Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Da Adamo a Pio IX (II)...
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DA ADAMO A PIO IX QUADRO DELLE LOTTE E DEI TRIONFI DELLA CHIESA UNIVERSALE DISTRIBUITO IN CENTO CONFERENZE E DEDICATO AL CLERO E AL POPOLO II

LIII In Costantinopoli lo spirito del demonio è con Fozio, lo spirito del Signore poi è con Ignazio

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LIII

In Costantinopoli lo spirito del demonio

è con Fozio, lo spirito del Signore poi è con Ignazio

  1. [365] Chi vuol conoscere da quale spirito uno sia guidato, guardi alle intenzioni con cui opera ed ai frutti che arreca. Chi è guidato da spirito cattivo, non è mandato dal superiore che comanda in nome di Dio, non opera conforme alla massima di Dio e non arreca frutti di bene. Lo spirito di Satana è spirito di ambizione, di artifizio, di superbia, di crudeltà.

  Scorgiamolo subito in Fozio nella città di Costantinopoli, capitale d'oriente. Incoraggiava Fozio446 nella via delle iniquità l'imperator Michele, chiamato Ubbriaco perché già ai quindici anni era un dissoluto scandaloso. Pensatelo! Michele si sposa con Eudocia e poi conserva pratiche con altra di egual nome. Teodora, la madre, porgevagli buoni consigli, ma egli, venutale sopra, la fa incarcerare insieme con le sorelle Tecla447, Anna, Anastasia e Pulcheria la diletta.

  La madre in duolo rinuncia al trono e, avanti partire, annuncia che nel tesoro imperiale è il valore di 190 mila libbre d'oro e 300 mila d'argento. “Curate -- disse Teodora ai ministri -- curate che Michele non dia fondo a questo cumulo di ricchezze”. Ma i maggiorenti attesero con Michele ai conviti interminabili, agli spassi costosi, agli sfoggi superbi, facendosi belli in mostrarsi corridori veloci nel circolo. Nel meglio dello spettacolo due volte fu avvertito: “Imperatore[366], i saraceni sono venuti! Occupano già importanti regioni dell'Asia!” Ai quali rispondeva Michele: “Chi osa interrompere il divertimento mio? Non vi preme dilettarvi nelle corse del vostro imperatore?”

  Michele scendeva coi poltroni delle piazze alle trivialità. - 429 -Diceva che si sarebbero asciugate prima le acque del mare che il tesoro dei suoi erari. Era frequente a regalare; ogni minimo dono era del valore di 50 mila libbre d'oro, e spesso di centomila. Centomila libbre d'oro pagò un atto brutale di Teofilo.

  2. Michele per far danaro in valore di 20 mila libbre d'oro distrusse il famoso platano d'oro con uccelli e leoni pur d'oro puro. Per ultimo fuse l'argento delle guardarobe imperiali e si diè a spogliare le chiese, parodiando con sacrileghe com<m>edie le persone e le funzioni sacre. Spesso i banchetti di Michele terminavano con scene di sangue.

  Barda, lo zio448, fu fatto cesare e questi, mentre che Michele sfogavasi nelle crapule, viveva egli stesso scandalosamente come Erode e intanto dispensava le prime cariche dello impero ai personaggi del suo partito, facendo ammazzare quelli di avviso contrario. Per coprire i suoi disordini vantavasi protettore delle scienze e premiava il dottissimo Leone.

  3. Ma Ignazio patriarca, come un Battista novello, gli rimproverava: “Non ti è lecito convivere colla sposa del figliuol tuo”. Barda infuriò e attese per ucciderlo, ma non riuscendo accusò Ignazio di un delitto pessimo; lo depose dal solio patriarcale e chiamò a surrogarlo Fozio, il più dotto personaggio di quel secolo ma insieme il più astuto ed ipocrita di tutti.

  Nello spazio di sei giorni Barda convocò vescovi e disse loro: “Ordinate sacerdote e poi vescovo e patriarca costui”. Ripudiarono dapprima, poi soggiunsero: “Ed obbediremo, [367] ma a condizione che Fozio rimanga tuttavia come corepiscopo di Ignazio449. Infine cederono vilmente, premendo sovrat<t>utto Gregorio di Siracusa che affatto si intendeva con Fozio.

