Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Da Adamo a Pio IX (II)...
Lettura del testo

DA ADAMO A PIO IX QUADRO DELLE LOTTE E DEI TRIONFI DELLA CHIESA UNIVERSALE DISTRIBUITO IN CENTO CONFERENZE E DEDICATO AL CLERO E AL POPOLO II

XXXVII. Milizia nella Chiesa di Gesù Cristo

«»

- 289 -

XXXVII.

Milizia nella Chiesa di Gesù Cristo

  1. [208] Ha di quelli che dicono: “La iniquità è soverchia, i tristi sono prepotenti, che fare?” Intanto incrociano le mani e guardano all'atmosfera intorno, e come l'arabo traggono più copioso il fumo dalla pipa, quando più vivamente infiammata veggono la casa.

  A questi rispondete: “Il suono del combattimento è dato... la casa è incendiata e voi ignorate il da farsi?... Addatevi, lavorate. La milizia è continua nella Chiesa di Gesù Cristo. In essa ottengono certamente trionfo quelli che combattono con fede”.

  San Mamerto, vescovo di Vienna nel Delfinato, scorgeva nel 468 incendi misteriosi e tremuoti e minacce notturne, poi fiere che invadevano e un diluviare incessante. Mamerto pregò e sentissi inspirato di condurre il suo popolo per tre giorni in divota processione. I vescovi vicini fecero altrettanto. D'un tratto tutto il mondo cattolico sclamò: “Buona è la preghiera di molti insiem congiunti. Ottimo è all'orazione aggiungere il digiuno a scongiurare gravi mali”. Il mondo cristiano disse: “Al combattimento!” e per tre giorni in ogni anno si obbligò ad un'opera santa di preghiera e di mortificazione nella ricorrenza dei giorni detti però delle Rogazioni.

  Claudiano, fratello di san Mamerto, si eresse capitano nella lotta. Egli stese libri carissimi per mostrare contro un novatore contemporaneo che l'anima nostra è spirituale. Claudiano percorreva come un luminare di sapienza.

  [209] Fausto, succeduto a san Massimo nel vescovado di Riez220, si affrettò con ardore contro ai pelagiani, ma perché corse troppo, per questo inciampò. Disse che il cristiano per operar la giustizia non ha bisogno che Dio lo prevenga colla sua grazia, e in questo fu condannato. Un Massimo, incaricato - 290 -già della riscossion delle tasse, fu scorto dal vescovo san Sidonio che non era punto usuraio, che donava ai poveri con sottrarre sempre qualche cosa dalla propria mensa. Sidonio gli impose le mani, lo ordinò vescovo dicendo: “Sia tu capitano strenuo”.

  E san Perpetuo disse al confratello Paolino, vescovo di Périgueux221: “Addita al mondo un luminare egregio: descrivi tosto la vita di san Martino”. Pomerio, abate di monastero, scrisse alla sua volta Sulla natura dell'anima, Sulla instituzione delle vergini, Sulla vita contemplativa. Voleva che in predicare un vescovo potesse sempre dire: “Fate come io faccio” e che con i peccatori si adoperasse pazienza, soavità, forza.

  San Severino predisse più cose di Odoacre re d'Italia e poi spirò nel 482 riempiendo il mondo di gioia per tanti suoi miracoli. Odoacre aveva scritto a Zenone imperator di Costantinopoli: “Ritieni il nome di re d'Italia ché di ciò io ne assumo la difesa”. Intanto guerreggiò coi popoli germani e trionfante entrò in Ravenna trascinando al suo carro il vinto re Feleteo222, al quale fu poi tagliato il capo.

  Ma Teodorico, re degli ostrogoti, parente di Zenone, gli disse un bel : “Odoacre omai è signor d'Italia; lascia che io lo scacci e ti ridoni quella nazione”. In affrettarsi vinse Teodorico il re dei gepidi e quello dei bulgari, che gli contrastavano il passaggio, e fu a Milano e poi a Pavia. In questa [210] città era sant'Epifanio. Teodorico appena lo scorse sclamò: “Ecco la gioia del genere umano! Ad Epifanio affideremo le famiglie ed i figli nostri”. Il santo vescovo con prudenza rara operava il bene fra i due partiti di Odoacre e di Teodorico, finché scorto223 Teodorico che, ucciso Odoacre, era trionfante in Ravenna, venne con san Vittore, vescovo di Torino, dicendo: “Gli italiani contrastano colla fame. Conviene soccorrere a tanti miseri”. Teodorico provvide con quelli perché gli italiani sbigottiti fossero rianimati alla coltura dei propri campi.

