Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (II corso)
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IL PANE DELL'ANIMA SECONDO CORSO DI MASSIME SCRITTURALI ESPOSTE NELLE SPIEGAZIONI EVANGELICHE

Evangelio della domenica terza dopo l'Epifania Un punto di arrivo

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Evangelio della domenica terza

dopo l'Epifania

Un punto di arrivo

  1. [64]Lasciateli scor<r>azzare gli uomini dal pensiero libero. È un punto nel quale si incontrano anche gli uomini che a guisa del polledro si credono nati per la libertà. Non invidiate alla brama con cui gli interessati accumulano loro tesori, ovvero alla smania con cui i gaudenti moltiplicano loro godimenti. È un punto nel quale tutti si incontrano. Questo punto è un varco che solo in pensarvi mette spavento.

  Il divin Salvatore ci viene innanzi come un medico pietoso, il quale guarisce un lebbroso che si incammina già al passaggio della morte. Gesù viene innanzi come consolatore al centurione, il quale prostrato dinanzi a lui diceva: "Io non sono degno che voi entriate in casa mia, ma dite una parola e il fanciullo mio, che è infermo, tosto sarà guarito". Meravigliato, il divin Salvatore aggiunge: "In verità in verità vi dico che non ho trovata tanta fede in Israello. Ah quanti [65]che saran cacciati fuori e mandati a gemere nello inferno, mentre molti verranno da oriente e da occidente ad occupare quel loro posto!". E rivolto al centurione: "Va -- gli dice -- che il figlio tuo è salvo". Il fanciullo a quell'ora stessa fu guarito37.

  Eccovi un punto nel quale tutti ci incontriamo. È il momento della malattia, è il punto della morte. Lasciateli i tristi, e non li invidiate punto. In un momento i buoni si rallegrano, in un punto i cattivi si disperano. Veniamo alla morte. Sentite come l'Ecclesiastico riferisce in brevi parole l'angoscia del gaudente: "O morte, come è amara la tua memoria all'uomo che ha pace nelle sostanze sue!"38. A questo punto dovete scorgerlo il gaudente iniquo per saperlo in tempo compatire. Facciamoci- 436 - di subito all'esame di questo fatto non raro <ad> accadere oggidì.

  2. Infelici gli uomini del nostro secolo, i quali ripongono nei godimenti la propria contentezza! Ripassando le storie del passato, troviamo che un Eliogabalo, imperator di Roma, non sapeva più di qual meglio pascersi e manteneva quattrocento cacciatori perché gli portassero in ogni un [66]piatto di lingue di fagiani. Conservava ne' suoi vivai i pesci, e perché le carni crescessero più squisite alimentava un serraglio di schiavi e li uccideva poi mano a mano per dargli <in> pascolo ai suoi animali natanti.

  Oh come il sangue sale alla fronte in pensarvi! Diocleziano per ammassare ricchezze non badavamisuraonestà. E Nerone per accrescere onore a sé toglievalo tutto a Dio. Fece troncare il capo a quante statue di divinità erano in Roma e sopra il busto tronco di quelle fece apporre la immagine di sé. Faceva flagellare il mare quando minacciava <di> uscire dai suoi confini e scagliava dardi in cielo quando una pioggia scendeva a disturbare i suoi giuochi diletti. Che ne dite? Vi par che cotestoro potessero un momento pensare alla morte per ben disporvisi?

  Fossero almeno soli que' stolti, ma hanno compagni. Ciò che più duole è intendere che li hanno fra i medesimi cristiani, che pur dovrebbero essere imitatori di Gesù Cristo. Dispensatemi da farne enumerazione delle classi di cristiani che ripongono la contentezza propria nei beni terreni. Sarebbe una noia indescrivibile. Fratelli, poniamo la destra [67]sul nostro cuore. Ah, se ad uno <questo> suggerisce che il godimento proprio è sol pensare alle cose ed agli onori di questa terra, tema pure il misero! Egli è in uno stato di non potere seriamente pensare alla morte per provvedervi.

  Ignazio da Loiola, quando nella sua grotta di Manresa parevagli che difficilmente avrebbe potuto scampare dall'inferno, il meschinello tremava come una foglia agitata dal vento e provava entro sé i terrori di morte. Miseri peccatori, i quali divertonsi e gavazzano mentre sono alle porte delle fiamme infernali! Già gli abissi si spalancano ed essi ancor attendono a noverar le corone, a palpare gli scrigni, a tripudiare nelle

- 437 -mense. Infelici, infelici, oh quanto amaro è per essi il pensiero della morte!

