Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Nove fervorini...
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NOVE FERVORINI IN PREPARAZIONE ALLE FESTE DEL TERZO CENTENARIO DI SAN CARLO BORROMEO

VI. L'amico del popolo

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VI.

L'amico del popolo

  1. [60]Un solo è l'amico nostro, Gesù nel Santissimo Sacramento. Amici in Gesù Cristo sono tutti quelli che, al fratello guardando come a membra del divin Salvatore, il curano con rispetto ed amore. Dopo Gesù il nostro più intimo amico è l'uomo di Dio, il sacerdote, il quale ha per ufficio di trattare con il cielo gli interessi nostri. I seguaci del secolo cattivo si hanno rabbia furiosa e additando il sacerdote gridano: "Ecco l'inimico!". E intanto con un viso di rame si proferiscono con dire: "Veri amici della nazione siamo noi". Vi intendo: siete amici come i rospi della donnola per divorarla viva. Noi ripetiamo con più viva gioia: "Un solo è l'amico nostro, Gesù nel Sacramento di amore, e il ministro di Dio che si infiamma alla carità del divin Salvatore negli augusti ministeri della comune salvezza". Scorgiamo questo fatto [61]consolante in un periodo della vita di san Carlo Borromeo.

  2. Un ambasciator mesto reca al Borromeo in Milano questa nuova: "Il vescovo di Lodi è per uscir di vita". Il cardinale levasi, indossa il pavonazzo e con l'ali ai piè si incammina alla volta del vescovo moribondo, quando un più mesto messag<g>ere l'arresta a mezza via e grida: "La peste è in Milano, la peste è in Milano!". In dirlo piange dirottamente e si stringe alle ginocchia del cardinale, il quale lo rassicura e senza scomporsi menomamente dice: "Conviene che ritorni dove l'ufficio di carità è più urgente". Intanto si fa presso alla città, una turba di popolo l'incontra trepidante e l'accompagna. Carlo Borromeo entra nella prima chiesa che è sul passaggio e aggiunge lena al suo animo con parlare a Gesù nel Sacramento d'amore. Indi, quasi inspirato da alto, predica al popolo così: "Figliuoli miei, uno solo è l'amico nostro, Gesù nel Santissimo Sacramento. Quanto a me, io son misero e peccatore, ma desidero potere assai [62]con la grazia di Gesù Cristo che conforta. Ora più che prima io vo' esservi pastore affezionato, e voi mi sarete pecorelle fedeli sempre più.

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In tempo di pestilenza io vo' essere tutto per la salute delle vostre anime, tutto per il soccorso dei corpi infermi. Il cardinale di santa Chiesa reca la divisa in color rosso ad indicare che in ogni giorno egli dev'essere disposto a sparger il sangue, a dare la vita per la Chiesa di Gesù Cristo. Orsù chi mi accompagna? Chi mi segue?".

  Si offerirono anzitutto al Borromeo alcuni sacerdoti discesi giù dalle montagne svizzere con alcuni loro parrocchiani. Insieme si presentarono alcuni di sua famiglia. L'arcivescovo arringò poi gli Oblati di Maria, i religiosi cappuccini e si ebbe tra essi in copia al servizio de' poveri appestati. Invocò e ottenne in numero sufficiente delle religiose orsoline e di altri Ordini. Né bastando i religiosi a tutti gli uffici, pregò e ottenne che i principali patrizii della città, dividendosi la popolazione, conservassero l'ordine negli [63]abitanti di ciascuna porta. Di poi adunò in numero maggiore fedeli di sacrificio e, vestitili in abito di color cinericcio, commise loro uffici importanti per l'assistenza in abitazioni di quarantena.

  Premesso questo, Carlo entrò in colloquio con Dio, si circondò di cilizii più pungenti, si esercitò in veglie prolisse, in digiuni più severi. Poche ore di riposo, prese su d'una sedia ovvero sui gradini d'una scala, bastavano al cardinale per riprendere le fatiche di una giornata pericolosa. Stando solo, i suoi occhi si facevano gonfi di lagrime e sospirando pregava: "Signore, se per placarvi per tante offese degli uomini avete bisogno di una vittima, eccomi, o mio Dio". Ma quando movendosi si faceva incontro a' suoi ed al popolo, rianimavalo una forza d'animo straordinaria. Carlo era come una gran ruota che muove infinite altre e le fa girare con ordine perfettissimo.

