Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Nove fervorini...
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NOVE FERVORINI IN PREPARAZIONE ALLE FESTE DEL TERZO CENTENARIO DI SAN CARLO BORROMEO

I. Una provvidenza nella società cristiana

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I.

Una provvidenza nella società cristiana

  1. [7]Nessuno maledica ad una provvidenza che il Signore conserva nel mezzo della cristiana società. Ha di quelli oggidì che additano coll'indice ai ricchi ed ai potentati e poi gridano2 con furore: "Eccoli gli inimici! Esterminateli i tiranni del popolo!". Sconsigliati! Pregate il cielo che i ricchi ed i potenti con uno sguardo misurino alla vastità del paradiso, che con altro sguardo misurino alle indigenze de' propri fratelli quaggiù, e poi lasciateli in pace, ché Dio per essi intende distribuire suoi doni a tutti noi. Adoperatevi finché i ricchi si conservino fedeli al Signore, e voi in essi avrete amici [8]

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potenti nel giorno della sventura. Valga ad esempio la famiglia di san Carlo Borromeo.

  2. Il conte Giberto Borromeo fu già in parentela ed in buona amicizia con le famiglie principesche d'Italia e fu caro a tutti. Quand'egli con volto ilare percorreva le vie della città di Milano e che protendendo le mani da destra e da sinistra soccorreva a tutti i miseri, questi il salutavano con rispetto: "Viva a lunghi anni il conte Giberto, il padre dei poveri!". In Arona e nelle terre di sua ragione incontravanlo con gioia i sudditi fedeli dicendo: "Sia lode a Dio che il conte Giberto è una buona provvidenza del Signore nel mezzo nostro!". O se facevasi a visitare sul lago di Como, a Musso, il proprio parente Gian Giacomo de' Medici, il rinomato castellano, questi delle riviere chiamavanlo il conte caritatevole. Il conte Giberto a quelli che il riprendevano di sì buon cuore rispondeva: "Non lo credete il Vangelo dove dice che chi dona al poverello avrà il centuplo su questa terra e poi la vita eterna3?... Io non temo punto che giammai i miei [9]figli abbiano a provare gli stenti della fame". Un cuor buono avevalo guadagnato per sé il conte Borromeo con il pregare pio. Dimorava le lunghe ore dinanzi al Santissimo Sacramento, ne portava incallite le ginocchia, eppur lagnavasi di non poter supplicare abbastanza.

  Il conte Giberto ebbe a consorte la contessa Margherita de' Medici, sorella al Gian Giacomo che fu in ultimo condottiero di Carlo v, fu sorella altresì di Angelo, che assunto al pontificato governò la Chiesa sotto il nome di Pio iv. La contessa Margherita era parimenti matrona di virtù e di carità esemplarissima. Ebbe molti figli che poi si imparentarono in parte con alcune famiglie principesche e furono modello di pietà ai principi cristiani. Due figlie morirono in odore di santità in monasteri di austerissima osservanza4. Secondogenito degli sposi Giberto Borromeo e Margherita de' Medici fu Carlo.

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  3. Guardate alla persona di Carlo e lasciate di applaudirgli, se potete. Carlo, tant'alto, viene a mettersi in [10]grembo alla contessa madre e sorridendole dolcemente in viso sclama: "Il Signore quanto è buono! Aiutatemi ad amarlo!". Altra volta si fa presso alle ginocchia del padre e dice: "Mi sento in cuore una brama viva viva... io voglio farmi prete... insegnatemi a pregar di cuore". Poco stante, padre e figlio voi li vedrete dinanzi ai santi altari in atto di supplicanti meschini. Gli occhi dei fedeli fermano soprat<t>utto lo sguardo sulla persona di Carlo. Ha molti che sclamano: "Il contino è un angelo in carne!". Castiglione Bonaventura, canonico in Sant'Ambrogio, diceva più esplicitamente: "Carlo sarà quasi angelo nella città di Milano ed una provvidenza nella Chiesa del Signore". I buoni pregavano Dio e la Vergine per il fanciullo ammirabile, il quale alla sua volta gemeva per sé e già sapeva supplicare per i bisogni di un popolo. Mercé di questa attenzione pia, Carlo fu salvo in Milano da molti pericoli morali, e da più gravi pericoli fu scampato in Pavia, dove attese allo studio nel corso di belle lettere5. [11]Il timor di Dio è scritto che è il principio della sapienza6. Il timor di Dio aiuta al perfezionamento della scienza. Carlo Borromeo ad anni 16 di età riscosse gli applausi di tutta un'accademia nella università di studi in Pavia7. Il nome di Carlo passò glorioso in Italia con quello di dottore insignito in belle lettere. Il giovane Borromeo rispondeva alle congratulazioni così: "Non è a me, ma a Dio che si deve la gloria8... Quanto a me, sarò contento quando con il cuore, con la persona, con le sostanze, tutto mi possa espandere in pro delle infermità o corporali o spirituali del prossimo mio".

