Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (II corso)
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IL PANE DELL'ANIMA SECONDO CORSO DI MASSIME SCRITTURALI ESPOSTE NELLE SPIEGAZIONI EVANGELICHE

Evangelio della domenica terza di Avvento I personaggi grandi sono umili

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Evangelio della domenica terza

di Avvento

I personaggi grandi sono umili

  1. [20]Non è dubbio che Cesare Augusto, imperatore di Roma, non fosse personaggio illustre. Sotto al suo regno si chiamarono felici i popoli. Egli governò con cuore paterno per più che un mezzo secolo, promosse poi sì felicemente la pace, e con la pace le scienze e le industrie, che per il tutto assieme il secolo che accompagnò quel monarca fu chiamato il secolo d'oro di Augusto. Quel monarca fu illustre perché fu mite. Ad un cotale che gli aveva tramata la vita, disse: "Io ti perdono! Diamo oggi allo impero due esempi: io quello di generosità, tu poi quello della riconoscenza". In dire Augusto si abbracciava come fratello al meschino che tentò <di> ucciderlo. Altra volta ad un cotale che tremante eragli comparso innanzi e che tremante stendeva la destra a ricevere un dono, disse con bontà: "Che temi?... Sono io forse un orso?...".

  Il filosofo <Socrate> aveva studiato per tutta la vita [21]e aveva sparso sprazzi di luce in mezzo agli uomini del suo secolo. Nondimeno stimavasi sì poco che in fine rispondeva: "So questo solo, che io so niente". Così è vero che gli uomini grandi si riconoscono e sono umili.

  Abbiamo stamattina dinanzi allo sguardo la figura di un uomo il quale non è monarca, non è filosofo, ma è tale di cui lo stesso Verbo incarnato ebbe a dire: "Di costui non è figlio che sia maggiore fra i nati da donna"15. E perché egli è massimo fra tanti in merito? Perché in umiliarsi si reputò il minimo di tutti. Ascoltiamone ciò che ne riferisce lo Evangelo di questo .

  "Vennero a Giovanni nel deserto alcuni sacerdoti e leviti, mandati dai capi dei giudei. Questi inchinandosegli dissero: Ve ne preghiamo, diteci chi voi siate. Siete il Messia?... E

- 412 -Giovanni: No, no. Siete Elia risuscitato?... E Giovanni: Non lo sono, non lo sono. Siete voi un profeta?... Nemmeno. Chi siete voi dunque? Io, rispose Giovanni, sono la voce di colui che grida nel deserto: Appianate la strada del Signore, come disse Isaia. Nel mezzo di voi è altro che voi non conoscete; è colui che deve venire dopo di me ed è prima di me, al quale [22]io non sono nemmen degno di sciogliere i legami delle scarpe"16.

  Eccola dunque la figura di Giovanni. Giovanni è buon esemplare di umiltà. Imitiamolo. Chi vuol essere personaggio di merito deve riconoscersi ed essere umile. Ascoltiamone ciò che ne dice lo stesso Ecclesiastico: "Quanto grande tu sei, umiliati in tutti i modi e troverai grazia presso a Dio"17.

  2. Volete voi sapere quello che siete in merito? Non siete quel che per avventura vi riputiate voi o che vi reputino altri, ma sol quello che vi trova Dio <quando> comparite al suo cospetto.

  Vi metto innanzi il costume degli uomini nella immagine di tre uccelli. Ha delle persone le quali non hanno costume che di farsi vanto e lodarsene, e questi sono come il pavone, il quale perché ha il colore avvenente di poche penne se ne gloria all'immenso. Però il pavone è dato per simbolo di stoltezza. Stolti anche i cristiani i quali vogliono far mostra di virtù che non possedono.

  Ha degli altri che sono stimati grandi da un partito di gente nella loro città ovvero da un gruppo di individui nella loro parentela. Ma che importa, se quelli o si [23]ingannano o sono interessati, ovvero che maliziosamente adulino? L'aquila è stimata il re degli uccelli, ma è posta per simbolo di molti vizii detestabili, la rapacità, l'ambizione, la superbia. Se vi lodano solo gli uomini ovvero un partito di uomini, non basta. Quanti rapaci oggidì che sono portati in trionfo, quanti ambiziosi e quanti superbi! Ma perché son reputati grandi,

- 413 -non crediate che lo siano punto punto. Anzi ne sono tanto più detestabili.

