Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (I corso)
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IL PANE DELL'ANIMA PRIMO CORSO DI OMELIE DOMENICALI ESPOSTE IN UNA MASSIMA SCRITTURALE

<Evangelio della> domenica vigesima quarta dopo Pentecoste Un naufrago

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<Evangelio della> domenica vigesima quarta

dopo Pentecoste

Un naufrago

  1. [410]Compassionevoli sono le pene di un naufrago. Egli ha sopra il capo e d'intorno l'aere sconvolta in turbine di tempesta. Sotto ha le onde marine che s'innalzano quasi furie minacciose per assorbirlo ad ogni momento. La navicella che lo porta già ha rotti gli alberi, ha perduto il timone; misero il naufrago, chi lo salva? Lo salva il gridare pietoso e incessante.   Naufrago l'uman genere sarà quando già prossima sia la fine del mondo. Che pene proveranno in quei giorni gli uomini? Argomentiamolo da ciò che ne espone il santo Evangelo.

  "Gesù disse ai discepoli: Quanto vedrete l'abbominazione della desolazione, predetta dal profeta Daniele, posta nel luogo santo (chi legge comprenda), allora coloro che si troveranno nella Giudea fuggano ai monti, e chi si troverà sopra il solaio non iscenda <a> prendere alcuna cosa [411]di casa sua, e chi sarà al campo non ritorni a pigliar la sua veste. Ma guai alle donne gravide o che avranno bambini al petto in quei giorni. Pregate perciò che non abbiate a fuggir di verno o in giorno di sabato, imperocché grande allora sarà la tribolazione, quale non fu da principio del mondo fino a quest'oggi, né mai sarà. E se non fossero accorciati quei giorni, non sarebbe uomo che potesse star salvo, ma saranno accorciati quei giorni in grazia degli eletti. Allora se alcuno vi dirà: Ecco qui, ecco il Cristo, non date retta, perocché usciranno fuori dei falsi cristi

- 395 -e dei falsi profeti e faranno miracoli grandi e prodigi da far che siano ingannati, se fia possibile, gli stessi eletti. Ecco che io ve l'ho predetto. Se dunque vi diranno: Ecco che egli è nel deserto, non vogliate muovervi; Eccolo in fondo alla casa, non gli credete. Poiché siccome il lampo si parte dall'oriente e si fa vedere sino all'occidente, così la venuta del Figliuolo dell'uomo. Dovunque sarà il corpo, quivi si raduneranno le aquile.

  Immediatamente poi dopo la tribolazione di quei giorni si oscurerà il sole e la luna non darà più la sua luce e cadranno dal cielo le stelle [412]e le potestà del cielo saranno sommosse. Allora il segno del Figliuolo dell'uomo comparirà nel cielo, allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra e vedranno scendere sulle nubi del cielo con potestà e maestà grande il Figliuol dell'uomo. E manderà i suoi angeli, i quali con tromba e voce sonora raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un'estremità dei cieli all'altra.

  Dalla pianta del fico imparate questa similitudine. Quando il ramo di essa intenerisce e spuntano le foglie, voi sapete che la state è vicina. Così ancora quando voi vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino alla porta. In verità vi dico: non passerà questa generazione che adempite non sieno tutte queste cose. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (San Matteo cap<itolo> 24)134.

  Fratelli miei, già ci sembra a noi di vedere in parte i segni spaventosi della fin del mondo e noi ne siamo attoniti. Che sarà dei nostri fratelli, i posteri ai quali toccherà di provarne i terrori più immediati? Il santo Giobbe che da lontano ne scorse l'orrore diceva poi tutto commosso: "Io ho temuto il Signore di continuo, come [413]i flutti di mare che spumeggiano sopra di me, e già non poteva portarne il peso"135. Temiamo anche noi, o fratelli. Scorgiamolo fino a qual misura dobbiamo noi temere i giudizii del Signore.

  2. Dice taluno che per farsi santo non bisogna temere. Ma

- 396 -è falso. Giova, perché un cristiano si faccia santo, tutto quello che è acconcio per distaccare dalla terra il cuore dell'uomo. Però che ha di meglio a ciò che il timore dei giudizii del Signore? Quando è tempo di guerra, non si pensa a fabbricare. Quando le onde imperversano nel mare, non si pensa a godimenti. E se la immagine della morte venga sovente a mostrarsi entro la porta di casa nostra, oh come allora si pensa a scacciare fuori dalla casa del cuore quelle ree compagne di abito triste, le concupiscenze, che in punto di morte dannogran fastidio. Buono è quel timore che tien lontano il peccato.

  Quando nell'anno millesimo dell'era nostra si sparse la nuova che già imminente era la fin del mondo, allora tutti si affrettavano a lasciar il peccato per far il bene. Allora affrettavansi a gara per donare il proprio in mano ai poveri. Furono molti che già si scavavano con le loro mani una [414]fossa, disposti a discendervi quando l'ora fosse venuta. Oh come di cuore temevano personaggi pii! Francesco Borgia in riflettervi tremava lui e faceva traballare la cameruccia sua. Con temere e tremare Francesco si fece santo. Temiamo anche noi che siamo peccatorimiserabili. Tremiamo mentre ci tocca esperimentare pericoli così gravi.

