Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Nove fervorini...
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NOVE FERVORINI IN PREPARAZIONE ALLE FESTE DEL TERZO CENTENARIO DI SAN CARLO BORROMEO

IV. Famiglia di santi

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IV.

Famiglia di santi

  <1.> [38]La mamma pia fa giungere le manine al suo figliuoletto, gli fa rivolgere gli occhi all'alto e gli fa ripetere: "Credo la comunion dei santi". I giusti di questa terra con i beati del paradiso costituiscono una famiglia di santi. Agata pregava alla tomba di santa Lucia martire così: "Sposa castissima del mio Dio, prega affinché la genitrice mia si riabbia da grave infermità". Lo spirito di Lucia dissele: "Sorella mia, tu medesima sei sposa vergine del comune Salvatore. Prega tu stessa Gesù Cristo e sarai esaudita". Or Agata pregò e fu tosto ascoltata31. Al cospetto di Dio tanto è cara la gloria dei beati in cielo come gli sono cari i meriti dei giusti sulla terra.

  Per questo Carlo Borromeo bramava sovrat<t>utto che i giusti della terra si unissero in coro a festeggiare la gloria [39]dei beati in cielo. Non poteva sopportare che i corpi benedetti

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dei santi e dei martiri giacessero comec<c>hessia in un avello oscuro e quasi abbandonati. L'arcivescovo nostro ne faceva ricerca affettuosa, e trovata la salma di un cristiano illustre chiamava intorno un copioso popolo di fedeli e invitavali al tripudio spirituale dicendo: "Eccoci con un santo del paradiso... Veramente questi avanzi venerati sono del corpo dei cittadini celesti". Indi movevasi a trasportare con trionfo quelle reliquie benedette e riporle presso agli altari di Gesù, il re dei martiri ed il creatore dei santi.

  Facciamoci qui a descrivere una solennità di traslazione di corpi santi. E perché non apparisca che si voglia menomamente esagerare, valiamoci in ciò delle parole testuali del sacerdote Giussano, il quale ne fu testimonio oculare.

  2. Dal tempio32 di san Simpliciano e per lungo giro di processione fino alla chiesa maggiore, si volevano accompagnare trionfalmente i corpi discoperti dei santi martiri Sisinio, Martirio ed Alessandro, [40]non che i corpi benedetti dei santi confessori Benigno, Ampellio, Geronzio e Simpliciano33.

Carlo Borromeo con libri a stampa e con lettera a tutti i popoli della diocesi ordinò che per molti giorni innanzi si suonassero a festa le campane, che si digiunasse da tutti per tre , che i fedeli in buon numero s'accostassero ad ascoltare le lodi dei santi. Finché, spuntato il giorno del trionfo, Carlo, che per tutta la notte aveva vegliato intorno ai corpi santi, incominciò la processione. "Andavano innanzi tutte le Scuole della dottrina cristiana in grandissimo numero, seguivano le Compagnie delle croci e quelle dei Disciplinati in lunga schiera, di poi tutti gli Ordini dei regolari, tra i quali erano circa dugento monaci cassinesi, e successivamente il clero della città e delle terre della diocesi, vicine a distanza di oltre dodici miglia, camminando tutti con bellissimo ordine e con cerei in mano accesi, vestiti de' più ricchi e nobili paramenti che avessero. Venivano poscia sedici abati cassinesi in abito

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[41]pontificale, e dietro a loro34 nove vescovi della provincia col medesimo apparato, i quali portavano insieme con li abbati i corpi santi, essendo i feretri coperti di ricchissimi drappi d'oro... Finalmente seguivano il cardinal di Milano e <quello> di Bologna in abito pontificale, i quali aiutati da due vescovi portavano il capo di san Simpliciano, che fu ritrovato ancora bellissimo, riposto in una testa d'argento effigiata, essendo sopra ciascuna reliquia una preziosa ombrella sostenuta scambievolmente da persone nobili. Dietro a tutto il clero veniva poi il governatore di Milano, il Senato, i magistrati e collegi dei dottori con tutta la nobiltà, portando ognuno un torchio acceso in mano, con un numero infinito di popolo concorso da tutte le parti della provincia e <da> più lontano, essendo venute le terre intere della diocesi processionalmente.

