Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Da Adamo a Pio IX (III)...
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DA ADAMO A PIO IX QUADRO DELLE LOTTE E DEI TRIONFI DELLA CHIESA UNIVERSALE DISTRIBUITO IN CENTO CONFERENZE E DEDICATO AL CLERO E AL POPOLO III

LXX. Non siamo già schiavi ma liberi

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LXX.

Non siamo già schiavi ma liberi

  1. [70] Noi cristiani lo protestiamo al cospetto degli uomini di tutto il mondo: noi non siamo già figli di madre schiava, ma siamo figli di madre libera83 Il Signore ha fatta libera santa Chiesa, sua sposa, e noi siamo i figli di una genitrice libera. Noi siamo liberi nella mente per intendere ogni bella virtù, liberi nel cuore a fin di praticarla.

  Ci accusano i nostri avversari perché nel discorrere in materia di religione noi, lasciato il più delle volte il sistema oratorio, ci atteniamo al modo scolastico. Ma gli è perché il metodo scolastico in poche parole abbraccia immense verità, è perché con una catena di discorso detto sillogistico stringedavvicino gli avversari che più istrappare84 non possono. Vedremo però anche Martin Lutero e seguaci infuriare contro

- 586 -questo sistema e dirlo retrogrado, impeditivo dello sviluppo umano nelle sc<i>enze e nelle industrie, cavilloso e sottile.

 

  Ma vi rispondono con trionfi e la ragione e il fatto che con il metodo scolastico avvenne appunto il contrario. La solfa musicale, il telescopio, la bussola, l'applicazion del vapore, gli orologi a ruota, i molini a vento, le vie marittime, la rotondità della terra, il pingere sul vetro e ad olio è tutta scoperta dei tempi della scolastica.

 

  Pazzi quei nottiglioni che in pien meriggio si lagnano di oscurità. Perché non istendono le pupille al sole? Noi siamo liberi di intendere il bene e di amarlo.

 

  2. Pietro detto Lombardo, figlio di poverissimi genitori[71] in quel di Novara, sospirò al vero ed al bene. Obbediente alla voce del cuore, si riduce a mendicare lezioni di scienza nelle università di Francia, finché egli stesso è creato maestro nelle scuole, vescovo nella città di Parigi ed è proclamato da dotti del secolo xii fino ad oggidì Maestro delle sentenze. In un libro intitolato Delle sentenze Pietro, quasi Aristotile novello, aduna in materia ecclesiastica lo scibile di quei tempi, e con modestia propria dei grandi l'addita con rispetto a tutti gli amanti del vero e del bene.

 

  Pietro Lombardo scende poi nel sepolcro ed è compianto da tutti. Tre personaggi illustri si eleggono perché provvedano un degno successore alla città divenuta orfana. L'un d'essi, Maurizio di Sullì, s'eleva a dire: "Io non posso promettere affatto sulla fede di altri perché addentro profondamente non posso leggere, ma ben posso pronunciare su di me. Io amo la verità e vo' praticar il bene. Se mi volete per vescovo, io vi sarò maestro premuroso, padre amante". I cittadini di Parigi in genere, i poveri in ispecie ebbero poi sempre a rallegrarsene d'aversi altro vescovo santo.

 

  3. A difendere la santa libertà della Chiesa e dei popoli sant'Isidoro di Siviglia raccolse la sua Collezion dei canoni, che poi Graziano estese in un libro proprio che ecclissò tutti gli altri. Graziano nomavasi Laborans85 per il suo faticare instancabile.

 

- 587 -  <4.> Un figlio di poverissima famiglia inglese, amantissimo del vero e del bene, viene elevato alla prima dignità della terra con il nome di Adriano. Pietro Lombardo, stando vescovo di Parigi, in presentarglisi la propria madre in ricche vestimenta si dolse dicendo: "Questa non è mia madre!" Poco stante gli si presentò in abito proprio di contadinella e allora la abbracciò con tenerezza.

  Adriano voltosi alla Chiesa di Cantorberì pregò: "Oh, raccomando alla carità di questa Chiesa la povertà [72] della mia genitrice. Supplicate il ciel per me, ché essendo divenuto padre agli uomini della terra, io possa provvedere a tutti con cuore di genitore amante".

