Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Nove fervorini...
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NOVE FERVORINI IN PREPARAZIONE ALLE FESTE DEL TERZO CENTENARIO DI SAN CARLO BORROMEO

III. Il pastore e le pecore sue

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III.

Il pastore e le pecore sue

  1. [27]In questi giorni di caldo agosto il pastore sui vertici delle Alpi guarda intorno il vasto orizzonte e china poi gli occhi sulle pecore e dice in cuor suo: "Io solo, più che tutti gli altri, sono padrone del mondo... io godo felicità". Il pastore buono per essenza, Gesù Cristo, custode e salvator delle

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anime, dal vertice del Calvario guardò ai regni del mondo e abbassò gli occhi alle creature degli uomini e disse: "Gesù Cristo Iddio vive, egli regna, egli comanda. La mia gioia è trovarmi con queste pecorelle, le anime dei fedeli che traggo all'amor mio". A somiglianza del buon pastore divino, Gesù Cristo, fu buon pastore delle anime Carlo Borromeo. Anch'egli, alla sua volta, dal seggio elevato del suo trono arcivescovile e cardinalizio, guardò alla Chiesa universale, guardò in ispecie alle regioni di sua diocesi e [28]disse: "Il Signore ha affidato a me il potere su questa parte di terra... io son quasi padrone di queste regioni...". Fissò poi gli occhi agli animi de' suoi fedeli e sclamò: "La mia gioia è stare con queste che sono le pecorelle mie. Le pecorelle ascoltano la voce di me pastore. Io vo' essere loro buon pastore, pastore disposto a dare quandochessia la vita per le pecorelle sue"20.

  2. Teniamo dietro alle cure di questo buon pastore. Scorgetelo, oh come son belli i passi del pastore21 che viene rintracciando le pecorelle per guardarle22! Il cardinale arcivescovo Carlo, quando è in Milano, egli è la gioia di tutto quel popolo. Tutti s'affrettano per avere una parola di conforto; beato chi può dimorare a servizio nella casa del cardinale.

Quelli che non possono più sovente intrattenersi con lui, il vengono guardando all'atto che compie i sacrosanti misteri. La vista di Carlo è quasi un'apparizione di angelo celeste. I discorsi o le visite dello arcivescovo sono brevi, ma consolanti a guisa della parola di uno spirito celestiale. I sacerdoti ed i [29]fedeli in Milano, di Carlo ascoltano ogni voce, ne scoprono perfino i desideri per compirli con prontezza.

  Una sfera di orologio si muove e con quiete segue le ore del che passano. Un segreto movimento interno dirige i moti di quelle sfere. Lo spirito di Carlo dona movimento a tutto e a tutti. La condotta delle cose e delle persone in Milano segue precisamente, come la sfera che segna nel

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quadrante. Così il buon pastore delle Alpi, con l'accento della voce e con il movimento della persona, accenna allo stare od al muoversi delle pecorelle sue. Più mirabile portento è che un uomo solo sappia accontentare il volere di molte migliaia di persone che quello di saturarle di cibo, affamate. I fedeli di Milano erano tranquilli nello intendere che il loro pastore stava nel mezzo loro. Si corrucciavano quando, visitato il Santissimo Sacramento, vedevanlo uscire in visita delle parrocchie lontane. Allora accompagnavanlo per buon tratto e poi genuflettevano per essere benedetti e sollecitavano [30]con discorsi e con preghiere il ritorno sollecito.

  Intanto il buon pastore si faceva tutto a tutti nelle regioni che veniva visitando. Fu detto che la persona di Carlo era quasi il sacro Concilio di Trento incarnato. Voleva ad ogni costo che il clero e il popolo ritornassero ad una condotta di vivere cristiano e santo. Visitava anzitutto le chiese, gli oratori, le confraternite, gli ospedali, i monasteri, i luoghi pii, le istituzioni della dottrina cristiana, e di poi si faceva a visitare una ad una tutte quelle pecorelle che con molti disordini propri vivevano sbrancate dall'ovile. Il nome di queste scrivevalo nel proprio cuore per darsi cura ad ogni momento opportuno. In questo faticare non bastando le ore di giorno, vi adoperava intorno il più della notte. Infine partiva sollecito in visita di quell'altre parrocchie sul vertice di un monte o nel fondo di una valle, segregate dal resto del mondo. In viaggiare il cardinal Carlo pregava assiduamente, incontrandosi con persone nella via benedicevale, volgeva loro una [31]parola di incoraggiamento e ritornava al suo discorso con Dio. Se in camminare stava a cavallo, per lo più meditava o leggendo studiava le ore intiere.

