Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Da Adamo a Pio IX (II)...
Lettura del testo

DA ADAMO A PIO IX QUADRO DELLE LOTTE E DEI TRIONFI DELLA CHIESA UNIVERSALE DISTRIBUITO IN CENTO CONFERENZE E DEDICATO AL CLERO E AL POPOLO II

LIV. Chi è la Chiesa di Roma?

«»

- 435 -

LIV.

Chi è la Chiesa di Roma?

  1. [373] Questa Chiesa di Roma contro alla quale si avventavano tanti con ingiurie, che è dessa? E' la buona guida dei popoli, l'ottima madre dei credenti. Riguardate e riconoscetela che ella è dessa e non altra.

  I popoli si succedono, le nazioni talvolta scompaiono, le dinastie periscono; solo la Chiesa sta. Nella Chiesa non mancano personaggi giammai, atti a salvare la società nei maggiori pericoli. Il pontefice san Leone arresta Attila distruttore; altro Leone, egli pure santo, incorona Carlomagno, il difensore della Chiesa, e un terzo san Leone pone il suo petto a difesa de' suoi contro agli assalti dei saraceni.

  2. I privilegi della Chiesa di Roma sono la salvezza della cristiana società. Giovanni occupava la sede di Ravenna ed esercitava con severità il comando. Volgeva ad esercitare oltre i confini la giurisdizione propria. Parlava con plauso di sé, con freddezza della Sede romana. Questo linguaggio spiace ai cristiani di Ravenna, però ne fanno lamento al pontefice Nicolò, il quale rivolto allo arcivescovo sì gli parlò: “Nol sai già che le stelle si ecclissano al cospetto del sole? Rispetta meglio il pontefice di Roma che è il Vicario di Gesù Cristo su questa terra”. Il pontefice sommo è sole che illumina e riscalda e dona vita quaggiù.

  3. Bogori, re dei bulgari pagani, percosso da carestia geme: “Gesù, salvatore dei cristiani, se tu sei il vero Dio aiutami, ché io ti confesserò [374] con il popol mio”. Il missionario Metodio457 sopra una tela dipinta dimostra poi a Bogori la terribile scena di Gesù Cristo giudice. Il re cade ai piedi dello apostolo gridando: “Pagano non più, cristiano sempre con il popol mio”. La Chiesa si abbraccia a quei figli novelli e li riveste di grazia. Il pontefice di Roma manda loro vescovi e - 436 -sacerdoti. Porge quanto può soccorso di danaro e di suppellettile per i templi del Signore e, voltosi a' suoi figli maggiori Lodovico e Carlo il Calvo imperatori, soggiunse: “Voi che siete i maggiori fratelli e più potenti, soccorrete a questi minori fratelli e bisognosi”. Quei sovrani spogliano le loro reggie per donare ai bulgari, e con il dono delle proprie guardarobe inviano alla lor volta, ed all'insaputa di ciò che già fece il pontefice Nicolò, vescovi e sacerdoti, che poi non abbisognando sopra luogo ritornano, dolendosi che altri più fortunati li avessero prevenuti.

  Intanto ambasciatori da Bulgaria si presentano a Roma per ossequiare il Vicario di Gesù Cristo. Il sommo pontefice muove infinita allegrezza, allarga le sue braccia per istringersi a tutti e con amorevole voce parla ai novelli figli così: “Adorate con vivo affetto Gesù, vero Figliuol di Dio e salvator nostro. Siam peccatori; digiuniamo nella Quaresima, tempo sacro di penitenza. Accostatevi pur tutti i giorni od almeno nelle feste ai sacrosanti misteri. Quando vi disponete <a> ricevere le carni dell'Agnello immacolato, siate mondi di cuore e di corpo”.

