Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Primo centenario della traslazione...
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PRIMO CENTENARIO DELLA TRASLAZIONE DEL CORPO DI SANT'AGRIPPINO VESCOVO DA LENNO A DELEBIO NEL 1785

Terzo giorno <Lezione> Sant'Agrippino e l'affare dei Tre Capitoli

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Terzo giorno

<Lezione>

Sant'Agrippino e l'affare dei Tre Capitoli

  [33]Entro a dire di un affare nel quale con la scorta del celebre storico Rohrbacher intendo esporre quello che è di vero. L'affare tempestoso dei Tre Capitoli è in questa similitudine. Un padre ha più figli, i quali sono divisi in due partiti a

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motivo di un fratello che invero mosse impresa gigantesca ma pericolosa. Le due parti sono accese in volto, sono irate in cuore e minaccierebbero quandoches<s>ia di venire alle mani fra loro e farsi del male e ribellarsi benanco alla paterna autorità. Or che fa il padre prudente? Egli perintanto non giudica le ragioni[34]dell'un partito né dell'altro, ma pazienta e tira innanzi finché i marosi della passione abbiano cessato, ed egli il padre possa poi soavemente dire a questi: "La ragione è dalla vostra parte e ringraziatene Dio". Ed a quelli: "Voi poi siete fuori strada, mentre nol credevate; or rientrate che d'un passo potrete raggiungere i fratelli ed il padre e così ottenere che la salvezza nostra sia assicurata omai".

  La parabola si spiega così. Quel padre <di> famiglia è lo stesso padre spirituale di tutti i popoli della terra, il pontefice, a quei del 53724 Vigilio. E quei fratelli divisi sono i cristiani di oriente contro ai fedeli dell'occidente. E l'occasione prima della discordia è il celebre Origene.

  Origene, caldissimo di cuore, grandissimo di mente, egli scrittore vastissimo, apologista intrepido, arca di scienza che teneva pendenti25 dal suo labbro tutte le menti del suo tempo. Ma Origene ne' suoi volumi sapienziali [35]insinuò nel corpo della sua dottrina... certe opinioni intorno alla Trinità, alla creazione, alle pene eterne, non che intorno alla preesistenza delle anime ai corpi, all'animazione degli astri e simili teorie, le quali per giunta furono poi vagamente interpretate. Origene fu dunque impugnato da valenti ingegni e si dubitò <che> non venisse anche condannato dalla Chiesa. E gli orientali stessi, che il caldeggiavano, eglino stessi senza volerlo gli nocquero26 con portar oltre le sue dottrine e difenderle con soverchia animosità; alcuni pretesi ammiratori di Origene interpretando a capriccio e con malizia le sue dottrine caddero in manifesta eresia intorno al gran mistero della divina incarnazione. Ultimi furono condannati gli errori di Eutiche e di Dioscoro nel Concilio27

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di Calcedonia, nel quale fu pronunciato anatema contro chi non confessa in Gesù Cristo distinte28 [36]le due nature, cioè la divina e la umana. Qui incominciò l'affare dei Tre Capitoli.

Il concilio condannò Eutiche e Dioscoro e credette bene di passar sotto silenzio tre scritti, detti Capitoli, di Teodoreto, di Teodoro di Mopsuestia, di Iba, dacché questi tre personaggi erano morti testé e i loro errori implicitamente erano compresi nella condanna di Eutiche. Ora i greci eutichiani, usi troppo spesso a ingarbugliare le cose con fede troppo spesso cattiva, avevano mandato Teodoro che dicesse a Teodora imperatrice ed a Giustiniano il monarca: "Adoperatevi perché i Tre Capitoli sieno condannati o il mondo non accetterà le decisioni del Concilio di Calcedonia". Pensavano intanto a divertire le menti, a sconvolgere la Chiesa e impedire che per caso il pontefice potesse aver tempo per esaminar la causa di Origene e non forse condannarlo.

