle proprie mansioni. Bisognava condurre vita di studente per sé e quasi vita di parrocchia come istitutore in una camerata di una ventina di giovani che bisognava sorvegliare giorno e notte ed educarli come meglio si poteva. Il Guanella proseguì per due anni questa vita certamente faticosa ma, come si disse, il Guanella non si sentiva di fare il rigoroso ed i superiori del collegio non si sentivano di adattarsi alla sua benignità che dicevano oltrepassare i limiti, e così nel iii anno di teologia entrò definitivamente nel seminario, dove fra [36] gli altri trovò il chierico Giovanni Battista Scalabrini, il quale già accennava col suo ingegno e la sua pietà a raggiungere uffici gloriosi ed a compiere imprese grandi in servizio di santa Chiesa.
Il chierico Guanella nel iii e iv corso di studio era passato in proverbio come di mercante e come provveditore per i chierici compagni e specialmente per quelli che dovevano nell’anno - 722 -ricevere il presbiterato. Era associato a parecchi periodici, come Il Devoto di san Giuseppe, Il Messaggero del Sacro Cuore e ne fece propaganda insistente. Nel frattempo il Signore dispose che facesse conoscenza con don Bosco, ora servo di Dio, e con il Cottolengo, istituzioni che ammirava ed amava quanto più ave­va occasione di studiarle, onde non forse si può congetturare che i primi passi alla vocazione del Guanella cominciarono qui.
[37] Non forse in questo frattempo, il chierico Guanella si dava pensiero di qualche compagno malato e nei mesi di vacanza si compiaceva visitare gli ammalati e portar loro qualche regaluccio. Vicino di casa era un certo vecchio Nesin (Battista Levi20: lo assistette per circa un mese sino alla morte. Portava in camera dell’ammalato i suoi libri, specialmente il Taparelli 21, La questione sociale; passava le buone ore studiando ed annotando, con l’occhio pure intento al vecchio infermo. Era il mese di agosto, tempo prezioso per raccogliere i fieni selvatici: i figli Angelo e Battista potevano starsene lontani per molte ore che il vecchio padre era assistito.
Come dei vecchi, sentiva speciale predilezione dei fanciulli teneri. Di qualche fanciullo di Chiavenna che veniva a villeggiare in casa Guanella, il chierico Luigi ne aveva una cura quasi [38] materna e veniva circondato per molte ore del giorno, e sapeva acquietare colla semplice presenza qualche fanciullo tenero che sospirava la presenza dei genitori. I fanciulli del vicinato gli tenevano dietro alla chiesa ed a qualche passeggiata con gioia infantile. Talvolta si faceva accompagnare su pel monte per raccogliere ciottoletti di varie qualità e colori che poi servivano per un presepio a tre archi di capanna. Li aveva - 723 -seco per mettere assieme altarini di cartone, quadri, e per imbiancare una muraglia di scale, di corridoi, ovvero per pingere una soffitta d’un pittore buona scopa e che ancor si vede nella camera della serva di Dio Caterina. Si applicava anche per costruire cornici in legno, ma non riusciva e gli pareva perdere tempo per lo studio e le letture, ma di questo a suo tempo e ritorniamo al seminario.
[39] Ivi si affrettò alla visita di monsignor Bernardino Maria Frascolla vescovo di Foggia, che gli era come maestro e padre e gli raccontò il fatto seguente: « Voi sapete che da circa tre anni attendeva per tradurre il Magnificat in rima italiana, ma mi trovava come affogato in un pelago di bellezze che io non sapeva esprimere, quando nella notte dell’Assunta, non sapendo chiuder occhio pregai: Che io possa almeno, o Vergine san­ta, tradurre meno indegnamente il vostro Magnificat. Tosto mi si chiarì la mente. Mi vennero le parole e le rime e chiamai: Ciccio! il suo fedel servo Francesco e gli dettai d’un getto solo la sospirata traduzione del Magnificat ».
Chi era il vescovo Bernardino Maria Frascolla? Era il vero angelo della diocesi di Foggia, tutto intento a raccogliere [40] in congregazione i sacerdoti ed informarli al vero spirito papale. E in altra congregazione gli operai, onde i padroni domandavano: « Questo operaio che desidera lavoro è discepolo del vescovo? ». Per questo fu dichiarato nemico della patria e sotto pretesto di confessarsi fu assoldato un sicario per trapassargli il cuore con uno stilo, ma poi vinto da tanta bontà del vescovo gli si prostrò penitente e gli consegnò l’arma omicida. Giorni di poi, in sul far della mezzanotte fu preso e condotto prigioniero  22 fino a Bologna poi a Milano, dove subì