Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Un fiore di riviera...
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UN FIORE DI RIVIERA SPARSO SUI CAMPI DELLE ATTUALI CALAMITÀ

TEATRI IN FIAMME Le case maledette

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TEATRI IN FIAMME

Le case maledette

  1. [7]Mi duole incominciare da un titolo d'imprecazione. Ma i cittadini di Vienna furono dessi i primi che con alta indegnazione chiamarono testé casa maledetta quell'edificio da teatro che prima salutavano già con giubilo casa delle Zoten, ovvero dei piaceri.

 

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  2. I cittadini di Vienna nel 1872 raccolsero in breve a mezzo di azioni l'ingente somma di dieci milioni, e con quella eressero sul Ring uno stupendo teatro a più gallerie, capace di 1800 spettatori. Vi si rappresentavano specialmente cose oscene. Quando la sera della festa della Immacolata nel 1881, essendo l'edificio gremito di gente specialmente nobile, una cortina del palcoscenico spinta da un buffo di vento si avvicina ad un lume a gaz e prende fuoco. In un istante l'incendio si estende a tutto il cortinaggio, agli attrezzi e a tutto il palco: fumo e scintille [8]ingombrano platea e gallerie, i lumi si spengono, lo spavento invade ogni persona. Sopra il palcoscenico erano cinque condotti d'acqua, ma nessuno pensa ad aprirli. Solo cercano uno scampo nella fuga: chi di qua, chi corre in cerca delle porte che troppo tardi si aprono; nella confusione e nella oscurità si rovesciano gli uni sopra gli altri e s'ammucchiano a centinaia. In quel frattempo giungono le fiamme, si appigliano alle vesti ed in breve il teatro diventa un rogo di carne umana. Nel giorno seguente il teatro aveva la figura di una fornace da cui esalava un nauseante odore di carne bruciata. I morti furono 449. I cadaveri estratti ancor riconoscibili furono appena 243. In cavare i vivi dal mucchio dei morti si sfasciavano le membra in mano agli scavatori, quando la quarta galleria precipitò sopra la terza e i corpi furono fracassati e sepolti nelle macerie. I salvatori accorsi fuggirono per iscampare la vita. Fra i cadaveri che si scavarono di poi se ne trovò uno pienamente carbonizzato, avvolto in ricco velo ricamato con [9]fili d'argento. Ai funerali, stando i corpi avvolti in bianche lenzuola e coperti di fiori, alcuni inorridirono di crepacuore, altri divennero pazzi. Singhiozzi e scoppi di pianto si udivano ovunque. Forse non mai cimitero alcuno fu testimonio di tante lacrime e di sì acerbi dolori ad un tempo. Il luogo del disastro, come si disse, è oggidì dai viennesi chiamata la casa maledetta. Così imparassero tutti i cristiani a distinguere che i più grandi teatri dei fedeli sono le feste cattoliche. Dal fuoco perì Ninive e Babilonia, centro di mollezza, di perversione e di libidine sfrenata. Dal fuoco ai giorni nostri potremmo perire ancor noi, anche in un teatro, perché con Dio non si scherza. I teatri oggidì sono scuola di

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immoralità e di irreligione. La Chiesa ammonisce e minaccia, ma non essendo ascoltata, di tempo in tempo parla Iddio in tuono terribile, quasi già fecesi intendere a Sodoma ed a Gomorra. Il Bollettino Salesiano, dal quale abbiamo principalmente estratte queste notizie, esso medesimo nota che in quest'anno 1881 furono venti i teatri che andarono in fiamme.