  [37]Gli occidentali, ammaestrati dal Cassiodoro a studiare bensì Origene ma non senza molte cautele, risposero: "Condannare espressamente i Tre Capitoli è come dire che il Concilio di Calcedonia ha errato, e se si dice che esso ha fallato di conseguenza dirassi che certamente è caduta in errore la Chiesa". Però gli animi degli occidentali, e fra questi gli italiani ed i lombardi, si opponevano con fermo proposito. Dacio29 vescovo di Milano erasi affrettato fino a Sicilia per raggiungere il pontefice e dirgli: "Se oggidì si condannano i Tre Capitoli, certo ne verrà uno scisma in occidente". E quei d'oriente trassero il papa a Costantinopoli e gli replicarono: "Condannate i Tre Capitoli o ne avrete angustie e danni". Ed ei rifiutandosi, dovette riparare al tempio e stringersi alle colonne d'altare per aver salva la vita. Riparò altresì a Calcedonia nella chiesa di sant'Eufemia e [38]intanto mostravasi intrepido con dire: "La causa dei Tre Capitoli non è conveniente <che> sia trattata in questo momento; gli animi dei fratelli son troppo accesi. Non posso, non posso". E gli occidentali

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udendo le grida del proprio padre il trassero di e restituironlo all'Italia. Giunse in Sicilia fratto nella salute, compresso dai patimenti, angustiato dalle sollecitudini. Ond'egli rivolse lo sguardo amorevole e dolente ai vescovi ed ai fedeli che il circondavano e disse: "Se voi ascoltate docili la mia voce e rimettete le ire, io godrò nell'animo e me ne morrò contento". E quelli commossi fino alle lagrime risposero: "Parlate, o padre e pontefice nostro". Il Vicario di Gesù Cristo persuase dunque con bei modi che gli scritti dei Tre Capitoli contenevano il mostro dell'eresia, che condannar si dovevano e che in condannarli punto non si faceva offesa alla infallibilità [39]del Concilio calcedonese. Vigilio pronunciò dunque l'anatema contro i Tre Capitoli. L'oriente si ebbe soddisfazione e nell'occidente i più fervidi sclamarono con Agostino: "Roma locuta est, causa finita est". Ma alcuni meno fervorosi temporeggiarono, ed altri che pretendevano <di> insegnare al pontefice parevano non sommettersi e si ostinarono quasi per mezzo secolo.

  Vediamo ora come si portasse prudenzialmente Agrippino in questo affare. Veramente egli caldeggiava il partito degli occidentali, ma quando intese chiara la voce del pontefice egli sclamò come il più docile: "Roma ha parlato, la causa è finita". E tosto volse l'attenzione ad avvertire che gente perversa e talvolta potente valevasi delle dispute per eccitare a ribellione; che erano cristiani i quali sembrano fedeli e ostentano pietà, ma per frammischiarsi ai buoni e corromperli con le sottigliezze di discorsi [40]perniciosi. Scrive il Rovelli30: "All'eruditissimo Oltroc<c>hi, scrittore della Storia ecclesiastica milanese, nacque il dubbio che sieno stati due Agrippini, o se fu un solo, che egli abbia ritrattato l'errore avanti la morte e sia morto santo; conciossiaché il culto generale di cui gode per tutta la diocesi da tempo immemorabile suppone una costante tradizione della sua santità, e questa non sarebbesi mantenuta

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dopo che la Chiesa comasca si ritirò dallo scisma se Agrippino si fosse sempre mantenuto pertinace nell'errore".

