Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (III corso)
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IL PANE DELL'ANIMA TERZO CORSO DI MASSIME SCRITTURALI ESPOSTE NELLE SPIEGAZIONI EVANGELICHE

Evangelio della domenica decima settima dopo Pentecoste Una gloria da scena

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Evangelio della domenica decima settima

dopo Pentecoste

Una gloria da scena

  1. [296]Voi sedete in palco di fronte alla scena. Scorgete personaggi a succedersi e gente la quale si vanta cortigiana della corte del monarca, assistente al trono dello imperatore. Vengono innanzi appariscenti nella persona, alteri nel titolo. Dopo quel momento li incontrate fra via e non li riconoscete. Domandate: "Chi son dessi?". E vi rispondono: "Sono com<m>edianti che terminarono la scena"". Eccoli pezzenti sparuti. Che ne dite? Eccole le vanità mondane, sono glorie da scena.

- 777 -  Voi comparite dinanzi alla scena di questo mondo. Vedete politici che attentano per avviluppare il mondo in una rete di tradimento. Vedete interessati che nulla curano più che di impinguare se medesimi. Vedete gaudenti che vanno sospirosi di piacere e chiamano allo intorno mezzo mondo di gente per farsi acclamare. Anche questi vanno pazzi per le glorie da scena, simili a quei sadducei dell'odierno Evangelo,[297] che per sorprendere nel discorso Gesù Cristo e gloriarsene d'averlo confuso domandavangli: "Quale è il precetto maggiore nella Legge?". Simili a que' farisei, che interrogati da Gesù di quale credessero essi che egli fosse figlio, rispondevano: "Di Davidde". Ai quali il Salvatore: "Come dunque il re Davidde discorrendo di Cristo lasciò scritto: Disse il Signore al Signor mio: Siedi alla mia destra fino a tanto che io metta i tuoi nemici per isgabello ai tuoi piedi? Se Davidde dunque lo chiama suo Signore, com'egli è suo figliuolo?". E nessuno poteva replicargli parola, né vi fu chi ardisse da quel in poi di interrogarlo138.

  Così si confonde l'audacia e il misero vanto dei superbi del secolo. Che è la loro grandezza? È gloria da scena. "Io vidi -- dice il Salmista -- l'empio sopraesaltato ed elevato siccome i cedri del Libano, e passai ed ecco che non era, e domandai e non si trovò più il luogo di lui"139. E poi ditemi che la gloria di questo secolo vale punto. È gloria da scena. Vediamo e confondiamoci.

  2. Portiamoci col nostro pensiero alle città capitali del regno asiatico, a Babilonia antica, a Tiro, a Sidone, ad Ecbatana.[298] A quei tempi quelle metropoli erano centro di tutti i godimenti. Sulle torri della città sventolavano le bandiere delle parti del mondo fino allora conosciute. I palazzi dei grandi erano dorati. Questi personaggi, quasi divinità su questa terra, comandavano e migliaia di schiavi chinavano la fronte a terra e correvano a spianare monti, a riempiere valli, a regolare condotti e canali, ad innalzare giardini pensili fin

- 778 -presso alle nubi. Intanto i sovrani passeggiavano per mezzo. Guardavano da alto alle turbe che genuflettevano al loro passaggio e si facevano chiamare dii potenti come il Signore del cielo.

  Miseri, miseri! Dov'è la vostra potenza? Non siete già un braccio fragile di carne? Dove è la vostra sapienza? Ma siete i più stolidi, perché vi fate superiori a Dio! Dov'è almeno o la prudenza di governare o l'amore di disporre? Ma tenete in ischiavitù i popoli e li governate con verga di ferro! Miseri, miseri! Come lo siete <stati> voi infelici, tali lo sono i grandi che ci circondano ai tempi nostri. Si pretendono illustri, ma non lo sono punto.

  Eccoli, come son caduti! Di loro appena è rimasta memoria. E delle loro superbe città nemmeno è rimasta [299]traccia. Impossibile fissare il luogo preciso in cui fossero collocati i palazzi, ma nemmeno la capitale del re di Babilonia! Che dite? Invidierete ancora all'empio che viene sopraesaltato? Appunto, si esalta oltre il merito, epperciò ingiustamente.

  3. E questo esaltamento vale poi qualche cosa? È esaltamento da scena. Scompare subito. Cesare Augusto, più che tutti gli imperatori di Roma, regnò con governo pacifico per lo spazio di cinquantasette anni. Quando si vide al termine della vita, si racconciò nella persona, si lisciò nei capegli e poi disse: "Ho io fatto bene le parti mie nella scena di questo mondo?... Ebbene, battete le mani! La scena è finita". In dirlo Cesare Augusto morì. Or dov'è la sua gloria?... È gloria da scena, che intanto che si rappresenta vien meno.