  3. Che fa un naufrago in mare procelloso?... Egli innalza le mani al cielo e supplica e geme e scongiura. Nel medesimo tempo <tutti> remano, sarpano, sciolgono o troncano, e così non lasciano mezzo intentato per riuscire a salvamento. S'hanno robe di merce, in mare le buttano. Se hanno anche uno scrigno di argento, lo versano parimenti, perché la vita preme sovrat<t>utto. Tali dobbiamo essere noi nel mare tempestoso di questa vita. Dobbiamo gridare a Dio che ci salvi e intanto eseguir tutte quelle buone opere di supplicazione, di atto o di pazienza che a noi sono possibili.

  Ignazio li provò questi flutti tormentosi nella sua grotta di Manresa. Allora sentivasi intorno il turbine delle minaccie divine e sotto ai piedi l'agitarsi rabbioso [415]dello inferno. Già già parevagli di perire omai. Oh come si struggeva il povero Ignazio! Appariva come un verme che si raggruppa sotto alle punture de' suoi tormentatori. Ma il coraggioso uomo volgeva incessante lo sguardo a Dio, le mani tendeva a

- 397 -fugar le figure diaboliche. Durolla in questo esercizio e così in breve, da condottiero vano di un esercito mondano, divenne condottiero più fervido di un esercito di religiosi che continuano ancora oggidì alla conquista delle anime.

  4. Ma noi siamo così male inclinati che facilmente crediamo le minaccie meritarsele gli altri e non noi. Ci lusinghiamo di non meritare il turbine dei castighi di Dio. Ma non è stoltezza? Siamo stati concepiti nella colpa, abbiamo commessi più volte peccati in vita. Se meritiamo che Dio ci abbandoni, cadressimo tosto in un abisso di altre iniquità. E noi sentiamo questo e non tremiamo? Almeno dobbiamo persuaderci che la morte viene anche per noi, che il giudizio del Signore si farà anche per noi. Lo sappiamo che il paradiso brilla sopra ai nostri sguardi, che l'inferno freme sotto ai nostri piedi. Siamo noi sicuri <che> ci tocchi il paradiso? Ma se nessuno può [416]esserne affatto certo, oh come di cuore deve paventare! Temiamo tutti, o fratelli. Con timore e con tremore uopo è che operiamo la salvezza nostra.

  Metodio, missionario fervido, era venuto nella Bulgaria e molto gli premeva di convertire il re di quella nazione. Poco fruttavano i suoi discorsi, poco le sue insinuazioni. Allora diè mano a pingere e descrisse più al vivo che poté la comparsa di Gesù che viene a giudicare gli uomini alla fin del mondo. Compiuto il suo lavoro, si affrettò a presentarglielo. Credereste? Quel re fu così atterrito che tosto posesi <a> sclamare: "Battesimo, battesimo! Voglio il battesimo a ciò che io sia salvo". L'Evangelo di questo giorno ci rappresenta a parole un quadro ben terribile del giudizio del Signore. Consideriamolo per nostro pro e preghiamo Dio che alfine ci salvi.

  5. In quel giorno è scritto che i medesimi giusti in volgere lo sguardo a Dio tremeranno. Ma che timore sarà quel loro? Sarà il timore di perire? No, perché sono salvi omai. Sarà il timore di qualsiasi minaccia? No, perché omai sanno di essere figli diletti. Quel loro sarà un timore riverenziale.[417] È scritto che gli stessi angeli celesti al cospetto della maestà dello Altissimo si coprono con le ali il volto. Perché fanno ciò? Certo per quell'alta riverenza che essi conservano a Dio. Sicché noi medesimi impariamo a temere il Signore sempre. Quando

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Iddio buono ci abbia fatta grazia di compiere a sua gloria più opere di bene, anche allora temiamo i giudizii del Signore per quell'alta riverenza che si deve sempre alla maestà dello Altissimo. Gran cosa! Noi siamo meschinelli cotanto, eppure Dio ha cura di noi. Noi siamo fragili, eppure Dio ci dispone alla comparsa del suo giudizio.

  Girolamo, il dottore profondo, il quale già tanto erasi doluto, pure nella grotta di Betlemme tremava come una foglia agitata dal vento autunnale. Poneva il suo viso contro terra per nascondersi dalla vista di Dio. Ripeteva poi con gemito: "Temo il giudizio del Signore, temo il giudizio del Signore". E quando elevava il volto dal suolo, il faceva per battersi il petto con un sasso e poi per guardare in alto cogli occhi in lagrime e sospirare: "Mi perdonate, o Signore, i falli miei? Ah, ditemelo [418]che mi avete usata misericordia".

  Fratelli miei, vedete se temono di cuore i santi più illustri. Temiamo ancor noi, ché ne abbiamo sì alta ragione. Il santo Giobbe dice che era come un naufrago misero che si impiccolisce per non essere coverto dalle onde. E noi temiamo come lui, temiamo come i cristiani più saggi. Temiamo tanto come ci inculca il Vangelo di questa domenica, e allora accadrà che finalmente Iddio ci salvi.

Riflessi

  1. Il cristiano che guarda alla giustizia del Signore deve temere come il naufrago che è sotto alla minaccia delle onde sconvolte.

  2. Questo è necessario perché ognun si guardi dal peccato e si faccia santo.

  3. Temiamo e operiamo il bene.

  4. O forse che Dio non giudicherà con eguale severità ciascun di noi?

  5. Quanto più temiamo, più mostreremo rispetto e amore a Dio signor nostro.

Sia lodato Gesù Cristo

 





p. 395
134 Mt 24, 15-35.



135 Gb 31, 23.



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