Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Da Adamo a Pio IX (II)...
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DA ADAMO A PIO IX QUADRO DELLE LOTTE E DEI TRIONFI DELLA CHIESA UNIVERSALE DISTRIBUITO IN CENTO CONFERENZE E DEDICATO AL CLERO E AL POPOLO II

XXIV. L'inimico dov'è?

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XXIV.

L'inimico dov'è?

  1. [72] Spesso ci rintrona all'orecchio questo grido d'allarme: “Ecco l'inimico!” Così l'avversario chiama64 inimico proprio il fedele che adora Dio e segna col dito di riprovazione il seguace di Gesù Cristo.

- 173 -  Ma l'inimico dov'è? In vero la ragione e la fede mi assicurano che l'inimico quaggiù è l'avversario dello Altissimo.

  Non è nuovo il grido che si muove contro ai cattolici: “Eccoli gli inimici!” Cominciò fino a principio per la malizia di Satana, bugiardo ed omicida. Il Lucifero gridò ad Adamo e ad Eva: “Iddio, eccolo l'inimico vostro! Il Signore vi vuol sommettere... ribellatevi...”. E questo grido continuò nei seguaci dei consigli di Satana tutte le volte che gli scellerati attentarono per beffarsene dei giusti. I sovrani iniqui gridarono pure contro al profeta santo: “Tu sei l'inimico!” Scribi e farisei sclamarono pure contro Gesù: “Ecco l'inimico!” I tiranni della terra gridarono la medesima cosa contro agli apostoli del divin Salvatore. Qual meraviglia se oggidì stesso il rauco suon della tartarea tromba65 continua con eco rabbiosa?

  2. Ma consideriamo con qualche attenzione l'effetto di questo grido allo scorcio del secolo terzo della Chiesa. Allora, come prima e di poi, con tutto ardore si gridava: “Ecco gli inimici!” E si additavano i cristiani e si continuava <a> sclamare: “I cristiani alle persecuzioni, i nazareni al dente del leone!” Queste grida uscivano in ululato furibondo dalla gorga di una prostituta esecranda, Roma pagana.

  Descrive san Giovanni nella sua Apocalissi66 come [73] egli vedesse la gran meretrice a cavallo d'una bestia in color del cocco, con sette teste, e sopra queste teste nomi di bestemmia... vestita di porpora, ebbra del sangue dei santi e dei martiri, che ubbriacava col vino della sua prostituzione i re ed i popoli, e le sette teste della bestia sulla quale la donna era a cavallo furono l'una dopo l'altra tagliate. E all'ultimo v'ebbe in cielo come un canto trionfale.

  La donna meretrice che condusse a rinnegar Dio per adorare le divinità è Roma pagana, chi ne dubita? Le sette teste sono gli ultimi sette imperatori che in Roma e nel mondo stracciavano i corpi dei cristiani. In fine s'udì un canto trionfale,- 174 - quello di Costantino che pianta nel mezzo del mondo la croce del Salvatore.

  Fra le sette teste della gran bestia si novera Diocleziano, che da soldato semplice in Pannonia (Ungheria) si elevò allo impero. Nel 285 finì di uccidere gli emuli e tolse a compagno nel governo il figlio di un giornaliero, certo Massimiano che si disse Erculeo o sia forte, perché mostravasi potente in dissanguare i popoli con le imposizioni, a distruggere le città con ferocia, non esclusa la regina dell'Asia, Antiochia, per ispandere a profusione l'oro nelle fabbriche di circoli, di zecche, di bagni che innalzava in circuito a guisa di città.

  Costanzo si associò nello impero. Galerio vi fu parimenti chiamato, ma questi nella sua superbia diceva: “E fino a quando cesare?... Io vo' esser augusto, solo nello impero”; costrinse dunque Diocleziano a rinunciare in favor di Severo, crudo di cuore, e di Massimino, giovinastro dissoluto.

  3. Presente in Nicomedia era Costantino, figlio di Costanzo, giovine di virtù e di coraggio. Il popolo attendeva ansioso che fosse incoronato, ma [74] il Galerio fabbricava gli imperatori secondo il raccapriccio delle sue voglie detestabili.

