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La presunzione di Mario non
faceva del male a nessuno, e sarebbe stato umano di lasciargliela. Giulio la
tutelava tanto bene che con lui Mario non arrossiva neppure quando s'accorgeva
d'averla manifestata. Anzi Giulio l'aveva intesa tanto bene da adottarla con
più chiarezza che non ci fosse in Mario stesso. Anche lui, dinanzi ai terzi, si
guardava dal proclamare la sua fede nel genio del fratello, ma senza sforzo,
solo per conformarsi a quanto vedeva fare da Mario stesso. E Mario sorrideva
dell'ammirazione del fratello, non sapendo ch'era stato lui che gliel'aveva
insegnata.
Ma ne godeva, e la stanza dove
l'ammalato passava il suo tempo fra letto e lettuccio, era un posto raro a
questo mondo perchè Mario vi trovava una pace ch'egli diceva silenzio e
raccoglimento, mentre era qualche cosa che più fortunati di lui trovavano in
luoghi specialmente rumorosi.
Piena di gloria, quella stanza
conteneva poche altre cose. Un desco leggero che veniva spostato dal centro,
ove i due fratelli prendevano la colazione, ad un cantuccio accanto al letto
ove desinavano. Da poco tempo in quella stanza da pranzo era stato posto il
letto di Giulio. Durante la guerra il combustibile era caro, eppoi quella era
la stanza più calda della casa, per cui l'ammalato, durante l'inverno, non
l'abbandonava mai. Nelle lunghe sere invernali, in quella stanza, il poeta
sosteneva il gottoso ed il gottoso confortava il poeta. La somiglianza di tale
rapporto con quello dello zoppo e del cieco è evidente.
Per un caso singolare i due
vecchi ch'erano stati sempre poveri, non ebbero a sopportare delle grandi
sofferenze durante la guerra che fu tanto dura a tutti i Triestini. I loro
disagi furono diminuiti da una grande simpatia che Mario seppe ispirare ad uno
slavo del contado e che si manifestò in doni di frutta, uova e pollame. Si vede
da questo successo del letterato italiano che mai ne aveva avuti altri, che la nostra
letteratura prospera meglio all'estero che da noi. Peccato che Mario non seppe
apprezzare quel successo che altrimenti gli avrebbe fatto bene. Accettava e
mangiava volentieri i doni, ma gli pareva che la generosità del contadino fosse
dovuta alla sua ignoranza e che il successo con gli ignoranti spesso si chiama
truffa. Si sentiva perciò pesare il cuore, e per difendere il buon umore e
l'appetito ricorse alla favola: Ad un uccellino furono offerti dei pezzi di
pane troppo grandi per il suo beccuccio. Con piccolo resultato l'uccellino
s'accanì per vari giorni intorno alla preda. Fu ancora peggio quando il pane
indurì, perchè allora l'uccellino dovette rinunciare al ristoro offertogli.
Volò via pensando: L'ignoranza del benefattore è la sventura del beneficato.
Solo la morale della favola
s'adattava esattamente al caso del contadino. Il resto era stato alterato tanto
bene dall'ispirazione, che il contadino non vi si sarebbe ravvisato, e questo
era lo scopo principale della favola. C'era stato lo sfogo e non andava a
colpire il contadino, proprio come non lo meritava. Perciò studiandola si
scopre nella favola una manifestazione di riconoscenza, benchè non forte.
I due fratelli vivevano con
rigida regolarità. Non sconvolse le loro abitudini neppure la guerra che
disordinò tutto il resto del mondo. Giulio lottava da anni e con buon successo
contro la gotta che gli minacciava il cuore. Andando a letto di buon'ora, e
contando i bocconi che si concedeva, il vecchio, di buon umore, diceva: «Vorrei
sapere se, tenendomi vivo, truffo la vita o la morte». Non era un letterato
costui, ma si vede che, ripetendo ogni giorno le stesse azioni, si finisce con
lo spremerne tutto lo spirito che ne può scaturire. Perciò all'uomo comune non
è mai raccomandata abbastanza la vita regolata.
