Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Da Adamo a Pio IX (II)...
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DA ADAMO A PIO IX QUADRO DELLE LOTTE E DEI TRIONFI DELLA CHIESA UNIVERSALE DISTRIBUITO IN CENTO CONFERENZE E DEDICATO AL CLERO E AL POPOLO II

XXI. L'opera di Dio

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XXI.

L'opera di Dio

  1. [43] Quando un'opera è da Dio, essa ottiene trionfo. L'opera che il Signore vuole quaggiù è l'ordinamento e la diffusione della Chiesa. Questa gli è troppo cara, perché uscì dal costato aperto del divin Salvatore. Ella è per eccellenza l'opera grande del Signore su questa terra. Volete scorgerne il trionfo? Accompagnatemi e vi convincerete, ché la vittoria è tanto più luminosa, quanto <più> aspro è il campo di combattimento dal quale la Chiesa erge la sua fronte coronata.

  Il campo di guerra dei fedeli della Chiesa fu a principio una terra di idolatria e un trono idolatrato, Roma pagana. Il cesare di Roma si diceva dio e si proclamava il signore dell'universo. Contrastare alle voglie od alle divinità dello imperatore era come dichiararsegli nemico e ribelle.

  Pure quegli imperanti erano crudi sì da trucidare con diletto non solo un avversario disobbediente, ma un consan - 149 -guineo sebben devoto nella famiglia. Traiano emulava la gloria di Serse, di Nabucco, di Alessandro Magno e portava lontano i suoi eserciti. Adriano provavasi a seguirne gli esempi, ma dopo averne sparso a torrente il sangue de' suoi, ritorna<va> confuso in patria.

  Marco Aurelio in portare la guerra ai quadi fu salvo perché i cristiani dello esercito in stagione di orribile siccità ottennero per sé una pioggia ristoratrice, sul capo poi dei nemici tuoni e folgori che assordavano e incenerivano. Marco Aurelio parve riconoscere il celeste favore. In circostanze consimili e per lo splendor di virtù che era proprio nei cristiani, gli imperatori[44] parevano non rifiutar di credere. Più d'una volta vollero a Gesù Cristo stesso erigere templi. Ma si opponeva il Senato e la incostanza stessa del sovrano che alfine diceva: “Se favoriamo il culto del Galileo, tutto il mondo si farebbe cristiano e chiusi per sempre si andrebbero i santuari dei nostri iddii. Meglio è che i cristiani sieno continuamente tormentati. I cristiani ai tormenti! I cristiani ai tormenti!” Barbarissima conclusione.

  Traiano lasciò Roma e venne in persona in Asia e in Antiochia, la capitale massima, con la risoluzione di minacciare tutti i vescovi e di mettere sgomento mortale in cuore a tutti i cristiani. “Per legge -- diceva Traiano -- i cristiani non sono da ricercare, ma scoperti si condannino a morte”.

  2. In Antiochia Traiano stesso chiamò dinanzi a sé il vescovo Ignazio e gli disse: “Sei tu quel noto demonio che non solo osi infrangere i miei ordini, ma che persuadi anche gli altri a far lo stesso, onde periscano miseramente?...”. Rispose Ignazio: “Dai servi di Dio fuggono gli stessi demoni”. Condannato poi alle fiere in Roma, pregò così: “Ti rendo grazie, o Signore, per avermi fatto degno del tuo perfetto amore e avvinto con le stesse catene del tuo apostolo Paolo”.

  Ignazio da Antiochia si accompagna dunque a Roma. Nella nave con il santo vescovo erano i leoni e le tigri che urlando appetivano le carni delle vittime del circolo. Diceva allora il santo vecchio: “Sono frumento di Cristo; debbo esser macinato dal dente dei leoni perché sia fatto pane degno d'esser presentato alla mensa con l'Agnello”.

- 150 -  Il viaggio fu di qualche mese e fu un trionfo continuo. I vescovi delle città marittime venivano a salutarlo. I fedeli delle Chiese più lontane mandavano ambasciatori per ossequiare il confessore di Cristo e ascoltare dalla sua bocca parole di [45] conforto.

