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La seduta della Società Medica
stava per essere chiusa quando il dottor Galli, un
socio che per invincibile timidezza non prendeva mai la parola, si alzò e
informò l'assemblea che il dottor Menghi, al suo letto di morte, l'aveva
pregato di leggere alla Società una sua memoria su un nuovo siero da lui
scoperto. – Mi pare si tratti di un nuovo siero! – si corresse
il dottor Galli dubbioso.
I medici più giovani gridarono
subito: – Si legga, si legga!...
Ho deciso che la mia invenzione muoia con me ma non so risolvermi a conservare il segreto
sulle strane esperienze che con tale invenzione mi è stato concesso di fare.
Non potendo perciò mettere a disposizione di tutti il
materiale che servì a me per i miei esperimenti, mi sarà difficile di
far credere nella verità di quanto sto per esporre. Mi sostiene la fiducia che
le mie parole, essendo tutte basate su fatti controllati con la massima
accuratezza, portino impresso il segno della verità. Perciò la mia memoria non
è destinata al grande pubblico che tale verità non
saprebbe riconoscere ma ad una cerchia ristretta di scienziati. Non temo i
tanti nemici che ho anche fra voi. Soffersi molto per le vostre ironie. Ora che
scrivo a chi leggerà quando sarò morto, mi sento
aleggiare d'intorno la pace che vigerà allora; io non soffrirò più ed è
altrettanto certo che voi lascerete il morto in pace.
La quiete che mi deriva da tali idee mi fa riconoscere volentieri che io vi diedi talvolta
motivo a dubitare di me. Molti anni or sono, con precipitazione giovanile io
proclamai la mia scoperta di un siero atto a ridare istantaneamente ad un
organismo vizzo la prisca gioventù. Fu poi provato che la gioventù data da me
durava troppo poco ed un mio avversario cui non serbo
rancore per quanto m'abbia ferito con tanta malizia, asserì che la mia gioventù
non era altro che una corsa pazza alla vecchiaia. Lo riconobbero tutti però: io
avevo scoperto uno stimolante incomparabile superiore
a tutti quelli finora in uso. Nella mia superbia sdegnai di vantarmene: non era
un risultato adeguato allo sforzo per fermare la gioventù, di scoprire uno stimolante anche esso di applicazione limitata perché non
assimilabile che da organismi dotati ancora di piena vitalità. Ne parlo perché
oggi io amo quella mia bella scoperta che abbreviava la vita
ma la rendeva intensa mentre la scoperta di cui ho da parlarvi e che
raggiunse il suo scopo mi fa ribrezzo. Parlo della prima anche perché ha
relazione diretta con l'argomento per cui scrissi
questa memoria. E non è per difendermi ma per schiarire che io neghi che il mio avversario abbia avuto ragione asserendo
che il mio specifico meritasse la definizione di alcole Menghi. Il mio
specifico è toto genere differente dall'alcole. L'alcole rallenta il
ricambio della materia; il mio lo precipita, ed è così che, mentre l'alcole
impaccia il lavoro del cuore fino ad esaurirlo, il mio specifico la facilita
tanto che l'organismo intero vi soggiace. Notate: l'organo che è la sorgente
della mia vita non trovando ostacoli in un organismo tutto vitale esorbita e
uccide. Il dottor Clementi mi aiutò a costruire tale
teoria che seppelliva la mia scoperta; anzi – lo riconosco volentieri – le
parole sono tutte sue. E questa teoria, anzi queste parole, dovevano
condurmi diritto diritto all'antidoto dell'alcole Menghi. Il mio nuovo siero fu
immaginato perciò prima teoricamente e adesso dopo le varie esperienze che ne
feci non ho nulla da mutare alla sua teoria. Mai
pensai di aver trovato la pietra filosofale, la vita eterna; io dovevo arrivare
ad un'economia delle forze vitali per la quale la vita
fosse allungata incommensurabilmente. E mi
sarebbe bastato! Mi sarebbe bastato di poter dire all'artista e allo
scienziato: Ecco! La vita non è breve più neppure per voi!
L'assemblea di scienziati cui mi
dirigo difficilmente potrà comprendere come io abbia
potuto rinunziare alla gloria. Oh! Ve ne prego: Ammettete per un istante che
uno degli inventori dei terribili esplosivi moderni avesse esitato di
comunicare alla nostra umanità immatura la sua invenzione, lo comprendereste
voi? Da me, poi, questo scrupolo fu aggravato da una promessa fatta alla
persona più cara ch'io m'abbia avuta e cioè al suo
letto di morte. Letta questa memoria comprenderete
certo l'importanza della scoperta e dei miei studi e nello stesso tempo la
ragionevolezza dei miei scrupoli.