- 291 -  Mentre fervevano le lotte, Gondebaldo, re dei borgognoni, depredava nella Liguria. I popoli erano inermi. Allora i vescovi, e primo fra essi quello di Novara, attese<ro> per innalzare torri di difese. In tempo di sciagura sant'Avito salva il suo popolo e santa Genoveffa, salutata da san Simeone224 Stilita, libera la città di Parigi da certo eccidio.

  In Italia, e sovrat<t>utto nella Sicilia e nella Marca anconitana, invadevano gli errori di Pelagio e il clero vi era scarsissimo. Il pontefice san Gelasio provvide perché con qualche facilità molti del laicato fossero assunti al sacerdozio. A premunire poi i fedeli, compone l'elenco delle opere dei santi Padri e degli scrittori sacri. In altro elenco distingue i libri o apocrifi o erronei ovvero temerari, ed egli stesso scrive libri Del corso dell'anno, Delle feste dei santi, Delle domeniche dell'anno. Scrisse altresì un trattato intorno all'anatema e abolì le feste dei lupercali, mostrando che queste non ottengono da alto favori ma castighi.

  2. Nella Gallia apparì Clodoveo. Non credeva in Gesù Cristo, ma non vi contraddiceva ostinatamente. La sposa Clotilde, santissima donna, disponeva con pompa la chiesa destinata a ricevere il Battesimo del re primogenito. Or questi appena [211] fu rigenerato nelle acque battesimali morì. Clotilde rispondeva a Clodoveo: “I misteri di Dio non si possono scrutare da mente umana”. Il secondogenito di Clotilde, battezzato, minacciava pure <di> morirsene, ma ella pregò e fu salvo.

  Clodoveo aveva ottenuto il trono della Gallia ed ora trovavasi impegnato con i germani nelle pianure di Tolbiac225 con guerra sanguinosa. Clodoveo ricorse a' suoi idoli e fu invano. Ricorse a Gesù Cristo e fu esaudito. Allora sclamò: “Voglio il Battesimo di Gesù Cristo!” Un santo sacerdote, Vaast, si accostò per istruire il re e intanto guarì un c<i>eco venutogli dinanzi.

  San Remigio, vescovo di Reims, l'incontrò con festa carissima e salutandolo disse: “Il tuo esempio, o re, riduca la - 292 -Gallia tutta ai piedi della croce del Salvatore”. Seimila soldati accompagnarono alla chiesa ed al Battesimo stesso Clodoveo. Erano pure i grandi del regno e una folla innumerevole di persone. Fu un apparato luminosissimo. Clodoveo rivoltosi al vescovo interrogò: “E' questo il paradiso che mi si promette?” Al quale rispondeva san Remigio: “Questo non è che la via per giungervi”. Era un bellissimo giorno del 495. Clodoveo volle che in quel solenne i poveri e gli stessi prigioni avessero ad esultarne. Accadde che san Remigio leggesse la passione del divin Salvatore. Clodoveo, a mezzo il discorso del vescovo, levossi in piedi, impugnò la spada e sclamò: “Ah, se fossi io stato con i miei franchi!” Così Clodoveo pareva alludere a quello che un avrebbe fatto la spada cristiana di Carlo Martello, di Carlo Magno, di Goffredo e di Tancredi.

  “Gesta Dei per francos”, fu detto con tanta sicurezza da quei popoli. Veramente il nome di Francia valse più volte come il nome di tutta Europa. Possa l'illustre nazione gloriarsene sempre [212] per vastità di opere buone, e non mai doverne vergognare per imprese tristi!

  3. In questo periodo di tempo, come la Gallia in occidente, così l'Armenia in oriente si distinse con prodigi di fede. Già nel 300 quando l'imperator romano Massimino Daia vi portò l'arme di persecuzione, gli armeni si provarono come una nazione di eroi.

  Nel 465 poi Gioud226, discepolo dei santi Sahag e Mesrob, ordinato patriarca della nazione, sostenne gli incontri dei persiani. Questi indirettamente e con astuzia dapprima, e poi con fronte audace e minacciosa propose<ro> una delle due agli armeni: o la fede in Zoroastro rinnegando quella di Gesù Cristo, ovvero la morte. “La morte! La morte!”, gridarono gli armeni.