  3. [10]Ci fermiamo a descrivere in ispecie una scena di orrore che si aprì sotto ai nostri occhi nello incendio del teatro a Dervio, sulla sponda sinistra del lago di Como. Un burattinaio Sartirana, da Milano, già da qualche settimana distraeva con sue rappresentazioni il popolo di Dervio. Il palcoscenico era rizzato nel locale di certa osteria detta Al Sollievo, aperta recentemente. Il locale, tuttavia rustico, era ingombro di fieno, di paglia, di vasi di petroglio, perché serviva di ripostiglio nella casa dell'oste. Ha un'unico ingresso con due battenti, di cui l'uno era affrancato da un rampone di ferro. Volevasi eludere il senso del popolo con la rappresentazione di un soggetto religioso, e si disse che nella serata della festa di san Giovanni Battista sarebbesi mostrata la lotta ed il trionfo cristiano nel martirio di santa Filomena. Quei del popolo, troppo spesso mal consideranti, erano accorsi in numero di ottanta. Quando il burattinaio, accortosi che alcune scintille dei fuochi di bengala fomentavano un focherello nelle materie combustibili sottoposte al palco, gridò a squarciagola: "Fuoco! Fuoco!". Questo grido [11]d'allarme, invero soverchio, e quel po' di fumo che già appariva tolse<ro> di senno gli spettatori. Un omone, che si mosse pel primo verso la porta semichiusa, sospinto cadde e vi s'attraversò, e gli altri a ridosso di lui in un mucchio miserando. Ben presto il fumo li accecò, il fuoco li apprese. Quarantasette di loro rimasero anneriti cadaveri come una massa di carbone. Un giovinotto che divincolandosi poté sporgere il capo fuori l'uscio, salvossi e perdé gli stivaletti entro il mucchio dei corpi accatastati. Alcuni pochi si precipitarono dalle finestre. Qualche altro fu aiutato a buttarvisi da giovani gagliardi che accortisi in tempo erano saliti frammezzo alle fiamme. Addì 24 all'osteria del Sollievo era il frastuono di un'allegria festosa. Nel giorno seguente fu il lutto di un cimitero apertosi testé. Quarantasette cadaveri giacevano sfilati nel cortile, in mezzo alle corsie dei

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giuocatori. I derviesi si affrettavano per riconoscere in quei cadaveri sformati chi il padre o la madre defunti, chi più fratelli e più sorelle nella stessa casa. Qualche parente pianse una famiglia quasi per intiero consumata[12]. Fu uno strappo al cuore di tutti. Taluni parevano impazzire. Accorsero dalle sponde del lago molta gente per compatire all'immenso guaio. Da Como sollecitarono alcuni membri dell'autorità civile. Il paroco del luogo aveva il cuore sanguinante, e pur trovava una parola per ogni cuore trafitto. Venuta la sera porse in mano a tutti un lume di candela e disse: "Compiamo l'ufficio pietoso di seppellire i nostri morti". I cadaveri si accompagnavano sopra carri che stridevano sotto al grave peso. Ad ogni muovere di ruota i cuori dei derviesi sentivansi uno schianto nuovo. Si pregò sulla chiesa, si pregò e si pianse sul campo santo. Il pastore, volto un mestissimo sguardo a' suoi, disse con ferma voce: "Si faccia il santo voler di Dio. Preghiamo, preghiamo sempre".

  4. Un artista da Como, Pietro Coduri, venne con un cofanetto di rame e disse: "Quest'è l'avello1 che raccoglie le lagrime dei derviesi ed è il gazofilacio che riceve l'obolo pei cari defunti, per gli orfani e [13]per le vedove soprav<v>issute". Buon operaio! Sei sempre tu, il semplice bracciante all'officina od al campo, che inspiri le opere di fede e di pietà. Sia tu il benedetto nostro! Sialo il salvatore della società! Il paroco benedisse all'operaio di fede e questi baciò la destra al sacerdote del Signore e gliela bagnò con una lagrima. Quella lagrima fu preziosa più che una perla di alto valore.