Vado indagando che cosa io vi possa dire della mia scoperta tanto da rendervi possibile
seguirmi negli esperimenti che vi descriverò minutamente e non tanto da
rivelarvela. Lo specifico – l'avrete già immaginato –
appartiene all'organoterapia. Lo conquistai da un animale longevo per
eccellenza. Non pensate a certi pesci d'acqua dolce la cui vita – come si
constatò in certi parchi – dura oltre tre secoli. Io
trovai quale fosse l'animale più longevo con la
semplice osservazione del suo metodo di vita, del suo modo di moversi, di
guardare e specialmente di attaccare e difendersi. Fu sempre l'alcole Menghi
che mi fornì gli elementi ad un'osservazione tanto sicura. Gli animali e le
persone cui fu iniettato quell'abbreviatore di vita
hanno i movimenti rapidi anzi violenti. Non sanno prendere ma
afferrano, non sanno lasciare ma gettano. Hanno inoltre la veglia e il sonno
intensi e brevi. La loro giornata conta, anziché ventiquattr'ore, dodici e
anche meno. L'animale longevo di cui parlo ha la
giornata di un anno (io so dove correte col pensiero ma v'ingannate), i suoi
movimenti sono lenti, sicuri e misurati.
Se anche
indovinaste di quale animale si tratti, non trovereste mai più quale suo organo
mi diede il siero di cui abbisognavo. C'è un mitigatore nel
nostro organismo! È ammirabile come i casi della vita
s'adattino a servire l'uomo operoso. Quando pensai la teoria
dell'antidoto all'alcole Menghi ricordai un'esperienza
di vivisettore di cui, assistendovi, non avevo compreso subito la portata.
Ripetei subito l'operazione e non ebbi più dubbii. Allontanato quel dato organo
la vitalità dell'animale si esacerbava come per effetto dell'alcole Menghi.
Feci poi un'esperienza che confermò luminosamente la mia idea. Privai di
quell'organo quell'animale e l'avvelenai con della
morfina. Esso resistette all'azione del veleno molto meglio che non un animale
cui l'operazione non era stata praticata. E si capisce: L'organo mitigatore
è cieco come tutti gli altri nostri organi ed il suo lavoro – benefico finché è
circondato da organi vitali – diventa abbreviatore di vita
quando questa vitalità sta per spegnersi. Per quanto
indebolito esso arresta l'impulso che sarebbe stato sufficiente appena appena.
La mia scoperta era fatta o, meglio, il mio lavoro era
terminato. Il resto doveva essere abbandonato alle funzioni più occulte della
natura. Se la mia Annina (chiamai così il mio
siero in onore di mia madre) agiva come tiroidina e l'ovarina che vanno nel
sangue e operano all'origine senz'aver bisogno di passare per l'organo
alla cui insufficienza suppliscono, allora il mio moderatore probabilmente
non avrebbe impedito lo sforzo e così, solo così, sarebbe risultata l'economia
vitale che io cercavo.
Trovo fra le mie carte il
bollettino su cui registrai la mia scoperta. Porta la
data del cinque Maggio. Io non sono superstizioso ma
la coincidenza di date è pur strana: Il cinque Maggio è una data che si chiama
Napoleone, l'uomo il cui polso batteva all'unisono con l'orologio. Il ricordo
del grande dalle sessanta pulsazioni normali mi diede una speranza che mi rese
addirittura malato. Se oltre che all'allungamento della vita
io giungessi a qualche cosa d'altro e di più alto ancora.
Le prove mi costarono molto e il
mio piccolo bilancio ne fu dissestato. I miei studii mi avevano impedito di
dedicarmi assiduamente alla mia pratica e poi i clienti più ricchi m'avevano
abbandonato dopo l'insuccesso dell'alcole Menghi che da alcuni dei miei
confratelli era stato presentato addirittura quale
ciurmeria di un pazzo. Le mie difficoltà m'indussero a confidarmi a mia madre.
Mia madre! Io non so se qualcuno
di voi abbia conosciuta mia madre. Questo so: Se uno di voi l'ha mai vista e sia pure per pochi
istanti, non l'avrà dimenticata giammai. La persona alta, diritta, occhio
nerissimo dolce e imperioso nello stesso tempo, la carnagione giovanile in
contrasto con la chioma bianca del tutto, ma bianca candida,
come di neve giovine.
Scusate se vi parlo di mia madre
ma, come vedrete, essa appartiene al mio argomento. Se
essa non fosse stata in vita allora, forse a quest'ora il potente farmaco da me
inventato sarebbe nelle mani di tutti.
Mio padre tenne per lunghi anni
a Venezia un negozio di droghe molto importante. A trentacinque anni, circa un
lustro dopo di esser sposato s'era dato alla malavita. Ebbe delle donne, giuocò e – credo ma non lo so di certo – si diede al vizio
del bere.
Per fortuna mia madre subito
s'accorse del suo mutamento. Con l'energia ch'io le
conobbi sempre nelle piccole e nelle grandi cose ma che allora nessuno avrebbe
sospettata in lei, essa, quando dovette abbandonare la speranza di ricondurlo
sulla strada retta, non s'abbandonò a vane querimonie ma assunse la direzione
degli affari del marito che glielo permise a patto gli si lasciasse del denaro
e il tempo per goderne.
Finché egli visse fu una lotta di ogni giorno contro di lui prima di tutto che voleva
sempre più denaro, e poi contro i creditori impazienti che da ogni parte
reclamavano il loro avere, e contro i fornitori che non volevano più fare
credito.