  In Roma il sedizioso Arnaldo da Brescia continuava <a> commuovere i popoli ed eccitarli al sangue. Adriano parevane in patimento d'agonia come Gesù nell'orto. Interdisse alla città, scomunicò i colpevoli. Arnaldo consegnò al braccio secolare, che a punirlo di tante scelleratezze fatte accadere il consegnò alle fiamme e ne gittò nel Tevere le ceneri a disperdere. Castigare più costa di affanno al padre che di pena al figlio, ma che fia quando il ribelle ne minaccia la rovina della intera famiglia?

  Arnaldo aveva osato far pendere sua spada sacrilega sul capo al Vicario di Gesù Cristo, che per ciò dovette riparare nel castello di sant'Angelo. Ma ne uscì con applauso vivissimo de' suoi figli. Lo stesso Enrico ii d'Inghilterra salutollo dicendo: "Voi siete il padre dei re e dei popoli, il mediatore tra l'oriente e l'occidente".

  La libertà è fra i cristiani perfino in far conoscere i propri torti. "Che dicon di me e della Chiesa?", interrogò Adriano. E Giovanni di Salisburì rispose86: "Ha di quelli che sostengono essere talvolta la Chiesa quasi matrigna...". "E voi che ne dite?" "Imbrogliatissimo sono a darne la risposta, ma perché il volete, dirovvi che sento anch'io come il cardinale Guido - 588 -Clemente, cioè in persona della Chiesa è un fondo87 di fallacia e di avarizia che è causa di molti mali". Aggiunse il pontefice:  "Dite che tutti preghino per il papa Adriano. Ma perché non abbiate ad ammirarne soverchiamente, io vi domando: quando sta bene lo stomaco, non è vero che stanno meglio tutte l'altre membra del corpo? Così quando la Chiesa è provvista, ella può di cuore giovare alle membra de' suoi figli sparsi sulla faccia della terra".

  5. Il pontefice in questi secoli era riverito per quegli che egregiamente fu salutato da Enrico ii [73] d'Inghilterra il padre dei re e dei popoli.

  I regni d'Europa erano feudo della Santa Sede. Le isole, compresa la stessa Inghilterra, s'avevano come proprietà del pontefice. In questo senso il papa permise che Guglielmo Conquistatore movendo88 coll'armi dominasse l'Inghilterra sotto gli ordini della Santa Sede. Per questo stesso, e perché l'Irlanda era tiranneggiata da piccoli re e le chiese spogliate e le mense vescovili vendute all'incanto, per questo dico, ed allo scopo di provvedervi papa Adriano permette ad Enrico ii di prendere possesso di quelle regioni. Scriveva poi lo stesso Enrico al pontefice nel 1173: "Il regno d'Inghilterra è di tua giurisdizione, e per l'ob<b>ligo del diritto feudale io non mi riconosco soggetto ad altri che a te. L'Inghilterra apprenda dunque il potere del pontefice romano, e poiché egli non usa armi materiali, difenda colla spada spirituale il patrimonio di san Pietro".

  Figlio illustre in vendicare alla propria madre la sua libertà fu san Tommaso arcivescovo di Cantorberì. Il visconte Gilberto89, cancelliere di Enrico ii, venuto fra' turchi e incontratosi colla figlia di un emiro, fu interrogato così: "Per il tuo Dio saresti tu disposto a dare la vita?" "Sì, certamente", rispose Gilberto. "Ebbene -- aggiunge quella -- io desidero esserti sposa perché tu mi saresti fedele". Ma furono ambedue scoperti - 589 -e messi in carcere, essendo delitto di morte per una musulmana desiderare la destra di un cristiano. Or Gilberto fuggissi e ritornò a Londra. La giovine donna poté alla sua volta evadere e pervenne all'Inghilterra. Non sapeva dir altro che queste due parole: "Londra! Gilberto!" E posesi per le vie di quella capitale a gridare: "Gilberto! Gilberto!" finché si trovarono e si congiunsero, previo il permesso del vescovo. L'emirina ricevette il Battesimo.

  Divenuta madre, educò il suo figlio Tomaso nella divozione alla Vergine ed al santo timor di Dio. Tomaso venuto due volte in gran pericolo di vita fu provvidenzialmente salvo. Crebbe [74] poi in virtù ed in sapienza tanto che Enrico il volle cancelliere, o sia primo dopo il re nel governo dello Stato.