  Rimase maggiormente confuso quando nel 1559 intese che

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Angelo, lo zio materno, era stato assunto al pontificato sommo. Di subito Pio iv chiamò il nipote a sé. Scorse il pontefice sommo che in fronte al giovine Carlo rifulgeva un'aureola dei santi, che nel vigor di quella persona era la fortezza di un confessore, il lume e la bontà di un ponteficie invitto. Gli parlò dunque così: "Io ho pregato Dio ed egli mi ha fatto intendere poter tu molte cose a gloria [12]del Signore, a salute della Chiesa. Or io ti eleggo cardinale con il titolo di Santa Prassede, ti faccio legato mio nelle terre del Patrimonio di san Pietro e ti costituisco protettore dei regni di Germania inferiore, del Portogallo e dei cantoni cattolici svizzeri. I religiosi francescani poi, ed i religiosi carmelitani e gli Umiliati ed i Cavalieri di Gerusalemme implorano il lume de' tuoi consigli, e tu sarai a questi guida e protezione". Poco stante, il pontefice sommo prostese le mani sul capo a Carlo e consacrollo sacerdote in eterno, e gli affidò l'ufficio di penitenziere sommo e gli offerì il grado di camerlengato, che è autorità suprema dopo il pontificato nel Collegio apostolico. Chinò umile lo sguardo Carlo e disse: "Quest'ultimo onore mi pesa come un mondo sulle spalle; piaccia al Vicario del mio Signore dispensarmene". Rispose Pio iv: "Ebbene, tu sarai in questa vece arcivescovo di Milano di titolo e di giurisdizione". Sclamò allora Carlo: "Quest'è il voto del cuor mio, la cura delle anime. Beneditemi pure che io parta... Pregate, [13]o pontefice santo, ché a guisa del buon pastore Gesù Cristo io mi disponga <a> dare la vita per le anime dei fedeli che mi assegnate".

  4. La città di Milano è fra le principali d'Europa. Le regioni dell'archidiocesi si estendono oltre cento miglia in lunghezza e conta<no> chiese par<r>occhiali 800, fra le quali 50 collegiate. Sono in tutto nelle terre sparse 2220 chiese con 3200 sacerdoti. Hanno conventi di religiosi in numero di 70 e 40 monasteri di religiose9. L'arcivescovo di Milano poi ha giurisdizione altresì sopra 15 vescovadi sino a Vercelli ed a

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Ventimiglia. La sede di Milano è antica d'assai e fu già un giardino olezzante di virtù. Coltivarono il giardino della Chiesa milanese 126 vescovi, fra quali furono 35 santi. Lume splendido dei vescovi beati di Milano è sant'Ambrogio. Ma l'archidiocesi da circa 80 anni non poté avere il suo pastore ed ora si era fatta irta di cardi e di spine a mo' della terra di giardino che più non è curata dalla mano del coltivatore. Giacevano incresciosi i milanesi nello iscorgere che molte [14]anime si incamminavano a rovina eterna. Quando spuntò il giorno 23 settembre 1565, in Milano incominciò un tripudio esultante, in Roma poi era una santa mestizia. Doleva al sommo pontefice che il giovine cardinale, il quale aveva assai cooperato per avviare e condurre a termine il Concilio di Trento e costituita la congregazion di otto cardinali per la retta interpretazion di esso concilio, ora si staccasse dal fianco suo. Aveva Carlo corrette e migliorate le edizioni del Rituale, del Breviario, del Messale; aveva cooperato perché a norma di quei del clero e del popolo venisse compilato il Catechismo secondo la mente del concilio santo. Il cardinale Borromeo di giorno aveva atteso al ristauro delle basiliche in Roma e di notte attendeva per conferire in accademie letterarie con i primati della città. Carlo si era meritato che il sommo pontefice lo creasse legato per tutta Italia, ed ora era uno strappo al cuore di Pio iv non potere valersi se non da lungi dello aiuto dell'operoso cardinale.