  Ignazio parla ai presenti e scrive ai lontani. Scopre la divinità di Gesù Cristo, manifesta la malizia degli eretici che circondano, esorta tutti alla concordia e conchiude: “Come Gesù Cristo nulla fece senza il Padre, così i fedeli niente facciano senza il proprio vescovo, primo dei quali e pontefice supremo è chi risiede a Roma”. Protesta a tutti di essere meschino e dice: “Comec<c>hé io sia incatenato pel nome di Gesù Cristo, non per questo io sono perfetto; solo adesso principio ad essere discepolo”.

  Toccò Troade e poi venne a Napoli, e costeggiando il mare fu in Sicilia, entrò in Toscana e fu a Porto, foce del Tevere39, dove l'apostolo Paolo tanto sostenne. In accostarsi a Roma dolevansi quelli che l'accompagnava<no>, ma egli continuava <a> dire: “Vengano pur su di me e fuoco e croce e fiere... Questo solo io bramo di godere: Gesù Cristo”.

  In Roma fu incontrato con applauso e volevanlo ad ogni costo liberare, ma Ignazio rispondeva: “Mi pare essere a vista del cielo! Qual dolore se me ne fosse differito il possesso!...”. Il cielo si aprì sul capo ad Ignazio.

  Addì 20 dicembre 107 dall'anfiteatro romano disse addio a tutti e volò al paradiso. I cristiani uscirono in pianto di tenerezza e scorsero in ispirito che Ignazio, uscito trafelante da un glorioso combattimento, si abbracciava a' suoi con tenerezza di padre.

  3. Compagni ad Ignazio nelle fatiche e nel martirio furono Papia, il santo vescovo di Gerapoli in Frigia; san Dionigi, discepolo - 151 -di san Paolo e vescovo in Atene, che predicò a Parigi e colse la palma del martirio addì 3 ottobre40 119.

  Compagno ad Ignazio fu Policarpo, vescovo di Smirne. Cercato a morte, sclamò: “Sia fatta la volontà di Dio” e si diede in mano ai soldati che trattò con carità evangelica. Questi in iscorgere[46] la mansuetudine del santo vecchio erano attoniti e sclamavano: “Non può non esser santa una religione che rende gli uomini santi”. Interrogato, rispose: “Da 86 anni servo al mio Dio ed egli mi ha colmato di beneficenza. Or non sarà che io comec<c>hes<s>ia gli manchi di affetto e di adorazione”. Condannato al fuoco, si videro le fiamme estendersi sul capo a mo' di volta e gonfiarsi in giro a modo di vela percossa dal vento. Policarpo apparve nel mezzo come figura di angelo. Stando così fu percosso di spada. I cristiani, come di costume, ne raccolsero le reliquie sacre e se le ebbero ben più preziose che l'oro o l'argento.

  Un Pellegrino impostore e indemoniato, che ostentava prodigi, si buttò alla sua volta nelle fiamme e vi perì martire di Satanasso. Il Signore non è con gli avversarii suoi, ma con i suoi amici e fedeli. Non dubitatene punto! Quando l'opera è da Dio, impossibile è che non ottenga il trionfo suo.

  4. Contraddicevano all'opera di Dio, il Cristianesimo, la folla del popolo gentile. Questi erano spesse volte quanto ignoranti, altrettanto cattivi, e sclamavano: “I cristiani alle fiere! Alle fiere i cristiani!” Avveniva una pub<b>lica sciagura o di fame o di peste o di sedizione? Le turbe pagane invasate dal demonio ululavano: “Questo avviene per le iniquità dei cristiani che imprecano agli dei santi”. Talvolta uno stolto e ingiustissimo capriccio invadeva le plebi e facevale sclamare: “Alla morte i cristiani!” Gli imperatori allora nella città capitale, i proconsoli poi nelle città o nei villaggi di provincia accendevano roghi, aprivano carceri, ammassavano strumenti di sup<p>lizio.

  5. Fra i martiri illustri sotto allo impero di Adriano, in Roma si enumera fra i molti Sinforosa[47] co' suoi sette figli. - 152 -Rispondeva l'intrepida donna al tiranno: “Mio marito Getulio e mio fratello Amanzio erano tuoi tribuni quando per il nome di Cristo e per non aver voluto sacrificare a' tuoi idoli... morendo trionfarono de' tuoi demonii... Indarno tu, o tiranno, attenti per impaurire me o per atterrire qualsiasi di questi figli che mi circondano”. Sinforosa lasciossi calpestare coi piedi in viso nel tempio d'Ercole e poi giuliva si lasciò affogare nelle acque. I sette suoi figli si abbracciarono al tronco di legno sul quale morendo imitarono il trionfo del martire sommo Gesù Cristo salvatore.

