Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Da Adamo a Pio IX (III)...
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DA ADAMO A PIO IX QUADRO DELLE LOTTE E DEI TRIONFI DELLA CHIESA UNIVERSALE DISTRIBUITO IN CENTO CONFERENZE E DEDICATO AL CLERO E AL POPOLO III

LXXII. Forza morale

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LXXII.

Forza morale

  1. [103] Più che la forza materiale, la quale impone ai monti ed ai mari di obbedirle, vale la forza morale, che con un accento di parola soggioga le volontà degli uomini della terra. Padrone più universale della forza morale quaggiù è quegli che più davvicino e per grado di autorità e per merito di virtù si avvicina alla grandezza dello Altissimo. Per l'altezza di dignità, grande è la forza morale di colui che in terra tiene

- 617 -le prime veci di Gesù salvatore. Quando poi al grado di dignità è compagno il merito delle virtù, la forza morale del sommo pontefice si fa tuttora più maestosa e veneranda. Poniamo ad esempio di questo assunto la persona del pontefice Innocenzo iii.

  2. Il profeta <Isaia, figliuolo di>135 Amos, guardando in ispirito al Messia salvatore sclamava con vivissimo affetto:  "Giudicherà con giustizia i poveri e prenderà giustamente la difesa degli umili della terra... Il pardo giacerà insieme all'agnello... scherzerà il fanciullo di latte alla bocca di un aspide... E' posto qual segno alle nazioni, lui le nazioni invocheranno e il sepolcro di lui sarà glorioso"136. In queste parole è spiegata la virtù del Salvatore. Il Vicario dello stesso divin Salvatore ne continua sulla terra le ammirabili imprese di rigenerazione.

  Innocenzo iii chiamavasi già Lotario e discendeva da Genserico, il re dei vandali e dei longobardi. Lotario ebbe studiato all'università di Bologna e poi [104] a quella di Parigi. L'università parigina superava di gran tratto la celebrità degli studi in Atene. Era ornata di privilegi del sommo pontefice, coronata di lodi dai sovrani d'Europa. Gli ingegni più cospicui e i figli delle famiglie principesche traevano a Parigi per approfondire lo studio delle scienze. Parigi nel colmo di tanta gloria godeane, ma non omise di macchiarsi di colpe. "O Parigi -- sclama Pietro di Celle -- rifugio di tutti i vizi, sorgente di tutti i delitti, strale dell'inferno; ahi, come penetri il cuore degli insensati!"

  Lotario in mezzo a molta corruttela intimò guerra irreconciliabile ad ogni sensualità. Si professò nemico acerrimo dello stesso lusso. Scrisse egregiamente del disprezzo del mondo in un libro che intitolò Delle miserie della vita umana. Ebbe amico carissimo il virtuoso Roberto e, per inspirarsi a virtù forte, pellegrinò al sepolcro di san Tomaso di Cantorberì. Gli studenti della celebre università parigina, disingannati della - 618 -strana rovina alla quale conducono godimenti illeciti, offerirono la somma di 250 mila lire per allontanare le male persone che loro venivano incontro <come> pietra d'inciampo.

  A Lotario era carissimo il libro Delle consolazioni della filosofia. Gli piacevano i libri di Aristotile e di Platone. Platone voleva che i suoi seguaci riconoscessero Dio uno e supremo. Lotario professava che Gesù Cristo è il rettore universale che ha in sua mano i cuori dei re, il freno dei popoli.

  Se n'era ito al cielo il pontefice Celestino iii, il quale stando ancora in buona salute aveva cercato <di> dimettersi perché lo surrogasse Giovanni di San Paolo, che reputavasi personaggio atto a ben governare dal soglio pontificio. Ma vi si opposero i cardinali dicendo: "Questa è pratica finora inaudita". Venuta l'opportunità, l'elezione cadde sopra Lotario, giovane cardinale a 37 anni. Lotario isvenne allo annuncio recatogli. Guardò al mondo e lo scorse quasi [105] mare in borrasca, sconvolto da generali rivoluzioni. Gemette e pregò Dio. Al gemito del supplicar pio congiunse il sacrificio di molte macerazioni nel suo corpo. Si manifestò poi a tutto il mondo in atto di medico che vuol guarire e parve dicesse: "Il Signore è col suo Vicario; io sanerò le piaghe che infestano la terra".