  Tomaso, dovendosi nei viaggi attenersi al costume del proprio grado, camminava in vettura di 12 cavalli con bardature ornate in oro ed in argento. Accompagnavano ufficiali d'onore e servi che recavano gli arredi per la cappella, il vasellame, gli arredi da letto, le vestimenta e simili. Parte dei cavalli recava sul dorso uno scudiero con un falco e con una scimmia. Recavansi botti di birra per dare al popolazzo allo ingresso in una città.

  Giovanni di Salisburì, a ritrarre da tante sontuosità l'animo di Tomaso, gli dedicò il libro suo I diletti dei cortigiani. Altro suo libro detto Metalogico, o apologia della buona dialettica, dedicò ad altri.

  <6.> In servizio ed a difesa della Chiesa lavoravano il venerabile Pietro, abate di Clunì, e Pietro di Celle, operosissimo monaco che di continuo era consultato dai dotti del suo tempo e dal pontefice Adriano incaricato ad evadere in due anni a 56 cause; scrisse De' pani, Della disciplina claustrale allo scopo di ravvivare la già celebre abadia di Clunì che si faceva decrepita. In presentare suoi libri diceva: "Non abbiate in uggia questo meschino lavoro che contro voglia vi presento". Le scuole di Reims, di Chartres, del Bec90, di Liegi, di - 590 -Tournai avevano maestri assai reputati che nel secolo xii sparsero ovunque vivissimi sprazzi di luce.

  Gli ebrei stessi si ebbero emulazione a studiare la propria religione, onde sorse fra loro rabbì Salomone, che fu salutato interprete della Legge e principe dei commentatori. Emersero pure tre fratelli Kimchi91, Aben-Ezra e Maimonide92, il più celebre fra tutti, che poi eccitò scintille di discordia fra gli ebrei di Spagna e di Francia. I maomettani di cinque filosofi che si ebbero il più rinomato è Averroe.

 

  7. Ma la Chiesa non solo fa liberi e la mente e il cuore de' suoi figli, ma ne protegge insieme le [75] persone contro alla tirannide dei prepotenti. Federico imperatore aspirava a farsi salutare sovrano di tutti i popoli. Da lungo tempo i tedeschi dominavano in Italia, ma raro era che vi si mostrassero, ond'è che le città governavansi in istato libero, e fra loro firmavano trattati di pace e di com<m>ercio. I milanesi crescevano potenti, e questi non piacevano a quei di Lodi.

  Or accadde che due lodigiani, casualmente trovatisi in Costanza quando Federico adunava la dieta, esposero i malcontenti che i propri concittadini pretendevano ricevere dai milanesi. Rispose Federico: "Orbene, io vi accompagno con lettera, e se Milano non vi fa ragione, verrò io in persona". E Milano stracciò la lettera di Federico, ond'egli comparve con sue truppe presso a Piacenza sulle pianure di Roncaglia. Como era con Lodi. Le città poi di Crema, di Brescia, di Piacenza, di Asti, di Tortona giurarono di non abbandonare la loro alleata Milano.

  L'imperatore si volse sopra Tortona e l'assediò, dopo aver castigato Asti. I tortonesi morivano di sete ma rispondevano:  "Non accadrà giammai che noi manchiamo al giuramento fatto ai nostri alleati". Né potendo più reggere, ripararono altrove. Federico incendiò e rase al suolo Tortona e poi si vantava di clemenza con dire che aveva permesso ai cittadini di

- 591 -fuggirsene. E costui gli arnaldisti proclamavano con buon gusto imperatore dell'universo!

  <8.> Per vigore Federico sarebbe stato un Carlomagno, ma era feroce e superbo. Incoronato a Roma nel 1155, ebbe a sostenere una battaglia sanguinosa con gli arnaldisti perché non si fu prima inchinato <a> loro. Una moria miseranda entrò nel suo esercito. In ritornare corse pericolo di essere sommerso nell'Adige dai cittadini di Verona. Pervenuto poi alla sua Germania, ripudiò Adelaide perché sterile, con pretesto che gli era parente, e si congiunse a Beatrice che [76] gli recò in dote le provincie di Borgogna con molte città.