  Altri cristiani venivano condannati in massa ovvero per singolo. I cristiani superstiti ne seppellivano con alto rispetto le sacre reliquie. Troviamo fra le molte questa iscrizione: “Nel tempo di Adriano imperatore, Mario adolescente, capitano di soldati, il quale visse abbastanza, mentre diede il sangue e la vita per Cristo, finalmente riposò in pace. Gli amici suoi con lagrime e con timore gli posero questa memoria”.

  Dei cristiani che furono martirizzati a Smirne e in più altri luoghi dell'Asia è scritto: “Essi furono sì lacerati dai flagelli che non solo mostravano scoperte le ossa, ma anche le interne parti del corpo, sino alle arterie e alle vene. Tocchi di compassione, gli astanti piangevano per loro, ma essi ebbero tanta costanza che niuno mandò pure un lamento, come se essi nulla avessero a che far coi loro corpi o fosse disceso Cristo a consolarli. Pareva freddo il fuoco a quelli che erano con esso tormentati, perché guarda<va>no da una parte quell'eterno incendio che mai non fia spento, e dall'altra i premii promessi a chi persevera”.

  Il grido delle turbe pagane risuonò rabbioso a Vienna ed a Lione di Francia. Colti all'improvviso,[48] i più intrepidi si offersero al martirio e molti si trovò che vacillando parvero venir meno; e questi perintanto furono con quelli custoditi in carcere, nella quale i cristiani eroici parlarono con tanta forza di parola e di esempio che allo indomani i caduti si rialzarono gridando: “Anche noi siamo cristiani!” Nella giornata di ieri si trovava che i forti erano giulivi e i caduti mesti mesti. I coraggiosi radiavano in volto d'un'aureola di santità, i caduti avevano in fronte il marchio dell'avvilimento e della confusione. - 153 -Ma in questo del comune martirio tutti esultano. Pochi sdegnarono la palma del martire, e questi furono cristiani che di tal carattere santo non avevano che il nome. Nel fatto erano e disonesti e rapaci e infinti al pari di un pagano misero. Or come poteva la grazia dello Spirito Santo entrare in cuoriluridi?

  L'opera di Dio sta nelle imprese e con le persone che son del Signore. Ond'è che la Chiesa ed i cristiani di Gesù Cristo trionfarono di altri nemici non meno formidabili, i filosofi e gli eretici.

  6. Filosofi piccavansi gli stessi imperatori, ma erano sì meschini che, vinti dalla passione, correvano ad adorare come dio personaggi scellerati e infami. Adriano, dopo aver commesso col giovine Antinoo ogni sorta di laidezza e poi uccisolo, finalmente lo divinizzò.

  Filosofo millantavasi Marco Aurelio, ma era pieno di superstizione. Avendo impresa guerra in oriente, immolò migliaia di buoi, onde gli fu scritta questa satira: “I buoi bianchi a Marco Aurelio imperatore. Se tu ritorni vincitore, poveri noi!”

  I filosofi che circondavano le corti erano sì vili che nessun codardo era peggiore. Ma erano temuti e rispettati e quel che proferivano s'aveva [49] per sacro dalle turbe pagane e dagli stessi governatori insipidi.

  7. Contro a questi Dio suscitava apologisti o difensori strenui. Giustino, nato a Sichem e convertitosi a vista della costanza dei martiri, scriveva: “Tale si è il mio proposito: in tutte le mie parole non miro ad altro che a dire la verità, e la dico senza paurarispetto alcuno, anche a rischio d'esser posto a brani sul fatto”. E venuto dinanzi agli imperatori massimi, difende i cristiani delle accuse di ateismo, di infanticidio, di carnalità, e poi conchiude: “Or perché li condannate senza giudicarli? O non sono liberi di operare il bene come loro insinua la propria religione? La libertà stessa che si concede a tutti i popoli della terra, perché si nega ai cristiani?”