  Facevasi accompagnare da un seguito di pochi ministri e di qualche servo. Ma nelle fatiche voleva sempre essere il primo ad incominciare, l'ultimo a finire. Salendo il monte egli si incamminava dinanzi a tutti, spesso recava sulle sue spalle il fardello di peso destinato ai servi. S'aggrappava colle mani in ascendere, in discendere valevasi in tempo di ghiaccio di certi strumenti di ferro, detti grap<p>elle, ai piedi, ma più spesso giungeva pesto nella persona, insanguinato nelle mani. Così

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gli accadde sovrat<t>utto in discendere dal Moncenisio23 per venire a Bellinzona. Ad Introzzo, in Valsassina24, è il torrente che si denomina tuttodì del Cardinale, perché in guadarlo con l'aiuto di un valligiano fu trascinato dalla corrente. In guadare il Ticino i cavalli suoi furono coperti dall'acqua fino il dorso, ed egli co' suoi servi fu salvo quasi per miracolo. In passare da val Camonica [32]a Valtellina giungeva trafelante al santuario di Tirano, e di verno venendo in valle Mesolcina doveva aprirsi un passaggio fra le alte nevi cadute. I suoi ministri, che ripassarono fino a Coira e di a Chiavenna, incontrarono in questa borgata il furore degli eretici che scendendo da val Pregallia25 li minacciavano nella vita. Taluno fu salvo mercé l'interposizione del podestà di Piuro, tal altro incontrò il disturbo di procedure civili. Carlo Borromeo confortava sé e gli altri con dire: "Il buon pastore Gesù Cristo non ha dato la vita sua per le pecorelle sue26?... Preghiamo".

  I sospiri che emette il pastore in cerca della pecorella smarrita sono gemiti che sembrano intenerire le stesse rupi, le quali rispondono con eco lamentevole. Carlo Borromeo, non sapendo più che fare, vestivasi in abito di pellegrino e con gramaglie di penitenza austera, e di poi incamminavasi repente quando a questo e quando a quel santuario massimo della Cristianità. Pervenuto, inteneriva i giusti della terra e vivamente [33]commoveva i beati del paradiso. Rifece più volte la via fino a Torino e vi dimorò più giorni per venerare la Sindone santissima del divin Salvatore. La sacra Sindone è quel candido lino, lungo metri quattro e largo due, che avvolgendo la salma divina del Salvatore ne ricopiò i lineamenti. In

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tempo delle crociate venne in possesso del conte di Lusignano, il quale fecela27 tenere ad una piissima dama in Chambery, finché il duca di Savoia, per risparmiare al Borromeo più lungo viaggio, fecela riposare in Torino. Il cardinale arcivescovo, genuflettendo a quella reliquia santissima, considerava in quelle tinte sanguigne i sudori di sangue del divin pastore Gesù Cristo, piangeva lui e faceva piangere i suoi. Lo stesso avveniva quando, pellegrino, rifaceva la via dolorosa del monte Calvario sul colle del Calvario di Varallo. Lo stesso quando, pellegrino più nobile, riprendeva la via di Roma. Allora dirigeva veloci i passi per alla volta delle [34]solitudini sacre di Camaldoli, di Alvernia, di Vallombrosa28, del Monte Oliveto, dove elevandosi in dolcissima contemplazione il suo spirito riposava con Cristo in Dio29.