  3. Pesa loro un mondo sulle spalle. Non ne vorrebbero mai sentir parlare. Vedete in giornata come si usano tutti i modi per allontanare la memoria di dover morire? Adesso non si vorrebbero udire annunzi di morte, non suoni lugubri di campane. Una bara funerea farebbe svenire, perciò si impedisce quanto si può che di giorno si porti un cadavere a seppellire.[68] Quei stessi luoghi di riposo dei nostri cari defunti adesso non si vogliono visitare con proposito di pensar alla morte.

  L'idea della morte si cerca <di> strapparla ancora dai cimiteri, epperciò si adornano nel piano a mo' di giardini ameni, nelle pareti si ornano con statue di marmo e con fregi d'oro. Ma pur temendo che ancor fuori da un'urna ricca di pietra possa farsi udire una voce, benché lontana, di morte, si va pensando <il> modo di bruciare ancora i cadaveri. Sembrerebbe a certi delicati meno noioso il pensiero di aver raccolto in un'urna di porfido le ceneri dei propri cari. Ma certamente che quelle medesime non lascerebbero di incutere un pensiero malinconico, e così <costoro> finirebbero con disfarsene ancor di ogni resto di memoria dei diletti propri. Ecco le pazzie che fa commettere il timor della morte. Quando per disgrazia se la veggono improvvisa comparir innanzi nel morire che ha fatto un servo, un contadino, un del vicinato, uh che orrore! Però subito ne allontanano il brivido con dire: "È morto il tale perché era povero... Al tale mancarono le cure... Quest'altro fu colpito accidentalmente da una pietra e [69]questi da un'arma". Intanto tremano in scorgere un segno di croce. E se mentre siedono a mensa vedano un numero di posate secondo loro funesto, subito ne inorridiscono.

  E poi dite che i tristi si ridono della morte! Credetelo, consola assistere alle morti dei poveri che credono, dei contadini che camminano semplicemente, ma colma di terrore nell'anima la vista di un ricco interessato e tristo che muore. Pensatelo, a questi che ritorna cotanto amara la sola memoria di morte, quanto più dolorosa gli deve essere la cruda presenza?

- 438 -  4. Sono così sensibili ad ogni tocco o di dolore o di infortunio. Che sarà poi quando la morte venga per tormentarli nel corpo, per spogliarli nei beni della casa? Immaginate che un monarca di spavento entri a tormentar la vostra persona con strapparvi gli occhi, con strapparvi la lingua, con rendervi a guisa di statua di sale, come accad<d>e alla consorte di Lot! E prima che essere lacerato malamente così, immaginate che quel ladrone vi tolga quanto di bene vi circonda nella casa o fuori nel campo. Oh come il sangue vi salirebbe alla [70]fronte! E non potendovidifenderevendicarvi, io non so come si dorrebbe l'animo vostro.

  Ma raffiguratevi un infermo che sia già spacciato dai medici, che sia addolorato in tutte le membra, che già sulla fronte gli corra un sudor di morte. Non è vero che costui deve abbandonar tutto? E che cosa gli lascia la morte, quando egli cadavere omai sia portato <a> seppellire? Si è veduto già che un ricco abbia potuto recare con sé all'altro mondo un servo per suo comodo, un filo di porpora in segno di sua nobiltà? Ignudo si nasce, ignudo si va alla sepoltura39. Chi ci deve ricoprire è la moltitudine dei vermi che si succederanno per divorarne le carni. Pensiero amarissimo! Io non so dire quanto questo pensiero debba affliggere l'animo di quei miseri i quali riposero ogni loro felicità nei beni della vita, eppur che sono obbligati <a> lasciarli d'un tratto tutti.

  5. Grideranno disperatissimi: "Siccine separas, amara mors? Così ci strappi, amara morte?"40, ma dolersene in quel punto non ha riparo. Il rimedio utile è staccarsene [71]in presente da tutti quei godimenti che in morte potrebbero ancora cagionarci pena.