  Or Perosete227, il re persiano, soggiunse: “Venite tutti al mio solio, o grandi dell'Armenia, e discorreremo”. S'accostarono questi. Vahan di nobile famiglia chinese e capo dei conti Mamigonii precedeva. Or gli fece intendere il re che usava - 293 -loro pietà con permettere che adorassero pure in cuore Gesù Cristo, ma che allo esterno e con un atto solo fingessero di abiurarlo. Inorridì Vahan, inorridirono gli altri. “Ebbene -- soggiunse il re -- tutta la nazion degli armeni galleggierà nel lago del proprio sangue”. S'alzarono anche per ciò grida lamentevoli e Vahan sentendosi straziare il cuore finse <di> abiurare e ritornò poi fra' suoi dicendo: “Siamo salvi! Siamo salvi!” Ma gli armeni gridarongli incontro: “Mille volte traditore!” e guidati dal patriarca Cristaforo228 seguivano <a> sclamare: “Morremo fino all'ultimo, ma non calpesteremo in modo veruno la persona di Gesù Cristo”. Soggiunse Vahan: “Io sono con voi...” e si sciolse in lagrime di alto pentimento. Allora permisero che guidasse pur l'esercito. Vahan operò prodigi di valore, e se non era <per> un traditor vile avrebbe rotto [213] intieramente l'esercito nemico, il quale ritornò nella primavera seguente, 483.

  Vahan l'incontrò con furore, e intanto che morivasene Perosete e che il general d'armata affrettavasi ad eleggere altro imperatore in Obala, Vahan ottenne questo glorioso trattato di pace: “Giammai i persiani molesteranno nella fede gli armeni. Gli armeni saranno trattati con giustizia in ogni cosa. Il re medesimo di Persia si occuperà in persona delle cose di Armenia”. Obala concedé al Vahan il generale comando dell'Armenia. Questa poi uscì in universale acclamazione: “Viva Vahan, eroe e salvator dell'Armenia!”

  Il pontefice guardò al condottier della Gallia e a quello di Armenia e disse all'uno e all'altro: “Gloriosi ed illustri figli, siate voi il conforto della Madre vostra, siategli colonna di bronzo a suo sostegno, cavate dal vostro cuore i semi della fede per spargere ai popoli più rimoti”.

  4. Lotte gloriose combatterono pure in questo stesso periodo di tempo i cattolici d'Africa.

  Unerico, che era succeduto al persecutore Genserico, nei primordii del suo regno si infinse fautore dei cattolici ed a Cartagine, che da 24 anni era senza vescovo, permise che - 294 -avesse il suo pastore nella persona di Eugenio. Ma presto calò la maschera. Interdisse a quei del suo palazzo di entrare in chiesa con i cattolici, e perché non obbedivano, collocò suoi carnefici alle porte, perché vedendo qualsiasi della corte, gli strappasse<ro> con uno strano flagello la pelle con i capegli dal capo. Né valendo ciò, condannolli alla coltura dei campi. I cattolici perdettero gli impieghi, i vescovi i beni delle proprie mense, i monasteri sostennero la confisca, le vergini furono in molto numero trucidate. Moltissimi del clero e del popolo, in numero cioè di cinquemila, furono condannati al deserto. Quelli [214] che nel cammino non potevano seguire erano fatti strascinare alla coda di un bue.

  A Lara229 ed a Sicca due conti ariani li incontrarono e fingendo compassione dissero: “Fate a modo nostro e sarete salvi”. Intanto furono ammonticchiati in anguste carceri nelle quali il minor tormento era<no> e il puzzo e il caldo che soffocavano, ma gli intrepidi volgendo gli occhi a Dio sclamavano: “Quest'è la gloria di tutti i suoi santi”. Furono rinviati nel cammino. Si affrettavano tutti a compatirli. Era un gemito universale. Le madri venendo coi bambini sclamavano: “Ecco i padri vostri! Affrettate ché vi possano benedire”.

  Intanto Unerico ai vescovi che rimanevano disse: “Cessi tanto scandalo; recatevi tutti in generale conferenza, vescovi cattolici con vescovi ariani, in Cartagine. Ivi si conoscerà il vero”. I cattolici benché dubitassero furono solleciti. Cirila, patriarca degli ariani, sedé sopra un trono dorato. Un c<i>eco venne e gridò ad Eugenio vescovo di Cartagine: “Rendimi la salute”. Al quale Eugenio: “Allontanati, ché io sono un peccator miserabile”. Ma insistendo il c<i>eco, lo guarì e intanto cominciò <ad> esporre la vera dottrina di Dio uno e trino, di Gesù Cristo salvatore. Ma Cirila interruppe con schiamazzi. Gridò come un forsennato ad Eugenio seduttore, volle che il re condannasse tutti i vescovi cattolici. Questi partironsi, ma ricusarono <di> prender la via dell'esiglio.