  Da questi sacri ritiri moveva poi più sollecito verso Roma, la città santa, la capitale del mondo cattolico. Stando in questa, Carlo Borromeo pellegrinava in abito di penitente dall'una all'altra chiesa. Era l'anno giubilare nel 1575; Carlo supplicava per il perdono delle proprie colpe e dirigeva a Dio espiazioni per i peccati del popol suo. Venuta poi la sera, Carlo discendeva nelle catacombe. Quivi, postosi ai piedi dei sepolcri benedetti, conversava famigliarmente con i martiri trionfanti di Gesù salvatore. Dopo aver gemuto profondamente, le anime delle pecorelle smarritesi finalmente si accostavano al pastore per udirne la voce e seguirla con fedeltà costante.

  3. Il cardinal Baronio, piissimo e dottissimo personaggio, nel guardare in volto a Carlo parevagli vedere su quella fronte l'aureola del santo. [35]I principi dell'alma città non avevano confine in applaudirgli e ne cercavano sommessi consigli e incoraggiamenti alla virtù. Il popolo di Roma teneva fisso lo sguardo a lui per potere almeno una volta ricevere dalle sue mani il Corpo santissimo del Salvatore. In ripartire da Roma

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era un lamento generale con dire: "Il santo cardinale già ci abbandona". Ma rallegravansi tanto più vivamente le città che progressivamente l'incontravano. Carissimo spettacolo! Era ricevuto in trionfo di sera. Nelle ore di sera il popolo si disponeva alla contrizione dei propri falli e i confessori vegliavano per tutta la notte in ricevere le Confessioni. Spuntata l'alba, i fedeli si affrettavano alla chiesa maggiore, dove il cardinal Borromeo incominciando a distribuire la Comunione santissima durava per molte ore di seguito. Era il Pastor divino che si comunicava alle sue pecorelle. Carlo Borromeo, ministro del divin pastore Gesù, provava nel suo animo in parte le gioie del cuore del Salvatore. Egli si faceva rosso in viso e pareva aver l'ali del fervore.

  [36]In questo procedere accadde che Carlo, per alcuni venuto in una solitudine di monte sacro, vivesse nascosto in colloquio con Dio. Allora i popoli <lo> lamentavano come il popolo ebreo il suo Mosè sul monte Sinai. Altra volta si sparse la fama che l'arcivescovo di Milano era morto. Avvenne che il cardinale arcivescovo di Verona30 ne disponesse perfino i funerali mestissimi; il popolo milanese in udire sentissi uno strappo al cuore e uscì in pianto dirotto. Quando il desideratissimo pastore ricompare e con volto sorridente li saluta e con la destra li benedice, i cuori del popolo sussultarono in affetti vivacissimi, le voci di tutti come il grido di un uomo solo si levarono al cielo e salutarono il pastor benevolo. Carissimo spettacolo! È la presenza di un avvenimento il quale ha incominciamento presso al cuore del divin pastore Gesù Cristo, e si propaga dovunque sono cuori di buoni pastori e anime bennate di pecore che odono la voce del pastore e la seguono.

 

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Riflessi

  1. [37]Un buon pastore e le pecore sue.

  2. Il cuore del buon pastore, l'arcivescovo e cardinale Carlo Borromeo.

  3. Il cuore delle pecore fedeli, le anime dei cristiani che ascoltano la voce di Carlo e la seguono.





p. 317
20 Cfr. Gv 10, 14s.



21 Cfr. Is 52, 7.



22 Lezione probabile: guidarle.



p. 319
23 Diversamente in G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 475: “[...] passando la montagna detta il monte Cenere [...] dalla parte verso Bellinzona, gli convenne [a Carlo] non solo andar a piedi per essere molto erta e precipitosa, ma anche a sdruzzone con le mani per terra”.



24 Diversamente in G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 204: “[Carlo] camminando a piedi per la montagna d'Introzzo ne' confini della Valtellina”.



25 In G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 160 “Valle-Bregaglia”.



26 Cfr. Gv 10, 11.



p. 320
27 Originale: fecelo; cfr. ed. 1930, p. 199.



28 Originale: Vallambrosa; in G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 336: “Valle Ombrosa”.



29 Cfr. Col 3, 3.



p. 321
30 In G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 448: “[...] alcuni vescovi e quello di Verona in particolare, lo piansero come morto e gli fecero sino l'esequie”.



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