Quando mio padre morì di una
pneumonite seguita al terzo giorno da esaurimento cardiaco (è solo da ciò ch'io arguisco ch'egli fosse dedito al bere perché mia madre
non me lo confermò giammai) le cose migliorarono subito per quanto mia madre
non volesse riconoscerlo e si proclamasse fino all'ultimo giorno della sua
penosa esistenza quale la più infelice delle donne. Migliorarono in questo
senso: Prima sulla faccia di mia madre era stata perennemente stampata
un'incurabile tristezza e nello stesso tempo l'ambagia pel
destino proprio, pel destino di lui (sì, anche di lui) e pel destino mio
soprattutto. Morto mio padre la bella figura si eresse di nuovo per curvarsi
solo nel singhiozzo frequente. Ed essa parlava
continuamente del marito morto avendo dimenticato di lui i cinque o sei ultimi
anni. A me insegnava ad onorarne la memoria ed anzi essa la lavava perché nei
miei ricordi di fanciullo doveva essere rimasta
impressa la sua fisionomia minacciosa di malcontento che esige, esige e non dà.
Queste qualità di mia madre vengono poste più in alto quando si apprende di quale
intelligenza essa fosse dotata. Essa accumulò in commercio in breve tempo una
piccola fortuna apprendendo da sé tutti quei complicati particolari che costituiscono la scienza commerciale. Io non credo accade di
spesso che una donna non provveduta di certa cultura, abbia una facilità tale
di comprendere tutto.
Fino all'epoca della decadenza
morale di mio padre, mia madre non s'era occupata che
della sua cara casetta ove aveva fatto da padrona e da serva. Poi oltre agli
affari ebbe sempre da attendere anche alla casa.
Mi concesse il suo aiuto con una
prontezza che mi meravigliò. Io che la conoscevo commerciante fino al midollo,
calcolatrice come un banchiere, astuta e previdente, esitante e dubbiosa ad
ogni decisione che potesse implicare la diminuzione di un utile oppure una
piccola perdita, fui stupito e commosso di vederla accogliere immediatamente la
mia proposta. Aveva fatti rapidamente i suoi calcoli: Poteva concedermi per tre
anni un sussidio mensile di mille lire, proprio l'importo che avevo domandato.
Concluse dicendomi con una carezza: – Alla peggio mi resterà tanto da aprire
un'altra drogheria –. Eppure essa allora s'era già convinta ch'io
non cercavo il mio siero per farne – come essa da prima aveva creduto – una
speculazione commerciale.
Né a me
né a lei la probabilità di dover riaprire una drogheria parve una minaccia
grave. Avevo indovinato da lungo tempo ch'essa
soffriva di essere stata privata dell'attività cui aveva dedicato tanta parte
di se stessa e nella quale aveva trovate non piccole soddisfazioni. Prima non
aveva conosciuto che agitazione e stanchezza, ora invece soffriva oltre che di agitazione e di stanchezza anche di noia. Dirigere una
casa e comandare ad una serva era ben poco per chi come mia madre aveva diretta
un'azienda e comandato a due o tre impiegati e a varii facchini. La casa era
tanto accuratamente sorvegliata che finì coll'avere un solo difetto: Vi si
parlava troppo di ordine. Chi ci vendeva la carne o
gli erbaggi doveva stare bene all'erta perché tutto
quello che veniva in casa era pesato, esaminato, cribrato e mamma aveva trovato
il modo di lavorare altrettanto nella piccola casetta quanto nella grande
azienda.
Di mia madre devo dire ancora ch'essa era una grande egoista di un egoismo in cui
comprendeva me solo. Ricordo a questo proposito ch'essa
non carezzò giammai i figli degli altri com'essa diceva. Non li amava e,
in grazia mia, tollerava qualcuno nella nostra retrobottega; ma l'antipatia sua
trapelava tanto chiara che ben presto tutti
m'abbandonarono e mi lasciarono goder solo la retrobottega e la merendina del
pomeriggio. Ai suoi clienti essa riservava sorrisi e parole cortesi in cui io
che la conoscevo di lei tutt'altri sorrisi e tutt'altre
parole, sentivo la falsità. Quando essa credette di dover ingiungermi il
sacrificio di rinunziare alla mia gloria, al risultato già ottenuto di tanti
miei studi in favore degli altri ch'essa non
amava, io dovetti obbedire perché le ragioni che la inducevano a tale domanda
dovevano essere ben forti.
Dal giorno in cui chiesi il suo
soccorso, essa domandò di poter lavorare con me. Erano molti anni che non si
lavorava insieme. Essa m'aveva insegnato a leggere nel suo mezzà
e la ricordo pronta di venire ad aiutarmi e ad insegnarmi per poi
abbandonarmi e correre ai suoi affari. Questo metodo ebbe delle conseguenze non
so se buone o cattive pel mio avvenire. Io credo mi
sia derivato da esso una bramosia febbrile di mutare
ogni mia idea in un'azione, bramosia che può talvolta spingermi a comunicazioni
premature ma che all'incontro mi spinge a precisare sinteticamente le idee
mentre altri perde tempo in errori e illusioni. Capisco che nel laboratorio
l'idea si realizza immediatamente ma in una forma non precisa. Io ammetto una
somiglianza fra l'animale evoluto e il non evoluto ma non ne ammetto
l'identità. Bastano le esperienze fatte con l'Annina per stabilirne la
diversità.