  Galerio condannava alla croce, al taglio di testa, alle carceri quelli stessi della real corte che avessero mostrato di disapprovare le sue stranezze crude. Allevava orsi che chiamava con nome proprio ed erano somiglianti a sé nella ferocia e nella grossezza, e per divertirsi di tempo in tempo porgeva loro un uomo a sbranare. Dopo una cena faceva entrar due gladiatori perché si combattessero all'ultimo sangue. Per veder gente a tormentare, molti sospendeva e stando <ap>pesi col capo in giù vi accendeva un legger fuoco intorno finché morissero. Per cavar danaro perfin dalle ossa aride, mandava suoi esattori in casa di ogni famiglia, tassava fino a far perire di fame i molti contribuenti; ma caduti questi, si premeva sopra ai superstiti perché pagassero il doppio. Or si disponeva a scannare di questa barbara guisa anche la città di Roma, ma questa si diede in mano a Massenzio, figlio di Massimiano. In - 175 -questo fatto Costanzo67 perdette la vita, onde <Galerio> fu costretto <a> nominar cesare lo stesso Costantino, che pure lo abborriva sì di cuore.

  Venuto poi Galerio a Roma per castigarla della sua ribellione, fu forzato <a> ripartirsene umiliato. La mano di Dio premeva sopra il colpevole. Una piaga pestilenziale l'assalse, ammorbava del suo puzzo i reali palazzi. Per levar dintorno la copia dei vermi vi s'applicavano masse di carne che presto brulicavano. Intese allora che Dio punivalo, ma Galerio non si ravvide. Gridò disperato come Antioco: “Or mi avvedo di tanto male che ho fatto patire ai cristiani ed a tutti!” Ai cristiani in ispecie poi levò gli editti di persecuzione, ma alfine perì misero come era vissuto scellerato. Aveva raccomandato a Licinio la moglie ed il figlio.

  [75] Eccovi le persone e le opere dei nemici di Dio. Vi pare che gli avversari del Signore sieno gli amici veri della società?

  4. Ma or facciamoci altresì a considerare le persone e le opere dei fedeli di Dio. Questi sostenevano intrepidi nella Gallia e nella Brettagna sotto Costanzo, nell'Africa e nell'Italia sotto Massimiano; que' forti dello Illirico fino al Ponto Eusino pativano sotto Galerio; quei dell'Asia e dell'Egitto venivano scorticati da Diocleziano. I cristiani perseguitati erano le vittime espiatrici, eppur si gridava dai pagani: “Non è male che avvenga quaggiù e che non sia per colpa dei cristiani. Da che vi son cristiani al mondo -- dicevano i pagani -- il mondo va in dissoluzione”.

  Ma Arnobio, maestro del celebre Lattanzio, scrive sette libri contro l'idolatria e contro gli idolatri, e si fa a domandare: “Sotto ai cristiani non risplende o il sole o la luna come già prima?... E innanzi a noi non furono già guerre e calamità?... Iddio esiste e voi lo sentite nei cuori vostri... Or come possono esser empi e colpevoli i cristiani che con tutto ardore adorano il Signore del cielo? Voi dite che Gesù Cristo fu crocefisso,- 176 - e noi vi rispondiamo: è forse disonore morire per amore della verità e per la salute del mondo? Gesù Cristo è non solo uomo, ma è vero Figlio di Dio. Il provano tale le profezie ed i miracoli, la dottrina sua e questo medesimo estendersi dei suoi seguaci a mezzo di pescatori idioti”.

  “Non li spregiate i cristiani -- conchiudeva Arnobio -- riveriteli che ne hanno il merito. Sono virtuosi, amano tutti, fanno ogni ben possibile agli stessi loro persecutori. Rispettate i cristiani per quella stessa virtù di costanza che li onora in confessare la propria fede”.

  5. Fissiamo ora lo sguardo sui tormenti dei martiri. Atanasio, testimonio oculare, dice che si [76] tormentavano colle unghie di ferro, colle verghe, colle torture, colle croci, con gli affogamenti, per anni intieri.

  Filea, vescovo di Tmoide68, accenna nel medesimo tempo alla fierezza dei tormenti ed alla costanza dei martiri e dice: “Chi potrebbe tutti noverare gli esempi di virtù ch'essi diedero? Imperocché conceduto essendo di maltrattarli a chic<c>hessia, ogni strumento era buono a percuoterli: pali, verghe, flagelli, correggie e corde. Ad alcuni eran legate le mani dietro, poi confitti e stesi con ordigni sopra l'eculeo e ivi scarnificati con unghie di ferro, non solamente nei fianchi come negli omicidi, ma nel ventre, nelle gambe e nella faccia. Altri erano appiccati o sospesi in modo da far loro assaporare fino all'ultimo le agonie della morte... V'eran di quelli che dopo i tormenti eran messi co' piedi nel nervo steso fino al quarto pertugio, sì che erano costretti <a> distendersi supini per non poter più reggere in piedi. Altri, gittati per terra, facean maggior pietà che non nell'atto stesso della tortura per la quantità delle piaghe onde erano coperti. Alcuni morivano in mezzo ai tormenti; altri, posti in carcere semivivi, finirono poco dopo di spasimo; altri, essendo stati medicati e curati69, divennero ancor più coraggiosi a sostener nuovi tormenti e pel tempo e pel soggiorno nella prigione, per modo che, - 177 -quando è dato loro ad eleggere tra l'uscir liberi accostandosi ai sacrifici profani o l'esser condannati a morte, scelgono questa senza esitare, sapendo eglino esser detto nelle Scritture: Chiunque sacrifichi a dei stranieri sarà sterminato. Ed anche: Tu non avrai altri dei fuori di me”.