  In accommiatarli salutolli con vivissimo affetto dicendo: “Riferite a Cirillo ed a Metodio che io li attendo per abbracciarli”. Vennero solleciti e il pontefice baciandoli in fronte disse: “Vi saluto, apostoli del Signore; impongo sulle vostre teste la mitra vescovile e nella destra vi consegno il bastone pastorale perché siate per sempre guida [375] ai popoli che avete chiamato”. Rivoltosi poi a sant'Anscario continuò: “Le chiese di Brema e di Amborgo sieno un popolo solo di credenti e tu, Anscario, metropolita e legato che in quelle regioni settentrionali rappresenti la persona del Vicario di Gesù Cristo. Siate tutti luce al mondo, sale della terra, salute ai popoli”.

  Orico, re di Danimarca, iscorse il cuore della Chiesa madre, comprese l'allegrezza dei figli e disse alla sua volta: “Me ne rallegro io stesso e mando a sì buona madre doni della mia casa”. Questa gli corrispose regali anche più affettuosi e additandogli Anscario disse: “Eccolo un mio figlio che vi ama”. Anscario camminava dietro le orme di san Martino. - 437 -Cibavasi di pane e di acqua; in lavorare salmeggiava. Desiderava dare il suo sangue per la salvezza de' suoi fratelli. Incontratosi in un fanciullo che percorreva dissipato, lo raccolse ed educollo. Chiamavasi Remberto e gli fu discepolo e successore. Sant'Anscario spogliava sé per vestire i poveri. Quando si incontrava nei potenti della terra che succhiano il sangue ai poveri, inveiva con vivissima pietà. Piangeva egli e commoveva altrui al pianto.

  4. “Il pontefice -- scrive il celebre filosofo De Maistre -- è la salvezza dei popoli e la difesa del buon costume, quando una fiera passione, invadendo il cuore di un monarca, minaccia <di> addivenir furente”.

  Nella Francia Lotario era trascinato da affetto impuro per Valdrada. Per isfogare i suoi capricci adunò i vescovi e disse loro: “Tietberga, la regina, è rea di incesto ed è colpevole di aborto; vi pare che il re debba ancor convivere con una donna tale?” Risposero: “Non conviene”. Intanto sottoposta l'infelice ai tormenti della tortura, la costrinsero <a> confessarsi rea. I vescovi, male interpretando il passo [376] di san Paolo: “Melius est nubere quam uri458, permisero a Lotario di unirsi a Valdrada. Tietberga si rivolse allora al pontefice sclamando: “Il padre e salvator mio sei tu”.

  Tantosto il pontefice sommo scrive al re Lotario, e scusandosi questi con dire che si era sposato a Valdrada prima che a Tietberga, papa Nicolò manda suoi legati perché, indetto un concilio a Metz, verifichino tal cosa. Ma in questo concilio, come in altro di Aquisgrana, gli arcivescovi di Treveri e di Colonia subornano gli altri vescovi e gli stessi legati pontificii rendendoli prevaricatori. Nondimeno se prevaricano questi, non prevarica già il pontefice di Roma. Nicolò intima le sue censure ai legati, depone gli arcivescovi di Colonia e di Treveri e annunzia il fatto a tutti i vescovi di Francia, di Germania, di Italia. I legati Gontiero e Teutgado soffrono con mal animo il castigo. Per vendicarsene si fanno presso al re Lodovico gridando: “Così tu sopporti che senza il tuo permesso- 438 - sieno deposti due arcivescovi insigni? Ove se n'andrà la autorità tua? Muovi contro Roma, assali papa Nicolò, incuti rispetto alla persona del sovrano che ci governa”.

  Lodovico si lasciò indurre e fu con formidabile esercito alle porte di Roma. Or che farà il pontefice? Egli geme e prega. Impugna il vivifico legno della Croce e sen viene supplicando con il popol allo altare di san Pietro. Gli avversari assalgono, ma il primo che tocca il santo legno cade morto. Tremano tutti a quello spettacolo e Lodovico messosi ai piedi di Nicolò grida: “Guai a chi tocca il Vicario di Gesù Cristo; io sono il gran colpevole”. Lotario stesso che iscorge Gontiero farsi usurpatore dei tesori delle chiese, grida: “Temerario! Dunque tu osi togliere dallo altare santo i doni del Signore?...”.