Quando mamma cominciò a lavorare
con me in laboratorio la mia scoperta era già
perfetta. Non si trattava più che di produrre una quantità sufficiente di Annina per procedere a esperimenti seguiti. La
massima parte del nostro tempo fu impiegata a
discussioni sulla teoria che ne risultò più chiara.
Essa capì presto e bene. Vero è
che per farmi intendere meglio usavo meno possibile di
termini scientifici anzi ricorrevo a un linguaggio che la scienza rifiuta.
La vita animale è comparabile
all'ebollizione di una caldaia d'acqua posta su un focolare di cui il
combustibile sia limitato. Quest'ebollizione può
finire perché il combustibile vada ad esaurirsi o perché l'acqua a forza di
bollire svampisca. Nel primo caso si avrebbe una morte per esaurimento; nel
secondo per abbruciamento. Ora è evidente che la vita animale è assicurata da
un eccesso di calore; voglio dire che l'equilibrio fra
l'acqua e il fuoco non è perfetto e che la vita potrebbe durare di più se
l'ebollizione potesse essere diminuita. Per esempio è evidente che il calore
emanato dal nostro corpo è una perdita; quanta parte di questa perdita è necessaria per proteggere la nostra periferia? Per essere più precisi: È noto che impiegando utilmente la
forza manifestata (e perciò perduta) dal cuore in ventiquattr'ore si potrebbero
sollevare chilogrammi quattromila a un metro d'altezza. È un eccesso! Quanta
parte di questa forza è necessaria per alimentare la nostra vita e quanta parte
va perduta o risulta dannosa? L'avvenire della scienza
igienica è tutto nella soluzione di tale problema. Io intanto so che questa
forza è eccessiva e lo so prima di tutto pel fatto che
molti individui di cui il calore manifesto era inferiore, si
dimostrarono più forti di quelli dalle pulsazioni affrettate e dal calore
trapelante da ogni poro. La forza latente è la sola forza; quella che si può
percepire coi nostri sensi o misurare coi nostri
istrumenti è la perdita della forza. E avete osservato come il cervello
funzioni egregiamente in individui il cui cuore abbia declinato?
Io ho constatato delle menti lucide anzi acute in
persone il cui polso non si poteva più contare per la sua debolezza e velocità.
Io mi abbandonai tutto al
piacere di far sentire a mia madre la grandezza e l'originalità della mia idea.
Non avevo oramai che da dire una parola e mamma pensava il mio pensiero. Avevo
bisogno di una tale collaborazione! Di solito quando lavoro mi lascio andare
spesso alle mie fantasticherie. Mi arresto a contemplare le ultime conseguenze
delle mie idee, le accarezzo, ne ammiro il futuro
successo e oblio il lavoro necessario per realizzarle. Con mia madre ciò non
era possibile. Essa portava seco in laboratorio i
sistemi che tanto le avevano giovato negli affari.
L'Annina nella sua forma
più pura, cioè quale un siero tratto direttamente
dall'organo moderatore dimostrò di essere un veleno di una potenza
incomparabile. Con un decigrammo nel sangue si uccideva un cane giovine e forte in quaranta secondi. Dapprima mia madre non voleva credere si trattasse di una morte reale. Accarezzava
il cane per farlo tornare in sé. Poi, convinta, piegata ancora sul corpo
dell'animale, pallida, pallida, mi domandò – Tu non
volevi questo?
La rassicurai dicendole
che il caso era stato previsto. Il siero di cui avevo a servirmi doveva essere
ben altrimenti elaborato di questo. Essa rimase commossa e per
lungo tempo dubbiosa.
Ciò mi spinse ad un lavoro
febbrile per toglierle al più presto tale dubbio. Preparai un coniglio con
iniezioni seguite per vani giorni di dosi minime di Annina.
Ne raccolsi il sangue che, sterilizzato, considerai
quale il siero voluto. Feci tutto questo lavoro alla chetichella per poter
sorprendere mia madre e così la memoranda giornata del due Giugno cominciò per
me con un trionfo come non ne ebbi altro in mia vita.
Svegliai mia madre alla mattina per presentarle il frutto del mio lavoro. Essa
si vestì in un attimo e mi seguì al laboratorio ove poco dopo un coniglio
ricevette la prima iniezione che fosse stata fatta con l'Annina.
Lasciato libero l'animale mi volsi a mia madre e le
dissi additandoglielo sorridendo: – Ecco il primo longevo.
Mia madre guardava invece la
povera bestiola aspettandosi di vederla morire. Il fatto ch'essa
invece visse fece restare ammirata mia madre. Ciò che non era
altro che l'applicazione al mio siero di un processo inventato da altri destò
in lei la maggior meraviglia che non la mia stessa idea originale. Solo
in questo si manifestò in lei la mancanza di preparazione scientifica.
