Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
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UN FIORE DI RIVIERA SPARSO SUI CAMPI DELLE ATTUALI CALAMITÀ

DISASTRI DI NEVE IN PIEMONTE NEL GENNAIO 1885 Disastro della neve in Piemonte

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DISASTRI DI NEVE IN PIEMONTE

NEL GENNAIO 1885

Disastro della neve in Piemonte

  1. [79]Alimonda, cardinale arcivescovo di Torino, nella sua omelia del sei gennaio, festa dei santi Re Magi, indica i segnali dei tempi nostri.

  Ascoltiamolo per un istante, che invero egli è ammirabile: "Dio, miei fratelli e figliuoli, spesse volte leva disusati segni, o dalla terra o dal cielo. Non occorre più di annunziare la venuta del Messia, ma si tratta di confermare l'impero che Dio conserva nella natura e nel mondo; si tratta o di ristabilire l'ordine della Provvidenza o di placare le ragioni offese della eterna giustizia del Signore, il che è quasi una rinascita di Cristo nella società. Si vede strisciar un lampo su la faccia del secolo, si ode un rombo, si sente una civile scossa. Noi con la nostra testa iperbolicamente naturalista e scettica non vediamo nulla, non ascoltiamo nulla. Prima che Gerusalemme cadesse sotto ai colpi dei Vespasiani [80]e menasse il gran tonfo, una voce lugubre e notte usciva dal tempio gridando: Guai, guai, guai. Quella voce non venne intesa. Quando Parigi, con già

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pieno il sacco delle nefandezze piovutele sopra dal glorioso regno di Luigi xiv, abbandonavasi alle lascivie ultime, e di trescava con gli Enciclopedisti e poi sorrideva alle bestemmie volterriane, sui pulpiti delle metropoli contaminata appariva<no> profeti a minacciar la catastrofe. I profeti della Senna vennero derisi. E scomparsi i profeti, soprav<v>ennero i carnefici. Oggidì pure abbiamo segni in Europa disusati e formidabili. L'irrequietudine generale diventa lo stato ordinario dei popoli, le sommità sociali si abbassano e gli infimi strati sovramontano; gli operai che vivono sostenuti dai padroni ed a spese delle proprietà, mirano ad ingoiare le proprietà; i nuovi selvaggi sbucano non dalle foreste, ma dalle sette e dalle scuole, e la barbarie si propaga per mezzo delle idee, l'istruzione si fa mantice di corruzione; chi più vuole esser libero, più diviene prepotente; i sudditi comandano più dei re, i maestri sono più depravati dei [81]discepoli, i cittadini incendiano la propria città, i fratelli hanno a nemici i fratelli. Ebbene, stando questo, noi, imparati a memoria alcuni beati nomi, andiamo beatamente gridando: Libertà, indipendenza, progresso, incivilimento. Non vediamo nulla, non intendiamo nulla26. Nello scombussolo del nostro secolo è Gesù Cristo che vi si aggira, e si agita e pulsa e mette clamori e fremiti. Egli fu ributtato dal dominio sociale e vuole rientrarvi. Villanamente gli furono chiuse le porte in faccia, venendo relegato nel tempio a foggia del vil prigioniero, ed egli a suono di flagelli, col mugghio della sociale rivoluzione, le grandi porte se le riapre. Non le sentite? Non sentiamo nulla, non intendiamo nulla. Ci è cosa recante maggiore gravità. Mentre nell'età nostra crebbe il movimento sociale a segno che pare soffio di tempesta surto ad invadere gli affari privati, publici e far trabalzare le istituzioni, la Chiesa cattolica

