Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (II corso)
Lettura del testo

IL PANE DELL'ANIMA SECONDO CORSO DI MASSIME SCRITTURALI ESPOSTE NELLE SPIEGAZIONI EVANGELICHE

Evangelio della domenica decima settima dopo Pentecoste Un polledro scorretto

«»

- 580 -

Evangelio della domenica decima settima

dopo Pentecoste

Un polledro scorretto

  1. [326]Bellissimo e caro è un polledro in una mandra di cavalli, ma non deve fare lo scorretto. Se trasmoda, si dirà subito che è uno stolto. Quel polledro è la lingua nostra. Non si può negare che non sia membro caro ed utile fra le parti del nostro corpo, ma non deve uscire in discorsi disutili o scorretti. Se la maligna eccede, subito le si converrà il titolo di stolta.

  Narra l'odierno Evangelo che il divin Salvatore fu tentato dai farisei a rispondere qual fosse il precetto maggiore nella Legge. E Gesù a quelli: "Qual dubbio mai? Amar Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso, questo è precetto massimo. Chi ben adempie a questo ha eseguito tutta la Legge". Interrogò poi Gesù i farisei e disse loro: "Che vi sembra di Cristo? Di chi è figlio desso?". Gli dicono: "Di Davidde". Disse loro Gesù: "Come dunque Davidde in ispirito lo chiama Signore, dicendo: Disse il Signore [327]al Signor mio: Siedi alla mia destra, finché ponga a sgabello de' tuoi piedi i nemici tuoi? Se dunque Davidde lo chiama Signore, com'è figlio di lui?". E nessuno poteva rispondergli parola, né alcuno osò da quel giorno interrogarlo ancora156.

  Bene sta che i maligni sieno mortificati. I farisei figurano capi del popolo integerrimi, pieni di amore e di paternità. A quella vece erano infinti e bugiardi. Con quelle loro lingue acute non lasciavano occasionemezzo intentato per ferire la persona del divin Salvatore e dei buoni che l'ascoltavano.   Fratelli miei, la lingua è corriera utile, se è ben guidata. Guardiamoci dai discorsi che tendono a ferire l'amor del prossimo. San Giacomo ci avverte che questo è vizio detestabile. Dice egli: "Se alcuno crede esser religioso non frenando

- 581 -la lingua sua, ma ingannando il cuor suo, di costui la religione è vana"157. Orrendo tuono di minaccia! Il cielo tolga che, reputando noi di essere cari al cospetto di Dio, gli siamo abbominevoli per voler ferire con troppa audacia l'onore del prossimo nostro.

  2. Badiamo un po' attentamente a noi medesimi. Nella vita che conduciamo può avvenire uno di questi tre casi. Può accadere [328]che noi ci troviamo al tempio santo per discorrere con Dio in cara solitudine. In questo caso abbiamo bisogno di attendere alla maestà dell'Altissimo con cui parliamo. Iddio è desideroso che parlando con lui stiamo attentamente. Sarebbe inciviltà venire avanti <ad> un personaggio della terra e poi rivolgere una parola a lui e un discorso ai servi di camera od ai forastieri della casa. Iddio se scorge che noi pensiamo più agli uomini che a lui, non sarebbe appieno contento.

  Ovvero noi ci troviamo al campo del lavoro con i fratelli che ci accompagnano. In questo caso abbiamo ancor bisogno di frenare la lingua, perché un discorso imprudente basta per disturbare la pace e un frizzo di lingua è sufficiente per ferire a morte il cuore del prossimo nostro.

  Può finalmente accadere che noi abbiamo a passare dalla chiesa al campo e dal campo alla chiesa, come è della maggior parte dei cristiani. In questo caso è pur necessario por freno alla lingua per non impedire nella chiesa i discorsi che Dio <si> degna <di> tenerci, per non funestare fuori chiesa la pace dei nostri fratelli.

  Molti si trovano i quali si sforzano a pregare nella chiesa, ad operare [329]fuori al campo e poi non ottengono frutto per sé, non vantaggio per altri. L'impedimento è il polledro sfrenato della lingua. Com'è possibile che i nostri discorsi operino la conversione del mondo, se in questo momento porgiamo al prossimo un ragionamento soave e poi altro maligno? Non inganniamoci, per carità. Chi crede fare il bene per sé e per altri e poi che con la lingua è insaziabile in mordere,

- 582 -non si seduca, che non è punto uomo religioso o cristiano buono.