  Eskilo, arcivescovo di Lunden, aveva ricevuto in passare dall'imperator tedesco maltrattamenti ingiuriosi, onde Adriano gliene scrisse dicendo: "Se tu avessi da noi ricevuti ancor maggiori beneficii di quelli che già ti conferimmo, noi ne godremmo, ma come osasti non curarti dei canoni e delle persone ecclesiastiche?" Rispose Federico: "Dunque il papa pretende <di> avermi donato l'impero?" Rolando aggiunse: "Il tuo antecessore Enrico promise <di> essere difensore della Chiesa e disse: Dal papa ho ricevuto la dignità regia e la imperatoria". I vescovi cortigiani che circondavano Federico gridarono: "Così avvilisci la dignità imperiale?" e costrinsero Rolando a fuggirsene.

  Egli stesso Federico marciò sopra Milano, che dichiarò nemica dello impero. Milanesi avevano ottenuto che i lodigiani si facessero alleati con semplice giuramento. A Bologna Federico adunò gli avvocati della città e domandò: "L'imperator di Germania non è, secondo il diritto, sovrano del mondo?" Risposero quei vili: "Lo siete secondo la sovranità; quanto poi alla proprietà è dubbio". Federico promise regali se decidevano il tutto in suo favore. Cotal legisperito che volle in qualche punto contraddirlo perdé il dono d'un cavallo e dolevasene poi così: "Amisi equum93, quia dixi aequum, quod non fuit aequum".

  Il metropolita di Milano in sua prolissa diceria salutò Federico- 592 - unico imperator di Roma e del mondo. Federico guardò a Monza che dipendeva per diritto da Milano e gliela sottrasse. Pretendeva <di> insignorirsi di Genova, ma quelli si difesero con tanta alacrità che Federico fu costretto <a> contentarsi di un tributo annuo.

  Di poi si volse allo assedio di Crema. Gli animi invitti di quella città difendevansi come leoni, quando Federico pose mano su alcuni fanciulli [77] dei più ragguardevoli patrizi e li appese vivi alle torri mobili di assalto. I padri in vederli gridavano: "Morite pure per la fede e per la patria. Vi seguiremo ben tosto. Meglio morire che vivere in ischiavitù barbara". Federico spiana al suolo la città di Crema. Il pontefice se ne dolse ai vescovi lombardi che non avessero mostrato maggior fermezza; se ne dolse a Federico, ma questi rispose: "Sono io l'imperator del mondo".

  9. Or Adriano fu dal Signore chiamato al premio del paradiso. Federico intese eleggere in Ottaviano un pontefice di suo genio, ma non ottenne. Tostamente i cardinali in numero di 22 elessero Rolando di Siena94, e benché ripugnante lo consacrarono pontefice con il titolo di Alessandro, terzo di tal nome.

  Tre cardinali avevano eletto Ottaviano e lo presentarono, ma non fu ricevuto. Ottaviano strappò la cappa di dosso ad Alessandro. Nell'eccesso d'ira se la indossò e <la> rovesciò, onde lo si disse eletto a rovescio. Prese il nome di Vittore e si presentò a Federico che gli baciò il piede e il condusse a cavallo.

  Ma l'imperatore rodendosi per Alessandro, scrisse a Costantinopoli ed a Gerusalemme, scrisse in Germania e adunò un conciliabolo a Pavia per far credere che il papa fosse Vittore. A tale scopo fece scomunicare Alessandro. Ma il vero pontefice anatemizzò Ottaviano e suoi fautori. E mentre tutti tacevano allo invito di Federico, sorsero strenui difensori a mo' di Atanasio e di Basilio in diverse regioni.

  10. In Germania Eberardo, arcivescovo di Salisburgo, edificava - 593 -conventi allo scopo di condurre a perfezion cristiana religiosi e religiose esemplari. Eberardo95 era da tutti amato qual padre e Federico stesso non potea non portargli rispetto. San Pietro di Tarantasia s'avvolgeva armato di cilizio;[78] sentendosi poi chiamar santo fuggì e si durò stento a ritrovarlo.

 

  I monaci cistercensi furono dallo imperatore minacciati di scacciamento, ma eglino non lasciavano per ciò d'aderire anche più fermamente ad Alessandro. Sant'Antelmo96, di nobile famiglia savoiarda, venuto per diporto a visitare i certosini dimorò in mezzo a quelli. In tempo di cruda vernata una valanga di neve aveva rovinate le celle e sepolti molti religiosi, ed egli si diede a ristorare le capanne e ripopolare quel deserto a guisa di novella Tebaide. Proclamato vescovo di Belley, fuggì atterrito. Rinvenuto, egli appella al pontefice il quale gli intima: "Non obbedire è come affidarsi agli indovini"97. Antelmo emette un profondo sospiro e si accontenta di essere consacrato.