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al convulso movimento del secolo contrappone il movimento spirituale delle idee religiose, degli affetti cristiani; lo contrappone di modo sicurissimo, [82]che mostra la saldezza dell'eternità, e ne ottiene un salutevole contrappeso. Da un canto il soffio tempestoso subisce27 l'ordine e non ci travolge tutti, dall'altro essa che è la salvatrice delle genti si ha per l'unica istituzione che non vacilla. Sta del pari ferma oggi, nell'età dell'elettrico e del vapore, come stava ferma nel secolo x28, l'età di ogni luce muta, come stava ferma sul secolo xv, l'età che vide lo scettro cattolico stendersi pacifico su tutta l'Europa. Ancora v'ha dippiù. Oggidì, nel gran movimento universale, la società non può essere altrimenti sorretta che col metodo economico della pace armata: mai tanti milioni di soldati non si videro ad assiepare gli Stati. Quale fra essi di forza militare manca, va in disistima, cade. Dalla sua banda la Chiesa cattolica ci presenta uno spettacolo nuovo, cioè tutto contrario a questo. La Chiesa, da Costantino in poi, ebbe sempre nelle nazioni qualche protettore amico. Corse temporalmente di lotta in lotta, ma contro ad uno, contro a due, a tre nemici esterni che l'assaltavano trovava di continuo od un valido imperatore od una potente republica, che le dava di [83]spalle con le armi a difenderla gagliardamente. Ora, in questo momento che vi parlo, i gagliardi protettori della Chiesa si ritira<ro>no, cessarono tutti. Quando tutto il mondo si mantiene armata mano, ella è ridotta a sé sola, ed imbelle si resta. Eppure continua similmente a vivere di vita gloriosa, e sta. Capite voi nulla? Coloro che non hanno fede osservano questa novella vita della Chiesa e stupiscono ad un fenomeno, e pensano che il fenomeno della vita cattolica si debba estinguere; ma gli altri non pochi che credono in Dio e ricordano le promesse di Cristo su l'assistenza della sua Chiesa, non un semplice fenomeno osservano, sì bene vedono e salutano il miracolo e giurano sulla perpetuità della Chiesa. Capite ora voi nulla? Sì, comprendete. Ah!, nel moto frenetico del nostro firmamento sociale, fra le tenebre dell'errore onde sono ingombre

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le menti umane, la Chiesa cattolica brilla come la stella d'oriente. L'accortezza dei Magi quanto è bella, quanto è salutare! [84]Come torna bene saper distinguere dai semplici naturali effetti il sovran<n>aturale evento. Abbiatela, o carissimi, l'accortezza dei Magi, e nei segni straordinari dei tempi nostri riconoscete la mano di Dio. Egli accese di insolita luce questa vaga stella i cui raggi, vibrantisi lontano, pare che segnino un passaggio luminoso tra le nazioni, ma il suo centro, il suo Betlemme, sta in Vaticano. Ammirate la stella ed adorate lui: Vidimus stellam eius in oriente, et venimus adorare eum"29.

  2. Con quest'ammirabile discorso il cardinale Alimonda ci pone argomento a ben ponderare in pro nostro per molti anni di vita. I disastri di neve che presto funestarono in più regioni del Piemonte devono accrescere la nostra attenzione. Intanto di quei disastri io ne porgo un ragguaglio come li notò al publico l'accreditato giornale L'Unità Cattolica, che vede sua luce nella stessa città di Torino. Verso la metà di gennaio la neve cadde in sì larghe falde e in tanta copia sul dorso dei monti, che visibilmente e in brevissime [85]giornate si levò a due, a tre e perfino a quattro metri di altezza sui gioghi e nelle valli delle regioni piemontesi. I comuni ed i privati, nei decorsi anni, ebbero il mal vezzo di spopolare i boschi e le selve: epperò la neve, percossa da qualsiasi rumore accidentale, scoscese in fragorose valanghe seppellendo case e borgate intiere. Furono osservate volute di neve staccarsi allo ingiro di cento metri allo intorno e precipitare e allargarsi fino a trecento metri, e ammonticchiarsi poi nella valle sotto posta fino all'altezza di venti metri trascinando ne' suoi vortici case, persone, armenti. In quel d'Ivrea e di Cuneo furono atterrate delle borgate presso Chiomonte e ad Exilles30. Si notano disastri a