  I vescovi si mettono alla lor volta ginocchione [377] dinanzi al pontefice e pregano: “Perdono anche a noi che fummo i colpevoli vili”. Rispose Nicolò: “Obbedite ai re della terra, ma ricordatevi che è scritto doversi prima obbedire a Dio ed al suo vicario in terra”. Il secondo legato pontificio, Rodoaldo, fu invitato <a> giustificarsene al concilio e, non comparendo in seguito a replicati inviti, fu scomunicato.

  Un legato, Arsenio, fu poi da Nicolò mandatò per giudicare la causa di Lotario. Arsenio adunò i vescovi, discusse sul da farsi e chiamato Lotario conchiuse: “Una delle due, o re: o tu rimandi Valdrada e sei salvo, o la ritieni e tosto sul tuo capo scende la maledizion della Chiesa”. Inorridito Lotario disse a Valdrada: “Affrettati a Roma per chiedere misericordia al Vicario di Gesù Cristo”. La colpevole si incamminò, ma fu arrestata a Pavia dove, raggiuntala Lotario, soggiunse deplorevolmente così: “Godiamo intanto che i giorni passano ancor lieti”. A questo mal termine il sommo pontefice scocca i dardi delle sue censure; Lotario se ne duole e si affretta per rimedio a Roma. Soggiunsegli Nicolò: “Se tu sei davvero dolente, io ti assolvo, ma ricordati che con Dio non si scherza”. Lotario non dolevasi punto di cuore; fu assolto nel cospetto della Chiesa ma non già al cospetto di Dio. Ripartissi e fu colto da uno strano malore, per cui perì egli ed i cortigiani complici de' suoi disonorati scandali.

  Il conte Baldovino nelle Fiandre, seguendo il malo esempio - 439 -di Lotario, rapisce Giuditta, figlia di Carlo il Calvo e la sposa. Il pontefice, compreso di zelo, scomunica ancor Baldovino dicendo: “Restituisci la figliuola nelle braccia de' suoi. Domandala, se brami che sia tua. Solo per questo modo ti sarà levato il peso delle mie censure”. Altra donna, Ingeltrude, moglie del conte Bosone, lasciò lo sposo legittimo per aderire ad un valletto [378]dello stesso. Il pontefice mandò ammonizioni e minaccie sue; di poi lanciò la scomunica. I colpevoli si ravvidero.

  Che sarebbe venuto del pub<b>lico costume se opportuna non fosse venuta per riparare la autorità del pontefice?

  Un prete, Rotado, accusato di colpa pessima459, bramò <di> esser giudicato da un'adunanza di vescovi e poi da Incmaro, ma non ottenne. Il pontefice informatone mandò <a> dire: “Quando pure egli si fosse creduto reo di gravissime colpe, ei bisognava aspettare la nostra censura e non definir nulla innanzi conoscere qual460 fosse l'avviso nostro... I metropolitani non sono vescovi d'altro ordine che dell'ordinario proprio”461. Chiamò dunque Rotado a Roma e ve lo tenne per anni due, e non comparendo verun accusatore disse il pontefice: “Io ti restituisco nel ministero delle tue funzioni, ma a condizione che, accusandoti alcuno, tu valga a rispondergli”.

  Per questo modo, chiaro è che i rimedi di tutta la Chiesa cattolica sono i privilegi di Roma. Roma è il sostegno dei troni e la salvezza dell'umanità.