  Altri personaggi sapienti e pii, come Odone cardinale e come più altri, difendevano il vero pontefice. Egli, Alessandro, mentre mostrava tanto compatimento per Ottaviano fino da piangerne, aveva abborrimento sommo alla sua iniquità. Venutagli sotto agli occhi una lettera dello stesso antipapa, sollevolla con due pezzetti di legno e poi la consegnò alle fiamme.

  I re di Francia e di Inghilterra adunano concilio a Tolosa e riconoscono Alessandro, in quella che Federico in guerra coi milanesi è dagli stessi sbaragliato. Ma il barbaro, ritornato con esercito formidabile, assedia nuovamente Milano e la costrinse a patimenti crudissimi. I maggiorenti, per impedir che tutti non muoiano, si presentano supplichevoli ed a spada sguainata allo imperatore in Lodi98, il quale risponde così:  "Comando che tutti usciate di città al campo". I milanesi obbedirono e intanto stavano trepidanti, quando Federico appiccato - 594 -il fuoco arse intiera quella magnifica metropoli, la eguagliò al suolo, ne sparse di sale il terreno, e fecevi passar sopra i carri di campagna. Un grido di compassione esce dal petto di tutti i lombardi e perfino dai cittadini avversi. Tutti giurano di rivendicare tante barbarie. Era il 25 marzo [79] 1162.

  Federico in atto di trionfatore venne a Roma e disse: "Io mi farò difensore della Chiesa, ma vo' che Alessandro rinunci al soglio pontificale". Rispose Alessandro: "Dunque il Vicario di Gesù Cristo è vostro vil servo?..." e si allontanò da Roma. Una sferzata di sole colse allo indomani i soldati suoi che morirono in maggior numero. Caddero molti della corte stessa e alcuni della famiglia imperiale. Federico, schernito e battuto nelle città italiane, fu costretto <a> traverstirsi da valletto per ridursi salvo in Germania. I lombardi presero animo ad edificare fra la Bormida e il Tanaro una città, Alessandria, dal nome del pontefice, atta per difendere i primi scontri. Alessandro vi eresse un vescovado. La nuova città appena edificata poté armare 15 mila soldati.

  11. Federico non pareva atto che a fabbricare antipapi. Ottaviano era morto impenitente. L'imperatore gli fece succedere l'antipapa Pasquale e a questi l'antipapa Guido99. Intanto convocò un'adunanza in Borgogna dei principi d'Europa dicendo: "In questa conferenza si discernerà qual sia il vero pontefice; che se udrassi essere Alessandro, io lo venererò innanzi a tutti". Ma in fatto Federico voleva impossessarsi di Luigi re di Francia. Però venne con numeroso esercito, accompagnato dai re di Boemia e di Danimarca. Il re d'Inghilterra se n'avvede e Luigi se ne fugge. Così il cielo protesse gli innocenti. La famiglia di Federico cadde nel nulla del disonore. Quella di Luigi dominò fino a' nostri più che un trono d'Europa.

  12. Valdemaro, re di Danimarca, tolse occasione per ottenere da Alessandro pontefice la canonizzazione del proprio - 595 -padre, san Canuto martire. L'arcivescovo di Lunden ne celebrò con pompa le feste. Si stese<ro> trattati di pace fra Danimarca e Norvegia. Valdemaro mandò missionari fra i rugi100, i quali erano ritornati pagani per mancanza di sacerdoti. Al posto di onore di san Vito, loro antico patrono, avevano surrogato [80] un idolo mostruoso detto Santovito101, a quattro teste, che poi fu rovesciato con orrendo scotimento. Valdemaro a mezzo di santi missionari strappò pure dalla Svezia gli abusi esecrandi di gente che viveva di incesto e di madri che soffocavano le prole.

  Alessandro pontefice rientrò a Roma applaudito dal popolo che l'incontrò con rami d'ulivo. Scorse poi che a Costantinopoli era qualche argomento a credere che i greci ritornerebbero all'unità e per questo intimò un concilio a Santa Sofia. Si discusse a lungo sottilmente, ma i vescovi greci ricorrevano a sotterfugi. Stefano non sapendo che ridire aggiunge: "Io non posso parlare finché non abbia conferito col mio arcivescovo". Gli fu risposto: "Voi fate come lo scolaro che non vuol dire a per timore che lo sforzino ad apprendere le altre lettere dell'alfabeto"102.