Il coniglio cui era stata
praticata l'iniezione presentò varii fenomeni. Cessò
di mangiare per molte ore e quando mangiò, confrontato
con gli altri conigli in mezzo ai quali l'avevo posto, appariva meno vorace e
più lento nei movimenti. Salvo quando si scuoteva, era evidentemente colto da
una specie di stupefazione e mamma l'osservò tanto ch'ebbe
una frase forte e caratteristica che allora mi piacque immensamente: – Pare
sepolto nel suo corpo!
Passammo la giornata intera ad
osservare il comportamento dell'animale. Io potei constatare in esso un altro sintomo chiaro, evidente dell'efficacia dell'Annina:
La manifestazione più chiara di vitalità in un coniglio è lo sbalzo con cui si
sottrae ad una mano che voglia afferrarlo. Il mio faceva un balzo formidabile quando era minacciato la prima volta; era invece
incapace di farne un secondo se minacciato immediatamente una seconda volta.
Cadeva subito nel menzionato stato di stupefazione e si lasciava afferrare
trasalendo inerte.
La sera, in stanza da pranzo,
continuammo a chiacchierare dell'Annina. Ma mentre mia madre sempre più
s'infiammava di ammirazione e di gioia, io mi sentii
colto da un deciso senso di sconforto.
Dove m'avrebbero condotto le
esperienze sugli animali? Anche arrivando a constatare in essi
quel mutamento di vita consono – secondo le mie teorie – al loro mutamento
fisico, non mi sarei trovato avanzato di molto. No! Solo la constatazione di un
mutamento di tutta la funzione vitale – mutamento che
in gran parte doveva sfuggire alla verifica mediante istrumenti – poteva
giovarmi. Non ebbi esitazioni! Quella stessa sera avrei iniettato l'Annina
nel mio proprio sangue. Rinacque in me la più viva
speranza.
L'osservazione soggettiva non ha
molti esempi in medicina ma ne ha tuttavia e dei più
strani. Intanto il celebre medico napoletano che, affetto di nefrite,
preconizzò per primo la cura lattea, ne intuì il benefico effetto dapprima
soggettivamente e lo constatò poscia oggettivamente verificando la diminuzione
dell'albuminuria. Tanto più l'esperimento soggettivo doveva dare un esito
concludente qui ove si trattava di verificare un'intensità di vita che secondo me doveva diminuire prima di tutto nella vivacità del senso
e del sentimento. Perché se l'Annina si dimostrava
efficace come io speravo doveva diminuire quello che io chiamo l'attrito. Ora quale è il maggiore nostro attrito, quello che sperpera le
nostre forze senza che noi ce ne accorgiamo? I nostri organi di percezione
talvolta non bastano – lo riconosco – ma per lo più
peccano per troppa sensibilità. Quante volte non vengono
lesi dal suono e dalla luce? Dei sentimenti poi non parlo.
Le gioie eccessive e gli eccessivi patemi d'animo
decimano l'umanità.
Mamma parlava ora di cose di
casa ed io non l'ascoltavo tutto immerso nel mio pensiero e agitato dalla
ferrea decisione fatta.
Anticipai col pensiero l'effetto
che avrebbe prodotto in me l'Annina. Pensai che l'Annina dovesse
divenire il farmaco degl'intellettuali e non dei
manuali. Ho già detto quello ch'io penso della necessità
di un cuore manifestamente forte per il funzionamento del cervello.
Soggiungo anzi che se l'uomo morente non sa comporre un poema o fare una
scoperta, ciò dipende dal fatto che il cervello viene
frastornato dagli altri organi i quali non vedendo arrivare il cibo ch'è loro
indispensabile, soffrono e chiamano aiuto.
Poco dopo, chiusomi nella mia
stanza, mi praticai un'iniezione di Annina. Ne adoperai una dose molto maggiore di quella usata pel
coniglio che non mi parve abbastanza anninizzato. Devo confessarlo:
Mettendo il liquido nel tubetto mi tremava la mano e il cuore mi batteva. Qualche cosa di simile deve aver provato quel
coraggioso inventore che fece passare attraverso il suo corpo duemila volts
di forza per provare l'innocuità della corrente alternata. Avrei forse agito
più prudentemente rimandando l'esperimento al giorno
seguente e notando nel frattempo la mia scoperta perché fosse sperimentata
ulteriormente da qualche mio collega. Ma non seppi
attendere. Presi un foglio di carta, lo posi sul tavolo
da notte assieme ad una matita per fissare subito sulla carta le osservazioni
fatte. Ho conservato quella carta e la trascrivo qui:
2 Giugno ore 10 ¼. L'iniezione è
stata fatta. Una calma assoluta è nel mio organismo. Il mio polso è di 84 e si
capisce. Mi stenderò subito sul letto per provare la mia temperatura. Il punto
del braccio ove praticai l'iniezione mi brucia. L'assorbimento del siero
procede lentamente. Ricordo che dopo l'assorbimento totale del siero il contegno del coniglio non ne accusò un effetto che
oltre 10 m.
dopo.
Ore 10 e 35 m. Sotto la cute non c'è
più alcun residuo di siero. La mia temperatura è di 37 e 2. Mi sento agitato. Posso
contare il battito del cuore nell'orecchio poggiato sul guanciale e arrivo a
stabilire ch'è sincrono al polso. Una vera
perturbazione nel circolo è esclusa.