  3. In Roma era carestia desolante. Innocenzo chiamò tutti i meschinelli ché mangiassero seco alla mensa sua e così li ebbe guadagnati al suo amore. Erano ivi pure dei congiurati, e negli Stati romani i conti si erano usurpato il possesso del Patrimonio di san Pietro. Innocenzo con la dolcezza dei modi, con la fermezza delle parole acquetò i malcontenti nella città. Ed uscito fuori riconquistò i possessi suoi da Sicilia a Toscana. Marcvaldo137, conte tedesco che fra tutti si faceva prepotente e tirannico, fu vinto dal pontefice con il fulmine della scomunica.

  Morta in Sicilia la regina Costanza, Innocenzo volse l'occhio al pupillo Federico. Il vide circondato da tre partiti di interessati crudi che il volevano rovinare. Innocenzo tolse a difenderlo e ne assunse l'alta tutela dal 1199 al 1208.

 

- 619 -  Il supremo gerarca guardò ai regnanti e ne guadagnò i loro cuori. Riccardo Cuor di leone scrissegli dicendo: "Ecco il re di Inghilterra, servo della Santa Sede e umile vassallo del sommo pontefice". Innocenzo gli risponde con inviargli quattro anelli d'oro ornati di pietre preziose. In presentarli disse: "Ricordati, o sovrano, della eternità che è figurata nella rotondità dell'anello. Il numero quattro ti ricordi la fermezza delle virtù cardinali. Il fulgido dell'oro ti ricordi lo splendor della sapienza; la fede, la speranza, la carità considerale nei colori varianti delle pietre preziose".

  I re di Spagna si inchinarono al pontefice dicendo: "Tu sei Pietro". E per la gloria della fede ed il trionfo della Santa Sede, il re d'Aragona Pietro, figlio di [106] Alfonso138 il Casto, e Ferdinando, infante del regno di Castiglia, venuti ai piedi del pontefice giurarono che sempre avrebbero difeso i diritti e la libertà della Chiesa, che a proteggere la santa fede avrebbero combattuto fino al sangue contro agli infedeli saraceni e contro agli eretici bestemmiatori.

  4. Sancio di Portogallo, i sovrani di Austria e d'Italia s'uniscono al generoso proposito di questi magnanimi. Francia muove ancor ella sue armate. D'improvviso contro al campo dei musulmani presso Navas di Tolosa si aduna139 l'esercito più poderoso che mai iscorse Europa stupefatta. Stavano ansiosi, un'armata di 10 mila cavalieri e di 100 mila fanti, di attaccar battaglia.

  Era il 16 luglio 1212. I saraceni in numero di 80 mila cavalieri e di un esercito innumerevole di pedoni sembravano impavidi. Miramolino, loro potentissimo condottiero, quasi pavone dalle occhiute penne vantava dalla sua rossa tenda lo splendore della sua armata. Ma i crociati nostri avevano passata la notte in confessare i propri peccati ai ministri del Signore, che accompagnavano in molta copia.

  Al sorgere del mattino ricevettero il Pane de' forti. D'un tratto il vescovo fa intendere sua voce e grida: "Levatevi, combattenti - 620 -del Signore!" Questi come lioni entrano in combattimento. Piovevano sudore di sangue. Il re di Castiglia, rivoltosi allo arcivescovo di Toledo, sclamò: "Arcivescovo, io e voi moriamo qui!" "No -- rispose l'arcivescovo -- qui trionferete". Il vescovo elevò il legno della santa croce a benedire novellamente i suoi. Portento! I nemici si volsero in rapida fuga, i nostri li inseguirono. Dugentomila infedeli perirono; dei crociati cristiani appena si trovò che 25 mancavano all'appello. Re Alfonso manda la principal bandiera, detta alferez, al pontefice Innocenzo, e permette a' suoi che raccolgano le immense ricchezze abbandonate dai turchi. Duemila bestie furono impiegate per trasportare i circassi perduti dagli inimici.

  [107] Innocenzo adunò in ispirito intorno a sé i fedeli di tutto il mondo e sclamò: "Facciamo festa in ogni anno addì 16 luglio in onore del Signore, Iddio forte degli eserciti".

  5. Dopo ciò, il padre comune dei fedeli volse a pacificare l'Ungheria straziata dalle divisioni, la Svezia e la Norvegia desolate dall'eresia di Swerrer140. Il mostro dell'error bugiardo aveva già corrottimiseramente quei popoli, che languendo in prolissa agonia non si curavano di battezzare i bambini nati o di benedire le unioni maritali. Gli eretici manichei o paterini oscuravano con la nefandità dei loro errori il regno di Bulgaria. Il pontefice si rivolge a quel re e l'interroga: "I tuoi antenati non furono battezzati alla fede di Gesù Cristo e incoronati per autorità dalla Santa Sede?"