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Venáus, a Frassinere, a Sparone, a Mentoulles, a Fenestrelle. Furono interrotte le comunicazioni da Ventimiglia a Cuneo e perirono alcuni dei cantonieri che soprav<v>egliavano lungo il colle di Tenda. A Maffiotto di Susa, a Deveys, a Ferrera ed a Coazze, a Vicoforte di Mondovì, a [86]Demonte si ebbero a deplorare vittime di persone e rovesci di case. Ogni villaggio in Valle Varaita deplora una sciagura. Nel Canavesano, in Val Soana, in Valle d'Aosta, in Valle Luserna, in Valle Stura è un lutto incessante per gente che si deplora morta, per altri che sono moribondi sotto alle case coperte da valanghe; è un panico indescrivibile per le volute che minacciano e che si succedono di frequente, è uno strappo per non poter salvare i pericolati ed i pericolanti. Spesso al di sopra di una casa si apre un pozzo nella neve per dar luce e respiro agli abitatori che sono sotto, ma con qual pro, se rimossa la neve rimangono volti ad atterrare e sotto sono miseri che contano le ore di vita stremati dalla fame, rabbrividiti di freddo? Alcuni vissero fino a tre giorni con il latte di una giovenca. Fu un vecchio che protrasse la sua esistenza riscaldandosi al corpo di un capretto. In alcuna località al disastro della neve si aggiunge l'incendio di fuoco; alla terra <della Sacra> di San Michele un tremuoto scuote il picco [87]e fa screpolare le mura dell'antico santuario. Relazioni da Cuneo riferiscono: "Scrivo sul luogo dell'avvenuto disastro: la catastrofe d'Ischia non fu più spaventevole. Scrivo vicino a mucchi di cadaveri sfracellati dalle rovine, in mezzo a lamenti che straziano il cuore. Circa il mezzodì del 18 corrente una valanga staccossi dal vertice e si allargò a mezzo il monte Ricordone nello spazio di 800 metri. In scoscendere seppellì intieramente la borgata di Fasi, facendo perire prima sepolti che morti la maggior parte degli abitanti. Distrusse pure la borgata Martin. La neve adunandosi al piano si elevò all'altezza di 15 metri". I soldati alpini si affrettano in compagnie or di qua or di per disseppellire i cadaveri, per soccorrere ai morienti. Si estrasse un cane e lo si condusse al vicino abitato. Quando il fedele animale evase da una finestra, corse sul luogo del disastro a graffiar colle zampe e scavare nella neve. Uomini operosi continuarono il lavoro e giunsero a salvare un fanciullo a sei anni.

 

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  3. Il Signore parlò altresì a mezzo dei [88]giovinetti innocenti. Certo Andrea Barra depone quanto segue: "Domenica (18 gennaio) verso le ore 3 pomeridiane la neve veniva giù come Dio la mandava ed io mi trovava al pian terreno del casotto, con mia moglie, i miei figli e vari amici con i loro ragazzi. Era un tempo orribile. Il vento che trasportava la neve a turbini fischiava per la montagna ed i fanciulli dissero: Cantiamo il Miserere".

  Iddio parla sovente ex ore infantium31. Sì, quell'invito a cantare il Miserere è rivolto a tutti i piemontesi. Quante disgrazie dopo spogliato il pontefice e perseguitata la Chiesa avvennero in Italia e fuori d'Italia! Innondazioni, terremoti, cicloni, cholera, difterite, valanghe, siccità, flagelli nelle campagne, fallimenti e tanti altri mali publici e privati. E con tutto questo si fanno assemblee dove si chiamano a raccolta tutte le massonerie per costituirsi in una sola e mettere la sua sede nella metropoli del mondo cristiano. Più, in Parigi, nell'ora stessa in cui tanti mali colpiscono la società, si formano congreghe nelle quali si propone di cacciar Dio dal mondo. [89]Niun publicista ha mai fatto una proposta così savia, così prudente, così patriota, simile a quella dei ragazzi della valle di Susa. Cantate il Miserere. Perdonateci, o Signore, secondo la vostra grande misericordia32.

RIASSUNTO

  1. Il cardinale Alimonda addita i segnali del tempo nostro.

  2. Disastri della neve in Piemonte.

  3. Il Miserere dei piemontesi.

 





p. 856
26     Nel testo dell’omelia pubblicato da L’Unità Cattolica, 30 gennaio 1885, p. 98 (I segni dei tempi nostri ed un’omelia del cardinale Alimonda), a questo punto si legge: «I profeti intanto non mancano, suscitati dal Signore, a predire guai: gli avete nelle anime pie e tementi il giudizio dell’Eterno; gli avete nei sacerdoti, gli avete nei vescovi. Oh i profeti della sciagura! La sciagura annunziano, perché l’amano. Sono pigliati a’ sassi, messi a’ ferri. Non vediamo nulla, non sentiamo nulla».



p. 857
27     Originale: subissa; cfr. L’Unità Cattolica, ivi.



28     Originale: i; cfr. L’Unità Cattolica, ivi.



p. 858
29     Mt 2, 2.



30     Ne L’Unità Cattolica, 22 gennaio 1885, p. 70 (I disastri della neve in Piemonte): «[…] notizie desolanti sono oggi arrivate da Susa, Ivrea e Cuneo. Da Susa annunzia il telegrafo che nuove valanghe rovinarono diverse borgate presso Chiomonte ed Exilles». I toponimi di questo paragrafo sono stati verificati ed eventualmente corretti in base alla forma presente in Touring Club Italiano, Atlante stradale d’Italia, Milano 1988.



p. 860
31     Sal 8, 3.



32     Sal 51(50), 3.

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