  Onde103 Alessandro valse a confortare i lombardi contro Federico. Verona, Vicenza, Padova, Treviso si ob<b>ligarono con giuramento a difendere la libertà della Chiesa e riedificare la città di Milano. San Galdino vescovo piangeva sulle rovine della capitale lombarda, e benché infermo era tutto a tutti per incoraggiare il ristauro della patria diletta. Essendo morto a Lodi il vescovo scismatico, san Galdino vi surrogò104 sant'Alberto.

  Federico colse d'assedio Verona, ma fu costretto <ad> abbandonarla non appena s'avvide che le città lombarde gli - 596 -erano avverse. Allora si congiunse in amicizia coi conti e attese per seminare fra le città la discordia, ma nulla ottenne. Si rivolse parimenti a Francia ed a Danimarca per istaccarle dall'unità della Chiesa e ne è deriso. Nella dieta di Bamberga aduna i grandi per separare dallo stesso pontefice le repub<b>liche italiane, fingendosi riconciliare colla Chiesa, ma anche in questo luogo rimase deluso.

  13. Una riconciliazione verace praticavala il sacerdote Lamberto105, che predicando contro all'abuso dalle investiture ottenne che nel Belgio 66 canonici [81] rassegnassero loro benefici simoniacamente ricevuti. Egli, semplice sacerdote, riformava il pub<b>lico costume. Nella sola città di Gand adunò mille e quattrocento giovani zitelle che professando voto di castità vivono fino ad oggidì esemplarissima vita. Eroismo pari, in atto di difender la patria, mostrarono gli anconitani con respingere gli assalti dei veneti. Un sacerdote con immenso pericolo si fece presso alle navi nemiche e salvò la patria.

  14. Quanto a Federico, ei parve nato per essere il flagello della umanità. Nel 1174 discese dal Moncenisio e incendiò Susa. Approssimatosi alla città di Alessandria, la cinse d'assedio. Quei di dentro per illudere Federico mandano fuori una giovenca piena di frumento per dire che le vittovaglie non venivano meno. Intanto venne l'aiuto dei lombardi. Federico colto da spavento gridò: "Mi sommetto a Roma". I milanesi non gli crederono. Muniscono un esercito di 900 <soldati> che chiamano squadra della morte, perché è composta di prodi i quali hanno fatto sacrificio di sé in pro della fede e della patria. Altro drappello di 300 scelto tra i figli dei patrizii circonda il carroccio, che è come la loro arca dell'alleanza. Né mal s'apposero, ché Federico scese con esercito agguerrito.

  Era il giorno 3 giugno106 1176. La squadra della morte invoca Dio, san Pietro, sant'Ambrogio in suo aiuto. Di poi come un nembo s'avventa contro agli avversari. Ne menano

- 597 -sanguinosissima strage. I fuggitivi li precipitano nel Ticino. Federico è creduto morto. Le pianure di Legnano son coperte di cadaveri. L'imperatore ricompare fuori dal mucchio di tanti morti e si presenta gridando: "Voglio la pace; datemi la pace". Invoca che il pontefice Alessandro discenda in Lombardia ed egli si mostra nel tempio di san Marco in Venezia. Federico mandò suoi legati e intanto dimorò fuori città.

  Il pontefice chiamò i maggiorenti del regno di Napoli coi quali l'imperatore [82] aveva lite. Attese sovrat<t>utto i legati di Lombardia, ed a questi dirigendo primo il discorso parlò:  "Voi intrepidi mi siete stati compagni nell'ora di pericolo, ora è giusto che nello interesse presente oda il consiglio vostro". Risposero i legati "Verissimo! Noi non abbiamo mosso dito di mano o di piede senza il consiglio della Santa Sede. Or disponete pure di noi come di figli e di servi vostri".