  Enrico vi di Germania, fattosi presso al soglio pontificio, più che altri temerario osa pronunciare: "La volontà dello imperatore è legge che regola l'universo". Risponde Innocenzo con la voce del Vicario di Gesù Cristo: "Il re dei regi è il sommo pontefice". Una carestia desolante invade il regno del Faraone superbo; i frutti non giungono a maturità; belve sanguinose escono a impaurire e disertare le borgate e le città; apparizioni misteriose nel regno della natura ripetono in loro linguaggio: "Una è l'autorità somma quaggiù: questa è tutta nella persona del Vicario del divin Salvatore". Nella Valac<c>hia - 621 -i primati atterriti alla intimazione del sommo pontefice giurano fedeltà alla Santa Sede.

  Riccardo Cuor di leone in assaltare il castello di Chalus cade mortalmente ferito. Il cuore gli ardeva in petto e il sangue gli saliva tutto alla fronte per isdegno delle viltà e dei tradimenti patiti, ma trovatosi al cospetto del ministro di Dio che gli rappresenta dinanzi la figura della morte, Riccardo grida: "Io vo' esser salvo. Perdono. Ho combattuto per la Chiesa, voglio morire in seno alla Chiesa del mio Salvatore".

  [108] Al re defunto succede Giovanni141 senza Terra, di cui Riccardo diceva: "Mio fratello non acquisterà mai una corona col suo coraggio finché vedrà il braccio anche più debole alzarsi contro di lui". Giovanni possiede tutti i vizi e non una delle virtù di Riccardo, nondimeno piegherà la dura cervice alla possanza del Vicario di Gesù Cristo.

  Il pontefice è il signore dei troni. Tre personaggi furono tratti nel mezzo di Germania perché l'un dei tre fosse incoronato. I popoli illanguidivano nelle discussioni, ma Innocenzo sorge a dire: "Per non eleggere a superiore un fanciullo, che ha bisogno egli stesso dell'altrui direzione, e per apprezzare più la maggioranza intellettuale che la numerica, noi eleggiamo Ottone al trono della Germania".

  Nella Francia il re Filippo invero rifulgeva di generose virtù. Ma ripudiata Ingelburga, la santa figlia del re di Danimarca, viveva perdutamente con Agnese, sposa al conte di Merania. Il pontefice gridò allo scandalo, intimò al re la scomunica. Filippo titubante sen viene allo zio proprio, l'arcivescovo di Reims, e interroga: "Credete che davvero il pontefice possa punire me e il regno mio?" Rispose l'arcivescovo: "Non è dubbio, con il Vicario di Gesù Cristo non si scherza". Non credette Filippo, quand'ecco un fulmine di terrore parte da Roma e invade il regno di Francia. Innocenzo intimò: "Cessi il suon dei sacri bronzi, sospenda il sacerdote l'offerta della Vittima - 622 -santa. Coperto a lutto il Crocefisso, annunziate che un gran delitto ha macchiato la Francia. La Chiesa, che è madre di tutti i viventi, guarderà a tutti i figli sparsi nel mondo e non ascolterà i gemiti dei figli della Francia, finché il re non abbia riparato allo scandalo suo". Intanto passarono sette mesi; i fedeli gemevano nel segreto del loro cuore. Finché irruppero gridando: "Un sovrano non è tale se non è cattolico. Filippo si sommetta alla Chiesa ovvero che sia deposto". Il re piega la fronte. Il pontefice non più in autorità di signore [109] che punisce, ma in atto di padre che abbraccia, riceve Filippo e gli stampa in fronte il bacio della pace.

  Intanto Ottone di Germania entra in guerra con Filippo <di Svevia>142 e manda <a> trucidarlo con tradimento spietato nel proprio palazzo. Innocenzo fa intendere ad Ottone il peso dello zelo pontificio e gli intima: "Ripara l'ingiuria alla vedova dello estinto illustre, condanna i sicari scellerati a perpetuo bando e proscrivi lo stilo, arma vile del traditore perfido".

  6. Nello stesso tempo Innocenzo volgeva l'attenzione sua alla Chiesa d'oriente. Meschinella quella Chiesa, tristi quei reggitori e quei popoli! Ben non si distingueva se fossero ancora cristiani o non affatto pagani. Dal capo fate giudizio delle membra.