  Con questa franchezza scrive le Apologie sue e le dirige agli imperatori ed al Senato. Con cuore ardente scrive un altro libro, Confutazione dei greci. Con luce di verità scrive il Dialogo - 154 -con Trifone, nel quale prova che l'ebraismo fu abrogato, che Gesù Cristo è vero Dio, che vera è la Chiesa dei fedeli del divin Salvatore. Scrisse Esortazioni ai gentili41 e libri Della monarchia o della unità di Dio.

  Ma nell'impero si permettevano tutte le stravaganze; soli si proscrivevano i libri dello Evangelo di Gesù Cristo. Non venivano però meno gli intrepidi difensori che con Giustino martire accompagnarono o seguirono: san Dionisio vescovo di Corinto, sant'Apollinare vescovo di Gerapoli, san Melitone vescovo di Sardi, sant'Ireneo vescovo di Lione42 e san Teofilo vescovo di Antiochia, Atenagora filosofo.

  In Alessandria d'Egitto per opera di san Panteno sorse la scuola alessandrina che tra gli altri ebbe scolari illustri Clemente ed Origene. Gli apologisti con pregiatissimi scritti combattevano [50]contro i filosofi pagani, pugnavano contro gli eretici pervertitori nel Cristianesimo.

  8. Gli eretici simoniani dicevano che la scienza, la ragione, il progresso doveva<no> farsi strada nelle menti e spiegare tutti i misteri e disfarsi della fede in Gesù Cristo. Si erano moltiplicati in molte sette. I seguaci dicevansi gnostici, che vuol dire sapienti, e tenevano scuole principali in Antiochia e in Alessandria. Commettevano ogni sorta di turpitudini. Questi eretici furono precisamente imitati da Saint-Simon e da Enfantin43 di Francia e dai loro seguaci, i sansimoniani. Né sol questi, ma Valentino dall'Egitto, Cerdone dalla Siria, Marcione dal Ponto si recano a Roma per invaderla colle mostruosità di errori molteplici. Il vescovo di Smirne san Policarpo, che vi si trovava a fin di ossequiare il pontefice sant'Aniceto44, sclamava: “Ah, buon Dio, a quai tempi ci avete voi riserbato!”

  Ma i pastori delle Chiese, i pontefici sommi, gli apologisti - 155 -ammonivano i fedeli cristiani con ripetere loro: “Conoscerete che uno è eretico se insegna dottrine nuove e con passione di novità. I maestri falsi li troverete incostanti; presto li scorgerete viziosi, falsi profeti che precipitano da uno in altro errore più funesto. Guardatevene. Ricordate quello di san Giovanni: Ai corrompitori della fede nemmen dite: Ave45! Fuggite, perché per caso non facciano crollare il fondamento di vostra fede”. San Policarpo rispondeva a Marcione: “Io ben ti ravviso, tu sei il figlio primogenito di Satanasso”.

  Come contro agli eretici, insorgevano intrepidi contro ai filosofi pagani gli apologisti cristiani. Interrogava Taziano: “Che cosa hanno mai di grande o di meraviglioso i vostri filosofi? Essi scoprono [51] trascuratamente una spalla, si lascian crescere una grande capigliatura. Recano una barba lunghissima e portano l'ugne come artigli di fiere”. Così deridendoli mettevanli in ischerno e non temevano. L'opera di Dio sta. Il Signore parla per bocca dei fedeli suoi servi. Altre battaglie e trionfi novelli attendono i cristiani del primo secolo.

  9. I giudei, condotti dal maligno istinto dell'abbandono di Dio, tumultuavano contro ai cristiani. Scrive lo storico Eusebio che per alto furore contro ai cristiani si cibavano delle carni e del sangue di questi, si cingevano degli intestini dei cristiani e si coprivano della loro pelle. Per questo ne vennero mali assai gravi. Pose il colmo alla sciagura certo Barcocheba46figlio della stella”, impostore maligno, che fingendosi profeta annunziava il ristoramento del regno di Giuda e la prosperità di Gerusalemme. L'odio e la guerra si estese<ro> contro ai romani in genere, dal dominio dei quali tendevano per sottrarsi disperatamente.

  Adriano mandò loro incontro Giulio Severo, che per impedire un eccidio generale nel mondo assalì i giudei nelle diverse città a mezzo della fame. La guerra durò due anni e in questa perirono dugentomila ebrei di spada. Un millione perì di fame e di carestia. Gerusalemme, che aveva veduto il martirio - 156 -di san Simeone a 120 anni e che era cresciuta sotto il governo di 15 vescovi cristiani fu eguagliata al suolo e, rifabbricata, fu poi detta Elia Capitolina47.

