Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (I corso)
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IL PANE DELL'ANIMA PRIMO CORSO DI OMELIE DOMENICALI ESPOSTE IN UNA MASSIMA SCRITTURALE

Evangelio della domenica dodicesima dopo Pentecoste Il figlio in terra che tende ad abbracciarsi a suo Padre in cielo

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Evangelio della domenica dodicesima

dopo Pentecoste

Il figlio in terra che tende ad abbracciarsi

a suo Padre in cielo

  1. [304]La più viva consolazione quaggiù è incontrare il padre proprio, mettersi nelle braccia sue e nel cuore di lui riversare tutti gli affetti del proprio cuore. Proviamoci in questo momento a fare questo e ne avremo una dolcezza ineffabile. Il nostro celeste Padre ce ne porge invito amorevole e per il bene che ci vuole ne impone perfino un comando affettuoso. Ascoltiamone pure testualmente il discorso che ci fa nell'odierno Evangelo.

  "Gesù disse ai suoi discepoli: Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete, perocché vi assicuro che molti profeti e re desiderarono vedere quello che vedete voi e nol videro, e udire quello che voi udite e non lo udirono.

  Quand'ecco un dottore della Legge fattosi innanzi gli disse [305]per tentarlo: Maestro, che debbo fare per conseguire la vita eterna? Gesù gli rispose: Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi tu? Quegli replicò: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze, con tutta la mente, e il prossimo come te stesso. Gesù gli disse: Ben rispondesti, fa ciò e vivrai. Ma l'altro, volendo mostrare d'esser giusto, disse a Gesù: E chi è il mio prossimo? Gesù

- 338 -ripigliando il discorso disse: Un certo uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico si abbatté nei ladri che lo spogliarono e lo copersero di piaghe e se ne andarono, lasciandolo semivivo. Passò per la strada un sacerdote, vide quell'uomo e tirò innanzi. Similmente un levita, che tenne lo stesso cammino, lo vide e passò oltre egli pure. Ma un samaritano che passava per colà, giunto presso al meschino e vedutolo, ne fu mosso a compassione. Avvicinatosi a lui, gli versò dell'olio e del vino sopra le piaghe, gliele fasciò, e adagiatolo sul suo cavallo lo condusse ad un albergo e prese cura di lui. Il giorno appresso diede due danari all'albergatore dicendogli: Fate di curar bene [306]quest'uomo; di quello che avete a spendere di più vi risarcirò al mio ritorno. Quale di questi tre uomini ti pare essere il prossimo per colui che fu assassinato? Certo, rispose il dottore, quello che gli usò misericordia. Gesù gli disse: Va e fa tu pure altrettanto" (San Luca cap<itolo> 10)90.

  L'avete inteso, o fratelli? Amare Iddio e per amor del Signore amare tutti i fratelli nostri, questo è che riempie di gaudio la terra, di gloria il paradiso. L'argomento generale è troppo vasto perché si possa considerare in una volta. Facciamoci a riflettere in particolare sopra l'amor di Dio. Noi poveri figli della terra abbracciamoci con affetto al celeste nostro Padre e consoliamoci di potere elevarci a tanto.

  2. "Amatemi -- dice il Signore e Padre nostro -- amatemi con tutte le forze dell'animo vostro, amatemi con tutti i sensi medesimi del vostro corpo". In dirlo Iddio usa tutta l'espressione dell'affetto, perché un padre in vivere par che prenda movimento dall'affetto che osserva in volto ai figliuoli suoi.

  Ponetevi dinanzi un bambino che saltella di gioia alla vista del genitore. Eccolo il fanciulletto; all'apparire che il padre fa, l'anima del fanciullo tutta sentesi venire [307]alla fronte. Egli s'accende e poi grida al padre e insieme gli tende le sue braccioline e poi corre con i suoi passi. Or eccolo in braccio al padre. Il figlioletto si agita per immensa gioia e brilla e s'accarezza- 339 - al padre, e poi nasconde il volto nel suo collo e lo colma di baci e di carezze, e muove tanta allegria che par dica: "La mia vita è l'amor vostro, o padre. Se io non fossi con voi, morrei di alto duolo". Alla sua volta il padre con le sue amorevolezze reciproche par che risponda al figlio: "La tua vita mi è cara più che la mia stessa. Oh, quei tuoi occhietti amorosi che non si spengano prima che io non chiuda la vista alla luce del !". Tenerissimi discorsi! Sono veraci perché il Signore li fa proferire da quel labbro di padre e di figlio. Sono una consolazione ineffabile al pellegrino che piangendo compie il suo viaggio in giro della terra.

  Oh, se il nostro cuore arda d'affetto come il cuore e il corpo di quel bambino ingenuo, non è dubbio che non movano altissima allegrezza i santi e gli angeli del paradiso. In questo modo vuole il Signore che l'amiamo, con tutto il cuore come un fanciullo devoto, con tutti i sensi del corpo [308]come un dabben figliuolo che non vuole o vedere o sentire o parlare ovvero che non vuol far cosa se non sia tale che doni aggradimento pieno al genitor suo. Questo è un amor verace. E noi come l'amiamo Iddio Padre nostro?...

  3. Non distacchiamo <la mente da> il confronto del bambino al collo del padre suo perché è esempio troppo caro. Noi lo scorgiamo quel diletto che si commuove ed ama, eppur che non trova contentezza appieno. Pare che la brama del figlio sarebbe di aprire, se fosse possibile, il seno al padre e di entrare entro a quello, e posare il suo cuore presso al cuore del genitore, e così vivere e respirare come questi fa, e prendere perfettamente in tutto e vita e azione dalla vita e dall'azione del caro padre. Questi alla sua volta ben lo sospirerebbe quel congiungimento intimo, ma è vano bramarlo. Però solleva lo sguardo in alto e dice: "In paradiso, lassù avverrà quella unione intima di cuore che qui si può sol desiderare ma non ottenere".