  Isacco imperatore trastullavasi con i giullari, si distemperava negli stravizi. Per ischerzo elesse a primo ministro un fanciullo. Seppelliva intanto gli ingenti tesori dello Stato con abbattere colli e rialzare isole nel mare. Mentre si disfogava nei godimenti un nugolo di barbari l'assalgono. Isacco li inchina e loro parla così: "Lasciatemi in pace ché io vi pagherò tanta somma d'oro quanto bramate". Né potendo poi soddisfare, Isacco si mischia impunemente con i corsari di mare e ne divide le spoglie143.

  Balsamone scrive un libro intorno al diritto canonico, nel - 623 -quale si sforza <di> fare intendere il primato di Pietro. Dice Balsamone: "Come la terra ha il suo centro di attrazione, così il mondo ha il suo centro nel pontefice di Roma che tutto trae a sé".

  <7.> L'impero greco cade in dissoluzione. Dall'oriente voci di pietà continuano a sospirare: "In questo mondo della Siria i dissenzienti lacerano il seno alla Chiesa madre. Pontefice del Signore, accorrete o noi periamo". Queste grida risuonano all'orecchio di Innocenzo. Alla sua volta egli stesso sclama nel suo dolore: "Chi ha una penna l'adoperi o chi ha sciolta la favella discorra,[110] chi poi ha una spada l'impugni. E fino a quando i figli soffriranno che Gesù loro padre sia novellamente abbandonato alla discrezione dei Caifassi e degli Erodi?"

  Nella Francia s'elevano ottocento scrittori egregi. Gli indotti stessi parlarono e furono ascoltati. Folco, povero prete, lasciata la cura del suo scarso popolo, percorre le città e le regioni intiere. Predica con semplicità di discorso, con naturalezza di modi. I sapienti della università parigina odono e ammirano. Mille voci s'alzano a gridare: "La croce! La croce!" Baldovino, conte di Fiandra, per il primo s'adorna della croce e della spada. Molti il seguono come i prodi di Davidde.

  In tener dietro alla voce del pontefice, i figli del popolo di Francia, di Italia si adunano a Venezia. Il doge Dandolo, vecchio venerando per età e per prodezza, levasi per incontrarli e loro parla: "Or io vi fornirò di cibi e vi provvederò di migliori somme al viaggio. Divideremo poi le conquiste in modo che la Repub<b>lica di san Marco s'abbia la metà dei beni in ogni trionfo". Tosto il doge fa entrare cento del popolo per interrogarli in proposito, ne chiama dugento e poi mille. Tutti sclamano ad una voce: "A Gerusalemme! A Gerusalemme!" Ma erano rimaste addietro molte truppe di crociati. Valendosene il Dandolo disse: "Intanto aiutatemi alla conquista di Zara". "No -- rispondevano i saggi -- non sia, perché il pontefice ha minacciato la scomunica sul capo di quelli che combatteranno contro ai cristiani". Nondimeno i più accorsero e Zara si arrese.

- 624 -  Più tardi si fecero presso a Costantinopoli. Venne144 loro incontro Alessio, giovine imperatore che dagli usurpatori era stato cacciato. Alessio movendo giù dagli occhi un fiume di lagrime ripeteva: "Illustri fratelli, se mi aiutate <a> riacquistare il trono perduto, ritornerò tutto il popolo all'unione di Roma. Canteremo l'inno della pace e metterò poi a parte de' miei tesori la comune madre, Chiesa santa". Innocenzo disapprovava con altissimo lamento, ma i crociati, cedendo ai sensi di [111] compassione, si prestarono alla difesa dello innocente Alessio.

  Non se n'addava l'usurpatore in Costantinopoli e disfogavasi nei tripudii, quando i crociati l'assalirono e lo precipitarono in rapida fuga. Allora rappresentando con plauso Alessio lo incoronarono. Ma fu sciagurato e tristo. Egli non attese le promesse. Onde in Costantinopoli non si videro percorrere giulivi i crociati con i greci. "Che faremo noi?", dissero i testé arrivati. Mandarono più volte <a> sollecitare Alessio, né mai rispondendo, fu deciso <di> fargli guerra come a traditore ed a scismatico. Pensavano i crociati: "Tanto meritiamo noi a fugare i greci perfidi ed eretici, quanto a percuotere i musulmani infedeli".