  I cristiani morendo compierono il numero di 144 mila eletti, veduti da san Giovanni48 della tribù di Giuda. I giudei che riuscirono a fuggire guardavan da lungi Gerusalemme e piangevano. Una volta sola nell'anno era loro permesso di entrare, ma [52] a prezzo di moneta. Potevano per ogni moneta emettere un sospiro, finché ne erano scacciati.

  Così, dice san Girolamo, gli ebrei furono impediti dalla misera consolazione di poter piangere sulla rovina della città nella quale un giorno si beffaronoingiuriosamente del proprio Salvatore.

  10. I giudei furono dunque affogati nel proprio sangue, gli imperatori perirono in crapule. I filosofi, scrive Luciano, dopo aver latrato dietro a tutti si gittano in capo piatti e bicchieri, si prendono pei capegli. Gli eretici si mordono come i vermi che dopo aver strutte le carni di una fetida carogna si struggono a vicenda.

  Solo sta la Chiesa di Gesù Cristo. In questa, se anche insorga qualche disparere, non si viene mai meno alla carità. San Vittore pontefice la pensava diversamente da san Policarpo circa il giorno proprio della Pasqua. Credeva san Vittore che tutti i cristiani dovessero celebrarla d'accordo nella domenica. Ripudiavano i vescovi d'oriente. Ma discusse con maestà le ragioni e mercé la buon'opera di sant'Ireneo, in seguito alla celebrazione di due concilii, fu determinata la domenica per il giorno universale della festa di Risurrezione. Tutto il mondo è risorto, la Chiesa del Salvatore è vita a chi la cerca. Ella è congiunta a Dio col santo Sacrificio, è unita in carità con Dio. La Chiesa è opera di Dio e sta. Scorgetela! Castra Dei sunt haec. Quest'è l'accampamento del Signore49.

- 157 -Riflessi

1. I tiranni di Roma gridano: “I cristiani alla morte!”

 2. Il martirio di sant'Ignazio.

 3. San Papia, san Dionigi, san Policarpo.

 4. Le plebi invase da malo spirito domandano: “A morte i cristiani!”

 5. [53] Santa Sinforosa coi suoi sette figli martiri nel mondo.

 6. Persecuzioni dei filosofi.

 7. Apologisti cristiani: san Giustino, sant'Apollinare, sant'Ireneo, Atenagora, ecc.

 8. Eretici simoniani.

 9. I giudei infuriano contro ai cristiani. S'avvolgono con loro ribellioni in una sciagura di strage sterminata. E a Gerusalemme è sostituita Elia Capitolina.

10. Gli avversarii si struggono e la Chiesa di Gesù Cristo sta.





p. 150
39 Più chiaramente in Rohrbacher III, p. 25: «Essendo Ignazio passato per mare da Troade a Napoli, e indi avendo attraversato per terra tutta la Macedonia fino a Epidanno, città posta sul mare Adriatico, detta di poi Durazzo, ivi di nuovo s'imbarcò, e navigando quel golfo, per lo stretto di Sicilia passò al mar di Toscana [...] Finalmente, dopo un giorno e una notte di prospera navigazione, arrivarono a Porto, alle foci del Tevere».



p. 151
40 Originale: dicembre; cfr. Rohrbacher III, p. 30.



p. 154
41 Più chiaramente in Rohrbacher III, p. 70: «[...] diede in luce un discorso assai più lungo, intitolato: Confutazione dei greci, che sembra esser quello stesso che abbiam oggidì sotto il titolo di Esortazione ai greci o gentili».



42 Originale: Sione; cfr. Rohrbacher III, p. 137.



43 Originale: Eufantin; cfr. Rohrbacher III, p. 52.



44 Originale: san Vittore; cfr. Rohrbacher III, p. 85.



p. 155
45 Cfr. 2 Gv 10s.



46 Originale: Marcocheba; cfr. nota 28.



p. 156
47 Originale: Capitolino, ripetuto nei Riflessi; cfr. Rohrbacher III, p. 60.



48 Cfr. Ap 7, 4s.



49 Gen 32, 3.



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