  Or Barda rivolto ad Ignazio gridò: “Io te lo intimo: rinunzia alla sede di Costantinopoli”. Rispose Ignazio: “Nol farò mai per abbandonare le mie pecorelle alla discrezione di - 430 -un lupo rapace”. Barda fece accusare Ignazio del reato di congiura e di ribellione e condannollo allo esiglio.

  Lontan dalla città il santo patriarca fu chiuso in una stalla di pecore e poi, imprigionato, lo tormentarono orribilmente gridando: “Rinuncia alla sede di Costantinopoli e tu sarai salvo”.

  4. Alcuni vescovi si trovò che, opponendosi a Fozio, lo deposero, ma questi adunò un conciliabolo, si impose ai congregati dicendo: “Confermatemi o temete l'ira mia e della corte”. Quei vili ammutolirono e Fozio tolse <a> scrivere al pontefice così: “Ignazio per decrepitezza rinunciò alla sede; il popolo acclamò me. Io piansi di amarezza, ma fui costretto <ad> accondiscendere”. Ipocrita tristo! Altri vescovi che parevano opporsi furono incarcerati, ma dopo otto mesi di patimento cederono miseramente.

  In questo momento un'orda di sciti, popolo russo, devastavano nello impero fin presso al Ponto Eusino, uccidendo fra molti altresì diciotto servi dello intrepido Ignazio.

  Non molto di poi si aduna altro concilio. Il popolo fremente minacciava <di> uccidere l'imperatore, e questi alla sua volta proferiva di far massacro sulle turbe. Fu dunque invitato Ignazio il quale disse: “A questo concilio interverrò io come vescovo o come sacerdote?” Gli risposero: “Venite come sacerdote”. Si accostò tuttavia Ignazio e i vescovi premevanlo a rinunciare sclamando: “Se [368] nol fate, verrà la rovina dello impero”. E i cortigiani sollecitavanlo con pugni e con ischiaffi. Ma Ignazio rispose: “Quest'è il sinedrio di Caifa... Io voglio che mi giudichi il pontefice di Roma. Non credo ai vescovi, non credo ai legati pontificii, perché non hanno libertà di proferire il loro giudizio”.

  Il conciliabolo continuò le sue accuse. Si interrogarono testimoni pagati a giurare il falso. Ignazio incarcerato fu lasciato seminudo e flagellato sul sepolcro di Copronimo. Nel mattino seguente trovatolo quasi morto, tolsero la destra di lui per costringerlo a firmare la sua rinuncia con un segno di croce. Fozio intendeva che pub<b>licamente porgesse tal atto nella chiesa di santa Sofia, ma Ignazio riavutosi protestò.

  Era la Pentecoste dell'861. Ignazio, condannato all'esiglio - 431 -nella Propontide, stendeva la mano a chieder l'elemosina per vivere, egli patriarca e figlio di imperatore. In agosto di quest'anno venne per 40 giorni un tremuoto che scosse tutta Costantinopoli. Il popolo sus<s>urrò: “Quest'è castigo per i maltrattamenti fatti ad Ignazio. Il patriarca si richiami dal suo esiglio!” Fu giocoforza accondiscendere.