Per lo che tutte le strade intorno a Milano a dieci miglia erano piene di gente e nella città era così folta la turba in ogni parte che a gran fatica si poteva camminare per le contrade. E tutti a gara [42]si sforzavano di approssimarsi ai corpi santi, mentre passavano, per divozione di farli toccare <dal>le corone ed altri oggetti. <...> L'apparato fatto per ordine di san Carlo è il seguente. Le strade che circuivano per giro circa a quattro miglia, tutte erano coperte ed ornate di tappezzerie, di quadri divoti e di vari fregi in luoghi assai. Vi erano molti altari eretti per le strade e porte e archi trionfali, fabbricati con ricchissimi ornamenti, avendo ognuno esposte le sue cose più preziose per onorare quei sacri pegni, siccome la sera precedente, per <di>mostrazione di grande allegrezza, si vedevano tutte le finestre cariche di infiniti lumi accesi. Era fra gli altri molto vago e riguardevole l'apparato dei padri gesuiti al collegio di Brera, ove avevano rizzato un ornatissimo altare e coperte le mura intorno di finissimi arazzi e di numerosi e vari elogi fatti in versi latini o greci ed in lingua ebrea.

Ma molto maggiore era l'apparato dell'arcivescovado, dove tra l'altre cose aveva san Carlo fatto coprire tutta la [43]facciata dinanzi, verso la chiesa maggiore, dei ritratti in forma

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magnifica di tutti gli arcivescovi di Milano in numero di 123, fatti a posta per questa solennità, cominciando da san Barnaba apostolo e terminando in Filippo Archinto, immediato predecessore35 di san Carlo. E non mancarono di quelli che dissero allora come il cardinale Carlo sarebbe stato posto egli ancora un'altra volta con il titolo di santo. La chiesa maggiore poi era nobilmente ornata di fuori con archi e porte trionfali e di dentro di bellissime tavole dipinte, poste sopra la tappezzeria, che rappresentavano al vivo tutti i santi le cui sacre reliquie in quest'augustissimo tempio si conservano... Ma molto più di tutti gli altri, era magnifico, ricco e riguardevole l'apparato della chiesa stessa di san Simpliciano, il quale difficilmente si potrebbe descrivere, avendo que' buoni e virtuosi monaci adoperato a ciò tempo e dispendio assai...".

  Finalmente accenna l'autore Giussano che, celebrata la messa pontificale e recitata la predica da san Carlo nello stesso [44]tempio di san Simpliciano, il cardinale dispose una parca mensa, prima di assidersi alla quale i vescovi lavavano i piedi a dodici poveri. Più volle l'arcivescovo che i corpi santi per un triduo di quarant'ore ricevessero dall'altare maggiore la venerazione e le preghiere dell'immenso popolo accorso. San Carlo stesso durando le feste in discorso dimorò 50 ore supplicando dinanzi a que' corpi benedetti.

  Con eguale spirito di fede san Carlo inaugurò e compié le traslazioni dei santi corpi di Naborre e Felice, di Fermo e Rustico, di Vittore e Satiro, non che dei santi Canziano, Dionisio e Mariano36, che ripose in ricchissimi mausolei appo i corpi santi di Massimo, di Tecla, di Mona, di Galdino. Con trionfo devotissimo traslatò pure i corpi di san Nazaro, di san Venerio, di san Glicerio, di san Marolo, di san Lazzaro, di sant'Ulderico, di san Matroniano non che37 di san Giovanni

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Buono, di santo Stefano vescovo e dei santi martiri Leone e Marino38. A Besozzo traslatò il corpo di san Nico39 [45]eremita. Ivi pure costituì una compagnia di fervidi cristiani per onorare quel santo sepolcro. In Leventina levò e ripose con gioia pari i corpi benedetti di san Placido, di san Sigisberto40, di santa Emerita.