Ore 10 e 40. Ho paura di perdere
i sensi. Nel mio organismo scoppiò un temporale che mi pare vada
ancora aumentando. Cominciò con un rumore assordante nelle orecchie, tale che
mi parve esterno. Fu uno scoppio dapprima come se la pressione dell'aria
all'esterno avesse fatto scoppiare di un sol colpo le otto lastre della mia
stanza. E adesso continua assordante e minaccioso come
se qualche cosa di macchinoso enorme s'avvicinasse, s'avvicinasse. Per capire che
tutto quel frastuono è in me e non fuori di me mi basta di guardare la fiamma
di gas accanto al mio letto la quale si riflette
immota nello specchio di faccia. Ricordo con terrore la dose enorme di Annina che mi sono iniettata. Mi faccio dei
rimproveri con mente lucidissima. Il professor Arrigoni aveva ragione di dire ch'io ero tale un geometra ch'ero capace di misurare un
abisso in pochi istanti ma saltandoci dentro. Cesso di scrivere perché non
reggo più. Che avessi la febbre? Voglio provare.
3 Giugno ore 9 ant. Non arrivai a provare il polso. Ora ammonta a 66; 18 pulsazioni
meno di iersera. Rileggo la descrizione fatta del malessere da cui fui colto
iersera. Come è imperfetta! Ma
come completarla? La scienza medica è tanto povera di termini per esprimere
delle impressioni soggettive! Il mio malessere andò talmente aumentando che
finii coll'abbandonare la matita, mi stesi sul letto e perdetti i sensi.
Ricordo che prima mormorai: Collasso! Infatti se un
mio collega m'avesse visto allora, avrebbe detto così. Le mie labbra non
trattenevano più la saliva che mi pioveva sulle guancie e m'accorsi che la mia
respirazione era corta, precipitosa. La stanza m'appariva buia del tutto; sulla
mia retina si rifletteva soltanto una piastrina gialla, la fiamma del gas, da
cui non irradiava alcuna luce e penso che devo averla fissata continuamente
perché ancora adesso ritrovo stampata in me la povera, misera cosa, così come era allora, fredda e piccola, l'unico mio punto di
contatto col mondo esterno. Morivo! Laggiù, le mie gambe che mi parevano
lontano, ben fuori dal letto, pesavano enormemente.
Non ricordo altro! Questa mane mi accorsi che io debbo
essere passato per una crisi di delirio perché le coperte ed il guanciale erano
state smosse violentemente. Io non sono meravigliato di questo primo effetto
dell'Annina. In certi organismi persino il primo effetto della morfina è
violento. Pare che prima di adagiarsi all'effetto del farmaco l'organismo
insorga. Quando ritornai in me ero mutato del tutto.
Pareva fossi uscito da una crisi benigna di pneumonite; l'euforia era assoluta.
Polmone e cuore dovevano lavorare perfettamente. Non sentivo né il mio respiro,
né percepivo il battito del mio cuore. Sentivo ancora un certo peso alle gambe
e mi parevano sempre lontane. Ciò significava senz'altro un indebolimento del
senso. Debbo aver sorriso dalla soddisfazione di aver
pensato tanto esattamente. Le mie previsioni si avveravano; il cervello sentiva
meno degli altri organi l'effetto dell'Annina. Fu con isforzo che toccai
con una mano i piedi nudi. Erano caldi ma subito
pensai che con quell'atto non avevo fatto altro che verificare la differenza di
temperatura fra le due estremità. Cercai il termometro che doveva trovarsi nel
letto stesso e mi ferii la mano su una scheggia di vetro certo proveniente
dall'istrumento che doveva essere andato in pezzi durante la crisi. Mi
dispiacque; ma era poi certo che se l'avessi trovato intero ne
avrei usato? E stetti immoto senza fare alcuno
sforzo per liberare il mio letto dalle altre schegge di vetro che dovevano
trovarvisi. Mi baloccai per lungo tempo immobile con le mie idee. Pensai:
«Dovrei notare subito le mie osservazioni». Ero certo che avrei
potuto balzare dal letto e correre a fare le mie annotazioni. Ma non mi mossi. Il pensiero rimase alle annotazioni e
m'indugiai a pensare quello che avrei scritto se avessi scritto.