  3. Anzitutto Carlo provvide al bene dell'anima de' suoi. La pestilenza è buona maestra per [64]correggere i capricci, ed il Borromeo se ne valse per adunare i cuori di tutti in uno e farlo ardere in amore a Dio ed al prossimo, quasi una fiammella che arde dinanzi al Santissimo Sacramento. A tanto uopo egli il primo diè l'esempio di un cristiano che tiene nella sua destra l'anima, o sia la vita propria, per offerirla a Dio, come il sacerdote che presenta allo Altissimo l'ostia che sarà transostanziata nel Corpo di Gesù salvatore.

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  Né contento Carlo di esercitarsi in macerazione nel segreto di sua camera, usciva ancora in pubblico con una grossa fune al collo, con i piedi sanguinanti, con la cappa cardinalizia sparsa in segno di altissimo duolo, e non una volta sola ma molte, e non per un sol giorno ma per molti continuati, il cardinal Carlo Borromeo veniva innanzi così nelle città, gridando senza posa misericordia al Signore. I fedeli traevano a vedere e, scorgendo il proprio arcivescovo quasi novello Salvatore in patimenti nelle vie di Gerusalemme, uscivano in pianto dirotto ed accompagnavansi in [65]folla dalla chiesa maggiore alla basilica di sant'Ambrogio e poi di san Lorenzo e di san Celso ed a più altre. Gemeva Carlo con dire: "Alle supplicazioni aggiungiamo un dolor cocente per le colpe nostre, aggiungiamo digiuni e flagellazioni; Iddio è sì buono ed egli avrà misericordia di noi". Fra l'altre pratiche, Carlo Borromeo istituì fino in perpetuo una processione a farsi una volta nell'anno a san Sebastiano, ed altra addì 15 ottobre per una serie di anni. Diceva: "Sebastiano, il glorioso martire, ci appartiene perché egli è di madre milanese, ed egli ci guarderà specialmente benevolo". Recava sovente in processione un dei santi chiodi con cui Gesù fu affisso alla croce. Questo chiodo è l'ornamento e la gloria di Milano cattolica. Soggiunse Carlo: "Istituiremo fino in perpetuo che addì 3 maggio in ogni anno il santo chiodo si porti processionalmente con fede e divozione".

  Ma quando ciò non ostante la pestilenza seguiva <ad> infierire, Carlo predicava [66]ai popoli suoi così: "Sia fatto il voler di Dio... le nostre colpe sono eccessive e le riparazioni tuttavia scarse... non istanchiamoci di pregare... tutta Milano convertiamola in un santuario nel quale a Dio salga una lode perenne". Disse e tosto dispose libri a stampa e regolamenti cosiffatti per cui, al suono delle campane della chiesa maggiore, tutti i fedeli nella città si esercitavano come in un monastero di religiosi fervidi, quando alla meditazione, quando al pregare o cantare vocale e quando ad altri esercizi pii. I sacerdoti, preceduti dal cardinale, si accostavano alle porte per ricevere in giorni determinati le Confessioni dei penitenti e ritornavano poco stante per amministrare la santissima Comunione. Forse Milano non vide più tenero spettacolo di fede

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cristiana: sacerdoti e religiosi in maggior copia assistevano gli affetti di pestilenza nei lazzaretti. Questi si riempivano negli ospedali interni della città o si rizzavano con capanne ben difese al di fuori. Il cardinal Borromeo fu veduto scalare [67]una casa e penetrare dalle finestre in camera dove sapeva essere un appestato moribondo. Confortava poi sé e gli altri con dire: "Un'anima è di prezzo infinito; fortunato chi può dare la vita per la salvezza di un'anima".

  4. Né meno curava Carlo Borromeo il corpo de' suoi diletti figli. Quanto a sé diceva: "Io adoprerò le cautele che son del caso, reco un globetto di metallo forato con entro spugna inzuppata nell'aceto per respingere d'intorno le correnti infette, starò solo a mensa, separato al coro ed alla preghiera.

Posto attenzione così, io sarò tutto a tutti e Dio m'aiuterà <a> vivere, o se mi chiama a morire, spero che mi darà il suo santo paradiso". Intanto affrettavasi per sollevare ogni sorta di indigenze.