  Dicevalo a tutti Carlo arcivescovo: "Siamo figli dei santionoriamo le loro reliquie... imitiamo i loro esempi, che un giorno saremo partecipi della loro gloria in paradiso". Le processioni di giubilo Carlo voleva <che> si compiessero con trionfo, come è proprio dei beati che vengono innanzi al trono dell'Altissimo cantando: "Alleluia! Alleluia!". Le processioni di penitenza voleva <che> si compiessero in atto di pellegrini meschini, pericolanti e peccatori, i quali gridando pietà aspirano per congiungersi alla famiglia dei beati in cielo.

  <3.> A Castiglione di Mantova gli angeli videro spettacolo tenerissimo. Un santo, Carlo Borromeo, che per la prima volta porgeva le carni immacolate dell'Agnello ad un angelo in carne, Luigi Gonzaga.

  [46]Ritornando da Brescia, un gentiluomo Luzzago si abbracciò a Carlo e nol lasciò più mai, dispose che la camera nella quale aveva testé pernottato il santo fosse convertita in oratorio devoto. Così un santo pellegrino in terra, dopo aver tratto i popoli a seguire il trionfo dei beati del cielo, traeva le anime a seguire lui stesso nella via del paradiso.

  Trovatosi il Borromeo con il cardinale Piccolomini e scorto il trattamento sontuoso che questi gli aveva disposto, disse subito: "Convien che me ne parta sollecito per non essere di - 327 -

aggravio ai poveri di questa città!". Il Piccolomini intese la lezione e seguì più davvicino gli esempi di parsimonia dello arcivescovo di Milano.

  Il re di Spagna, Filippo, visitato dal Borromeo nella persona del sacerdote Bascapè41, n'ebbe soddisfazione viva e promise <di> appoggiare in tutto le sante azioni del cardinale. Maria d'Austria, moglie42 dello imperator Massimiliano, partissi tutta consolata quando in Lodi43 fu benedetta dal santo [47]arcivescovo nella Messa pontificale che celebrò alla sua presenza. Ed Enrico iii di Francia, quando nel 1574 in Monza ricevé e restituì visita d'amicizia al cardinale, si partì contento così che pervenuto in Francia non aveva fine in esaltare i prodigi della soavità e della virtù di Carlo. L'arcivescovo di Milano, designato dal pontefice per accompagnare alle loro sedi i principi che erano intervenuti al Concilio di Trento, fu caro a tutti come un tesoro celeste. Lo stesso pontefice Pio iv, zio materno di Carlo, stando per morire cantò il Nunc dimittis appena scorse che il nipote arcivescovo era giunto per assisterlo al gran passaggio.

  In eleggere altro pontefice i cardinali si rivolsero a Carlo, ed ei diede loro ed alla Chiesa un santo, Michele Ghisl<i>eri, o sia san Pio v. E morendo questi, Carlo indicò altro personaggio di santissima vita, il cardinale Ugo Boncompagni o Gregorio xiii. In Milano i sacerdoti Zaccaria, Ferrari e Morigia avevano fondata testé la Compagnia di san Paolo. Ed i sacerdoti Crivello, Besozzo [48]e Pietrasanta avevano istituita altra società di religiosi chiamata di sant'Ambrogio ad Nemus.

Carlo cardinale infondeva spirito fervente di zelo ecclesiastico alle società nascenti e le guidava colla tenerezza.