le prime interrogazioni, e da Milano a Como nelle prigioni di San Donnino per due anni circa, finché gli fu commutata la pena del carcere in quella meno dura del domicilio coatto nella città di Como, e prese stanza in un appartamento del Seminario maggiore ­essendo rettore Grandi [41] di felice ricordanza. Il vescovo ­ripeteva ai tribunali: « Se sono reo condannatemi pure, ma se - 724 -innocente perché mi trattenete dal volare ai miei diletti diocesani? ». I giudici ammutolivano, ma quando dopo altri due anni gli diedero libertà, il popolo di Foggia incontrò il suo vescovo con esultanza non mai provata. Si è sentito dire che nella ressa di popolo qualche persona n’è rimasta schiacciata e morta. Il santo confessore della fede per un favo al collo e benedetto da Pio ix morì durante il Concilio Vaticano.
Il vescovo Frascolla lasciò numerosi scritti: in età di oltre cinquanta anni tolse a studiare il tedesco per confutare i razionalisti tedeschi; si dice che studiasse dieci ore al giorno. Il suo lavoro prediletto era la traduzione rimata dei Salmi con aggiunta di note storiche, ermeneutiche, di stile, [42] con meditazione e con inno musicato alla fine d’ogni salmo. Ma ripeteva poi al chierico Guanella: « Io mi struggo, ho dovuto formarmi una grammatica sulla lingua ebraica: la stampa del manoscritto richiederebbe i tipi di Propaganda per le citazioni ebraiche, ma io non ho mezzi e poi quest’opera di mole non sarebbe compresa a questi tempi: sarà quel che Dio vuole ». Il Guanella, ricordevole sempre di queste pie manifestazioni, fece pratiche con don Bosco, con Propaganda Fide, colla Tipografia Vaticana, ma fu inutile perché i parenti non vollero confidare a qualsiasi autorità i manoscritti. Che ne sarà adunque? Nipoti eredi stanno in Andria e se ne incontrarono anche a Milano. Chi riuscirà a rinvenire e riprodurre quel caro tesoro nascosto? Bontà del vescovo che il chierico Guanella [43] gli era tanto caro e l’avrebbe condotto con sé suo segretario, ma non era facileverosimile per scarsezza di clero nella diocesi e per una inveterata abitudine di non lasciar partire veruno per altre mansioni fuori diocesi. Nel suo modesto cuore il Guanella ebbe sempre un posto di affetto e di venerazione per lui che gli si rappresentò sempre vero confessore della fede.
Ai 26 maggio del 1866 erano gravi torbidi nella città di Como per molti avvenimenti del voluto Risorgimento d’Italia. ­Abbondavano i garibaldini i quali si permettevano anche di entrare nelle chiese per usarvi modi profani. Il seminario si era dovuto disoccuparlo dai chierici per darlo in uso ai soldati. Gli allievi del iv corso teologico in numero di dieci compirono gli spirituali Esercizi nei locali del palazzo vescovile. Ricordo come fosse - 725 -­oggi la imponente maestà del vescovo Frascolla ordinante, [44] le esortazioni di fuoco dirette a tutti noi e le eterne raccomanda­zioni che ne fece dopo averci impresso nella fronte il bacio della pace. Anche per questo beneficio insigne della sacra Ordinazione deve essere più profondo in noi l’affetto di filiale gratitudine.
Dopo la morte del vescovo Marzorati era stata vacante per varii anni la diocesi e vi suppliva come vicario capitolare monsignor Calcaterra.
Ottavio Calcaterra, per molti anni vicario generale, fu invitato a più di una sede episcopale, ma soleva rispondere: « Se ancora mi parlate di vescovado io mi munirò di scarpe di ferro ai piedi e viaggerò lontano finché siano affatto sciupate ». Il governo paterno ma severo, illuminato e coscienzioso del Calcaterra di Domaso si ricorda tuttogiorno con alta soddisfazione e diletto.




p. 720
19
Cfr. Gb 6, 12.


p. 722
20
Originale: (cercare il nome); cfr. Piero Pellegrini, Luigi Guanella. Gli anni della formazione, p. 361.


21
Originale: Tapparelli. Nell’originale dopo il titolo segue l’annotazione « (vedi) ». Probabilmente l’A. si riferisce all’opera del filosofo gesuita Luigi Taparelli d’Azeglio (1793-1862) intitolata Corso elementare di natural diritto ad uso delle scuole, uscita a Napoli nel 1843 in edizione litografica, stampata poi nel 1845 e più volte pubblicata fino alla « Sesta edizione accresciuta di nuove aggiunte dell’autore », Napoli 1860; il terzo e quarto libro del Corso si intitolano rispettivamente « Dell’operare umano nel formare la società » e « Dell’operar sociale rispetto agli associati ».


p. 723
22
Originale: prigione.


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