  In Alessandria molti ebbero tagliato il naso, le orecchie, le mani, poi furono messi a brani nel corpo. [77] In Antiochia molti furono fatti morire a fuoco lento sulla graticola. In Mesopotamia erano soffocati da un legger fuoco, in Arabia uccisi a colpi di scure, in Cappadocia rompevansi loro le gambe, nel Ponto si versava loro ad<d>osso piombo bollente. Una città della Frigia tutta intiera confessò Gesù Cristo, e tutta intiera fu distrutta, e gli uomini e le donne e i bambini bruciati.

  6. Semplici cristiani del popolo, come Teodoto d'Ancira, di professione taverniere, si faceva animoso ad incoraggiar tutti, sfida le minaccie e le sorveglianze pagane per sottrarre i corpi dei martiri. Egli stesso con imporre le mani guarisce gli ammalati. Merita che il cielo lo venga ricreando con visioni consolanti e poi giubilante raccoglie la palma del martire.

  Così raccolse palma gloriosa san Vincenzo diacono, per lungo tempo in mezzo alle prove del fuoco. Così Lucia. Venuta la verginella a Catania per impetrare sulla tomba di Agata la guarigione di sua madre, sentissi rispondere: “Domanda tu stessa quello che desideri al comune sposo Gesù ed egli ti esaudirà”. Trascinata ai tormenti, dimorò imperterrita gridando: “La grazia dello Spirito Santo che fa suo il cuor mio, essa mi conforta”. Tradotta ad un lupanare rimase immobile e una luce di paradiso la circondò, e questa fece perdere la vista ai colpevoli circostanti. Finalmente presenta il capo dicendo al carnefice: “Taglia che lo sposo mio Gesù mi attende al paradiso”.

  Sebastiano elesse la vita del soldato per giovare meglio ai propri fratelli. Quando il pontefice san Caio propone che o Sebastiano o Policarpo si portino a Campania per aver cura dei cristiani che sarebbero immolati , Sebastiano contende [78] col compagno a fin di rimanere in Roma e ricevere primo una prova di patimento.

  Intanto alla corte ed alla piazza rianima i compagni, nelle - 178 -carceri entra per incoraggiare i pazienti. Opera prodigi di guarigione in Zoe, moglie del cancelliere70 incontrato nella casa di Cromazio, prefetto della città; in nome di Gesù fuga le malattie. Scoperto e condannato, allora sol si duole quando pieno di freccie s'avvede che gli si differisce il trionfo del martire. Allo indomani Sebastiano si presenta a Diocleziano, gli rimprovera la tirannia sua e muore percosso da bastone.

  In questo tempo e nel circolo delle Alpi che si estendono dal monte San Bernardo, una legione di cristiani soldati veniva massacrata sol perché non vollero adorare gli idoli stupidi. La legione si componeva di oltre seimila combattenti. Il sangue degli eroi scorreva a rivi pel monte, i loro corpi gloriosi coprirono le zolle delle Alpi.

  Martiri illustri imporporarono pure del loro sangue la terra del Belgio, della Spagna e d'altre regioni di tutto il vastissimo impero di Roma pagana.

  7. Or non poteva il cielo mandare suoi fulmini alla meretrice del mondo? Castighi terribili di fame, di peste, di pioggie, di rovine innondarono novellamente la terra. Gli abitatori ne erano istupiditi. Guatavano immiseriti al cielo, ripiombavano sotto al peso dei loro mali e senza comprendere perivano uomini e donne e fanciulli.

  Quando l'imperatore volle rinnovare il censo, trovò che le vittime cadute erano in maggior numero che non disse la stessa fama, e gridò: “Quale punizione, o cielo! Questa è la punizione che viene per i delitti di ben altri che per la condotta dei cristiani. I cristiani assistono agli appestati e seppelliscono i morti”.

