Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (II corso)
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IL PANE DELL'ANIMA SECONDO CORSO DI MASSIME SCRITTURALI ESPOSTE NELLE SPIEGAZIONI EVANGELICHE

Evangelio della domenica vigesima dopo Pentecoste Un cristiano nel secolo decimonono

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Evangelio della domenica vigesima

dopo Pentecoste

Un cristiano nel secolo decimonono

  1. [347]Lasciateli dire, gli uomini! La gente del mondo dapprima parla e poi giudica e infine pensa. Intanto mette fuori i suoi strafalcioni. Dicono che la religione cristiana non rende gli uomini civili, che non migliora i costumi del popolo. Ma in asserire <ciò> o sono ignoranti o sono maliziosi.

  Leggiamo nel santo Evangelo che un piccolo re in Cafarnao era assiduo alle predicazioni del divin Salvatore, che ne studiava gli esempi di alta perfezione, che insomma fu indotto <a> tenergli dietro così vicino fino a venirgli a dire: "Un figlio nella casa mia è ammalato e già sta per morire. Ah, se voi accorreste, il figliuol mio potrebbe vivere tuttavia". E Gesù a lui: "Ebbene va, il tuo figlio vive ed è sano". Credette il principe e ritornato trovò subito chi gli venisse incontro a riferirgli la sua guarigione seguita. Il padre raccontò il fatto prodigioso e lui con tutti della [348]famiglia crederono alla dottrina di Gesù Cristo168. Ecco come un ebreo reputa santa la dottrina di Gesù Cristo e ne implora la sua protezione.

  La religione del divin Salvatore è sempre santa allo stesso modo. Il profeta Michea traccia in brevi parole il carattere dell'uomo religioso e dice: "Te lo indicherò io, o uomo, che cosa sia il bene e che <cosa> ricerchi il Signore da te: certo è far giudizio su di sé e amare la misericordia e camminare sollecito col tuo Dio"169. Un cristiano verace nel secolo decimonono dove è? È nella persona di quei molti i quali esaminano se stessi per conoscersi, usano altrui misericordia e vivono alla presenza di Dio. Scorgiamolo un cristiano nel secolo nostro. Ci persuaderemo in credere che un dabben cristiano è degno di alto rispetto.

- 593 -  2. Sul monte Cassino era un pio romita di nome Benedetto. Dicevano tutti che era un santo. Accadde che Totila calando dal settentrione venisse fin per regnare. Intese subito di Benedetto e mandò un ufficiale a lui colle insegne reali dicendo: "Crederemo che Benedetto sia un profeta e un santo se comparendogli s'avveda che [349]la persona in abito reale non è la presenza del re ma altra". Venne dunque l'ufficiale e Benedetto guardatolo dal capo ai piedi: "Va -- disse -- che tu non sei quello per cui ti mostri; deponi quelle insegne che non sono le tue". Venne poi Totila in persona e allora Benedetto salutollo e gli rimproverò poi certi suoi fatti e gli disse che sarebbe ancor vissuto per dieci anni e che in questo periodo di tempo avrebbe veduto avvicendarsi molti avvenimenti.

  Fratelli miei, quando voi intendete che in questa famiglia è un cristiano santo, che in quell'ufficio è un fedele esemplare, venite pur voi medesimi a vedere. Scoprite poi il carattere dell'uomo cristiano. Se trovate che egli sia giusto nel parlare di sé, che sia rispettoso verso al prossimo, che sia ossequioso a Dio, allora chinatevi dinanzi e ringraziate il cielo che v'abbia mandato un uomo del Signore!

  3. Ed or, quanto a noi, se vogliamo essere retti facciamo sopra di noi un giudizio giusto. Quando in un paese è persona sospetta, la si chiama per esaminarla con diligenza. La si giudica e poi per quanto merita la si condanna irremissibilmente. Sospetto in noi certamente è il senso e [350]l'amor proprio. Questi cercano <di> ingannarci con dire che questo discorso si può tenere, e si dice che al corpo conviene questa soddisfazione e quell'altra. Esaminiamo, dico, queste dell'amor proprio e del senso, se sono ragioni o pretese, e sentenziamo scrupolosamente. Che se scorgiamo che siavi manifestamente l'inganno, allora dobbiamo essere inesorabili in punire l'amor proprio, severi in castigare il corpo traditore. Ecco il giudizio che abbiamo a fare. Il cristiano che opera altrimenti inganna se medesimo. Quale spavento un ! Credere di essere giusti e trovarsi poi rei al cospetto del Signore!

  4. Un cristiano fedele esercita altresì pietà verso al prossimo. Quest'è la religione che pretende lo stesso secolo nostro:- 594 - amano oggidì quelli che son benefici. La religione santissima va innanzi e dice: "Fate al prossimo il miglior bene possibile e fatelo non per motivi esterni di interesse e di soddisfazione. Fatelo per amor di Dio e di cuore". Francesco d'Assisi rifiutò per caso in un l'elemosina ad un poverello che gliela cercava per amor di Dio. Di questo si dolse come di fallo crudo. Si prostrò dunque nella polvere e disse: [351]"Patirò di stento io stesso, ma non vo' rifiutare altra volta il mio soccorso ad un meschinello".

  5. Finalmente un cristiano verace deve camminar sollecito col Signore. E qui scorgete l'esempio di Gesù Cristo. In rinunciare alle cose terrene egli fu prontissimo. In desiderare le cose celesti non ebbe confine. Non diede un passo addietro quando lo dis<s>uadevano gli apostoli. Non diè passo addietro quando principi e farisei combattevanlo. Nemmeno quando si incamminò sulle vie del Calvario smarrì la sua fede. Guardò di continuo al paradiso e l'otten<n>e con trionfo divino. E così il cristiano nel secolo nostro non deve temere le dicerie del mondo, ma amare le massime evangeliche. Non deve curare i consigli insidiosi o interessati di falsi amici, non paventare le minacce degli avversari.

  Il cristiano è forte nella sua convinzione, è gagliardo nella virtù che Dio gli inspira, Eccolo un cristiano nel secolo decimonono. È uomo che esercita le virtù al pari di un vergine del Signore, è cristiano dal petto di bronzo al pari di un confessor della fede. Egli è cristiano il quale all'uopo dona la vita per amore di [352]Gesù Cristo. Quest'è il cristiano nostro. Inchiniamoci al suo passaggio, perché egli è il personaggio caro a Dio.

Riflessi

  1. Un cristiano nel secolo decimonono.

  2. Cristiano vero.

  3. Egli giudica con imparzialità se medesimo.

  4. Ama di cuore il prossimo suo.

  5. Segue sollecito gli esempi di Gesù Cristo.





p. 592
168 Cfr. Gv 4, 46-53.



169 Mi 6, 8.



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