  5. Era l'anno 869. Lotario, re di Lorena, morivasi in quella che Lodovico imperatore adoperavasi alla sconfitta dei saraceni, eterni nemici del nome cristiano. Lodovico non diè passo addietro, ma rivoltosi al pontefice disse: “Io continuo l'impresa affidatami; voi assicuratemi l'eredità del nipote che a me - 440 -si appartiene, il regno di Lotario”. Il pontefice, allora Adriano, invia tosto suoi legati ad Incmaro, influentissimo arcivescovo in Reims, e trova che questi, adunati sei altri vescovi, aveva aggiunto il trono di Lorena a Carlo il Calvo ed a Lodovico nipote, quale discendente di Clodoveo e di Carlomagno. Incmaro se ne scusa con dire: “Riferiscono che le conquiste si fanno mediante le [379] guerre e le vittorie che se ne riportano”. “Patrocinatore di iniquità, -- rispose Adriano -- nol sai già che non bisogna fare agli altri quello che non si vuole sia fatto a se stesso?”462.

  Carlomanno, altro figlio della reale famiglia, fu costretto <ad> entrare in convento, dove dimorando a malincuore fu accusato di congiura contro al padre e fatto acciecare. Carlomanno appellò al pontefice e questi di subito scrisse allo imperial genitore, instò presso ai principi e conti, espose ai vescovi dicendo: “Salvate l'innocente, non condannate il giusto”. Lo stesso arcivescovo Incmaro nello esercizio delle sue funzioni sorpassava il limite della giurisdizione propria. Adriano gli intima: “Uno è il pontefice, successore di Pietro; a lui solo si deve il giudizio dei vescovi che gli dipendono”.

  6. Il copioso regno dei bulgari aveva abbracciato l'evangelo di Gesù Cristo. Il re della nazione, stringendosi ai piedi di Adriano, sclamava: “Dopo che a Dio, io mi attengo al solio del successore di Pietro”. I greci, mal sopportando, corrompevano con doni i bulgari per averli nella comunione propria. Infelice Bulgaria! Si attenne alla liturgia greca e presto si lasciò corrompere altresì dalla eresia greca.

  Erano in Costantinopoli dissolutissimi la setta dei pauliciani, veri camaleonti di infinzioni, ladroni tristi e gente scellerata. I cristiani non potevano tollerarli seco, onde l'imperatore li esulò. Vennero dunque depredando per l'Asia e, congiuntisi con i saraceni, edificarono una città propria ai confini del regno greco, che fu poi come il covo di tutti i ribaldi. L'imperatore mandò gente armata e li distrusse dicendo: “Cessino in un regno cristiano gli scandali degli eretici dissoluti”.

- 441 -  Il popolo degli sciti, o sia dei russi, di tempo in tempo appariva minaccioso intorno a Costantinopoli[380]. Basilio imperatore incomincia da regalare stoffe e più oggetti della civiltà cristiana. Discorre poi loro della religione del vero Dio e li conduce riverenti ai piedi della croce del Salvatore. Scorgendo poi che i saraceni non cessavano da devastare l'Italia, stringe alleanza con l'imperatore Lodovico per iscacciare i bestemmiatori.

  Nondimeno l'imperator greco, sempre ambiziosetto, dolevasi che a Lodovico fosse dato il nome d'imperatore. Rispose Lodovico: “Questo titolo l'ho dagli antichi romani; l'ho sovrat<t>utto dalla Chiesa, ché Carlomagno mio avo, essendo stato chiamato per essere il difensore della Santa Sede, il pontefice sommo in lui ripristinò l'impero dei romani”.

  I napoletani avevano testé prestato aiuto alle armi dei saraceni. Il vescovo di quella città, sant'Atanasio463, dolevasi assai, e Sergio governatore il trattò duramente con prigionie, finché spirò presso Montecassino. Adriano pontefice, venuto a Napoli, sclamò: “Così dunque i cristiani si collegano coi nemici della croce e uccidono i loro pontefici?...”.