  8. [79] Nondimeno Massenzio in Roma continuava nelle avarizie, nei disordini, nelle crudeltà. Mosse guerra a Costantino che dominava nella Gallia. E questi l'incontrò e, non confidando tanto nel numero dei propri armati che nello aiuto del cielo, pregò così: “Il Signore dei cristiani se egli è il vero Dio m'aiuti, ed io l'adorerò”. Allora per due volte gli apparve in cielo un segno luminoso di croce con queste parole scritte: - 179 -In hoc signo vinces. Or non pose più dubbio di sorta a scendere in aperto combattimento e si affrettò fin sotto alle mura di Roma ed entrò nella città, dopoché Massenzio cadde nel Tevere precipitatovi da quel tradimento medesimo che egli aveva ordito per Costantino.

  Il Senato romano eresse a Costantino un arco trionfale con questa iscrizione: “All'imperatore Cesare Flavio Costantino, massimo, pio, felice, augusto, per avere per istinto della divinità e per la grandezza della sua mente, col suo esercito e colla giustizia delle sue armi, vendicato in un sol combattimento dall'oppression del tiranno e di tutta la sua fazione la repubblica, il Senato e il popolo romano gli ha<nno> dedicato quest'arco di trionfo come a liberatore della città e fondatore della quiete”.

  Roma gli innalzò pure una statua che stringe una gran croce nella destra. Sul piedestallo è questa iscrizione: “Con questo salutar vessillo, vera insegna del valore, ho liberato dal giogo della tirannide la vostra città e restituito al Senato e al popolo il suo primo splendore”. Costantino in altri scontri ebbe favorevole il cielo e così liberò l'impero universo da' tiranni che per sì lungo tempo avevano dominato.

  9. Massimino, ultimo <persecutore> e crudo come gli antecessori suoi, imprecava agli dei che l'avevano impegnato nelle guerre. E rivolto a Dio gridava: “Non [80] fui io che così perseguitai i vostri fedeli, ma lo furono i miei ministri”. Dopo ciò per lo spazio di quattro giorni si contorceva in tormenti d'agonia e spirava come uomo che sentesi le viscere in fiamme.

  Pochi anni addietro Diocleziano scriveva a tutto il mondo: “Diocleziano Giovio, Massimiano Erculeo, cesari augusti, dopo avere ampliato l'impero romano in oriente e in occidente e abolito il nome dei cristiani, sovvertitori della repubblica”. Altra iscrizione, trovata nella Spagna, diceva: “Diocleziano, cesare augusto, dopo avere in oriente adottato Galerio, abolita in ogni parte la superstizione di Cristo e ampliato il culto dei numi”.

  <10.> Or che cosa hanno potuto giovare gli iddii di legno o - 180 -di sasso ai loro71 adoratori? Ma molto ha giovato ai suoi fedeli il crocefisso Salvatore. I seguaci del Nazareno per trecento anni hanno combattuto colla bestia orribile veduta in ispirito da Daniele. Per trecento anni hanno combattuto colla donna superba che siede sui sette colli, con Roma, la meretrice cruda. Ma or sul Campidoglio dei cesari si eleva la croce del Salvatore, per la quale la salute venne a tutto il mondo.

  Questo avveniva nel secolo terzo. Or voi, ignobili denigratori in oggi del nome cristiano, cessate dalle imputazioni false. La salute del mondo viene dai fedeli adoratori del Crocefisso; questi sono gli amici ed i salvatori. Inimici e distruggitori sono gli avversari che intendono per muovere guerra allo Altissimo.

Riflessi

1. L'inimico invero dov'è?

2. [81] “I cristiani ai leoni!”

3. Crudeltà di Galerio e de' suoi colleghi nel governo.

4. I martiri, per chi pativano essi?

5. Loro patimenti invitti.

6. San Vincenzo, san Sebastiano, santa Lucia a capo delle turbe dei martiri.

7. Roma è flagellata.

8. Costantino entra trionfante in Roma e ne scaccia i tiranni.

9. Massimino muore. Miseri vanti di Diocleziano.

10. I cristiani sollevano vittorioso il capo sopra i pagani debellati.





p. 172
64 Originale: l'avversario si chiama.



p. 173
65 «Chiama gli abitator de l'ombre eterne/ il rauco suon de la tartarea tromba», Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, IV, 3.



66 Cfr. Ap 17, 1-18.



p. 175
67 Originale: Severo; anche per la successiva integrazione cfr. Rohrbacher III, pp. 517-518.



p. 176
68 Originale: Timoide; cfr. Rohrbacher III, p. 473.



69 Originale: durati; cfr. Errata corrige.



p. 178
70 Originale: carceriere; cfr. Rohrbacher III, p. 445.



p. 180
71 Originale: sasso di loro.



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