Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (II corso)
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IL PANE DELL'ANIMA SECONDO CORSO DI MASSIME SCRITTURALI ESPOSTE NELLE SPIEGAZIONI EVANGELICHE

Evangelio della domenica decima quarta dopo Pentecoste Il cristiano dabbene

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Evangelio della domenica decima quarta

dopo Pentecoste

Il cristiano dabbene

  1. [306]Figliuolo dabbene è quegli che fa il suo dovere e poi che confida nel padre suo pienamente. Siamo noi medesimi figliuoli cosiffatti al cospetto di Dio, che il Signore ci benedirà. Ascoltiamo con rispetto ciò che ne riferisce il santo Evangelo.

  "In quel tempo disse Gesù a' suoi discepoli: Nessuno può servire a due padroni, perché o ne avrà in odio uno e amerà l'altro, ovvero che sostiene l'uno e spregia l'altro. Non potete servire a Dio e al danaro. Sicché, ve lo dico, non siate solleciti nel vostro cuore per ciò che avete a mangiare, né di ciò che dobbiate vestire. Non è vero che l'anima è più che l'alimento e che il corpo è più che le vestimenta? Guardate gli uccelli dell'aria che non seminano, non mietono e non adunano in granai, eppure che il Padre vostro celeste li pasce. Non è vero che voi siete più che loro? Chi è di voi che con pensare possa aggiungere un cubito solo alla statura [307]sua? E perché angustiarsi tanto per le vestimenta? Considerate i gigli del campo come crescono senza che s'affatichino in lavoro. Ve lo dico che nemmen Salomone in tutta la sua gloria fu coperto come un di questi. Che se il fieno del campo, che oggi è e domani si mette nel letamaio, Dio così lo veste, quanto più <vestirà> voi, uomini di poca fede? Non vogliate dunque esser solleciti dicendo: Che mangeremo o che ber<r>emo e di che ci vestiremo? Questo è sol proprio dei pagani infedeli. Il Padre vostro lo sa che voi di tutte queste cose abbisognate. Cercate dunque prima il regno di Dio e la giustizia di lui, e tutte queste cose vi saran date per giunta"145.

  Sicché che dubitiamo, o fratelli? Facciamo il bene e poi speriamo nel Signore. Ce ne avvisa il profeta Osea: "Custodisci- 570 - la misericordia e il giudizio e spera nel tuo Dio sempre"146. Questo è il carattere del cristiano dabbene. Poniamovi attenzione diligente.

  2. Figlio dabbene è quegli che opera ogni ben possibile. Non sta a badare che sia obbligato <a> prestare un'opera. Egli eseguisce volontieri i lavori ordinari che gli vengono imposti e poi per giunta ne eseguisce[308] tant'altri quanti sa esser cari al genitor diletto.

  Il nostro padre è Dio. Serviamogli con amore di figli virtuosi. Ha dei cristiani i quali si contentano di far ciò che è strettamente necessario per non dispiacergli gravemente. Confessarsi una o poche volte in un anno, ascoltare una Messa nei festivi, astenersi dalle carni se non si hanno disagio nei giorni proibiti: quest'è quanto si credono obbligati a prestare di culto, o esterno o interno, a Dio e di questo solo si accontentano. Ed ha poi altri i quali non hanno confine in prestar tutte quelle opere di bene che possono, o con l'opera o con il desiderio. Si confessano e si comunicano tutte le volte che il possono. Pregano e vanno alla santa Messa appena sia loro dato un'ora di tempo. Esercitano con gioia tutte quell'opere o di carità o di zelo che sono possibili. Insomma, in fare il bene e in desiderare di farne davvantaggio non dicono mai che basta. Questi chi nol vede che sono cristiani assai cari? Siamolo noi cristiani cosiffatti, che ne avrà gloria Iddio, ne avremo bene noi medesimi.

  3. Ha molti che dicono: "Io faccio il mio dovere. Che può pretendere dippiù [309]Iddio da un cristiano che non lascia di fare il suo stretto dovere?". E vi rispondo: fare il proprio dovere per giungere al paradiso significa intraprendere un viaggio che da terra giunga fino al cielo. Suppongasi che voi abbiate a compiere un cammino dal piano al monte che è il più alto delle nostre Alpi. Che bramereste in tal caso per voi? Senza dubbio voi bramate forza di gioventù, gagliardia di passo, petto robusto e per la via una provvigione di più cose atte per quel viaggio.

