Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Le vie della Provvidenza
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Le vie della provvidenza (1913-1914)

Articolo VIII. La vita di seminario

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Articolo VIII.
La vita di seminario
[45] Nella vita del seminario si possono coltivare alte le pianticelle per ornare i giardini della Chiesa e il tempio stesso del Signore. Ci si sta volontieri. In seminario costa la disciplina della regola, il peso dello studio. Anche i superiori ed i compagni sono in mano a Dio strumento di sacrificio e quindi di perfezionamento. Ubi sunt homines, ibi miseriae, senza eccezione di luogo e di persone, insegna il grande maestro Gersenio. Non sono gravi i difetti dei superiori e degli allievi, ma appunto perché superiori ed allievi chiamati a perfezione di vita, perciò sono come l’occhio umano il quale sente dolorosamente sotto le pupille ogni granello di sabbia o frustolo qualsiasi.
Ai nostri tempi non si avevano le comodità di oggigiorno. [46] Si aveva lo studio nei dormitori, nelle scuole le vetrate disegnate dal gelo anche per un mese intero. Coi parenti ed a passeggio, una giornata per ogni semestre.
- 726 - Il Signore trae per lo più dai poveri i suoi ministri e questi Aronni in erba, privi di un soldo, scarsi di vestimenta, dotati di uno stomaco valido che non sempre possono saziare, si trovano in uno stato continuo di patimento. Ma si hanno pure le soddisfazioni nei compagni sinceri, nei compagni ameni i quali sanno condire anche per un’ora di ricreazione serale una comunità che accorre come ad un vero divertimento teatrale. Tanto sono molteplici e variate le facezie, sempre per altro garbate e serie di un Leopoldo Martinelli, Lorenzo Ratti e di altri simili. Lo spirito gode assai in epoca degli spirituali Esercizii, delle feste e novene principali [47] dell’anno, delle prediche quaresimali in duomo e di altri pii esercizi del seminario e fuori. Di tempo in tempo una visita del vescovo eccita alla gara di virtù e di studio. Intensivi gli ultimi mesi dell’anno per gli esami. Allora non si misurano ore di studio. Non si badano ricreazioni e passeggi, il circulus et calamus di sant’Agostino si fa animato quando due a due gli studenti teologi passeggiano intorno ai corridoi o lunghesso i vasti cortili o sedendo sui praticelli degli stessi. Si fanno anche speciali divozioni perché l’esame finale riesca a felice esito.
Durante le vacanze estive si sa che la ricreazione del Guanella era la casa, la chiesa e qualche servizio alla campagna. Il padre Lorenzo ne guardava severo i passi. Per tutti gli anni di vacanza lo studente Guanella ricorda il viaggetto di poco più di un da [48] Campodolcino valicando le Alpi fino ai padri missionari cappuccini di Soazza; un viaggetto col prevosto 23 Della Cagnoletta da Campodolcino a Splügen, Andeer, Thusis per salutare il luogo di martirio del nostro servo di Dio arciprete Nicolò Rusca e ritornare colle calcagna spelate per il giro di valle di Lei e di Angeloga. Collo stesso signor prevosto si partiva a mezzodì da Campodolcino a piedi per soggiornare la sera a Traona presso il fratello e compagno don Lorenzo 24, coadiutore ivi. Nelle ultime vacanze si permetteva il lusso di attraversare i - 727 -monti di Angeloga col sacerdote don Francesco Mascioni, cappellano di Fraciscio, e raccogliere dei sacchi di genziana e portarli personalmente per essere poi distillati nella vicina vernata in paese. Il Guanella viveva solo in casa per giorni e settimane intere intanto che quei [49] di famiglia lavoravano sulle Alpi. Lo studente teologo, per scansare le brighe insieme ed economizzare, si contentava di friggere in padella una misura di farina gialla per i così detti melons e servirsene per più giorni. Era accaloratissimo in leggere libri storici agiografici e gli sarebbe rincresciuto perdere il tempo per la misera arte culinaria.
Guidato dal cappellano Mascioni studiava botanica medicinale sul volume del Mattioli e raccoglieva le erbe medicinali e le confezionava in servigio degli ammalati, ai quali non solo in presente ma anche di poi, specialmente nella cura di Savogno, il novello parroco somministrava medicine con giovamento dei sofferenti.
Gli premeva la cultura più razionale dei prati, dei boschi, dei pascoli e si industriava di [50] parlarne sovente e di tenerne anche qualche specie di conferenza, pure semipersuaso di gettare invano il tempo e la fatica.
Uggiose erano le settimane autunnali e allora si disponeva per l’entrata al collegio od al seminario.