  Murzuflo145, che aspirava al trono, adoperava in Costantinopoli una politica traditrice. I crociati combattono dal mare e assaltano poi furiosamente la città. Alessio a stento si salva con la fuga. Il popolo si riduce confuso alla maggior piazza di Costantinopoli. Si incontra ivi con certo Nicola Canabus146. Il popolo fremente grida: "Tu sei ben vestito, sii tu nostro imperatore!" Ma sclama Murzuflo in cuor suo: "Ciò non sarà mai". In dirlo manda <a> scannare Canabus, si insanguina le mani col sangue di Alessio stesso e intanto, fingendo un duolo quasi ruggito di leone, muove il popolo a farsi incoronare imperatore del regno greco. Intanto adunava il popolo intorno a sé e incoraggivali alla difesa, ma invano.

- 625 -  Un soldato, Pietro Braiequel147, della statura di un gigante, superate le mura si presentò dimenando la spada come un Sansone da destra e da sinistra. I greci si volsero in fuga. Quell'intrepido chiamò i compagni a seguirlo. Si fece uccisione sanguinosa. Murzuflo148 a stento poté scampare. I crociati passeggiavano per Costantinopoli. I greci ponendosi ginocchione gridavano al condottiere latino: "Santo re, abbi pietà di noi!" Dugentomila greci eran caduti morti nelle vie. Il patriarca usò da pastore mercenario e partì. Un tedesco appiccò per caso l'incendio [112] ad una casa. Il fuoco si estese in vortici spaventosi e salì a distruggere tante abitazioni come il circuito di tre città popolose in occidente.

  Il pontefice in udire ne fu vivamente commosso. Scrisse in riprovazione della impresa che si volle attentare e giugnendo ambo le mani ed elevando gli occhi all'alto sospirò: "Quale castigo, o Signore, per una città e per un popolo che con imprudenti imprese si rese riprovevole al cospetto della cristiana società!" Invero più male arrecarono al Cristianesimo i greci traditori che i turchi stessi bestemmiatori.

  Baldovino conte di Fiandra, personaggio egualmente casto e caritativo, fu proclamato imperatore. I cristiani crociati si volsero a venerare le reliquie insigni che in copia assai erano in Costantinopoli e ne inviarono parte, come dono ben più prezioso che l'oro e l'argento, ai cristiani più illustri ed alle Chiese più insigni di occidente. Così noi fummo arric<c>hiti delle reliquie adorande di santa croce e della corona di spine, del braccio di san Giorgio, del capo di san Giovanni Battista, dei corpi di sant'Agostino, di sant'Andrea, di santa Lucia, di san Mamas149 e di più altri.

  8. Baldovino, incoronato imperatore, ricevette i saluti della propria consorte Maria di Fiandra, la quale era venuta in Siria con la crociata. Maria partì per ricongiugersi a Baldovino, ma lungo il viaggio morì. Il corpo di lei fu introdotto in Costantinopoli- 626 - e incontrato dallo imperatore, il quale a fine di temperare il dolore tutto si diè alle opere di bene. Ricondusse i greci alla unità di culto con i latini, mandò <a> chiamare maestri illustri dalla università di Parigi, in quello che egli stesso eleggeva da Costantinopoli gli ingegni più eletti, perché venuti allo studio parigino vi apprendessero il fiore della scienza cristiana. Così quello stesso lume di sapere che da oriente rischiarava ad occidente, in quest'epoca rifulse più fulgido dall'occidente all'oriente medesimo.

  [113] Dopo la presa di Costantinopoli, i primati di Venezia si estesero sulle coste dell'arcipelago e ne occuparono le isole. Luigi, conte di Blois, fu mandato a comandare nella Bitinia. Bonifacio, marchese di Monferrato, fu eletto re di Tessalonica. Nondimeno allo impero dei latini si preparava prova ben dura. Giovannicio150, re di Bulgaria, con un esercito sterminato si presenta alle porte di Adrianopoli. Baldovino aduna i suoi, i quali confessati e comunicati risposero allo assalto. I bulgari parvero indietreggiare e i crociati già muovevano un cantico di trionfo, quando un nembo di freccie li ferì da tutte parti. Baldovino sospirò: "Bello è morire per la fede. Meglio morire che veder i mali del popol mio". Si scagliò come leone ferito nel mezzo degli avversari, ma sopraffatto dal numero cadde e fu dai barbari incatenato. In Costantinopoli fu generale la costernazione. I vescovi, elevando la croce e gridando misericordia a Dio per i peccati del popolo, rianimavano il coraggio abbattuto finché, venuta la state ed usi quei selvaggi a sostenere più facilmente le brine invernali che i calori estivi, se ne ritornarono al settentrione.