  Invece si trovano cristiani buoni che sono tenuti in alto conto dal Signore. Questi sono gli uomini umili. Fra gli uccelli che li raffigura<no> è distinta la colomba. La colomba è semplice, ella è casta, è timorosa, geme come una desolata pia, epperciò commuove tanto. La colomba ci è data per figura del medesimo Spirito santissimo del Signore. La colomba con le ottime qualità de' suoi costumi rappresentabene i sette doni dello Spirito Santo. Colombe di cristiani cosiffatti, oh quanto son cari al Signore, quanto gli piacciono! Fratelli, non siamo come l'uccello pavone, né meno come le aquile. Siamo come le colombe, umili e timorosi, e noi saremo grandi al cospetto di Dio.

  [24]3. E se un di noi per sua buona ventura sappia di esser caro a Dio, costui pensi ad umiliarsene tanto più. Vi porgo un esempio. Figuratevi che un monarca sia disceso in mezzo alla turba de' suoi sudditi cenciosi e, trattine fuori due, quattro, dieci, li vesta alla <maniera> reale. Che devono fare costoro per rimeritarsi sempre più dalla sovrana bontà? Devono dire a tutti: "Eravamo pezzenti e il re ci ha ricoperti così". Che se facendo il contrario, se ne vantassero come di cosa propria e si valessero per far arrossire gli altri, non vi pare che meriterebbero di essere spogliati per esser confusi col numero dei più miserabili?

  Ah, se un cristiano ha ricevuto le vestimenta di tante virtù e poi che se ne vale per innalzare sé e per umiliare altri, tremi il superbo, perché Dio castigherallo certamente. Chi è stato donato dal Signore di qualche speciale grazia, oh come deve inorridire per timore di invanirsene miseramente!

  4. Perché se la superbia entra nel cuore, in casa è pervenuta la bestia che non è mai sazia di sangue e di strage. La volpe chi non lo sa che è animale quanto crudo che astuto? La maligna incomincia da [25]passeggiare innanzi e indietro per spiare. Quando crede opportuno, emette poi sue grida di pietà, ovvero di terrore. Finalmente quando gli s'apra, salta entro al pollaio e comincia sue stragi.

  Quella volpe è la superbia nei pensieri, nelle parole e nelle

- 414 -opere. Quando voi scorgete che la maligna va e viene, scacciatela, sicché possiate dire con san Vincenzo Ferreri: "Va e viene la maliziosa, ma non si ferma". Guardatevi sovrat<t>utto quand'ella vi suggerisca a parlare con lode di voi, a sentir parlare con plauso di voi. Quale pericolo in questo momento! Che se vi scorgiate apertamente assaliti nel cuor delle opere che compite, allora gridate senza posa: "Ahimè che m'uccide!". E continuate <a> pregare finché il cielo vi abbia scampati.

  5. Il giovinetto Tarcisio fu inviato dalle catacombe dalla persona del sommo pontefice perché portasse il Santissimo Sacramento a Pancrazio ed a' compagni nella loro carcere. Quando <fu> pervenuto alla piazza maggiore della città, fu assalito da una turba di fanciulli pagani. Vi s'aggiunsero gli operai delle officine circostanti e già lo martirizzavano.[26] Intanto Tarcisio pensava fra sé: "Morire sì, ma non consegnare i sacrosanti misteri del Signore". Questa fedeltà piacque tanto a Dio che tosto gli mandò aiuto per essere liberato. Quando poi Tarcisio morì, un angelo celeste venne e posò in mano a lui la palma del martire.