  In Milano per tempo i negozii e gli istituti industriali furono chiusi e per tempo apparve una turba di operai disoccupati che vagando chiedevano un pane per vivere. L'arcivescovo affrettò ad impiegare i più vigorosi negli uffici di quarantena e nelle case dei lazzaretti. Gli altri mandò sulla via di Melegnano [68]a certo luogo detto la Vittoria, in un vasto fabbricato dove, faticando e pregando sotto la guida di ferventi religiosi, vivevano dando gloria a Dio. Rimaneva una turba di altri poverelli d'ogni condizione ed età. Carlo provvide agli adulti con dispensar loro quotidianamente fino a tre mila minestre. Per ricoprirli staccò fino all'ultimo pezzo i drappi della sua casa e ne fece altrettante vestimenta. I bambini ricoverò in ospizii pietosi, dove il buon cuore di religiose devote esercitava a loro pro le cure di genitori solerti. Era bisogno di separare gli appestati dai sani e Carlo vi provvide fabbricando, come si accennò, fuori la città una borgata di capanne, detta61 il lazzaretto, dove in maggior copia si adunavano gli affetti da peste. Religiosi pii li confortavano vivi, li seppellivano

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morti. Non si lasciava mancar nulla del necessario. Il Borromeo versava a larga mano borse di denaro e diceva: "Ai poveri infermi non lasciate mancar nulla di quello che desiderano. Sollevateli ad [69]ogni modo e non badate sottilmente al dispendio. L'oro è del Signore ed egli che è sì buono ci provvederà".

  Per tanta carità del cardinale arcivescovo i milanesi sclamarono: "Abbiamo un santo fra noi e Dio non graverà la mano sua". Quei di fuori, nelle regioni sparse della diocesi, ripetevano lo stesso e confortavansi. La loro speranza non fu vana.

Nell'anno 1524, infierendo la pestilenza per lo spazio di due soli mesi, morirono 50 mila nella città e innumerevoli nella diocesi. In presente s'ebbero a lamentare otto mila morti nelle regioni della diocesi e 17 mila nella città. Fra questi furono 120 ecclesiastici, i quali spirando sui cadaveri di quei che avevano testé assistiti proclamavano ancora una volta al mondo che unico amico quaggiù è Gesù nell'augustissimo Sacramento, ed il fedele o ministro o assistente che al santo altare si sta colla pietà di un angelo. Carlo Borromeo, quando vide cessare la pestilenza, adunò il popolo e gridò: [70]"Paradiso! Paradiso! Quando, o Signore, vi vedremo in cielo?". Intanto, augurando a sé ed al popolo un bene supremo, seguiva <a> pregare come un cherubino d'amore.

  5. Il buon affetto di Carlo trapassò nei posteri fino a noi62. Quando nel 1854 in Torino udironsi voci di sgomento che accennavano al colera già esistente nella città, il sacerdote Giovanni Bosco tolse con seco oltre quaranta dei giovanetti che il circondavano e pregò dinanzi al Santissimo Sacramento così: "Signore, ascoltate me, povero vostro servo, ed esaudite le voci di questi giovani, vostri figli. Io desidero morire per i miei fratelli percossi dal morbo contagioso. Aiutate me, porgete soccorso a questi teneri seguaci miei". Di poi levossi e con volto sereno parlò a' suoi giovani in questi termini: "Il colera è malattia che viene dall'India dove risiede abitualmente, ed il nome suo e la causa della sua terribile

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apparizione troviamo descritto nel libro di Mosè. Leggesi ivi così: Il molto mangiare [71]cagiona infermità e la golosità conduce fino al colera. In multis escis erit infirmitas, et aviditas appropinquabit usque ad choleram63. Nello stesso libro di Mosè si trova anche il rimedio al colera dove è scritto: Sii frugale delle vivande che ti si apprestano. Poco vino è sufficiente ad un uomo probo64. Allontanati dal peccato, raddrizza le tue azioni e monda il cuor tuo da ogni colpa"65. Conchiuse poi il buon sacerdote: "Bramate, o buoni giovani, che il colera non assalga verun di voi?... O ciò che è meglio, amereste occuparvi in soccorso dei poveri colerosi e non essere attaccati dal male? Riflettete se il cuor vi dice che, pregando, vi guarderete tutti e sempre in questo tempo dal peccato mortale. Considerate nell'animo vostro attentamente perché, se un solo cadesse poscia in colpa grave, nessun potrebbe promettere alla nostra famiglia la liberazione da tanto flagello".

  Questi savi figli pensarono e, tolta la risoluzione di seguire il loro istitutore e padre, nol lasciarono più mai, benché [72]ai primi casi talun per eccesso di sbigottimento cadesse svenuto.

Ma si rialzò e continuando l'opera pia furono tutti di ammirazione a tutta Torino, ed al sindaco della città che scrivendone al sacerdote Giovanni Bosco gliene porse ringraziamenti vivi.