  Emanuele Filiberto44 di Savoia diceva <di> non rincrescergli morire posciaché al fianco per assisterlo vide l'arcivescovo - 328 -Borromeo. Ed al figliuoletto45 minorenne disse morendo: "Io ti affido alla protezione di un padre santo, Carlo il cardinale". Il re di Polonia, volendo provvedere allo zelo ed al decoro della Chiesa nel suo regno, mandò il proprio nipote perché apprendesse nella famiglia dello arcivescovo di Milano. Carlo, con la soavità de' suoi modi, con la forza del suo zelo, rianimava gli imperfetti cristiani e correggeva i tristi. Quanto agli imperfetti diceva per loro a tutti: "Adoperatevi che abbiano un corredo sicuro di castità... Dio buono aiuteralli poi a correggere gli altri falli". A cor<r>eggere i perduti valevasi delle industrie più sottili46. [49]Tolse occasione da visitare sua sorella, la contessa Ortensia in Altaemps, per conferire con i cantoni svizzeri infetti d'eresia, e Carlo parlò con sì benigna autorità che fu da tutti riverito e molti si ravvidero dei loro errori. Quelli di Gardone47 in Val Trompia, duri come il ferro che lavorano, avevano abbracciato l'eresia luterana. Or Carlo tuonò con petto di bronzo e li ritornò alla fede. Erano in quel contorno truppe di masnadieri. Questi medesimi chiamò a sé dinanzi, spalancò avanti a loro l'inferno e gridò: "Or vi l'animo di continuare nelle scelleratezze?". Quelli nascosero il volto nelle proprie mani, piansero e Carlo li benedisse. E perché non perisse l'anima di un contumace condannato a morte, l'arcivescovo istituì la Compagnia di san Giovan decollato, perché aiutassero i delinquenti ad una santa morte.

  Carlo Borromeo diceva spesso agli iniqui scellerati: "Io vo' farvi guerra incessante mentre vivo, vo' farvi guerra dopo morte perché io bramo la salute [50]vostra". Verissimo detto; i giusti della terra non muoiono giammai e morendo si congiungono con i loro fratelli, i beati nel cielo, per dar gloria a Dio e per salvare le anime dei pellegrini quaggiù. Venite tutti e vedete, oh come è ammirabile la famiglia dei santi nella Chiesa di Gesù Cristo!

 

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Riflessi

  1. Famiglia di santi.

  2. La Chiesa trionfante e la Chiesa militante.

  3. Un santo cristiano trae a sé i cuori di un gran popolo.





p. 322
31 Questo episodio agiografico si trova anche nella Historia s. Luciae virginis et martyris, ma i ruoli delle sante sono rovesciati: “[...] somno Lucia virgo arripitur et videt in somno beatam Agathen in medio angelorum gemmis ornatam stantem et dicentem: Soror mea Lucia, virgo Deo devota, quid a me petis quod ipsa poteris praestare continuo? Nam et matri tuae fides tua subvenit”, Laurentius Surius, De vitis Sanctorum,  vi, Venezia 1581, pp. 285-286.



p. 323
32 Originale: tempo; anche per la nota 33 cfr.  G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 99.



33 Originale: Sisinio, Martino ed Alessandro [...] Ampellio, Gerunzio e Simpliciano.



p. 324
34 Originale: coro; cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 102.



p. 325
35 Originale: successore; cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 105.



36 Per l'originale non che dei santi Canziano, Dionisio e Mariano, diversamente in G. P. Giussano, Vita di san Carlo,  i, p. 495: “[...] i corpi de' tre martiri Canziani, di san Dionisio Mariano”.



37 Originale: di san Nazaro, di san Vincenzo [...], di san Lazzaro, di sant'Olderico, di san Martiniano, non che; cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 552.



p. 326
38 Per l'originale di santo Stefano vescovo e dei santi martiri Leone e Marino, diversamente in G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 79: “[Carlo Borromeo] celebrò la traslazione de' corpi de' santi martiri Leone e Martino, e di santo Arsazio vescovo, riposti nella collegiata di santo Stefano in Broglio”.



39 Originale: Mico; cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 166.



40 Originale: Filiberto; cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 92.



p. 327
41 Originale: Bescapè; cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 68.



42 Originale: madre; cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 80.



43 Originale: Pavia; cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 81.



44 Originale: Carlo Emanuele; anche per la nota 45 cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, i, p. 514, p. 529.



p. 328
45 Originale: Ed il figliuoletto.



46 Nell'originale la frase A correggere [...] più sottili è aggiunta in nota.



47 Originale: Gardano; in G. P. Giussano, Vita di san Carlo,  ii, p. 54: “Gardono”, ma non si accenna alla diffusione dell'eresia luterana in tale località.



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