  Ora Agrippino, quasi precursore ed emulo del gran Bernardo, prendeva a discorrere così: "A parlarvi profeticamente, nulla scorgono di consolante gli occhi miei, perocché la morte suscita discordie tra fratelli. Ed alcuni, dice Isaia, sembra che abbiano fatto un patto colla morte ed una trama coll'inferno31... Finalmente, fratelli miei, si attende [41]che voi vi persuadiate a ricevere tutte le decisioni del pontefice sommo. Non condanno io già la tardanza vostra finora, essa è prova di saggia ponderazione che nulla fa senza riflettere. Maria non rispose all'angelico saluto se non dopo aver pensato d'onde venisse... Ma non siate prudenti più di quello che si conviene...". E qui alludendo a certuni che per non sommettersi vantavano sapienza di discorsi, continuava Agrippino così: "Non mi consola la capacità e il saper vostro, e piacesse al cielo che voi aveste a sostenere una causa migliore! Perciocché se voi faceste servire la vostra eloquenza a sostenere ciò che è giusto e legittimo, nessuno certamente potrebbe resistervi. E così noi, poveri e semplici e rozzi, serberemmo silenzio, ma la causa della fede ci impone di parlare. Non ha che una sola fede, un solo Signore, un pontefice unico... Periranno dunque tutti [42]eccetto voi?... Non ponno soggettarsi e non sanno governare... Promettono molto ma poco eseguiscono, son grandi adulatori e mordaci detrattori, sanno dissimulare mostrando ingenuità e sono maliziosissimi traditori... Son lupi e non pecorelle... Chi non udì parlare dell'insolenza e dell'irrequieto umore di molti del popolo lombardo?... Vuolsi attenzione contro tanta bricconeria e doppiezza... Oh quali e quanti sono i mali che l'errore ha già fatto e va facendo tuttavia nella Chiesa di Dio! Questo lupo rapace trattiensi nelle vostre terre sotto pelle di agnello, ma agli indizii suggeritici dal Signore lo ravvisiamo per quello che è da' suoi frutti32. Le basiliche sono senza plebi, le plebi senza sacerdoti,

 - 399 -<i sacerdoti33> senza ossequio e i cristiani senza Cristo". Di poi Agrippino sfogava l'affetto dell'animo suo con santa indegnazione così: "O popolo stolto e frenetico, o colomba sedotta e senza cuore! Non [43]è egli il papa il vostro capo e non sono i sacri ministri gli occhi vostri? Or che sarai, o Como, senza capo, se non un corpo tronco? Che sarai senza degli occhi, se non una fronte scavata, un volto tenebroso? Deh, pietà, o miseri! Aprite gli occhi, vedete la desolazione che già vi sovrasta. Come è svanito presto il color ottimo!... Ma questi sono i principii soltanto dei nostri mali. Lo sterminio vi sovrasta se ben presto non vi ravvedete".

  I discorsi del santo vescovo commovevano i cuori dei fedeli, le sue invettive facevano curvare la fronte ai più ostinati e la predizion di minaccie faceva ravvedere anche i più cattivi. Como ritornò poi dallo scisma alla unità mercé le instanti sollecitudini del santo pastore.

orazione

  O santo apostolo e padre nostro Agrippino! Che cosa di meglio non [44]diceste ai vostri che precisamente non faccia per noi testé? Il liberalismo o la sfrenata ambizione di indipendenza e di godimento l'abbiamo ancora presente. Lassi noi, che latente serpeggia lo stesso scisma il quale straccia e dilania! Anche adesso ignoranze colpevoli che non lasciano intendere, anche adesso malignità infinite che mordono fra l'erbette di un prato fiorito. E la prepotenza dei grandi che recano in trionfo l'errore, e la iniquità delle plebi non è pur grave ai giorni nostri? O santo pastore e padre nostro Agrippino, voi ben ci scorgete i figli poco fervidi e talora erranti e sfrenati che siamo noi. Pietà per i fuorviati! Otteneteci misericordia da Dio signor nostro.

  Tre Pater, Ave, Gloria.

 

 





p. 395
24 Originale: 350; cfr. R. F. Rohrbacher, Storia universale, v, p. 157.



25 Originale: pendente.



26 Originale: nacquero; anche per le note 27 e 28 cfr. ed. 1932, p. 58.



27 Originale: consilio.



p. 396
28 Originale: distinse.



29 Originale: Dazio; cfr. R. F. Rohrbacher, Storia universale, v, p. 162.



p. 397
30 Si tratta di Giuseppe Rovelli, Storia di Como, parte prima e seconda, Milano 1789-1794. parte terza, tomi I-III, Como 1802-1803; la citazione è ripresa dalla parte terza, tomo II, p. 295.



p. 398
31 Is 28, 15.



32 Cfr. Mt 7, 15s.



p. 399
33 Per l'integrazione cfr. R. F. Rohrbacher, Storia universale, v, p. 314.



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