  9. Innocenzo, quasi un ammansator di fiere che vuol domare il suo orso a costo di riceverne graffiature, scrisse a Giovannicio con forte discorso per eccitarlo alla moderazione ed al rispetto. Baldovino duravala nel carcere, quando la regina di Bulgaria, moglie di Giovannicio, venne al re di Costantinopoli e gli disse: "Or una delle due: o tu acconsenti - 627 -per impalmarmi o ti sopravver<r>à grave male". Rispose il casto Baldovino: "Amo meglio morire che macchiare il costume critiano". La trista riferì a Giovannicio che Baldovino aveva attentato alla sua onestà. Il barbaro morse le labbra e, fatto venire Baldovino, comandò che gli fossero troncate mani e piedi, percosso nel capo e gettato semivivo in una fogna. Baldovino soprav<v>isse ancora tre giorni invocando il nome di [114] Dio, finché volò al paradiso nell'età sua di anni 35.

  Enrico, fratello, fu chiamato a succedere allo sventurato imperatore. I greci, sempre disaccordi coi latini, fecero alleanza coi bulgari, i quali estesero le proprie truppe in tutte le regioni dell'Asia Minore. Ma disertavano case e campi, ed i cittadini, i greci alleati, trasportavanli a mo' di schiavi per popolare i deserti del settentrione. I greci se n'avvidero del cambiamento peggiore. Disertavano allora dalle truppe bulgare per riunirsi ai latini. Si riconobbero amici e mossero festa di giubilo altissimo. Giovannicio si affrettò alle porte di Adrianopoli, ma Enrico, che invocando l'occidente aveva ottenuto soccorso di soldati da Innocenzo, confortò i suoi, affrontò l'inimico e pose in sicuro lo Stato.

  10. Nella Siria e nello Egitto intanto ricomparve un flagello disastrosissimo, la fame, la pestilenza, i tremuoti. I poveri del popolo si pascevano di sterco e aggirandosi per le vie raccoglievano le sozzure ed entrando nei cimiteri disseppellivano i cadaveri per pascersene. Né trovando con che sfamarsi, si uccidevano gli uni gli altri e davansi la caccia come fiere per divorarne le carni. Nel Cairo trenta donne furono bruciate vive in castigo di tanto delitto.

  Alla carestia succedé la pestilenza. Nello spazio di pochi mesi, undici mila nella capitale dello Egitto caddero estinti. Damietta e Alessandria erano coperte di cadaveri. Ammassi di molte centinaia di cadaveri avvolgevansi nelle acque del fiume Nilo. Le provincie della Siria erano diventate come un campo di banchetto agli uccelli di rapina. Le vie erano un campo seminato di cadaveri.

  L'Egitto pianse sopra un millione di abitanti estinti. Il terremoto poi sommerse le mura delle città di Damietta, di Tiro, di Tolemaide, di Tripoli; i cittadini ne furono in buona parte - 628 -inghiottiti. Chi ancor soprav<v>iveva gridava atterrito: "Ecco i segnali precursori della fin del mondo". Gerusalemme fu salva. I [115] crociati latini avendo sostato a Costantinopoli scamparono. Il pontefice mandò somme ingenti a riscattare gli schiavi cristiani in Alessandria, e scrivendo al vescovo della città diceva: "Vendete i beni che sopravanzano delle chiese, perché a Dio maggiormente preme dei templi vivi che sono i cristiani nelle sofferenze".

  11. Gerusalemme era vedovata dal suo pastore e dolevasene. Innocenzo chiamò a sé il beato Alberto di Parma e gli parlò: "Voi ritornate assai utile alla Chiesa nella riforma che intraprendeste nella Lombardia. Ma ritornerete utilissimo nella Chiesa di Gerusalemme; io ve ne prego, accettate le cure di quella città, nella quale anche Gesù ha sudato sangue ed è morto per la mia e per la vostra salute. Io vi invio con l'ornamento sacro del pallio e con l'autorità di legato apostolico".

  Gerusalemme fu pure orbata del suo re. Il pontefice guardò a Cistercio e scorse che Giovan di Brienne era meglio chiamato al governo che alla contemplazione. Gli pose nella destra una spada, a Tiro lo fe' cingere di una corona e disse:  "Sia tu il re di Gerusalemme e lo sposo a Maria, figlia del defunto Amalrico di Lusignano".

  A breve distanza da Gerusalemme è il monte Carmelo, monte sacro degli antichi esseni, il monte prodigioso di Elia, monte che a questi si rese santuario di preghiera. Cristiani bramosi di imitare le virtù di Maria benedetta e del Salvatore vennero <ad> inchinare il beato Alberto patriarca, il quale descrivendo una regola di mortificazione e di preghiera disse:  "Chi avrà seguita questa regola, otterrà la pace del cuore"151.