  Alessandro avrebbe voluto pace assoluta, ma non potendola avere perpetua disse: "Federico giurerà pace per 15 anni con il re della Sicilia. Con i lombardi poi giurerà tregua per anni sei, e si guarderà da mover le armi contro a Costantinopoli". A queste condizioni Federico fu lasciato entrare in Venezia. L'imperatore avrebbe voluto in suo pro le terre di Matilde, ma il pontefice rifiutossi recisamente. Nondimeno Federico si inginocchiò ai piedi del Vicario di Gesù Cristo. Promise di giurare la pace e l'attese. Allora gridò Alessandro:  "Anatema a chi si attenta <di> disturbare la pace". Risposero i maggiorenti: "Anatema! Anatema!" e accostatisi Federico e il pontefice, i principi di Germania ed i conti d'Italia giurarono sui santi Evangelii così: "I cristiani son figli liberi d'una madre santa. Liberi sempre e schiavi giammai. Sia scomunicato chi s'attenta di stringere in catene la Chiesa del Signore ed i figli suoi".

 

Riflessi

 

1. In sostegno del metodo scolastico.

2. Pietro Lombardo.

3. Sant'Isidoro e <la> Collezion dei canoni.

- 598 -4. Papa Adriano.

5. Enrico ii d'Inghilterra. San Tomaso di Cantorberì.

6. Ven<erabile> Pietro di Clunì.

7. Battaglia di Roncaglia tra lombardi e Federico.

8. Federico incoronato a Roma nel 1155. Adriano e Federico. Giureconsulti bolognesi. Crema abbattuta.

9. [83] Alessandro iii contro l'antipapa Ottaviano.

10. Eberardo, cistercensi. Milano distrutta. Sorge Alessandria.

11. Antipapi di Federico.

12. San Canuto. Alessandro iii rientra in Roma. Lega lombarda.

13. Buone conciliazioni di Lamberto.

14. Federico dopo la rotta di Legnano si umilia al pontefice in Venezia.

 





p. 585
83 Gal 4, 31.



84 Lezione probabile: scappare; «Se alcun articolo della fede comune veniva intaccato da eretici, ecco tosto i dottori della Chiesa difenderne la verità [...] con una logica ed una dialetticastringente che all'errore non riamneva più via da scappare», Rohrbacher VIII, p. 382.



p. 586
85 Diversamente in Rohrbacher VIII, p. 392: «[...] l'opera di Graziano fu rifusa con un altro ordine dal cardinal fiorentino, soprannominato Laborans, cioè il lavoratore, a cagione della sua indefessa applicazione allo studio».



p. 587
86 Originale: E Pietro di Blois rispose; cfr. Rohrbacher VIII, p. 405.



p. 588
87 Originale: cioè nella Chiesa un fondo; cfr. Errata corrige.



88 Originale: morendo.



89 Originale: Gilberto, ripetuto nel paragrafo ; cfr. Rohrbacher VIII, p. 409.



p. 589
90 Originale: di Bu; cfr. Rohrbacher VIII, p. 420.



p. 590
91 Diversamente in Rohrbacher VIII, p. 421: «Tra altri rabbini di nome Kimchi, originari di Narbona, viveano a' quei tempi, ed erano Giuseppe ed i suoi due figli Mosè e Davide».



92 Originale: Maimonde; cfr. Rohrbacher VIII, p. 422.



p. 591
93 Originale: poi così: «Quod amisi equum; cfr. Rohrbacher VIII, p. 453.



p. 592
94 Originale: Rolando vescovo di Siena; cfr. Rohrbacher VIII, p. 469.



p. 593
95 Originale: Eberando, ripetuto nei Riflessi; cfr. Rohrbacher VIII, p. 489.



96 Originale: Anselmo, ripetuto nel paragrafo; cfr. Rohrbacher VIII, p. 496.



97 Cfr. 1 Sam 15, 23.



98 Originale: Pavia; cfr. Rohrbacher VIII, p. 508.



p. 594
99 Diversamente in Rohrbacher VIII, p. 541: «[... fu eletto] per antipapa il cardinale Guido di Crema, un de' due superstiti, sotto il nome di Pasquale III».



p. 595
100 Originale: regi; cfr. Rohrbacher VIII, p. 526.



101 Originale: Sanvitto; cfr. Rohrbacher VIII, p. 526.



102 In Rohrbacher VIII, pp. 532-535, l'episodio qui riassunto (Stefano non sapendo [...] dell'alfabeto».) invece che al concilio di Santa Sofia a Costantinopoli nel 1166.



103 Lezione probabile: Indi.



104 Originale: vescovo scismatico san Galdino, ei vi surrogò; cfr. Rohrbacher VIII, p. 546.



p. 596
105 Originale: Samberto; cfr. Rohrbacher VIII, p. 614.



106 Originale: gennaio; cfr. Rohrbacher VIII, p. 618.



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