  Carlo v, avendo abdicato al trono in favore del suo figliuolo Filippo, si ritirò nel monastero di San Giusto. Quivi egli seppellì nella solitudine e nel silenzio la sua grandezza, la sua ambizione e tutti i vasti disegni che per mezzo secolo avevano riempiuta l'Europa di agitazioni e di timori. Egli rinunciò

- 439 -perfino ai più innocenti piaceri e praticò in tutto il loro rigore le regole della vita monastica. Nel fervore della sua devozione, risolvette di celebrare i suoi funerali. Avviluppato in un lenzuolo e preceduto da' suoi domestici vestiti a lutto, si accostò alla bara collocata in mezzo alla chiesa del monastero e vi si distese entro. Fu celebrato l'Ufficio dei morti ed il monarca univa la sua voce a quella dei monaci che pregavano. Dopo l'ultima aspersione, tutti si ritirarono e le porte della chiesa furono chiuse. Carlo v restò solo e rimase ancor qualche tempo sopra alla bara, quindi si levò, andò <a> prostrarsi davanti all'altare e poi ritornò nella sua cella, ove trascorse la notte nella più profonda meditazione. Egli morì di febbre [72]poco dopo, il 2141 settembre 1558, all'età di 59 anni.

  Questo esempio vi indica una delle due: distaccarvi dalle sostanze di questo mondo con rinunciarvi affatto, e questo è atto che costa fatica. Si dicono sostanze i beni di questa terra, quasi per significare che senza esse uno non possa sussistere. Ma come non può ridursi a sussistere <senza di esse> un ambizioso interessato, può ben vivere un cristiano modesto che si contenta al necessario per la vita.

  O se uno non si senta a rinunciare in effetto ai copiosi suoi beni, vi rinunci almeno coll'affetto, benché essere circondato da molta roba in casa e non attaccarvi il cuore sia cosa più prodigiosa che rara.

  6. Ha molti cristiani, e sono per lo più gente d'anni e d'affari, che stanchi delle vanità mondane battono alle porte d'un monastero nella solitudine. Vestono una tonaca bianca di lana con cocolla42 e fanno risuonare di lodi le foreste ed i monti di Grenoble e di più altri luoghi. Si chiamano certosini, e fra l'altre regole hanno questa quei religiosi, cioè di tacere sempre per poter più di proposito pensare alla morte. [73]Quando si incontrano salutansi con dire: "Ricordati che devi morire", e passano innanzi. Presso alla porta della loro cella hanno scavata con le proprie mani una fossa, ed è quella che

- 440 -li dovrà ricevere dopo il loro transito. Spesso i religiosi certosini sono uomini che vivono come angeli in carne. Con questo pio esercizio di pensar sempre alla morte, vi si dispongono santamente. Quando essa giunga, l'incontrano con rassegnazione piena. Talora le vanno innanzi con ilarità d'animo. Con il fatto vi parlano così: "Non dite male della morte. La morte è madre che accoglie tutti... è amica che solleva dal male... è guida che conduce a buon porto... è angelo che trasporta da terra al cielo".

  Preziosa al cospetto di Dio è la morte de' suoi santi!43 Ma se è così, pazzo quel cristiano che aderendo colpevolmente alla terra vuol rendersi terribile quel momento supremo. Fratelli, abbiamo presente la morte dell'empio per disporci a bramare con più vivo affetto la morte del giusto. Morte, morte, oh come sei amara a quelli che ripongono la propria pace nei godimenti terreni!

Riflessi

  1. [74]Al punto di morte arrivano anche i tristi. Oh come appariscono tremanti!

  2. Perché hanno riposta la loro felicità nei godimenti terreni.

  3. Onde solo in pensare alla morte rabbrividiscono.

  4. Quando poi bussa alla porta, muoiono anzi tempo per lo spavento.

  5. Maledette quelle sostanze che cagionano in mortegrave angoscia! Rinunciamovi in effetto, o con l'affetto almeno.

  6.  Ci disporremo a morire santamente, come i giusti timorati.





p. 435
37 Cfr. Mt 8, 1-13.



38 Sir 41, 1.



p. 438
39 Cfr. Gb 1, 21.



40 1 Sam 15, 32.



p. 439
41 Nell'originale: 22.



42 Nell'originale: coccolla.



p. 440
43 Sal 116(114-115), 15.



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