  Filippo ii, re di Spagna, in salutare [15]il novello arcivescovo gli aveva offerto sulla mensa della sede di Toledo la somma di centomila scudi. Gli regalò inoltre intiero il principato d'Oria nel regno di Napoli. Ma era tanto più viva l'esultanza in Milano. Il vescovo suffraganeo Ferragata e monsignor Ormaneto erano <andati> innanzi da Roma ed avevano disposto le cose perché Carlo donasse al popolo una benedizione celeste, la riforma dei costumi nel clero e nel popolo.

Erano pure presenti i vescovi di Vercelli, di Tortona, di Casale, di Alessandria, di Acqui, di Asti, di Savona, di Ventimiglia, di Novara, di Lodi, di Cremona, di Bergamo, di Brescia. La città di Milano era parata con festoni di grande solennità. La cattedrale massima rifulgeva a guisa di sole nascente.

Carlo Borromeo, cardinale e arcivescovo, si avanzava benefico

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quasi calor10 di sole primaverile che fa germogliare la terra.

Aveva anni 26 di età. Alto di statura, complesso di corpo, di ossatura grossa, Carlo aveva viso oblungo con fronte spaziosa e serena. Recava un capo ben formato con [16]due occhi dilatati e azzurri. Naso aveva alquanto grande e aquilino11, i capegli in color di castano. Regolato nei gesti e grave nella parola, Carlo Borromeo parlava poco. Pareva balbuziente, ma nel dire era facondo e nell'eloquio facile. I suoi discorsi persuadevano le menti e commovevano i cuori. Fu scritto che Carlo aveva un cuore mite e soave somigliante al cuore santissimo di Gesù Cristo. Con cuoreamante il novello pastore si abbracciò al suo popolo sclamando: "Ho desiderato con brama viva di trovarmi con voi per aiutarvi. Io sono con voi e ne godo nell'animo. O vivo o morto, io voglio essere per sempre nel mezzo vostro". Carlo Borromeo era nato in Arona addì 2 ottobre 1538. La camera in cui aprì gli occhi alla luce è detta dei tre laghi, perché da essa si prospetta al Lago Maggiore da tre punti cardinali. Questa sala principesca fu poi convertita in ospedale a cura dei soldati. Così la camera dei tre laghi fu come l'occhio benefico della famiglia Borromeo, che in guardare fissa lo sguardo almeno [17]a tre parti del suo popolo per provvedervi. E poi dicono i malevoli che i ricchi nella società cristiana non sono una provvidenza nel popolo.

Pregate che i ricchi ed i potenti sieno tanto più fervidi e pii e li avrete altrettanto più amanti e generosi.

Riflessi

  1. I ricchi pii sono una provvidenza nella società cristiana.

  2. Vale ad esempio la famiglia del conte Giberto Borromeo in Milano.

 

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  3. E l'esempio sovrat<t>utto del secondogenito di essa, Carlo.

  4. Ingresso in Milano del cardinale arcivescovo Carlo Borromeo.





p. 306
2 Originale: oggidì che additando [...] e poi che gridano; cfr. ed. 1922, p. 141.



p. 307
3 Cfr. Mt 19, 29.



4 Diversamente in G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 13: “La prima delle [figlie] femmine, dimandata Isabella, si fece monaca [...] Le altre quattro si congiunsero in matrimonio”.



p. 308
5 Diversamente in G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 20: “[...] il conte suo padre lo mandò a studiar leggi civili e canoniche nella città di Pavia”; anche nel seguito del paragrafo l'A. ripete che Carlo Borromeo ricevette a Pavia la laurea in “belle lettere”.



6 Sal 111(110), 10.



7 Diversamente in G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 25: “[Carlo] fu dottorato nelle leggi civili e canoniche essendo entrato nell'anno ventesimosecondo dell'età sua”.



8 Cfr. Sal 115(113 B), 1.



p. 309
9 Diversamente in G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 83: “I monasteri delle monache ed altre donne di clausura, non son meno di settanta, oltre a quelli che estinse san Carlo, che furono circa venti. I conventi de' claustrali arrivano a cento”.



p. 311
10 Originale: color; cfr. ed. 1922, p. 149.



11 Originale: acquilino, anche in G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 249.



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