Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Nove fervorini...
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NOVE FERVORINI IN PREPARAZIONE ALLE FESTE DEL TERZO CENTENARIO DI SAN CARLO BORROMEO

V. La prudenza cristiana

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V.

La prudenza cristiana

  1. [51]Non rivestite giammai con i cenci di una vestimenta umana una virtù che è figlia del cielo, la prudenza cristiana, la quale tutta è ammantata da un fulgore di paradiso.

Il pio Giordano predicavalo alle orecchie di Silvio Pellico: "Son due prudenze, quella dei forti e quella dei timidi. Voi attenetevi alla prima, date in luce il vostro manoscritto che ha per titolo Le mie prigioni, ché ne avranno bene assai molte anime". A quell'epoca stessa e nella medesima città, Giuseppe Benedetto Cottolengo poneva principio a quella ammirabile istituzione che tosto si disse Piccola Casa della divina Provvidenza. Dicevangli però i compagni: "Che fate or voi?... Dov'è la prudenza vostra?...". Ai quali rispondeva il Cottolengo: "La mia prudenza è la divina provvidenza". E [52]chi ben conosceva l'animo dello stesso Giuseppe Benedetto aggiungeva: "Non temete, più ha di fede il canonico Cottolengo che non tutta insieme la città di Torino".

  Son dunque due prudenze, la umana e la divina. Ed hanno cristiani peraltro buoni che si regolano molto secondo la prudenza umana, e questi intraprendono un cammino e pervengono ad una meta ben altra di quelli che, affidandosi maggiormente a Dio, si affrettano più tranquilli e più sicuri. Talvolta la prudenza fa essere cristiano timido e vigliacco. Miseri noi, se gli apostoli o gli uomini apostolici che succederono avessero detto: "I governi ci osteggiano, i maggiorenti ci sono

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avversari, i compagni di ministero non ci danno aiuto", e si fossero rimasti colle mani in mano!... Il campo della Chiesa è campo di battaglia... la Chiesa è un'aia e dev'essere ventilata per purgarvi entro il grano... è la navicella di Pietro in mezzo all'onde arruffate. In alto i cuori nostri, o periremo tutti come in diluvio universale. Confortiamoci in ciò collo esempio di un [53]personaggio illustrissimo, Carlo Borromeo.

  2. L'arcivescovo Carlo entrò in una diocesi che da 80 anni non aveva avuto il suo pastore. In questo periodo di lunga cattività, i forastieri, i principi ed i potenti del popolo entrarono nella Chiesa e la manomisero. Ne strapparono i redditi e divorandoseli in lauti banchetti parevano sclamare: "Dolcissimo convito è quello che si gode alla mensa e nei calici dell'altare". Il popolo udiva e scandolezzavasene e convertiva le chiese in spelonche di ladroni48, e aiutava perché i sacerdoti si stessero come cani muti49 o, che è peggio, concorressero al desinare lieto. Dalla crapula si passava ai divertimenti che in giorno di festa e sul piazzale della chiesa si inauguravano sovrat<t>utto più clamorosi e sacrileghi. Finché molti passavano la notte più tristamente in commercio più infame. Or Carlo vide e inorridì, ma di subito levando lo sguardo al cielo pregò: "Così mi assista Iddio! Io metto il petto mio come baluardo a difendere la casa del Signore". [54]Venne dunque dinanzi ai maggiorenti della città e disse: "Non vi basta che il Signore vi abbia affidato l'amministrazione dello Stato?... La reggenza della Chiesa Dio l'ha confidata a noi... Or se voi ritornerete sacrileghi ad usurpare i diritti del Santuario, io vi scomunicherò e i fulmini del cielo vi atterriranno...". Di poi si fece presso a quella parte di popolo che lasciavasi troppo facilmente ingannare e disse: "Anche voi volete unirvi in un fascio d'inferno per ardere cogli scellerati sacrileghi.

Ricordatelo che chi odia la verità cammina nelle tenebre e precipita"50.

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  Erano non pochi nella chiesa della Scala che, pretendendo diritti, rifiutavano obbedienza allo arcivescovo e il minacciavano nella vita. Rispose il Borromeo: "Il tempo sarà giudice e vindice fra le due parti". Non pochi religiosi di san Francesco, ai quali piaceva vivere fuor Regola, fra molti aderenti favorivano il partito dei malcontenti. Questi non avevano termine in gridare che il cardinale non aveva caritàprudenza, che era causa [55]di tutti i disordini, che venuto lui parve seminarsi la zizzania nel campo di buon frumento51. Insomma, sclamavano che Carlo si doveva cacciare e mandarono ambascerie a Filippo ii re di Spagna, ambascerie allo stesso pontefice. Chi non lo vede? Era il grido di Caifasso che insinuava: "Conviene che il Galileo muoia perché gli altri non periscano"52.

  Il Borromeo allora si confortava nella preghiera. Supplicava come Mosè: "O perdonate a questo popolo il fallo suo, o cancellate me pure dal numero dei viventi53... Ovvero se io per caso n'ho colpa benché minima, comandate pure che sia buttato nelle acque". Intanto levossi molle di lagrime e senza por tempo in mezzo si affrettò a Roma per informar personalmente il sommo pontefice. Ed a Filippo re di Spagna mandò pure segretissimamente il suo fedel ministro Bascapè54, perché a quella maestà cattolica rappresentasse le cose non secondo la prudenza del secolo, ma secondo la prudenza della fede.