  Tale è il modo con cui noi dobbiamo amare il Signore. Dobbiamo desiderare di accostarci al petto del divin Salvatore, di aprire se fosse possibile [309]quel costato e poi venire a quel cuore adorabile di Gesù, e misurarne poi gli incendi di amore e internarsi in quelli e vivere della vita di quello, come

- 340 -il figlioletto in giornata di crudo verno riscalda le manine presso al seno paterno. Delizie dell'amor santo, chi le può comprendere è beato. Beati saremo appieno in cielo, quando scorgeremo i misteri ineffabili del divino amore. Intanto quaggiù facciamo la nostra strada come il Padre ci comanda, nella legge de' suoi santi Comandamenti. Questo è la prova costante del nostro amore.

  Spingiamo in alto i nostri sforzi e Dio avrà pietà di noi. Il fanciulletto figlio di reale genitore mira dal basso, in cui egli è, all'alto del trono in cui risiede il sovrano padre. Bambinello, quel figlioletto tende le sue manine, s'eleva su<i> suoi piedi e poi chiama co' suoi gridi. Ei sa di non poter ascendere se il padre non lo sollevi, ma intanto strepita finché il genitore si commova per assumerlo presso alle ginocchia sue. Sospiriamo a Dio noi medesimi e il Signore benedetto si moverà a sollevarci dal basso di questa terra al trono del suo santo paradiso.

  4. [310]Amiamo il Signore perché egli solo può accontentare appieno il cuor nostro. Iddio è il nostro fine ultimo. Poniamo ancora attenzione al lavoro ed agli affetti di un giovinetto amante. Egli ad altro non pensa che al padre, e nient'altro vuole fuori di quello che fa piacere al padre suo. Però egli è contento quando suda per il padre, contento quando sa di far cosa grata al genitor diletto. Il figlio bennato per difendere l'onore o la vita del padre mette innanzi la vita sua. Per ottenere che al padre nulla manchi di vitto e di vestito sostiene egli in persona gli stenti della fame o della sete. E per accrescere gloria e godimento a lui, il figlio si espone a peregrinazioni, a stenti ed a pericoli molteplici con ilarità di volto, con sicurezza di mente.

  Misuriamo gli stenti del Saverio e i suoi godimenti di spirito, misuriamo le conquiste di anime che ottenne per la gloria di Dio, e poi sospiriamo, a ciò che il cuor nostro impari a riporre non in altro il suo contento che in piacere a Dio. Troppo piccolo è il cuor nostro. Oh, se noi potessimo amar Dio come l'amano i serafini, se potessimo amarlo come tutti i giusti della terra! Quanto più [311]l'amiamo il Signore, più troveremo contentezza nei cuori nostri.

- 341 -  5. Intanto se vogliamo finalmente esser salvi, riflettiamo che Dio è da amarsi da noi sovra tutte le cose create. Rappresentiamoci non più il dabben figliuolo di cui sopra, ma uno sbadato e freddo cuor di figlio che ama meglio una sostanza di terra che la persona del genitore. Ah sciagurato, chi può sostenere l'iniquo confronto? Accadeva talora in tempo di cruda persecuzione che un cristiano languido troppo nell'amor del Signore cadesse ginocchione dinanzi ad un idolo di Satana, piuttosto che rimanere costante genuflesso dinanzi al vero Dio ed essere crudamente trattato. Però al caduto non si usava pietà dalla sposa di Gesù Cristo, Chiesa santa. Condannavasi irremissibilmente.

  Miseri di noi, se meritassimo che il Signore ci mettesse fuori dal suo paradiso per non averlo amato quaggiù. Amiamolo Iddio perché è bontà suprema. Amiamolo per non esser castigati coll'inferno, ma premiati con il paradiso. E qui a ben intendere poniamo il discorso di due figlioletti. Il primo d'essi dice: "Io amo il padre mio perché mi è genitore ed è ottimo; a lui tengo continuamente [312]fisso l'occhio mio". Altro figlio è che non tiene un discorso così amorevole, ma pur buono e atto a salvare. Costui parla: "Mio padre l'amo ancor per questo, ma l'amo assai altresì per quel bene che da lui aspetto, lo temo per quel castigo che altrimenti me ne ver<r>ebbe. Al padre mio poi penso di tempo in tempo, quando ne sento bisogno all'animo". Questi sentimenti piacciono, non è dubbio, a chi li ascolta, ma chi non dubita che gli affetti del primo figliuolo sono i più cari?  Noi dirigiamo al più alto segno possibile gli affetti del cuor nostro. Quando Iddio ci chiamerà a sé e che voleremo al cielo, allora sclameremo in gioia così: "Abbiamo amato ed ora siamo salvi!". Oh, amiamo almen di cuore assai, per potere con più pura gioia prendere un il commiato da questa terra al paradiso.

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Riflessi

  1. Un figlio in terra che tende ad abbracciarsi a suo Padre nel cielo.

  2. Amiamo Dio con tutte le forze, come il bambino che giubila in seno al padre.

  3. [313]Desideriamo congiungerci intimamente al Signor nostro.

  4. Finalmente Iddio solo può contentare il nostro cuore.

  5. Amiamolo dunque sopra ogni cosa col miglior affetto possibile.





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90 Lc 10, 23-37.



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