  Intanto l'imperatore, il patriarca ed i legati scrissero al pontefice dicendo: “Nel santo concilio abbiamo condannato l'eresia degli iconoclasti; giusto è che le im<m>agini sacre sieno venerate perché ci sono eccitamento a virtù”. Tacquero poi in tutto ciò che riferivasi ad Ignazio. Di che avvedendosi, il pontefice rimproverò acerbamente i legati e ne scrisse anche a Fozio, il quale rispose: “Io sono figlio ossequentissimo della Chiesa; disponi di me, o santissimo padre, come ti aggrada”. Ora il pontefice Nicolò scrisse ad Ignazio per rimetterlo nella sua sede, a Fozio per deporlo, ma i legati furono sì buoni da porre le carte in mano a Fozio stesso. Questi adoperò ingegno squisito [369] a contraffare un autografo di Ignazio con cui al pontefice mostrava i suoi reclami; finse per sé una lettera di amplissima lode del pontefice e con questi documenti venne a Barda dicendo: “Imperatore, giudicalo tu stesso se Ignazio non meriti punizione”. Soggiunse Barda: “Ignazio di nuovo sia condannato al suo esiglio nella Propontide”. Stando , Ignazio ristorò un altare abbattuto dai russi. Gridò allora Fozio: “Punite l'usurpatore sacrilego, egli esercitò funzione che non gli appartiene. Quello altare si lavi almen per quaranta volte nelle acque vicine del mare”.

  5. Papa Nicolò sparse amarissime lagrime ed elevandosi in autorità del Vicario di Gesù Cristo pronunciò: “Sia maledetto Fozio, e con lui scomunicato chi l'approva o gli aderisce”. Allora fu uno scompiglio nella città. I dabbene inorridendo fuggirono riparando in parte fino a Roma. Fozio in iscorgere ridevasi sacrilegamente.

  Tre anni di poi, <nell'>865, il pontefice Nicolò stava per inviare allo imperator Michele lettera di soave ammonizione, ma in questo momento giungevano legati di Costantinopoli recando per la Santa Sede discorsi di minaccia. Rispose allora Nicolò pontefice: “Cessino la polve e i vermi di minacciare... - 432 -Tu fai come i giudei che liberan Barabba per dar morte a Gesù Cristo... Tieni la tua autorità che io tengo la mia... Anatema a chi mutila o tace in parte questo che io dico... Anatema a te, imperatore, e a' tuoi”.

  Una visione orribile parvegli vedere a Barda. Un arcangelo additavalo al popolo dicendo: “Eccolo chi ha fatto il peggior danno. Barda fatelo in pezzi”. Soggiunsegli Filoteo: “Ebbene, richiama Ignazio dal suo esiglio”. Ma Barda rispose: “Sia più crudamente straziato”.

  I saraceni di repente furono alle porte di Costantinopoli[370]. Michele disse allo zio450: “Giuro che se entri in combattimento io ti proteggerò” e intinse la penna nel Sangue di Gesù Cristo e soscrisse. Barda mosse contro e Michele addì 29 aprile di quell'anno 866 fece tagliare in pezzi lo zio451 Barda, allo scopo di surrogare al suo posto di maestro degli uffizi il macedone Basilio. Or Fozio in Barda perdé il suo principale patrocinatore, ma egli per entrare nelle grazie di Basilio prese a lodarlo esaltandolo fino alle stelle, e la memoria di Barda a sprofondarla con il biasimo fino agli abissi.

  Nondimeno il malcontento era troppo grave. Fozio dovette lasciar la sede, e in lasciarla piangendo diceva: “Io sono perseguitato come Gesù Cristo e gli apostoli suoi... Chi ha pietà del misero?” Intanto si vale di Santabareno452 a scagliare contro Ignazio le più vili accuse. Scrisse Fozio nel medesimo tempo molti libri con il titolo seguente: Biblioteca, Glossario greco, Amfilochia, Scriptorum veterum nova collectio453, Syntagma canonum e più altri.

  Ignazio toccava gli anni 82 dell'età sua. Era sfinito dai patimenti. Nell'anno 878 volò al cielo. Il popolo accorse con - 433 -straordinaria folla a' suoi funerali e si divise come reliquia preziosa gli abiti personali che l'avevano ricoperto od i lini funerei che toccarono il suo feretro.

  Basilio si valse della morte di Ignazio per richiamare Fozio. Allora a Basilio morì il maggior figlio Costantino per cui ebbe a dolersi angosciosamente. Sclamava il popolo: “Quest'è castigo d'aver richiamato Fozio”. Fozio alla sua volta confortava Basilio dicendo: “Il figlio è un santo, a lui dedico chiese e monasteri, il suo nome io scrivo nel dittico dei servi del Signore”.