Giulio, d'inverno, si coricava
proprio col sole, e d'estate molto prima di esso. Nel letto caldo le sue
sofferenze s'attenuavano ed egli lo abbandonava ogni giorno per alcune ore,
unicamente per conformarsi al volere del medico. La cena era servita accanto al
suo letto, e i due fratelli la prendevano insieme. Era condita da un grande
affetto, l'affetto ereditato dalla loro prima giovinezza. Mario era per Giulio
sempre molto giovine, e Giulio per Mario il vecchio che avrebbe saputo
consigliarlo in ogni evenienza. Giulio non s'accorgeva quanto Mario gli andasse
somigliando nella prudenza e nella lentezza, come se avesse avuto la gotta
anche lui, e Mario non vedeva che il vecchio fratello ormai non poteva dargli
consigli, non avrebbe mai detto cosa che non fosse stata spiata dal suo proprio
desiderio. Era anche giusto: non si trattava di consigliare o d'ammonire;
bisognava sostenere e incoraggiare. Ciò riusciva anche più facile a un gottoso,
per quanto non sembri. E quando Mario concludeva l'esposizione di una sua idea,
di una sua speranza o intenzione con le parole: «Ti pare?» a Giulio
assolutamente pareva, e consentiva convinto. Perciò per ambedue la letteratura
era una bonissima cosa, e la parca cena era migliore, condita da un mite
affetto sicuro, che escludeva qualsiasi dissenso.
Un piccolo dissenso ci fu tra i
due fratelli per quei benedetti uccellini che si portavano via una parte del
loro pane. «Potresti salvare la vita ad un Cristiano con quel pane, » osservò
Giulio. E Mario: «Ma sono più di cinquanta gli uccellini che con quel pane
rendo felici». Giulio fu subito e per sempre d'accordo.
Quando la cena era finita, Giulio
si copriva la testa, le orecchie e le guancie col berretto da notte, e Mario
per una mezz'oretta gli leggeva qualche romanzo. Al suono della dolce voce
fraterna, Giulio si quietava, il suo cuore affaticato assumeva un ritmo più
regolare, e il suo polmone s'allargava. Il sonno allora non era più lontano e,
infatti, presto il suo respiro si faceva più rumoroso. Allora Mario affievoliva
gradatamente la voce finchè arrivava senza soluzione di continuità al silenzio;
poi, dopo di aver smorzata la luce, s'allontanava sulle punta dei piedi.
La letteratura era perciò una
buona cosa anche per Giulio, ma una sua forma, la critica, lo danneggiava e
minacciava la sua salute. Troppo spesso Mario interrompeva la lettura per
mettersi a discutere violentemente il valore del romanzo che leggeva. La
critica sua era la grande critica dell'autore disgraziato. Era dessa il suo
grande riposo, agitato solo in apparenza, il sogno più splendido. Ma aveva lo
svantaggio d'impedire il sonno altrui. Scoppii di voce, suoni di disprezzo,
discussioni con interlocutori assenti, tanti strumenti musicali varii che
s'alternavano, e inpedivano il sonno. Eppoi Giulio anche per cortesia doveva
badare di non addormentarsi, quando ad ogni tratto gli si domandava il suo
parere. Doveva dire:«Anche a me pare». Era tanto abituato a tali parole che per
sillabarle gli sarebbe bastato di lasciar passare il suo fiato sulle labbra. Ma
chi russa non sa fare neppur questo.
Una sera il furbo malato che
pareva tanto innocente in quel suo berretto abbondante, ebbe una trovata. Con
voce turbata (forse perchè temeva di essere indovinato) domandò a Mario di
leggergli il suo romanzo. Mario si sentì affluire più caldo il sangue al cuore.
«Ma tu già lo conosci, » obiettò mentre subito s'accinse ad aprire il libro che
non era mai lontano da lui. L'altro rispose che da lunghi anni non l'aveva più
letto e che sentiva proprio il desiderio di riudirlo.
Con voce dolce, mite, musicale,
Mario iniziò la lettura del suo romanzo Una giovinezza, accompagnata dal vivo consenso di Giulio che
incominciava ad abbandonarsi al riposo, mormorando: «Bello, magnifico,
benissimo,» ciò che rendeva la voce di Mario vieppiù calda e commossa.
Anche per Mario fu una sorpresa.