- 571 -  Similmente per giungere al monte della santità, che è il paradiso, bisogna avere non forze scarse come son quelle di chi si attiene al puro necessario per non morire. Vuolsi copia di opere buone, vuolsi il cibo salubre di pii esercizii, la provvigione salutare di molte opere di pietà e di carità cristiana. Se voi non cominciate a pregar per gli inimici, come potrete amarli d'un tratto? Se voi non cominciate a sentire con più frequenza una Messa nei giorni feriali, come potrete passare santamente il giorno festivo? E se non vi applicate a pensare alle colpe vostre e detestarle nel segreto del vostro cuore, come potrete in un momento piangerle ai [310]piedi del confessore?

  Le opere grandiose di salvezza si compiono con tempo e per mezzo di atti continuati, benché minuti. Così è vero che al paradiso facilmente si giunge con far molte opere di bene; difficilmente si giunge attenendosi al puro necessario. Anzi, le opere maggiori di salute non si compiono se non a condizione che si prestino insieme o innanzi a molte altre opere più minute di supererogazione.

  4. Intanto devi riporre in Dio tutta la tua fiducia. L'uomo, chi è desso al cospetto del Signore? È come non fosse. Sicché dopo aver egli messo innanzi quel colmo di opere che poté maggiore, deve poi subito ripetere: "Quanto a me, o Signore, sono un servo inutile"147. Ascoltate un esempio.

  Sedecia era re in Gerusalemme ed egli pose ogni impegno per fortificare le mura della città. Il monarca faticò assai e chiamò l'aiuto di tutti i sudditi del regno suo. Intanto gli pareva aver stese intorno alla capitale muraglie insuperabili e stavasi sicuro. Ma vennero i nemici e questi buttarono giù come ripari di paglia quelle fortezze e così tutti rimasero vinti. Sedecia poi fu egli medesimo tradotto miseramente in ischiavitù. Nel cammino il Signore [311]fecegli intendere questa voce: "Che ti sono giovati tanti tuoi sforzi? Se dopo aver faticato ti fossi anche raccomandato a me, io non avrei mancato di aiutarti". Si trovò invece Ezechia, il quale eseguì egli medesimo- 572 - intorno alla città eguali fortificazioni. Però quel pio re, dopo questo, si vestì con abito di penitenza, si cosperse di cenere il capo, venne al tempio, si prostrò dinanzi alla maestà dell'Onnipotente e disse: "Signore, tocca a voi difenderci dagli avversari. Se voi non ci porgete pietoso l'aiuto vostro, noi ci saremo faticati indarno". Questa supplicazione piacquebene al Signore che Ezechia ne ebbe promessa dal cielo che la città non soffrirebbe guasto.

  5. Ma dobbiamo sperare sempre. Finalmente chi ci deve aiutare è Dio, Signor nostro. Ci ha creati, ci ha redenti. Gli siamo per più ragioni figliuoli; pensiamo se mancherà mai di porgerci l'aiuto suo! Ma vuol esperimentare fino a qual punto giunga la nostra confidenza verso a lui.

  Quei di Betulia avevano detto: "Aspetteremo cinque e se Dio non viene in soccorso, diremo che ci ha abbandonati". Noi non diciamo questo, ma speriamo sempre.[312] Quando si intese mai che sia perito uno il quale non lasciò di confidare nel Signore?... E se facciamo il bene da parte nostra e poi che confidiamo pienamente in Dio, noi ne avremo vantaggio sommo. Iddio buono farà in cuore al cristiano sentire una voce di assicurazione.

Riflessi

  1. Cristiano dabbene è chi fatica e poi che confida in Dio.

  2. Egli bada a compiere ogni ben possibile.

  3. Incomincia da far opere di supererogazione per eseguir bene quelle che son di necessità.

  4. E mentre opera e dopo aver eseguito, il cristiano deve riporre in Dio la fiducia sua.

<5. Iddio non lascia mai perire chi confida in lui>148.





p. 569
145 Mt 6, 24-33.



p. 570
146 Os 12, 7.



p. 571
147 Cfr. Lc 17, 10.



p. 572
148 Questo riflesso, che manca nell'originale, è preso dall'edizione del 1929 curata da don Leonardo Mazzucchi.



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