  Quando un conte venne <a> dir loro: “Siete contenti di - 295 -firmare la lettera che tengo in pugno?”, risposero i vescovi: “Siamo insensati noi da soscrivere ciò che ignoriamo?” Tornò <a> dire il conte: “E' la promessa che voi farete di far succedere ad Unerico il proprio figlio, per amor del quale ei trucidò, come già sapete, i parenti che avrebbero preteso al trono”. I vescovi chiesero tempo a riflettere e Unerico mandò carnefici a tutta l'Africa per uccidere [215]tutti i cattolici. Molte matrone furono esposte alla pub<b>lica piazza e fatte morire con orrendo strazio. A Clusa innumerabili raccolsero la palma del martirio.

  Nella Mauritania, oggi Algeria, si imposero vescovi ariani, e per questo i cattolici fuggirono fino alla Spagna; Vittore vitense230, testimonio oculare, racconta che trecento ai quali fu strappato la lingua, pure parlarono speditamente e non soffrirono mali di sorta. In Cartagine scorgevasi meschinelli senza un piede, senza una mano, privi degli occhi, con le spalle storpiate. Erano i confessori tormentati per la fede. Dagila, moglie d'un ufficiale del re, flagellata a sangue e poi dannata all'esiglio nel deserto, non volle ritornare, per poter piangere con i fratelli di fede sino alla fine.

  Furono condannati all'esiglio dalle diverse provincie d'Africa e da Sardegna vescovi in numero di 466, dei quali 88 perirono nella via.

  In Cartagine un santo vescovo, Quodvultdeus, redimeva innanzi tutto gli schiavi. In presente un vescovo, Habetdeum, dal carnefice Antonio è avvolto in acqua bollente. Il vescovo di Cartagine sant'Eugenio scrive incoraggiando tutti con dire: “L'orazione, la limosina il digiuno salvano la Cristianità. Non temete quelli che uccidono il corpo231. Intanto coprivasi di lagrime il volto, di cilizii la persona.

  Unerico aveva promesso agli ariani che rimanendo costanti non sarebbe loro venuta sciagura veruna. Ma una siccità desolante e poi una peste micidiale invase<ro> soprat<t>utto le persone e i paesi degli ariani. Questi traevano in folla a Cartagine,- 296 - ma Unerico li cacciò, ché non appestassero il reale palazzo. I meschini morivansi. Sopra un colmo di [216] cadaveri perì pure corroso dai vermi Unerico nel 484.

  Vittore, vescovo di Vita, che tenendo dietro ai passi dei santi del Signore descrisse la storia di questo combattimento, supplica i martiri in cielo con dire: “Proteggete il suolo che vi ha generato! Salvate l'Africa pericolante!”

  5. Un Vittore, vescovo di Cartenna, scrisse Della penitenza e Della consolazione. Asclepio232, vescovo della Numidia, dettò in confutazione di Ario e di Donato. Vigilio di Tapso aggiunse le confutazioni di Sabellio, di Fotino, di Eutiche. Accenna che la principal fonte d'eresie è la maligna interpretazion della Bibbia. Risponde in ispecie alle accuse d'Eutiche, che sono 1) d'aver ammessi al Concilio calcedonese vescovi che prima ne furono cacciati; 2) d'aver fatte aggiunte al Simbolo di Nicea; 3) d'aver steso un decreto contro le due nature in Gesù Cristo.

  6. In Costantinopoli l'imperator Basilisco, orrendo nella fede come il serpente di quel nome nel suo veleno, attese per richiamare dall'esiglio Timoteo Eluro e per esso gli eretici eutichiani allo scopo di suscitar torbidi. I buoni ne paventavano e fecero capo al monaco san Daniele Stilita. Alla colonna del venerato romita vennero vescovi e patrizii che l'indussero a discendere e recarsi in Costantinopoli per ricomporvi la pace. Allora Daniele chiamò Basilisco in un sobborgo della città e gli ricordò con carità e con forza i delitti consumati. Basilisco parve dolersene, ma non si pentì di cuore. Daniele se ne avvide che l'animo di costui era infinto e però gli intimò: “Tu non vuoi la pace? Avrai il castigo”. In dirlo scosse la polvere da' suoi piedi e si incamminò. [217] Basilisco morì poco stante assai miseramente e con lui Timoteo Eluro.

