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Scena settima. Dottor
Redella e detti.
REDELLA. Io me ne vado, signori.
ANNA. Buon viaggio, signor dottore.
Ma mi dica prima di partire, non ci sarebbe una medicina con la quale si
potesse levarsi i cattivi istinti?
REDELLA. Perché?
ANNA. Se ve ne è me la indichi perché
c'è una persona che ne avrebbe bisogno. Non mi dia bada perché parlo per
ischerzo. Stia bene signor dottore. Ti attendo in stanza di mamma Lorenzo. (Via.)
LORENZO. Ho il piacere di aver fatto
la sua conoscenza e spero di poter rivederla. Se lei passa, in un'occasione od
altra per la nostra città, verrà senza dubbio a trovarci?
REDELLA. Mi procurerò questo piacere
non v'ha dubbio. (Lorenzo via.)
ALBERTO (come smemorato va verso
la stanza di Anna.)
REDELLA. E tu non vieni ad
accompagnarmi? O almeno non mi saluti?
ALBERTO. Oh! perdona! Senti Redella.
Sai che anch'io penso che noi abbiamo torto di credere alla teoria dell'eredità
e dell'atavismo?
REDELLA. Perché? Hai letto qualche
libro confutativo?
ALBERTO. No, ma ho avuto campo di
fare delle osservazioni che la negano.
REDELLA. Sì! Davvero! Abbiamo torto.
Dimmele queste tue osservazioni; sai bene che io sono sempre pronto a lasciarmi
convincere.
ALBERTO. Sono più riflessioni che
osservazioni. Io dico che vi sono senza dubbio delle eredità organiche ma che
l'educazione e l'esempio valgono a lottare con qualunque difetto ereditato.
REDELLA. E queste dici tu riflessioni
tue proprie? È un plagio perché così si pensava duecento anni or sono. Dove hai
pescato queste sciocchezze?
ALBERTO. Se anche le giudichi
sciocchezze ciò non toglie che sono proprio da me pensate; da me che pure al
pari di te conosco tutti i progressi della scienza. Di mio aggiungo un'altra
riflessione. Voi vi compiacete tanto, io oggi dico, nell'idea dell'assoluto che
onde non perderla, neghereste la verità riconosciuta che si sottraesse alle
vostre regole.
REDELLA (adirandosi). Io non
ho mai negato una verità riconosciuta; forse lanci quest'accusa onde far tacere
la tua coscienza che indubbiamente te ne fa una eguale. Un antico greco del
quale non ci venne trasmesso il nome aveva studiato tutta la sua vita ed aveva
fama di scienziato. Un bel dì gli cadde una tegola sul capo e pfusc! addio
scienza; per un effetto meccanico aveva perduto la memoria. Che fosse anche a
te caduta qualche tegola sul capo?
ALBERTO. Ah! non scherzare!
REDELLA. E cosa ho da pensare se non
solamente dimostri di aver dimenticati tutti i risultati datici dalla
psichiatria ma che anzi ti poni in diretta contraddizione con essi? Spiegare a
te di nuovo tutta la teoria, quando ieri ancora dimostravi di conoscerla,
sarebbe ridicolo. Io penso che tu scherzi.
ALBERTO. E tu pensa ciò che vuoi. Io
so intanto che le leggi dell'eredità vennero scoperte sulle bestie. Pochi matti
si sono azzardati applicarle all'uomo. Senza fare eccezioni si ammisero per i
cavalli e si capisce, perché là la potenza che possiamo esercitare mediante
l'educazione è minima; ma per l'uomo nel quale esiste il volere, la potenza
modificatrice per eccellenza, la legge patisce tante eccezioni che diventa
eccezione essa stessa.
REDELLA. Ah! bah! tu sragioni! tu
cadi nell'errore fondamentale antropocentrico.