  Voi siete per scorgere un volume d'acqua che scende da un'altura e manda sprazzi intorno e spume di un bianco aggradevole con dentro i magnifici colori dell'iride. Guardate da alto in basso e vi piacerebbe vedere <d>a principio il fenomeno del volume d'acqua che si versa giù in quell'istante. Ma non si posa. Intanto che dite: "L'acqua è qui", essa già è passata [300]e s'avvolge giù in quegli abissi benché piacevoli. Figuratevi che la gloria del mondo è come la colonna di fumo che si alza dal camino. È come il vapor che si sprigiona da terra in seguito ad una pioggia. Mano a mano che si sviluppa, dilegua. Sic transit gloria mundi. Passa come un fumo di

- 779 -vapore. E noi stimeremo ancora una gloria di mondo, che è gloria da scena? E per una gloria da scena noi saremo pazzi a sacrificare qualsiasi bene dell'anima nostra?

  4. Quando voi vedrete vanità cosiffatte, che farete voi finalmente? Fuggite, fuggite. Star a mirare quel ricco mercante, che dal niente è asceso sopra un carro d'oro, vi potrebbe far invidia. Ma nol sapete che ha fatto piangere tanti poverelli con gli inganni, che ha tradito tanti semplici con le sue doppiezze? Fuggite, fuggite. Vedendo quei ricchi palagi forse potreste esser tentati a dire: "Come è dunque giusto il Signore!...". Ma non sapete che quegli edificii e quelle livree costano i sudori ingiusti del povero, e che probabilmente sonosi eretti con le rapine sacrileghe dei beni della Chiesa?... E voi invidiate?...

  Non guardatevi tampoco. È una tentazione fermarsi [301]a considerare. Con la tentazione non si discorre. Con il diavolo non si conversa. La gloria del mondo è scena miseranda che finalmente fa morire il corpo e che consegna l'anima alle fauci d'inferno. Fuggite, dunque. Fuggitele le glorie del mondo. Son glorie da scena e fasto di peccato e di dannazione. Accostatevi ora a quei sepolcri dorati. Domandate a quei corpi che entro vi marciscono: "Vi giovò dunque qualche cosa aver passata la vita in mezzo alle morbidezze?...". E domandatelo alle anime che già <si> tormentano allo inferno: "Se vi giovò la gloria del mondo?... E la superbia della vita vi fece un bene di sorta?". Grideranno come disperati: "Infelici noi che andammo lungi dalla via della verità. Infelicissimi che ci siamo dannati per sempre!".

  5. Ed or andate a ricercarli ancor sulla terra. Ma non è possibile ritrovarli giammai. Sono usciti da quei palagi. Sono scomparsi da quei teatri, non si trovano più in quelle gallerie di osservazione, non più a quegli spettacoli, benché clamorosi, di giuochi e di arene. Sono scomparsi. Ah, se noi torniamo a vedere la vanità che abbandonarono, oh [302]quanto dobbiamo rimaner confusi e dolenti!

  Utile è vedere le vanità che sono passate. Sonosi dileguate appunto come il vapore. Sonosi sciolte come neve al sole. Insomma le vanità sono passate e non sono più. Dove, ripeto, i palagi dei romani, dei medi, dei macedoni, degli assiri? Dove

- 780 -i monarchi che vi signoreggiavano? Non si trova più il luogo delle città capitali, pensate se mai trovar si possa il luogo dei loro palagi o le insegne di loro persone. Sono scomparsi e nemmen si sa ove fosse il luogo di loro dimora. E come quelli, dove sono ora le glorie di tante famiglie che anche nel nostro paese facevansi temere? Sono scomparse. E le insegne di loro nobiltà, e l'oro delle loro ricchezze? Questo è pur scomparso, ovvero che è passato in mano di dilapidatori vicini ovvero di interessati lontani.

  E noi andiamo pazzi dietro alle grandezze umane? Non diamovi un'occhiata tampoco, o guardiamo ma solo per compatire dall'intimo del cuor nostro.

Riflessi

  1. Una gloria da scena.

  2. [303]Gli empi non si meritano punto l'onor che si arrogano.

  3. Quel che godono è uno spettacolo di sciocca vanità.

  4. Passiamo innanzi senza nemmen guardarvi.

  5. O se vogliam dar passo addietro, sia solo per compatire gli erranti.





p. 777
138 Cfr. Mt 22, 34-46.



139 Sal 37(36), 35s.



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