Or quanto al pontefice, tolse subito a scrivere al Senato di Milano così: [56]"Qui timent te, videbunt me55... Benedicam benedicentibus te, maledicam maledicentibus te"56. E quanto al re Filippo, scrisse al governatore di Milano dicendo: "Riverite le lettere del pontefice come gli scritti dello stesso apostolo san Pietro. Obbedite, o incorrerete nello sdegno da parte di Dio e del re vostro". Questi discorsi e del re e del pontefice

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furono come un fulmine a ciel sereno. I tristi si ravvidero, i buoni si rallegrarono e Carlo più che tutti gioì in abbracciarsi agli uni ed agli altri.

  3. Scelleratissimi fra tutti furono alcuni degli Umiliati. A questi pesava come un mondo sulle spalle la riforma che Carlo voleva introdurre, però decisero <di> ucciderlo. Per avere il denaro conclusero l'un di questi due partiti: costringere il custode del tesoro in Brera a levare una somma indicata, ovvero trucidarlo e rubare poscia i doni del Signore. Carlo se ne avvedeva, ma confidava dicendo: "È scritto nel santo Vangelo che Dio numera tuttodì i capegli del [57]vostro capo e che un solo non può esser torto se nol permetta il Signore"57. In questo momento tal Farina, incaricato dell'assas<s>inio, sparò il fucile. La palla ferì con legger scalfit<t>ura alla schiena del cardinale che recitava il santo rosario con i suoi nell'oratorio di famiglia, e quasi il corpo di Carlo fosse più duro del più duro scoglio, la stessa palla piegò colpendo con forza nella muraglia. Carlo Borromeo non volle <che> si interrompesse la preghiera incominciata. Pregò pei nemici che il volevano morto e pose cura sollecita per iscampare i colpevoli. Né riuscendogli se ne dolse. E quando il pontefice in sopprimere gli Umiliati interrogava: "Può egli l'etiope mutare il color della sua pelle?" 58, il cardinale ottenne che i beni da quelli abusati fossero impiegati a gran vantaggio delle anime nelle istituzioni atte per la riforma del clero e del popolo. Diceva Carlo: "Se i politici, i grandi del mondo, hanno la loro politica, anch'io ho la mia", e levando gli occhi al cielo incominciava: "Pater noster qui es in coelis"59, e conchiudeva: "Statevene [58]sicuri che questa politica trionferà".

  L'arcivescovo Borromeo con perdonar di cuore e con beneficare ottenne che i suoi avversari più accaniti si mutassero in amici e protettori. I canonici della Scala vennero per dieci anni ricevuti dinanzi al cardinale nel presbiter<i>o della chiesa

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maggiore, i maggiorenti della città si confondevano colla folla del popolo che eccitava illuminazioni e feste espansive per onorare la persona del proprio pastore. Carlo parlava allora così: "Io sono servo inutile60 e peccator misero... pregate per me... Preghiamo tutti di cuore per il pontefice sommo il quale è in tribolazione grave... Preghiamo per l'augusto nostro re Filippo che si trova in un colmo di sciagura. Iddio onnipotente benedica a tutti". E qui elevava la destra e benediceva. Un popolo immenso di numero allora piegava il ginocchio come un uomo solo e segnavasi in fronte e non levava lo sguardo dal volto benevolo di Carlo. Quale vista! Per intendere il mistero di ciò non guardate alla bassa terra, ma all'alto nel cielo.

La prudenza [59]di Carlo era una vera provvidenza per il suo popolo e per la Chiesa.

  Pio ix di felice memoria interroga i potentati così: "L'autorità ecclesiastica non deve ella esercitare il suo potere senza il permesso ed il consenso del governo civile?". E rivolgendosi ai semplici del popolo continuava: "Io non temo tanto gli avversari manifesti della fede, quanto i così detti moderati o cattolici liberali, i quali pretendono essere colla Chiesa e intanto predicano: Bisogna aver prudenza e lasciar fare". In queste parole di Pio ix è un argomento di profonda meditazione e nello esempio di Carlo un modello di attento esame.

Facciamo di istruircene tutti e di intendere.

Riflessi

  1. La prudenza cristiana.

  2. Buon esempio di prudenza cristiana nella persona di Carlo.

  3. Ottimi sono gli effetti della cristiana prudenza.

 

 





p. 330
48 Cfr. Mt 21, 13.



49 Cfr. Is 56, 10.



50 Cfr. Gv 3, 20; 12, 35.



p. 331
51 Cfr. Mt 13, 25.



52 Cfr. Gv 11, 50.



53 Cfr. Es 32, 31s.



54 Originale: Bescapè; cfr. G. P. Giussano, Vita di san Carlo, ii, p. 68.



55 Sal 119(118), 74.



56 Gen 12, 3.



p. 332
57 Cfr. Mt 10, 30.



58 Ger 13, 23.



59 Mt 6, 9.



p. 333
60 Cfr. Lc 17, 10.



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