  6. La corte di Costantinopoli rappresentò che, morto Ignazio, Fozio finalmente fosse riconosciuto. [371] E la Chiesa, che al dire del celebre Bossuet può tutto quando lo domandi o la necessità o la utilità delle anime, riconobbe Fozio, benché si avesse usurpata la sede patriarcale. Appose nondimeno alcune condizioni, che sono: non doversi di poi sollevare veruno da laico ad esser patriarca, doversi riconoscere Ignazio e i vescovi da lui consacrati, doversi rinunciare alle pretese sulla Bulgaria e Fozio dover chiedere perdono del passato.

  Or Fozio adunò un conciliabolo che i suoi seguaci ritengono per l'ottavo ecumenico e in quello rispose: “Sono io forse un delinquente da impormi un castigo?...” e continuò suoi lamenti contro la Santa Sede e accusò i latini che nel Simbolo costantinopolitano avessero osato aggiungere la voce Filioque, mentre lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre. I legati pontificii anche in questa ripresa si tacquero e lasciarono fare. Di questo il pontefice si dolse e scomunicolli. Di poi mandò altro legato, Marino, il quale stracciò gli atti di quel concilio. Marino fu incarcerato, ma non cessò d'anatematizzare la sacrilega adunanza.

  Intanto il castigo venne anche per Fozio. Voleva lo scellerato disfarsi di Leone, figlio di Basilio454, allo scopo di esercitare egli stesso non solo il potere ecclesiastico ma anche l'imperiale. A mezzo di Santabareno fece credere a Basilio che il - 434 -figlio congiurasse alla vita del genitore. Basilio incarcerò dunque Leone, quando un uccello, il pappagallo, gemeva continuamente: “Oimé Leone! Oimé Leone!” Il padre si informò e, trovatolo Leone innocente, liberollo.

  Morì poi Basilio ben presto nell'886. Leone succedendo strappò gli occhi al Santabareno e Fozio condannollo per sempre allo esiglio, dove morì miseramente.

  [372] Fozio è morto, ma con lui non cessò l'effetto de' suoi scandali. I greci ed i russi dopo tanti secoli seguono tuttavia lo scisma foziano. Miseri, i quali non riconoscete l'autorità del comun padre, il pontefice che vi invita! Non ricordate le parole con cui il Salvatore si indirizzava a Pietro: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”?455... Fino a quando vi lascerete sedurre dallo spirito di Satana?...

Riflessi

1. Indizii di uno spirito cattivo.

2. Michele, imperator dissoluto, incoraggia Fozio allo scisma.

3. Ignazio patriarca, novello Battista, rimprovera suoi delitti incestuosi a Barda456.

4. Fozio aduna conciliaboli.

5. Condotta soave e forte del pontefice Nicolò verso a Fozio ed a Michele.

6. Muore Ignazio e vien riconosciuto patriarca Fozio.





p. 428
446 Originale: Incoraggiavalo.



447 Originale: Teula; cfr. Rohrbacher VI, p. 527.



p. 429
448 Originale: il fratello; cfr. Rohrbacher VI, p. 527.



449 Originale: a condizione che Ignazio rimanga tuttavia come carepiscopo di Fozio»; cfr. Rohrbacher VI, p. 532.



p. 432
450 Originale: al fratello; cfr. nota 48.



451 Originale: il fratello; cfr. nota 48.



452 Originale: Santobareno, ripetuto nel paragrafo; cfr. Rohrbacher VI, p. 686.



453 Diversamente in Rohrbacher VI, p. 688: «[Dell'Amfilochia] Non diede ancor pubblicati se non frammenti, quando il cardinale [Mai] ne diede il testo greco nel primo volume dell'opera Scriptorum veterum nova collectio».



p. 433
454 Originale: Basiglio, ripetuto nel paragrafo; cfr. Rohrbacher VI, p. 730.



p. 434
455 Gv 21, 15-17.



456 Originale: Bardane; cfr. Rohrbacher VI, p. 527.



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