ALBERTO. Tu sragioni! Presuppone la
mia osservazione che l'uomo sia il centro della creazione? No, ma senza dubbio
l'uomo oggidì è diverso dalle bestie; ha facoltà di cui in alcune di esse v'è
tutt'al più rudimenti. Ogni cosa diversa merita trattamento diverso o che con
questo metodo finiremo con l'adoperare 300 gradi di calore per sciogliere il
burro perché così facciamo per liquefare metalli.
REDELLA. L'esempio non calza. Vi sono
leggi applicabili a tutte le cose, vi sono leggi applicabili agli esseri
organici, altre ve ne sono per gli esseri viventi ed infine alcune per gli
uomini soltanto. Questa mania di accomunare le cose non l'ha certamente la
scienza. Non divagare! La scienza ti dice: Questa è una legge generale
applicabile a tutti gli esseri viventi e tu, se lo puoi, attaccala; ma non
attaccarne una che essa non ha posta; perché essa non asserì giammai che si
debba sciogliere il burro a 300 gradi.
ALBERTO. Era dato a guisa di esempio.
Io non aveva altro a dirti all'infuori che io non credo alle vostre leggi, alle
vostre osservazioni, alle vostre statistiche. Le leggi le ponete ben grosse,
importanti, e più diversificano dal comune modo di pensare più vi piacciono. Le
vostre osservazioni le fate attraverso alle lenti dei vostri pregiudizi facendo
precedere la sintesi all'analisi. Le vostre statistiche mi fanno ridere.
REDELLA. E perché signor mio?
ALBERTO. Perché voi studiate gli atti
degli uomini e non gli uomini. A te sembra la medesima cosa l'atto che commette
l'uomo e l'uomo stesso?
REDELLA. Non ho mai detto questo.
L'uomo è l'antecedente! Il fatto è la conseguenza del fattore.
ALBERTO. Sei troppo esplicito
carissimo. Non è vero, l'idea della palla per te va intimamente congiunta a
quella del rotolare?
REDELLA. Senza dubbio!
ALBERTO. E quella del corpo a base
piana a quella della fissità?
REDELLA. Senza dubbio!
ALBERTO. Ebbene, prendi un corpo
piano e ponilo su di un'erta tale che perda l'equilibrio e rotolerà. Prendi la
palla, ponila su un piano orizzontale e starà ferma. Dunque il fatto
casualmente può essere del tutto diverso da quello che si prevedeva dopo
studiate le qualità di un corpo.
REDELLA. Ciò è molto sottile, tanto
sottile che credo non basti condurti a conclusioni maggiori.
ALBERTO. No, perché la conclusione
massima è già fatta. Io dico che l'uomo può essere un corpo rotondo ad una base
piana. Tende a rotolare, a fare del male supponiamo, o tende a star inerte
sulla via prescrittagli dalla legge; invece, se tende a stare inerte capita in
posizione verticale e precipita, se tende a rotolare il piano orizzontale
glielo impedisce.
REDELLA. Ah! Ah! quali sciocchezze!
ALBERTO. Non ridere perché il tuo
riso non mi convince. Del resto non mi convincerebbero nemmeno i tuoi argomenti.
È dunque inutile che discutiamo; io mi tengo la mia convinzione, tu tienti la
tua.
REDELLA. Ma la tua è una convinzione
sciocca; tu, lasciatelo dire, sei moralmente decaduto. Che l'amore ti avesse
posto in questo stato?
ALBERTO (con violenza). Che
c'entra qui l'amore? Oh! l'amore all'umanità sì! Dacché mi si aprì la mente a
riconoscere la verità, davvero che mi sento migliore, e più libero.
REDELLA. Migliore può essere! Hai
riacquistato la bontà dell'ignorante! Ti sarà riservato un posto nel regno dei
cieli. (Poi.) Davvero che provo un reale dolore al vederti in questo
stato. Io ti voglio bene! È impossibile lasciarti nei paradossi in cui ora
navighi a gonfie vele.
ALBERTO. Non curarti di me! Io ora
sono felice!
REDELLA. Ma anche per amore della
scienza io non posso lasciar vituperare la statistica in questo modo.
ALBERTO. Basta! Basta!