Si viveva con molta parsimonia. Venuto un fratello laico del Collegio Gallio, la famiglia fu in rammarico in servirlo troppo scarsamente perché mancava il latte per condire la minestra. Molta parsimonia si usava nel vestito. Bisognava vestire a nuovo il giovinetto Luigi per il Collegio Gallio, il fratello Tomaso portò il conto di 13 lire per compera di stoffa e gli si rispose dal papà Lorenzo: « Anche queste! Spese sopra spese ». Ritornando dal collegio fu accompagnato, nottetempo buio e piovoso, da Chiavenna a Campodolcino da certo ostiere Scaramellini, e [51] se ne fece lamento perché se ne dovette spendere per cena ed alloggio una lira. Alla festa patronale di san Rocco si cuoceva una caldaia di riso per avventori ed amici e dandone un piattello ai figli si diceva: « Oggi fate festa anche voi ». E noi eravamo contenti come pasque e ci affrettavamo poi a raccogliere per i falò che qua e si sarebbero accesi in onore di san Rocco.
- 728 - Ma non era a dire che nella famiglia Guanella si lasciasse mancare il cibo necessario. Era frequente il motto: Mangiate e lavorate. E anche in anni di carestia si ripeteva: « Noi non si deve patire la fame: ma chi vuol mangiare deve lavorare », e stando dodici intorno ad un piccolo mappamondo di polenta con poca porzione di formaggio, lo si faceva scomparire in pochi momenti e poi [52] via ai lavori. Eppure e con sì poco si era contenti, sani e robusti da far invidia ai gentili signori che qualche volta visitavano i nostri monti. Papà Lorenzo contava: « Il busto di san Giuseppe che è dipinto nel presbiterio della nostra chiesa è precisamente il volto del nostro Carlo Gilardi che soggiornava per lo più al monte in alto. Aveva 120 anni e fu invitato a discendere a Campodolcino perché certi signori chiavennaschi lo volevano vedere. Ai quali rispose il vecchio Carlo: Io mangio polenta anche tre volte al giorno ma condita generalmente di un po’ di burro e formaggio; ho avuto cura di tener difese le estremità del corpo da freddo e umidità e non ho avuto malattie mai o quasi mai. Ed or che mi avete veduto ritorno al mio monte per quasi due ore di salita ». Conchiudeva [53] papà Lorenzo: « Avete capita la lezione?... ». Ma ai nostri giorni si stenta a capirla e si decanta poi la miseria. Ci raccontava ancor questa: che certi signori, non potendo proseguire il viaggio da Pianazzo a Campodolcino per altissime nevi cadute, furono invitati alla minestra di quei montanari e ne mostrarono schifo. Ma ad ora tarda del mattino domandarono: « Avreste per caso un po’ di quella robaccia di iersera? » e conchiudeva che la fame e l’appetito sono il miglior condimento.
Anche allora si viveva e non si conoscevano molte miserie. Giovinetto, ricordo benissimo che alla piazza delle Corti, dei Tini, degli Asèe, i vetturini stanchi abbandonavano i colli di seta con sopra dei sacchetti pieni di lire austriache, dazio e tasse che Italia [54] pagava a Vienna, e nessuno si sarebbe sognato di toccare. Ricordo la voce dell’avolo paterno Tomaso che ripeteva: « Bisogna aver coscienza in tutto e salvar l’anima ». Il figlio Lorenzo, per tanti anni maggiorente del paese, come si è detto, aggiustava le pendenze ed i guai nel paese con queste due parole: « Bisogna avere coscienza ».
- 729 - E la coscienza di oggidì è molta? Dicono che si trova nascosta in qualche fessura di casolare. E non erano i nostri buoni vecchi scarsi di buon senso e di ingegno. Bisognava sentirli a gruppi di tre o quattro nelle loro conversazioni familiari, negli scherzi, nei motti, negli indovini loro. Si godeva un mondo e si sarebbe detto che questi semplici patriarchi spendevano le ore di giorno e di notte a studiare le barzellette più [55] saporite, che poi si tramandavano anche da una generazione all’altra. Una spiritosità bastava a classificare un uomo.
E voi altri del secolo xx di progresso? Sapete mettere innanzi criteri equali o maggiori? In argomento di cui sopra i presenti ricordano la squisitezza dei parlari scherzosi del sindaco Guanella, del segretario Gadola e dello Sterlocchi Guglielmo, genero del Guanella, e di più altri. Allora si diceva: « L’annusare tabacco è da uomo, il fumarlo è da bellimbusto ». Ricordo un omaccione quadrato di Prestone che per il primo introdusse il fumo 25 e si chiamò tosto il Pipantel, e ancora adesso non si ricorda la sua persona che con questo sopranome. Tanto si è voluto accennare perché almeno dagli ultimi superstiti si ricordi il carattere [56] di semplicità e di forza di tempi che furono.




p. 726
23
Originale: proposto.


24
È il fratello dell’A., che fu vicario parrocchiale di Traona dal 1859 al 1864 e compagno di seminario di don Giuseppe Della Cagnoletta; cfr. Piero Pellegrini, Luigi Guanella. Gli anni della formazione, p. 364.


p. 729
25
Originale: la fuma.


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