  5. Ma perché il prevosto Fogliani aveva atteso con zelo per difendere il decoro della Casa di Dio e per premunire i suoi contro ai pericoli di seduzione, perciò fu tradotto per oltre un anno da uno ad altro tribunale, fino a Como ed a Torino. I buoni derviesi intanto l'accompagnavano con trepidazione e con fermezza. Finché addì 22 del mese d'aprile 1884, stando alle assise di Como, il paroco Fogliani fu tolto dal banco degli accusati e invitato al posto di onore che ben gli si conveniva. I fervorosi parroc<c>hiani l'accompagnarono in trionfo e quando

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furono allo ingresso di Dervio cantarono: "Sia lode a Dio! Abbiamo esultato addì 29 giugno 1880 quando per la prima volta ci abbracciammo al [14]nostro pastore. Esultiamo testé e ricordiamo questo giorno 22 aprile 1884 in cui lo salutiamo salvo ormai da malevoli macchinazioni. Il Popolo Cattolico di Milano scriveva a que' : "La esultanza e la commozione dei cattolici di Dervio e anche dei paesi vicini è ineffabile. Il m<olto> r<everendo> prevosto ha trionfato, la giustizia ha avuto il suo corso, la verità è venuta a galla. Questo fatto fu di sommo ammaestramento per noi. Abbiamo potuto comprendere quanto infame sia l'odio che alcuni covano in seno contro la religione ed i nostri preti. Si odia e per sfogar l'odio si mentisce, si calunnia, si assale. E tutto questo si fa in nome della libertà e del progresso. Il Baradello, giornalettuccio inverecondo e bugiardo, scrive: Oh giustizia!... Il prete di Dervio che in luogo pubblico insulta all'autorità, assomigliandola anche ai porci (frase che, com'egli dice nel processo, poteva anche essere diretta agli elettori), che dal pergamo parla d'elezioni in [15]modo da reclamare il giusto rigore della legge, che agita le coscienze e sconvolge il buon senso di una intera popolazione, non trova nell'applicazione del nostro Codice penale un articolo che lo possa punire!... Quanta infamia in queste parole! La menzogna non è inspirata che dalla villania. Si vede che cosa vogliano questi framassoni, che col pretesto di amare la patria vorrebbero gettare alle onde del lago Gesù Cristo, preti, religione, le cose sacre, la giustizia, la verità. Vogliono un Codice che condanni ad ogni costo il prete. Nulla rispettano, neppure il verdetto del tribunale. Ora l'abbiamo conosciuta questa gente che accusa i nostri preti; in noi troveranno un amore alla religione superiore al loro odio, e se essi sono i nemici noi saremo i difensori".

  6. A schiarimento di quanto nel proposito surriferito appartiene al prevosto Fogliani, riporto per intiero il seguente documento che è dall'Osservatore Romano del giorno 4 luglio 1883: [16]"Ci scrivono da Milano -- Gli organi liberali hanno sparso in questi giorni false e calunniose notizie contro quel degnissimo sacerdote che è il prevosto di Dervio d<on> Giovanni Fogliani. Ecco come stanno le cose. Giorni prima che avvenisse l'orribile catastrofe, il comandante le truppe alpine aveva pregato quel