REDELLA. Mi lascerai finire? Io ho il
dovere di parlare. Sappi che la statistica non viene mica condotta tanto
superficialmente quanto tu credi. Se un uomo commette un delitto, la statistica
raccoglie tutti i dati che può ottenere intorno a quest'uomo e distingue l'uomo
che ruba il pezzo di pane quando ha fame da colui che lo ruba per rubarlo.
ALBERTO. Insomma io non vi credo.
REDELLA. Ma sei impazzito? (Dopo
una piccola pausa.) Eppoi anche chi ruba per bisogno modifica in tale modo
l'organismo che alla seconda generazione anche non essendovi il bisogno potrà
comparire il delitto. È precisamente il corpo a base piana che rotolando si
arrotonda.
ALBERTO. Sogni sono questi!
REDELLA (adirato). Carissimo
mio capisco che con te è fiato sprecato. Per tuo bene però ti consiglio di
studiare il carattere dei nonni quando comperi cavalli e pel bene dei tuoi
figliuoli dei genitori quando prendi moglie.
ALBERTO (agitatissimo). Tu mi
consigli questo? Bada Redella che io principio a credere che tu voglia
offendermi.
REDELLA. Io offenderti?
ALBERTO. Certe allusioni non le so
sopportare.
REDELLA. Allusioni? (Dopo un
istante di esitazione rimane confuso.) Principio a comprendere. (Pausa.)
ALBERTO (accorgendosi che Redella
ha capito). Hai veduto quale angolo facciale, quale occhio diritto, quale
voce incorrotta e tono eguale?
REDELLA. Certamente! Hai ragione! Io
sono stato un po' ingiusto! Sai come è nelle discussioni che si vuole mantenere
il proprio punto. La teoria dell'eredità ammette ogni dubbio! Altro che ne
ammette!
ALBERTO. Vedi che ti ho convinto?
REDELLA (un istante ripugnante).
Convinto? Eh! certamente! Sono convinto, convinto, convinto. Addio Alberto e
sii felice!
ALBERTO. Felice? Lo sarò certamente!
Dovrai fra qualche settimana rifare la tua strada per venire ad assistere al
mio matrimonio.
REDELLA. Con tutto il cuore se avrà
tempo.
ALBERTO. Dunque accetti il mio
sistema? Rinneghi almeno in gran parte l'atavismo?
REDELLA. Cosa c'entra qui l'atavismo?
Senti, Alberto, una mia idea. Dalla creazione del mondo in poi vi sono stati
tanti malfattori che sarebbe impossibile trovare per sposa una donna di cui
qualche antenato non lo sia stato.
ALBERTO. Io non abbisogno di questa
osservazione; dopo studiato l'oggetto stesso non m'interessa più la sua
derivazione. Questa è la mia teoria.
REDELLA. Mi comunicherai esattamente
il giorno in cui avverrà il tuo matrimonio?
ALBERTO. Certamente!
REDELLA. Addio Alberto mio! (Si
abbracciano.)
ALBERTO. Addio! (Redella via.)
Anna! Anna!
Viene Anna e rimane esitante sulla soglia.
ALBERTO (le prende una mano e si
inginocchia). Perdonami! perdonami!
ANNA. Se ti perdono? Ma sei convinto,
sei sicuro che formi con me la tua felicità? Hai intera fiducia in me?
ALBERTO. Oh! intera! intera!
ANNA (dubitando). Bada,
Alberto, siamo ancora in tempo!
ALBERTO. Per far che? Per far che? Io
non ti avrei abbandonata mai più! nemmeno se avessi ancora continuato ad avere
quelle convinzioni esagerate! Guarda! raramente per la mia felicità ho da
ringraziare qualcuno all'infuori di me stesso! Quando ciò mi accade, dal mio
cuore esce come un inno di ringraziamento alla natura. Ecco! Deploro che tu non
possa udire quell'inno di gioia che ora vi sorte per averti incontrata la prima
volta per caso. Ti rammenti? Alla stazione.
CALA LA TELA
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