  Bisogna che ci disponiamo noi stessi a morire piuttosto che mancare di fedeltà al Signore. E noi manchiamo tutte le volte che lodandoci di qualche cosa, diciamo: "Questa cosa l'ho fatta io... quest'altra ancora". Che? Dunque siamo persuasi di poter qualche cosa da noi soli? Ingrati ed infedeli che siamo! Iddio è che sostiene il filo della nostra esistenza, lui è che e il potere e il volere di far qualche opera di bene, e noi diciamo: "Questo è nostro, questo è nostro!"...

  Così non hanno fatto i santi, così non fanno i savi. Mosè, che fu tanto più che ciascun di noi, e molto più che tutti noi assieme, non faceva che ripetere: "Dominus solus dux eius fuit (Deut<eronomio> 32). Solo il Signore è stato lui il condottiero del popolo"18. Ditemi in fede vostra, quando voi vi risolviate a dare in mano di un servo le chiavi dei vostri scrigni, a chi le affidereste [27]meglio, ad un servo fedele

- 415 -ovvero ad uno che di continuo già rubacchiò del fatto vostro?... Orbene, quando noi ce ne vantiamo con attribuire al nostro ingegno quello che è puro beneficio di Dio, noi rubiamo al Signore la sua gloria. E poi pretendiamo che Iddio sia più largo con noi, che ci elegga per suoi ministri intimi, per suoi famigliari dimestici? Siamo umili e Dio ci farà trovare la grazia sua.

  6. Non perdiamo di mira l'esempio di Giovanni. Egli era, chi nol sa, grande al cospetto di Dio. Già l'aveva annunziato l'angelo a Zaccaria: "Erit magnus coram Domino" (Luc<a> 1)19. Era in istima presso a tutti, perché un popolo di gente veniva a lui per dire: "Insegnatecelo: che cosa abbiamo a fare noi per esser salvi". E intanto lo salutavano profeta, lo inchinavano come messia. Giovanni, chi l'ignora?, era angelo per ufficio, perché nacque con l'uso della ragione e menò in terra vita angelica. Pure Giovanni sfugge tutti questi onori. Si contenta con dire: "Io sono una voce che grida nel deserto". Ma appunto perché Giovanni si confessò semplice voce, o sia perché si protestò umile, per questo Iddio esaltollo tanto fino [28]ad essere il vero precursore del Salvatore.

  7. Finalmente bisogna che poniamo mente ad un inganno facile a venire. Noi ci facciamo talora a pensare: io sono certamente migliore di costui... Stolti, stolti, chi ci assicura di essere non sol migliori di altri, ma almeno buoni per noi? Gli apostoli stessi quando dicevano: "Chi di noi sarà il maggiore?...", furono rimproverati dal Signore. Eppoi, che ingiustizia preferire sé ad un altro!... Chi giudica non è altri che Iddio, e noi, che facciamo noi mai quando al giudizio del Signore vogliamo o preporre o accompagnare il giudizio nostro?... Crediamolo, crediamolo: noi tanto siamo, quanto Dio ci estima al suo cospetto, e non più e nulla meno. Stiamo contenti a questo. Reputiamo poi eccellente avviso a preservarci da male e ad ottenere ogni bene questo dell'Ecclesiastico: "Quanto sei grande, tanto umiliati in tutte <le> cose e tu troverai grazia presso al Signore".

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Riflessi

  1. I personaggi grandi sono umili.

  2. Noi siamo sol quello per cui tanto in verità ci reputa Dio. 3. [29]Se vogliamo che Dio si valga di noi, siamogli fedeli in confessarlo a tutti che ogni ben nostro viene da lui.

  4. Niente più spiace a Dio che un cuor superbo. La superbia è vizio pessimo che si insinua con molta sottigliezza.

  5. Morire sì, ma non levare a Dio verun onore che gli si deve.

  6.  Guardiamo dal preferirci a veruno del nostro prossimo.

<7. Quanto sei grande, tanto umiliati!>20.





p. 411
15 Mt 11, 11.



p. 412
16 Cfr. Gv 1, 19-28.



17 Sir 3, 20.



p. 414
18 Dt 32, 12.



p. 415
19 Lc 1, 15.



p. 416
20 Questo riflesso, che manca nell'originale, è preso dall'edizione del 1929 curata da don Leonardo Mazzucchi.



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