  Nell'anno 875 morì Lodovico imperatore a Milano e fu un lutto per la Chiesa e per i sudditi. Adriano, rivoltosi a Carlo re di Francia, disse: “Sialo or tu il difensore della Sede apostolica”. Incoronollo poi a Roma nell'877, e nel concilio di Pontyon attese con lui per riparare ai mali che nella Chiesa e nel regno si erano addensati. Ma Carlo fu indotto <a> portar le armi contro il nipote Lodovico e fu sconfitto da questi nei campi di Lorena.

  7. I normanni profittarono di questa sconfitta di Carlo per innondare il mezzodì della Francia, onde l'imperatore discese a pagar loro un tributo annuo ed a concedere a Rollone, lor fierissimo conduttore, il ducato di Normandia.

  I saraceni profittarono alla loro volta per saccheggiare nella Italia. Il pontefice, allora Giovanni [381]viii, rammaricandosi scriveva a Carlo: “Nei territori di Roma e di Italia si versa il - 442 -sangue cristiano... Chi scampa al ferro e al fuoco è condotto in perpetua schiavitù... I pastori son dispersi e mendicano per vivere, i popoli contrastano colla fame”. E scrivendo anche all'imperatrice Richilde continuava: “Sollecitate il soccorso vostro perché sono minacciati gli asili delle sacre vergini”.

  Indi si affrettò a Pavia per incontrarlo. Strano caso! Qui avvenne che l'esercito di Carlo gridasse: “Viene Carlomanno con poderoso esercito, chi può resistergli?” E si diede in fuga e venuto ai piè del monte Cenisio, Carlo morì. Quei di Carlomanno alla loro volta gridarono: “L'esercito di Carlo è come un nugolo di militi alati; come li potremo incontrare?” In dire ritiraronsi eglino medesimi.

  Il pontefice era minacciato tuttodì dai saraceni. In tale frangente sborsa loro un tributo di 25 mila marchi d'argento e intanto attende per riordinare intorno a sé la Cristianità. Un figlio illegittimo di Lotario, avuto da Valdrada, menava guasti e attentava per avere il solio del genitore. Si dirigono a lui i vescovi gridando: “Tu ti danni, tu ti danni eternamente”. Ed il pontefice: “Lascia, sconsigliato, o sul tuo capo pende la censura del Vicario di Gesù Cristo”.

  Lamberto, duca di Spoleto, s'approssima a Roma e vi entra. Il pontefice Giovanni viii lo riceve come amico, ma questi si protesta di voler dominare nella città. Incarcera dunque Giovanni nel Castel sant'Angelo, percuote i cardinali, vergheggia i sacerdoti e sparge il terrore nella città. Il pontefice intima a Lamberto che il fulmine dell'ira celeste gli viene sopra. E non cessando, scrive raffrenando gli arbitrii di Incmaro stesso e di Ratfredo d'Avignone, e contro Frotario di Bourges464. Intima poi in un concilio universale a tutto il [382] mondo: “Gli usurpatori dei beni delle chiese o, che è peggio, i persecutori delle persone sacre sono scomunicati”. Dopo ciò attende con opportunissime regole per adunare intorno a sé i fedeli credenti.

  Predemiro, signore della Serbia e della Dalmazia, ritorna - 443 -obbediente ai piedi del Vicario di Gesù Cristo. Gli ungheri, condotti da san Metodio, si prostrano dinanzi al pontefice sommo e sclamano: “Un sol Dio, un sol pontefice”. Il pontefice di Roma è il cuore e la vita della umanità. Ungari ossequiosi non sol ricevevano la fede romana, ma lasciato il linguaggio slavo adottano nella massima parte la stessa lingua latina nella liturgia sacra. Tutta la terra è del Vicario di Gesù Cristo. Il divin Salvatore gliela donò.