  3. La lingua è come un polledro. È impossibile che questo animale perda affatto quella vivacità che anche in poco lo fa trascorrere. Un cristiano che non pecca mai con la lingua è un santo. Dirò anzi che perfino i santi in qualche neo possono trascorrere essi medesimi. Però l'apostolo san Giacomo non pretende che abbiamo a domare perfettamente la lingua. Si contenta che l'abbiamo a frenare. Frenare poi la lingua, questo è dovere che assolutamente non si può trascurare.

  La lingua lasciata a sé è un polledro infuriato che impazzisce e che cagiona rovina e pericoli dove arriva. La lingua non frenata è come una serpe che mostra [330]la sua lingua armata a tre punte. Con una punta la lingua offende Dio, con altra il prossimo, con la terza ferisce se medesimo l'uomo dalla lingua mordace. La lingua è una mitragliatrice furiosa in stendere morte a terra un poderoso numero di persone. La lingua è una università158 di ogni malizia159. La iniqua consuma essa medesima quelle colpe di spergiuro, di calunnia, di bestemmia. Cagiona quelle colpe di superbia, di senso, di avarizia nelle quali non varrebbero gli altri sensi del corpo. Ed or chi non vorrà ancora contenersi? Freniamo la lingua, che arresteremo un torrente di male.

  4. E qui distinguiamo due sorta di persone le quali cadono nel difetto della lingua. Ha di quelli che parlano a sproposito e che benissimo s'avvedono di proferire mormorazioni e calunnie. Questi peccano manifestamente. Si ravvederanno poi quando il vogliono.

  Altri ha invece i quali ingannano se medesimi e cercano <di> sedurre ancora gli altri. Quando vogliono parlare in lode non meritata di sé, dicono: "Non terrei questo discorso se non fosse per il bene del buon esempio". Quando vogliono spuntar piccoli capricci e le piccole vendette, dicono:[331] "Non mi lamenterei se non fosse per non perdere il proprio

- 583 -onore e non poter far più un bene di sorta". Quando vogliono criticare il prossimo, dicono: "Bisogna ben discorrere delle malattie che si brama curare per guarirle". Se discorrono male dei superiori, dicono: "Può anch'egli il superiore errare, ed io nol fo coll'animo malevolo di nuocere comec<c>hessia". E così in ogni altra circostanza di tempo o di luogo trovano sempre argomento per giustificarsi. E qui io non dico che qualche volta non si possano manifestare altresì i difetti altrui, ma bisogna che siavi una ragionevole causa ed un plausibile vantaggio di bene.

  Sicché conviene esaminar bene il proprio cuore e ponderare con rettitudine il giudizio della mente. Per non correr pericolo di errare, avanti <di> proferire un discorso volgiamo uno sguardo al cielo, ponderiamo il bene od il male che può produrre lo slancio di una pietra. Dopo aver parlato, non omettiamo di raccomandare a Dio i nostri discorsi. Tanto vale la parola quanto vale il carattere dell'uomo cristiano. Chi ha soda virtù in cuore, emetterà dalla bocca miele soave di dolcezza. Chi avesse il veleno di un abito reo, non potrebbe emettere [332]che lo sputo di un veleno mortifero.

Riflessi

  1. Un polledro scorretto è il discorso malav<v>ezzo di cristiano. 2. Il parlar cauto fa bene in ogni caso della vita.

  3. La lingua non si può domare affatto, ma si può benissimo frenare.

  4. In questo proposito gli uomini tristi parlano manifestamente male. I cristiani che si dicono spirituali discorrono male, ma con pretesto di bene.





p. 580
156 Cfr. Mt 22, 34-46.



p. 581
157 Gc 1, 26.



p. 582
158 Nell'originale: verità.



159 Gc 3, 6.



«»

IntraText® (VA2) Copyright 1996-2016 EuloTech SRL
Copyright 2015 Nuove Frontiere Editrice - Vicolo Clementi 41 - 00148 Roma