Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (II corso)
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IL PANE DELL'ANIMA SECONDO CORSO DI MASSIME SCRITTURALI ESPOSTE NELLE SPIEGAZIONI EVANGELICHE

Evangelio della domenica sesta dopo Pentecoste Qual trattamento si convenga ad un servo

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Evangelio della domenica sesta

dopo Pentecoste

Qual trattamento si convenga ad un servo

  [253]Da un pezzo s'ode un lamento generale che dice: "Miseria, miseria!". E tutti pretendono che il fantasma della miseria sia venuto ad invadere la propria casa. Ma appunto per molti ciò non è che un fantasma. Vogliono circondarsi di vestimenta signorili la persona. Vogliono abitare una casa con molti agi. Vogliono sedere ad una mensa gustosa. Qual meraviglia se i denari scompaiano presto, se le necessità si fanno sentire? Altra volta e con i frutti che si hanno tuttodì, viveva un popolo di gente assai maggiore del presente. Se non vogliamo rendere più inquieta e più misera la vita nostra, freniamo i desideri del cuore, conteniamo le voglie dell'appetito.   Leggiamo nel santo Evangelo che una turba di gente si affollava - 540 -intorno a Gesù per ascoltarlo e dimorava alla solitudine per tre giorni continui, finché il languore di fame li venne a spossare. Allora il Signore [254]li provvide. Benedisse pochi pani e due pesci e ne diede a tutti i suoi ascoltatori. Erano in numero di quattromila e tutti furono satollati. Quando se ne raccolsero i frammenti, si trovò da poterne riempiere ancora sette sporte122.

  Il Signore non lascia perire veruno. Ma non compie miracoli di provvidenza a favor di quelli che o non vogliono faticare o che pur lavorando pretendono un trattamento superiore alla propria condizione. Dice il Signore nei Proverbi: "Chi fin dall'adolescenza nutre delicatamente il suo servo, lo sentirà di poi contumace"123. Servo è il nostro corpo. Se lo accarezziamo, esso tosto si ribella.

  2. Un servo presto accontenta il padrone quando si adatti a fare il dover suo. Lavorare quanto gli concedono le forze. Contentarsi di un cibo che si addice al servo, pane e poco companatico. Poi aver pazienza quanto si può al caldo, al freddo, alle intemperie. Questa è la condizion del servo. Il padrone deve accostumarlo così il servo suo. Se lo nutre delicatamente, non ne avrà poi un servigio utile.

  Quel servo è il corpo nostro. Dobbiamo per tempo piegarlo alla fatica, per tempo [255]assuefarlo al cibo del servo, il pane mal condito, l'acqua meno delicata. Poi reggere ai calori del sole, poi sopportare i geli della vernata e non ascoltarlo quand'esso con troppa indiscrezione se ne lagna. Il corpo nostro dobbiamo così allevarlo. Se facciamo diversamente, il misero crescerà insolente e poi vorrà in tutto che l'anima e la ragione gli obbediscano.

  3. Così fanno i fanciulloni maligni, così i servi infinti. Quando il fanciullaccio vuol ottenere dalla mamma il permesso di andarsene a spasso, il denaro per godersela un poco con i compagni, dice che ciò gli è necessario a divagare alquanto la mente, a ricreare il cuore. Promette poi che tosto sarà più sollecito - 541 -al lavoro, più attento allo studio. Le madri credule approvano, e intanto guastano i figliuoli. Questi si fanno per tempo a disobbedire in segreto. Che disgusto ne viene alla madre! Si fanno presto a scagliarle insolenze anche in pubblico, e per questo oh quanta confusione! Lo stesso accade del servo che si infinge per ottenere riguardi dal padrone. Ottenuti che li abbia, se ne abusa per pretenderne il doppio in ogni e così godersela. Non gli credere al servo od al [256]figlio maligno.

  Tale è il corpo nostro. Il tristerello ci fa intendere: "Dammi a mangiare bene, a bere meglio, che crescerò robusto alla fatica. Lasciami riposare quanto mi talenta, che di poi sorgerò allo studio ed alla applicazione più riflessiva". Miseri se gli crediamo! A Francesco d'Assisi che digiunava nella sua cella apparve appunto un angelo biancovestito e gli tenne questo discorso, ma Francesco guardò sotto a quelle divise e scorse che quegli era Satanasso. Gridò allora: "Vattene, brutta bestia!". E intanto, per fugarlo più confuso, venne a involgersi entro uno spinaio. Era il mese del più crudo verno e quei pruni si vestirono di bellissime rose.

  Fratelli, facciamolo noi il nostro dovere a contener le voglie del servo pretendente. Facciamo il dover nostro a castigar la carne quant'essa si merita. Iddio sa il dovere suo di conservarci, se ciò è utile per l'onor della sua gloria. Chi fa altrimenti avrà a confondersi presto, perché un servo che si nutre delicatamente imperversa.

  4. Specialmente se il servo sia ancor giovine. Un giovine si adatta facilmente a tutte le stagioni di caldo, di freddo, a [257]tutti i trattamenti di fame e di sete. Ma non più quando sia cresciuto adulto. Anzi, se lo sventurato da fanciullo si alleva nelle delicatezze, la è finita per sempre.

  Sotto questo rapporto è da deplorare la delicatezza con cui si alleva la figliuolanza oggidì. Non si sommettono più alle fatiche di una volta, non più si applicano al vivere più morigerato della generazione adulta che il luogo alla crescente. Intanto le costituzioni fisiche si indeboliscono, i vizi morali debilitano vieppiù il corpo dell'uomo, le mollezze lo infrangono. La società osserva intorno la famiglia de' suoi figli, li - 542 -invita alle imprese magnanime, ma non corrispondono perché sono figliuoli inviziati. Ahimè, chi cura una società infralita così?

  Tocca alla ragion della nostra mente. Ella deve conservar soggetto e laborioso il corpo. A questo non gli <deve> concedere oltre al necessario. Bisogna che freni i suoi sguardi, che mortifichi il suo gusto, che indurisca il tatto alla fatica, che si conservi snello per essere più sollecito ai viaggi. Tal deve essere un buon famiglio. Riguardi fuori del merito non gli si devono. E tanto meno si hanno da [258]usare al corpo. Anzi, se verso ad un servo è lecito essere più benevolo che severo, con il corpo convien essere più severo che accondiscendente, perché il corpo è un servo troppo interessato per i suoi godimenti.

Riflessi

  1. Qual trattamento si convenga ad un servo.

  2. Al servo, il corpo nostro, si conviene sobrietà e fatica.

  3. E non bisogna credere alle sue pretensioni.

  4. Conviene applicarlo alla fatica intanto che è gagliardo.





p. 540
122 Cfr. Mc 8, 1-9.



123 Pr 29, 21.



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