Non aveva letto mai roba propria ad alta voce. Come diventava più significativa
ravvivata dal suono, dal ritmo e anche dalle pause accorte e dal saggio
acceleramento. I musicisti - beati loro! - hanno degli esecutori che non fanno
altro che studiare il modo di regalare loro grazia ed efficacia. Degli
scrittori il lettore frettoloso non mormora neppure la parola e passa da segno
a segno come un viandante in ritardo su una via piana. «Come scrissi bene!» pensò
Mario ammirando. Aveva letto tutt'altrimenti la prosa degli altri e, nel
confronto, la sua brillava.
Dopo poche pagine il respiro di
Giulio rantolò: era il segno che il suo polmone veniva privato della guida
cosciente. Mario, ritiratosi nella propria stanza, non seppe staccarsi dal
romanzo che lesse ad alta voce per buona parte della notte. Era stata una vera
nuova pubblicazione quella. Aveva scosso l'aria ed era andata al suo cervello
ed a quello degli altri per l'orecchio, l'organo nostro più intimo. E Mario
sentì che la sua idea ritornava a lui nuova, abbellita, e arrivava al suo cuore
per nuove vie ch'essa creava. Quale nuova speranza!
E il giorno appresso nacque la
favola dal titolo: Il successo
sorprendente. Eccola: «Un
ricco signore disponeva di molto pane e si divertiva a sminuzzarlo agli
uccellini. Ma del dono approfittava una diecina o poco più di passeri, sempre
gli stessi, e buona parte del pane ammuffiva all'aria. Il povero signore ne
soffriva, perchè nulla è tanto disgustoso come veder poco gradito un proprio
dono. Ma ebbe allora la ventura di ammalare, e gli uccellini che non trovarono
più il pane cui erano usi, cinguettarono dappertutto: «Il pane che c'era sempre
non c'è più, ed è un'ingiustizia, un tradimento». Allora una moltitudine di passeri
si recò a quel posto ad ammirare la provvidenza che aveva cessato di
manifestarvisi, e quando il benefattore risanò, non ebbe pane abbastanza per
saziare tutti i suoi ospiti».
È difficile di conoscere le
origini di una favola. Il titolo solo rivela che questa dev'essere nata nella
stanza dell'ammalato ove Mario aveva trovato il suo successo. Chi conosce le
vie per cui si muove l'ispirazione, non si meraviglierà che dal successo tanto
semplice avuto da Mario col fratello, si sia saltati a quel successo del buon
diavolo della favola, che aveva avuto bisogno di ammalare per arrivarci. Non
intenderà donde sieno venuti quegli uccellini tanto maliziosi che sapevano
piangere in pubblico ma, per avarizia, tenevano celata ai compagni la loro
buona fortuna, a meno non si supponga, ciò ch'è un po' difficile, che il poeta,
quando scrive, sia chiaroveggente, e che nel proprio successo Mario abbia
intuita la malizia di Giulio. Invece bisogna pensare che quando un uomo, nella
posizione di Mario, si mette ad analizzare l'elemento successo, attribuisce
della malvagità a tutti, anche agli uccellini.
La sera seguente Mario si fece
pregare per riprendere la lettura. «Troppo presto ti addormentasti, - disse al
fratello - ed ho paura di seccarti». Ma Giulio non intendeva di rinunziare
all'unica letteratura ch'era tanto immune dalla critica. Protestò che arrivava
al sonno non per la noia, la quale anzi è nemica di esso, ma per il benessere
assoluto che gli derivava dal piacere di sentire certi suoni e pensieri.
Perciò le cose avviate a questo
modo proseguirono inalterate sino alla fine della guerra, e la guerra durò
tanto che il romanzo - contrariamente a quanto aveva asserito l'unico critico
che se ne fosse occupato - fu troppo corto. Ma nè per Giulio nè per Mario ciò
fu una grande difficoltà. Giulio dichiarò:
«Mi sono tanto bene abituato alla tua prosa che mi sarebbe difficile di
sopportarne un'altra, di quelle irose ed enfatiche». Mario, beato, ricominciò
da capo, sicuro di non annoiarsi. La propria prosa è sempre la più adatta al
proprio organo vocale. Si capisce: Una parte dell'organismo dice l'altra.
E Mario, passando di successo in
successo, si esponeva più inerme alla trama che si doveva ordire a suo danno.
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