  12. Da alcuni anni le crociate erano inoperose. Una turba di fanciulli, forse in numero di ventimila, mossero da Francia e da Germania. Arrestati gridavano: "Lasciateci partire che dobbiamo recarci in Gerusalemme". I meschinelli si smarrirono in parte nei [116] deserti del nord, in parte furono derubati nella Lombardia e altrove. Riempirono l'aria intorno di - 629 -gemiti, finché il pontefice Innocenzo volgendo il discorso a tutti i vescovi ed ai conti della Cristianità gridò con la voce del Vicario del Salvatore: "E fino a quando tollereremo che Gesù viva prigioniero in Gerusalemme, città santa?" E indirizzandosi al sultano di Damasco152 gli intima: "Gerusalemme l'abbiamo perduta per i peccati nostri e del popolo, ma noi gridiamo incessantemente pietà a Dio, ed or Gerusalemme ci spetta e il Signore ce la ritornerà".

  E tosto Innocenzo, adunato un drappello di predicatori fervidi, li invia alle regioni d'Europa a predicare la crociata per la liberazione del Santo Sepolcro. Dalla università di Parigi chiama a sé quattro maestri illustri, Guglielmo, Riccardo, Everardo, Manasse, e li invita amorevolmente dicendo:  "Traete alla solitudine, ché Dio vuol parlarvi perché fuori dal mondo traggiate gente illusa che si abbandona alla vanità". In Parigi erano molti facinorosi. Fra questi e gli studiosi della università erano dissidii non pochi.

  13. Essendo avvenuto che in un'osteria alcuni movessero brighe, si impegnò un combattimento che terminò colla uccisione del vescovo di Liegi. Innocenzo pontefice e re Filippo di Francia stesero forte il braccio, perché fosse meglio riverito il merito della università parigina.

  In Parigi manifestossi altra epidemia. Un'eresia sottile, che diceva il cristiano membro naturale e fisico di Cristo e che negava la risurrezione, si manifesta nella città universitaria e minaccia <di> invadere. Innocenzo fa scrutare il fracido del male. Re Filippo adopera il caustico per guarire. Un cherico Amalrico, primo inventore di ree iniquità, viene dissepolto per disperderne al vento le ceneri esecrate. Altri eretici scoverti vengono bruciati nella pub<b>lica piazza di Parigi, ma compagni scellerati se ne vantano con dire: "Gli intrepidi, in quanto sono, [117] sono come Dio ed essendo come Dio, non è possibile che la fiamma li consumi giammai".

  Come i manichei nella Francia rappresentavano quello che in oggi è la massima panteistica e la pratica massonica, così in - 630 -Inghilterra gli stradiotti, gruppo di gente scellerata, rappresentavano quelli che oggidì eccitano ad ogni genere di ribalderia, i socialisti. Re Giovanni Senza terra inceppava la libertà della Chiesa. Innocenzo minaccia scomunica e interdetto. Il re pare inchinarsi ed emette quello che si dice Gran Carta, o concordato della Chiesa con lo Stato, ma non attenendo la parola, i conti gli si ribellano con dispiacere del pontefice. Gli stradiotti insultano al re dicendo: Dunque tu temi le minaccie di un prete?...". Ma Innocenzo consegna Giovanni spergiuro e traditore fra le torture della scomunica, dove il misero divincolossi in furore di rabbia.

  14. Il pontefice sommo si abbracciò ai vescovi del mondo universo che erano venuti al concilio generale in San Giovanni Laterano. Era il giorno 11 novembre 1215. Intorno al pontefice stavano 412 vescovi, 800 tra abati e priori, 71 fra patriarchi e primati. Questi inchinandosi al pontefice salutaronlo dicendo: "Tu sei Pietro". E Innocenzo si abbracciò per ordine al patriarca di Costantinopoli, di Alessandria, di Antiochia, di Gerusalemme dicendo: "Voi siete tali per ordine che seguite dopo il pontefice; a voi consegno la trattazione delle più gravi vertenze, salvo l'appello alla Santa Sede. Incedendo vi farete precedere dalla croce inalberata". Si abbracciò poi a tutti i vescovi come a fratelli, bensì minori ma sempre diletti, e prese poi a dire: "Or noi compiremo tre pellegrinaggi, e sarà il primo alla liberazione di Terra Santa, il secondo alla liberazione della schiavitù del peccato riformando il pub<b>lico costume. Provvederemo altresì agl'altri modi per assicurare alla Cristianità il lieto passaggio dalla terra al cielo". I vescovi del venerando [118]concilio risposero: "Così sia". Innocenzo chiamò, perché comandassero alla crociata in soccorso di Terra Santa, Andrea re d'Ungheria, Federico re di Germania, Giovanni sovrano d'Inghilterra. Il principe Luigi perché poneva nei cuori semi di discordia e di ribellione fu scomunicato. Innocenzo accorse a Pisa ed a Genova per conciliare quelle due repub<b>liche e disporle al passaggio in Terra Santa.