L'esempio del pio sacerdote fu seguito dai religiosi domenicani e dagli Oblati di Maria66, i quali adoperando molto zelo di carità riuscivano a diminuire ed a togliere talora affatto quel panico aumentato nel volgo dal pregiudizio che i medici somministrassero agl'infermi ordinazioni mediche, che dicevano acquetta, di veleno mortifero. Sovrat<t>utto don Bosco solleva<va> gli spiriti smarriti con dire: "Preghiamo di cuore Gesù salvatore e la Vergine consolatrice. Nel colera del 183667

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Maria ci ha prodigiosamente aiutati, e ne è testimonio di riconoscenza la colonna monumentale nella piazza del tempio della Consolata nostra. Preghiamo Gesù per mezzo di Maria.

Il colera od è morbo semplicemente, e la Vergine è salute degl'infermi, od è flagello per le colpe nostre, [73]e Maria è madre di misericordia che supplica per tutti i miseri".

  Il colera presentava due periodi, l'attacco cioè e la reazione; l'infermo guariva quando potendo promuovere le traspirazioni avviava la circolazione sanguinea. Il sacerdote Giovanni Bosco ritornato da una faticosa giornata sentissi assalire dal morbo ed egli tutto solo per non recar disturbo a verun della casa curossi da sé così, finché prese sonno e si levò poi al mattino sano come al solito. I sintomi di colera leggonsi nel Bollettino Salesiano del febbraio 1882 così: "Terribili erano i sintomi cagionati dall'asiatico morbo, sicché incutevano spavento ai più coraggiosi. Era generalmente preceduto da intestini disturbi, in un tratto manifestavasi nell'assalito vomito e diarrea incessante, opprimevalo un senso di grave peso allo stomaco, granchi e contrazioni orribili lo straziavano a tutte le estremità delle membra, gli occhi si facevano incavati e circondati di un cerchio color piombo, languenti e senza vivacità, il naso affilato[74], il viso scarno e talmente alterato da non potersi più riconoscere, la lingua era bianca e fredda, la voce fioca ed il parlare appena intellegibile. Il corpo tutto assumeva un colore lividastro e nei casi più gravi diveniva persino ceruleo e freddo come un cadavere. Alcuni colti da malore cadevano a terra come colpiti da apoplessia fulminante, altri non soprav<v>ivevano che poche ore, pochi vivevano le ventiquat<t>ro. Nelle prime giornate dell'invasione, tanti erano i colpiti, tanti erano i morti; di poi in media sopra cento morivano 60, sicché tolta la pestilenzia, niuna malattia sino allora conosciuta presentava una mortalità così spaventosa".

  Ma non veniva<no> meno gli esempi di carità e di eroismo, ad esempio di ciò che vedemmo nella persona di san Carlo Borromeo. La fede e la carità sono sempre con la Chiesa di Gesù Cristo. Sono forse pochi gli esempi tuttodì di sacerdoti e di laici, di religiosi e di religiose che, offerendo se

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stessi in servigio dei colerosi, presentano una vittima [75]di amicizia e di carità santa? Preghiamo nel santuario dove è la fonte di carità. Gesù nel Santissimo Sacramento è l'amico delle anime nostre. Dopo Gesù, veri amici sono gli uomini di Dio, i sacerdoti apostolici, i quali ad ogni giorno del viver loro sono cristiani per sé, ministri di carità per il prossimo.

Riflessi

  1. L'amico verace del popolo è Gesù nel Santissimo Sacramento e con lui il ministro sacro che si inspira allo altare della divina carità.

  2. Vale in ciò l'esempio di Carlo Borromeo.

  3. Egli si fece tutto all'anime dei poveri appestati.

  4. Si fece altresì tutto al soccorso dei loro corpi.

  5. L'esempio di san Carlo si perpetua fino ad oggidì.





p. 337
61 Originale: detto; cfr. ed. 1930, p. 229.



p. 338
62 Originale: fino a' suoi; cfr. ed. 1930, p. 231.



p. 339
63 Sir 37, 33.



64 Cfr. Sir 31, 19.22.



65 Sir 38, 10.



66 Diversamente in Bollettino Salesiano, febbraio 1882, p. 33: “[...] i padri Domenicani ed i Sacerdoti Oblati della Consolata”.



67 Diversamente in Bollettino Salesiano, febbraio 1882, p. 32: “Nell'anno 1835 questa istessa malattia fece pure la sua visita a Torino”.



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