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sindaco che preparasse l'alloggio per una notte a 100 uomini che dovevano passare di , in viaggio da Lecco alla Valtellina. Quel sindaco scrisse al parroco perché sbarazzasse la chiesa di san Quirico e Giulitta, ché si voleva preparare l'alloggio. S'oppose, e giustamente, il parroco, adducendo che quella chiesa essendo funzionata tutte le settimane, conservandosi il Santissimo Sacramento ed essendo centrale al paese, avrebbe nella popolazione ingenerato un malcontento e anche uno scandalo; di più citò il decreto governativo, ancora vigente, in data 9 agosto 1836 il quale prescrive: Gli edifizii destinati all'esercizio del culto divino non verranno altrimenti impiegati per alloggi militari, fuorché nei casi stringentissimi e di assoluta impossibilità di [17]provvedere in altra maniera alle esigenze del servizio. Né di ciò contento, ad impedire quella profanazione offrì altri oratorii fuori del paese, alloggi nelle osterie, di cui si profferse egli stesso a pagare le spese, e perfino la propria casa. Ma tutto fu inutile. Si voleva ad ogni costo, da quel sindaco, di professione agricoltore e contadino, la profanazione della chiesa. La sera dal 16 al 17 giugno quel sindaco con un assessore e con un portalettere del paese coi grimaldelli in mano entrarono, spogliarono la chiesa e prepararono il tutto per l'alloggio. Il parroco, quale buon padre, credette allora opportuno tenere discorso al suo popolo nella domenica seguente sul rispetto alle chiese, stando però sempre sulle generali e non usando che espressioni e termini evangelici. Non ci volle altro; quel sindaco allora se la intende coll'Araldo, giornale liberale di Como, e combina di calunniare quel buon pastore. L'Araldo, avvisato del vero stato delle cose, lealmente publicò una bellissima lettera di rettifica; gli altri [18]giornali di Milano però, specie i moderati e La Lombardia che raccolsero la calunnia, non publicarono la smentita. Né ciò bastando, si cerca ancora di calunniare quel buon sacerdote perfino col mezzo dell'Agenzia Stefani. La domenica successiva avvenne l'orribile sciagura che tutti sanno, e non è a dire quanto si adoperasse quel buon parroco per sollevare il suo popoloterribilmente colpito. E per tutto questo nessuno dei giornali liberali gli rivolse una parola di incoraggiamento. Se fosse caso o non fosse, il fatto sta che quell'assessore e quel portalettere, che entrarono coi grimaldelli a spogliare la chiesa,

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furono vittime del disastro. Il parroco però si guardò bene di farne cenno, né in publico né in privato, al castigo che pareva mandato da Dio. Ma il popolo? Il popolo che ha fede non volle tacere, e gridò al castigo. Tanto bastò perché di questo si incolpasse il prevosto, e perfino l'Agenzia Stefani, a servizio della massoneria, divulgò la cosa. Il sindaco che si deve dire veramente responsabile, il sindaco che si meritò la sospensione perché poteva e doveva impedire [19]il disastro, è fatto segno alla commiserazione del liberalismo e si vuole ad ogni costo salvarlo. Intanto però è oggetto delle ire della popolazione, e per quanto dica La Lombardia che si è ritirato a Vendrogno, fatto è che dovette fuggire". Fin qui L'Osservatore Romano.

  7. Noi a premunire il popolo contro alle seduzioni delle case maledette e ad ogni attentato contro alla fede ed alla morale trascriviamo altresì le massime di personaggi non sospetti. Platone adunque assevera <che> "la famiglia e la patria precipitare quante volte venga meno il rispetto alla divina legge". Montesquieu ha: "Chi non ha religione, è quel terribile animale che non sente la sua libertà se non quando sbrana e divora". Proudhon scrive: "La religione per l'immensa maggioranza degli uomini è il fondamento della morale, il baluardo delle coscienze". E Napoleone i sclama a tutto il mondo: "I popoli senza Dio non si governano, si mitragliano." [20]Osio poi, sapiente e pio, provasi a mettere l'accordo fra il potere civile e l'ecclesiastico, e la discorre con buon latino dicendo che il Signore "regibus civilia, ecclesiastica ecclesiasticis concredidit". Sta bene chi si attiene al posto suo.

RIASSUNTO

  1. Le case maledette.

  2. Incendio del teatro al Ring in Vienna.

  3. Disastro in Dervio sul lago di Como.

  4. Un avello pietoso di Pietro Coduri.

  5. Molestie e persecuzioni al prevosto Fogliani.

  6.  Un documento in proposito.

  7.   Massime e ricordi.

 

 





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1       Originale: anello; cfr. ed. 1931, p. 160.



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