Intanto avrei guardato l'orologio per stabilire quanto tempo avesse durato la
mia incoscienza. Non lo guardai e mi limitai di constatare che la notte era
alta. Sarebbe bastato che alzassi la testa oltre il tavolo di notte per vedere
l'orologio ma io non feci un tale sforzo. Restai
supino lieto di veder confermata una delle speranze poste nella
mia Annina: Io non correvo disordinatamente all'azione e mi
compiacqui all'idea che oramai io potevo misurare un abisso senza gettarmivi
dentro. L'avrei poi misurato? Il pensiero delle annotazioni continuò a
perseguitarmi e senz'alcuna idea di giungere a
prendere la matita in mano analizzai i miei sensi. L'orecchio mi parve
senz'altro indebolito. Esso sentiva debolmente i rumori che io producevo
movendomi nel letto. Passai ad analizzare la mia forza visiva. Mentre al
momento di svenire avevo visto la fiamma di gas quale
un pezzetto di metallo lucido, ora scorgevo perfettamente che la fiamma era una
fiamma ma pure mi parve non illuminasse a sufficienza la stanza. Guardando bene
io vedevo un'irradiazione che si prolungava per pochi centimetri intorno alla
fiamma aperta, ma non pareva che tutta la stanza fosse illuminata. Nello
specchio la fiamma si rifletteva attenuata di poco. Guardai meglio e
nell'immagine della fiamma nello specchio scopersi un lieve color azzurrognolo
proveniente senza dubbio dalla lastra in cui si rifletteva. Stanco dello
sforzo, chiusi gli occhi e m'adagiai. Oh! L'effetto dell'Annina
superava ogni mia più ardita speranza! Lo sforzo che costava la percezione di un oggetto era largamente compensato dalla
finezza della visione. Io potevo analizzare la più lieve sfumatura di colore.
Fino ad allora una fiamma di gas era stata per me
gialla con qualche riflesso rosso e azzurra alla base; stupidamente gialla
insomma. Ora vedevo che non era così e scoprivo nella fiamma le gradazioni più
varie di quei varii toni. Quella fiamma parlava!
Rizzai un po' il collo e fissai nell'oscurità tentando di vedere l'armadio che
doveva trovarsi accanto allo specchio. Non subito percepii l'oggetto ma come
per mia volontà il mio sguardo divenne più
intenso, così l'oggetto – come se io l'avessi chiamato – uscì dalla penombra.
L'armadio era una cassa antica, massiccia, barocca, d'epoca pessima, il suo
lustro sbiadito, ai fianchi due colonnine pretensiose dai cui fastigi pendevano
dei grappoli d'uva. Io non l'avevo mai visto così ed essendo un oggetto che
avevo avuto accanto dalla mia prima infanzia fui stupito
di scorgerlo sorprendentemente strano. Per la prima volta vidi in esso lo sforzo di linee fatto dal poco destro artista la cui
arte barocca era stata resa meno ridicola dall'antichità. Io non ho natura di
pittore, tutt'altro, e fui sorpreso dalla delicatezza
e finezza del mio occhio. Come tutti gli oggetti sono belli se visti con una
forza che superi almeno quella di chi li guarda per moversi fra
di loro! Per quanto fosse la prima volta ch'io
ricordassi d'aver guardato con tale occhio quell'armadio pure nella visione
attuale s'addensarono tutte le visioni ch'io di quell'armadio avevo avuto dalla
mia prima giovinezza. E lo rividi sempre fosco e oscuro quando abitava una
stanza mai rischiarata nella nostra prima abitazione a Venezia; una sola
finestra cui il sole non arrivava mai causa la stretta
Calle su cui guardava. Mastodontico armadio che ricettava
allora serio, serio i miei primi vestitini corti. Dentro c'era un forte
odore di lavanda che mamma amava molto. Più di una volta lo vidi all'aperto su
una grande peatta, dall'aspetto più malandato del
solito, varie uve spezzate nei suoi grappoli. Ci mancavano ancora quelle uve ma le ferite di legno giallo apparivano allora in
confronto al resto dell'armadio quasi sanguinanti. Non s'erano chiuse ma il tempo aveva intonato il colore anche su di
esse. Riposai di nuovo dello sforzo mentre il pensiero
non cercava riposo. Tutto quello ch'io avevo
sospettato s'avverava: La vita diminuita era capace di concentrarsi meglio in
certe direzioni. I fisiologi di un secolo fa dicevano: Metà e più del corpo
umano è morta. Io forse aumentavo la parte morta ma
intensificavo la vita della parte viva. Persino le mie gambe divenivano più
vive se io volevo. La sensibilità mia laggiù era tanto diminuita ch'io non sentivo di avere i piedi nudi né percepivo se
poggiassero sulla lana della coperta o sul lino delle lenzuola. Rivolgendo la
mia attenzione colà, la sensibilità improvvisamente aumentò e senza guardare,
dalla sola sensazione sentii chiaramente la dolcezza della soffice lana.
Intanto venne l'alba. La finestra ch'era posta alla
parete più lontana da me si fece viva, dapprima discreta, discreta, come se
bussasse per poter entrare. Presto divenne la cosa più importante della stanza.
Com'era bella, svegliatasi così sotto le tendine rosee. Stanco, cercai il
riposo e l'ultima mia impressione visiva fu di nuovo l'armadio che aveva viste
tante albe senza essere stato mai osservato tanto intensamente. Subiva ora una
luce antipatica, corrotta dal giallo della fiamma a gas. Poi a me parve di non
arrivare ad addormentarmi. Il mio cervello continuava
a lavorare e non ripeteva soltanto le immagini ch'io
avevo avute nella veglia ma creava. Mi trovai così di aver pensati i futuri
esperimenti ch'io dovevo fare. Dapprima dovevo vedere
se l'Annina nel nostro organismo si sommasse e se fosse stato possibile
d'intraprendere delle cure a dosi minime giornaliere nelle quali la dosatura
sarebbe risultata da sé con la più semplice
osservazione. Poi dovevo indagare se usando il nostro organismo all'Annina
risultasse un'abitudine e se quest'abitudine
eliminasse la crisi o addirittura ogni effetto. Nello stesso tempo il pensiero
a tanto lavoro che dovevo compiere mi faceva soffrire. Eppure
dormivo. Non appena il mio pensiero s'animava io mi trovavo del tutto desto
tanto era piccolo il passaggio; poi ricadevo in un torpore che non era altro
che il sonno ma il sonno lungo, lungo, una mezza
veglia; il sonno dell'animale cui avevo tratto l'Annina. Ed io che lo
conoscevo, sentivo il desiderio del sonno più profondo, ristoratore e mi pareva
che come mi vi avvicinavo qualche cosa o qualcuno me ne allontanasse.