  A Basilisco succedé Zenone. Questi con il patriarca Acacio scrisse al pontefice Simplicio che in Antiochia un'adunanza di faziosi aveva ucciso l'arcivescovo Stefano233: la città trovarsi in - 297 -agitazione pessima, doversi tosto provvedere ad un successore per sedare i tumulti. Il pontefice, commiserando allo estinto, permise per il caso presente che Costantinopoli provvedesse a quella elezione d'urgenza. Ma Zenone si appigliò al mal partito di farla da rettore nella Chiesa, lasciando che la suocera intanto disponesse da imperatrice. Per questo la misera fu <rin>chiusa e fatta morire.

  I ministri Illo e Leonzio234 si applicavano per ristorare l'idolatria. Zenone fabbricò un enotico235, o decreto di unione, un composto di contraddizioni e di inezie con cui studiavasi a sostenere in Alessandria l'eretico Pietro Mongo236 a vece del legittimo arcivescovo Giovanni Talaia. Ad Antiochia si volle parimenti imporre l'eretico Pietro Fullone, al quale succedé l'eretico Palladio che con Acacio di Costantinopoli affliggeva non poco la Chiesa.

  Trascorsero 35 anni di combattimento. In questo frattempo morì Zenone che dicesi sia stato sepolto vivo. Morì parimenti Acacio al quale succedé Fravita. Gli intrusi furono levati. Ritornarono i vescovi legittimi alle sedi di Alessandria e di Antiochia.

  In Gerusalemme rimanevano molti monaci della setta eutichiana. Sant'Eutimio disse al vescovo Martirio di pregare ché quei monaci presto sarebbero rientrati in grembo alla Chiesa. Furono tratti in adunanza, pregarono Dio e poi trassero le sorti che riuscendo in favore della riconciliazione, si [218] unirono poi di cuore alla comunione dei fedeli cattolici.

  Nel monastero di sant'Eutimio era san Saba, il quale desideroso di maggior fervore si ritrasse al torrente Cedron. Qui edificò un monastero nel quale adunò religiosi fino al numero di 150 da ogni luogo, con quattro chiese: per gli armeni, per i traci, per i gerosolimitani e per quelli che caduti in pazzia erano ritornati in senno.

  La Chiesa del divin Salvatore è un campo di combattimento.- 298 - Nella milizia conviene faticare. Quanti patimenti e quanti trionfi nella milizia della Chiesa di Gesù Cristo!

Riflessi

1. Nella milizia della Chiesa conviene pugnare. San Mamerto, san Perpetuo, Claudiano, Fausto, Pomerio, san Severino.

2. Clodoveo.

3. Martiri nell'Armenia. Il patriarca Cristaforo e il capitano Vahan.

4. Lotte e trionfi in Africa sotto Unerico.

5. Scritti di Vittore.

6. In Costantinopoli succedono imperatori cattivi. Attentati di scisma.





p. 289
220 Originale: Riey; cfr. Rohrbacher IV, p. 760.



p. 290
221 Originale: Pèrigeux; cfr. Rohrbacher IV, p. 765.



222 Originale: Fleteo; cfr. Rohrbacher IV, p. 820.



223 Originale: scortolo.



p. 291
224 Originale: Simone; cfr. Rohrbacher IV, p. 833.



225 Originale: Zolbiac; cfr. Rohrbacher IV, p. 855.



p. 292
226 Originale: Giocud; cfr. Rohrbacher IV, p. 849.



227 Originale: Perosite; cfr. Rohrbacher IV, p. 849.



p. 293
228 Originale: Cristoforo, ripetuto nei Riflessi; cfr. Rohrbacher IV, p. 850.



p. 294
229 Originale: Sara; cfr. Rohrbacher IV, p. 775.



p. 295
230 Originale: Vittense; cfr. Rohrbacher IV, p. 784.



231 Mt 10, 28.



p. 296
232 Originale: Anlepio; cfr. Rohrbacher IV, p. 789.



233 Originale: Stefanos; cfr. Rohrbacher IV, p. 772.



p. 297
234 Originale: Leunzio; cfr. Rohrbacher IV, p. 799.



235 Originale: enolico; cfr. Rohrbacher IV, p. 800.



236 Originale: Manzo; cfr. Rohrbacher IV, p. 800.



«»

IntraText® (VA2) Copyright 1996-2016 EuloTech SRL
Copyright 2015 Nuove Frontiere Editrice - Vicolo Clementi 41 - 00148 Roma