  8. Assediato novellamente dai saraceni, Giovanni viii volse il guardo ai principi cristiani e trovò che solo Carlo il Grosso di Svevia poteva difendere la Santa Sede. Chiamollo e lo consacrò imperatore. Attese <questi> poi con buon volere, ma non potendo ottenere ammalò nella mente e nel corpo. Si ridusse al convento di Reichenau dove morì.

  Nell'anno 882 i normanni discendono altra volta nella Germania e disertano la provincia di Sassonia, le città di Colonia, di Treveri, di Neustria, del Reno, e nella Francia invadono le provincie e le città percorse dai fiumi. Le città distanti dalle acque erano meno soggette alle invasioni barbariche, ma in questa stagione Reims, che fu salva altra volta, ricadde sotto il nembo dell'impeto barbarico. Incmaro, vedute le campagne coperte da quelle orde, tolse in salvo il corpo di san Remigio e si incamminò a rifugio nei monti. I barbari fecero nella sventurata città quel peggior danno che seppero.

  In quest'anno 882 Incmaro e per l'età e per il cordoglio assai grave morì. Incmaro era avuto in alta stima dai principi[383], dai vescovi e dallo stesso pontefice per tante sue buone doti, ma era anche altiero, inflessibile, astuto, parziale. Come scrittore era più potente di memoria che di ingegno.

  Due anni di poi, <nell'>884, i normanni ricadono sulla Francia e assediano Parigi stessa. Il vescovo, adunati i suoi, difende la città dai forti che si erigono sulla sponda del fiume Senna. Normanni trascinano per lungo cammino le trecento loro navi pei campi e poi ripiombano per mettere a fuoco ed a sacco l'intera Borgogna.

  Né contenti a ciò, si affrettano veloci alla volta di Inghilterra. I conventi delle vergini sacre sono minacciati. Quelle pudiche religiose sclamano: “Non ci rincresce morire, ma - 444 -tanto ci dorrebbe essere deturpate”. Allora si tagliano le labbra inferiori e le superiori, si sformano il viso e appariscono in così orrida guisa ai normanni, i quali vedute tosto le trucidano. Il re degli estangli sant'Edmondo muove a difesa, ma appena può ottenere che i barbari non massacrino tutti i vecchi e i fanciulli e non abbrucino tutti i Libri santi ed eguaglino al suolo i templi consacrati.

  9. Ma è vero che nei maggiori pericoli la Chiesa ha sempre i suoi difensori. Dalla Chiesa educato uscì Alfredo il Grande, il quale era giovine bensì, ma nell'889 scorgendo che i normanni altra volta condotti dal terribile Astingo465 minacciavano esterminio generale, gridò sulla sua spada: “Non più, non più tanto flagello od io stesso me ne morrò”.

  Consultò i Libri santi, e come già Mosè nel deserto, egli nel suo regno d'Inghilterra divise i popoli così. Un consiglio di seniori porgevano aiuto al sovrano. Il popolo divise in decurie ed in centurie di famiglie con un capo proprio. E vi impose nelle regioni il confine delle contee e dei distretti. L'ufficio dei giurati incominciò da questo punto. Non era fra loro un esercito permanente[384], ma all'uopo tutti accorrevano all'armi.

  Si vedeva nettamente che chi trasgrediva la legge offendeva certamente Iddio. I delitti pessimi di scandalo, di scelleratezza, di uccisione, di rapina punivali la Chiesa con alcuni anni di digiuno, di pellegrinaggio, di penitenza. I delinquenti si ricevevano quand'erano davvero dolenti. In questo la Chiesa è maestra a tutte le legislazioni, le quali con il rigore delle carceri, del silenzio o del lavoro forzato, impossibile è che ottengano la conversione dei cuori. Non così la Chiesa, la quale in tutto e sempre mostra cuore di madre.

  Alfredo, educato dalla Chiesa, chiamò da Francia i monaci Grimbaldo e Giovanni per ristorare gli studi in quella nazione. Entrarono nella scuola di Oxford, che reggevasi con il metodo introdotto da san Gildo. Grimbaldo466 ebbe molto a - 445 -sostenere di patimenti. Stanco del mondo, si ritrasse al monastero di Winchester467 e chiuse santamente i suoi giorni.