  Nella stessa stagione il pontefice attese con immensa cura a riformare il pubblico costume. Ordinò che alla predicazione - 631 -fossero assegnati soggetti capaci, che un maestro insegnasse gratuitamente in ogni cattedrale, che si riverissero meglio le reliquie sante. Lanciò fulmini di riprovazione contro i simoniaci, contro gli scandalosi, contro i bestemmiatori pub<b>lici. Il mondo dei cattivi ascoltò con terrore la voce del pontefice; il mondo dei buoni ne esultò. Innocenzo con la voce del Vicario di Gesù Cristo descrisse la via del cielo, con la destra l'additò e disse: "Al paradiso! Al paradiso tutti!" Era il 16 luglio 1216. Innocenzo uscì di vita per incamminarsi alla patria. In partire sembrò trascinar seco il cuore di tutti i fedeli della terra. Ma l'animo del santo pontefice parve che visibilmente soggiungesse: "La forza morale massima non è venuta meno sulla terra. Persevera sino alla fine nella persona del Vicario di Gesù Cristo".

 

Riflessi

 

1. La forza morale è massima quaggiù nel pontefice sommo.

2. Innocenzo iii.

3. Egli guadagna a sé i cuori di tutti. Lega al proprio i cuori dei regnanti.

4. Vittoria del 16 luglio 1212 contro saraceni.

5. Innocenzo condanna le eresie dei paterini. Muore Riccardo e gli succede Giovanni Senza terra. Ottone in Germania. Filippo in Francia.

6. [119] Sciocchezze di Isacco imperator greco.

7. Aspirazioni per liberar Terra Santa. I crociati sollevano al trono Alessio e ne sono mal corrisposti.

8. Baldovino re di Costantinopoli. I bulgari assalgono.

9. Innocenzo s'indirizza a Giovannicio. Martirio di Baldovino.

10. Fame, pestilenze e tremuoti in Siria e nello Egitto.

11. Innocenzo provvede a Gerusalemme il suo patriarca e il suo re.

12. Ventimila giovinetti muovono alla volta di Terra Santa.

13. Università parigina. Stradiotti inglesi.

14. Concilio generale in San Giovanni Laterano.





p. 617
135 Per l'integrazione cfr. Rohrbacher IX, p. 3.



136 Is 11, 4.6.8.10.



p. 618
137 Originale: Marewaldo; cfr. Rohrbacher IX, p. 25.



p. 619
138 Originale: Ruggero; cfr. Rohrbacher IX, p. 36.



139 Originale: presso Muret si aduna; cfr. Rohrbacher IX, p. 42.



p. 620
140 Originale: Swerer; cfr. Rohrbacher IX, p. 46.



p. 621
141 Originale: Guglielmo, ripetuto nel capitolo e nei Riflessi; cfr. Rohrbacher IX, p. 68.



p. 622
142 Per l'integrazione cfr. Rohrbacher IX, p. 87.



143 In Rohrbacher IX, p. 96, gli episodi qui riassunti (Mentre si disfogava [...] ne divide le spoglie.) sono riferiti all'imperatore d'oriente Alessio III invece che al suo rpedecessore Isacco II Angelo.



p. 624
144 Originale: Vennero.



145 Originale: Marzulfo, ripetuto nel paragrafo; cfr. Rohrbacher IX, p. 141.



146 Originale: Cabus, ripetuto nel paragrafo; cfr. Rohrbacher IX, p. 143.



p. 625
147 Originale: Braiequil; cfr. Rohrbacher IX, p. 146.



148 Originale: Murzulfo; cfr. nota 145.



149 Originale: Mama; cfr. Rohrbacher IX, p. 149.



p. 626
150 Originale: Gioanniccio, ripetuto nel capitolo e nei Riflessi; cfr. Rohrbacher IX, p. 267.



p. 628
151 Cfr. Gal 6, 16.



p. 629
152 Originale: Damietta; cfr. Rohrbacher IX, p. 294.



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