  Alfredo si applicò egli stesso a tradurre ottimi libri, concorse per adunare concilii; trovato un di quei bambini che spesso i normanni abbandonavano fra i rami di un albero o presso un cespuglio, il battezzò, chiamandolo Nestingum468, che vuol dire: “trovato nel nido”.

  Alfredo era salito in tanta fama che personaggi cospicui muovevano a gara dalla Francia, dalla Germania, da Italia per visitarlo. Guerriero intrepido, sostenne trenta campagne contro i saraceni e ne riportò trenta vittorie. Nella Spagna ricostrusse la divotissima chiesa di San Giacomo di Compostella, santuario onoratissimo del corpo di san Giacomo apostolo che ivi è sepolto. Eresse più altre chiese episcopali e meritò per tante sue opere eccellenti il titolo di Grande469.

  Così i figli devoti crescono illustri alla scuola di una madre santa. Chi è dunque la Chiesa di Gesù Cristo? Additatela pure a tutti: ell'è madre [385] pia e guida fedele a tutti quelli che la riguardano con fede e con affetto.

Riflessi

1. La Chiesa di Roma, chi è dessa?

2. I privilegi della Chiesa di Roma salvano la società.

3. Conversione dei bulgari e dei danesi.

4. Il pontefice difende il buon costume contro le dissolutezze di Lotario re e di Baldovino conte.

5. Lodovico si fa difensore della fede contro ai saraceni. Carlo470 il Calvo e Carlomanno.

6. I bulgari poco a poco aderiscono allo scisma greco. Pauliciani - 446 -in Costantinopoli, russi nella capitale greca. I napoletani s'uniscono ai saraceni. A Lodovico succede Carlo.

7. I normanni innondano la Francia, i saraceni l'Italia. La Cristianità guarda a Roma e ne ha sollievo.

8. Carlo il Grosso accorre in difesa del pontefice.

9. Alfredo il Grande nella Inghilterra.





p. 435
457 Originale: missionario san Metodio; cfr. Rohrbacher VI, p. 553.



p. 437
458 1 Cor 7, 9.



p. 439
459 Diversamente in Rohrbacher VI, p. 572: «Rotado vescovo di Soissons avea, col sufragio di altri trentatré vescovi, deposto un prete della propria diocesi fattosi reo di peccato carnale e disonorato presso il mondo».



460 Originale: conoscere, e qual.



461 Più chiaramente in Rohrbacher VI, p. 576: «[Nicolò I] osserva san leone che i metrolitani non sono d'un altro ordine da quello dei vescovi».



p. 440
462 Tb 4, 15.



p. 441
463 Originale: san Gregorio; cfr. Rohrbacher VI, p. 656.



p. 442
464 Originale: di Incmaro e di ratpedo d'Avignone e contro Frotasio di Bourgeoi; cfr. Rohrbacher VI, p. 675, p. 677.



p. 444
465 Originale: Asterigo; cfr. Rohrbacher VI, p. 713.



466 Originale: Giovanni; cfr. Rohrbacher VI, p. 717.



p. 445
467 In Rohrbacher VI, p. 717: «Vinchester».



468 Originale: ; cfr. Rohrbacher VI, p. 719.



469 In Rohrbacher VI, p. 721, gli episodi qui riassunti (Gueriero intrepido [...] il titolo di Grande.) sono riferiti allo spagnolo Alfonso III il Grande invece che ad Alfredo il Grande d'Inghilterra.



470 Originale: Lodovico; cfr. Rohrbacher VI, p. 637.



«»

IntraText® (VA2) Copyright 1996-2016 EuloTech SRL
Copyright 2015 Nuove Frontiere Editrice - Vicolo Clementi 41 - 00148 Roma