A quest'ora, seduto qui al tavolo io so che il tempo fa diminuire l'effetto
dell'Annina. In undici ore constatai in me tre stadii. Il primo di cui
non so la durata era stato contrassegnato dalla perdita totale dei sensi. Nel
secondo ebbi la mente lucidissima ma i movimenti lenti e penosi; anzi lo
caratterizzerò così: Niente percezione senza volere. Nel terzo, non ristorato
dal sonno perché ad esso non arrivai mi ritrovai
capace di un lavoro seguito quale è quest'annotazione. Nella notte intera deve
aver persistito in me un offuscamento di coscienza. Tant'è vero che non m'ero
fatto un rimorso di aver trascurato le annotazioni per le quali avevo corso tanto rischio. Forse da ciò mi risultò un disagio sordo un malcontento che mi guastò la
notte meravigliosa tanto che guardando dietro di me mi appare sgradevole quale
la notte di un infermo. Concludo: Per godere del
riposo che dà l'Annina, bisogna non averla inventata.
Qui anche queste annotazioni
tanto imperfette sono interrotte. Si picchiava con forza al mio uscio ed una
voce profonda d'uomo echeggiava: – Ma, insomma, dormi o sei morto?
Aprii la porta ed entrò il dottor Clementi dalla cui faccia niente trapelava che avesse
potuto far sospettare la gravità della notizia ch'egli mi apportava. Era
affannato e irato perché, come poscia appresi, mi chiamava così da oltre
mezz'ora. Io sono stato sempre un po' distratto ma non tanto da non udire a
pochi passi di distanza la voce stentorea nel dottor Clementi.
Visto che quando il pubblico
conoscerà questa mia memoria io sarò morto, è da
ritenersi che il dottor Clementi sarà allora da lungo tempo dimenticato. Non
dico ciò perché egli sia più vecchio di me ma perché egli è un individuo ch'io chiamo un morituro. L'esuberanza sua di vita
deve fargli percorrere ben presto la via che per altri, dotati di organi moderatori più potenti, è più lunga. Egli si
scalda anzi si scalmana per tutto e per tutti. S'occupa anche di politica – a
quanto mi dicono – e vi spreca un'attività enorme. Io lo conosco per aver
lavorato per due anni quale suo secondario all'ospedale. Mi parve d'aver
passato quei due anni interi sotto un ponte ferroviario su cui fossero corsi pazzamente, su e giù, dei treni sterminati.
Com'è rumoroso quell'uomo! Intanto per lui ogni suo malato è
una sua propria, strana avventura che tocca solo a lui, e ne parla, ne
parla, ne parla. Ammetto che sia capacissimo quale medico (ed è perciò che gli
affidai mia madre) ma solo per troppa esuberanza di
vita, egli prende, veh!, dei granchi. Quando vede
l'ammalato il primo giorno, comincia subito a diagnosticare e diagnostica il
secondo, il terzo e il quarto giorno finché l'ammalato guarisce o muore. E
anche dopo egli diagnostica e studia e almanacca e
assiste alle sezioni cadaveriche. Se la sua diagnosi era giusta
egli ne parla tanto che pare ne sia più sorpreso di tutti. Se era fallata la
racconta tuttavia ad amici e nemici che lo deridono per questi suoi difetti e
più ancora per la sua precipitazione di parola per cui
è sempre costretto ad usare di frasi che si ripetono: – Faccio un passo
indietro... – e poi: – Riassumendo... ma devo prima spiegarvi... – e così via.
Si può dire di lui che non è un fanfarone solo perché è uno scienziato. Quando entra in una casa quale consulente, il medico di casa trema.
Il dottor Clementi non intende certo di far del male a
nessuno ma visto che ogni malato per lui ha tre malattie almeno, è difficile
che il medico di casa abbia parlato di tutt'e tre.
Io trasalii vedendolo entrare in
camera mia quella mattina a quell'ora. Il mio primo
pensiero fu questo: La provvidenza m'invia la persona che più di tutti
abbisogna di Annina. E
pensai di raccontargli della mia scoperta e di pregarlo di farne una prova su
lui. Contemporaneamente ebbi varie idee. Fra altre quella
di provare l'Annina su un pazzo agitato, la prova sarebbe stata più
concludente che sul dottor Clementi... ma di poco.
Il dottore non mi lasciò
parlare. Con uno sforzo che dovette costargli parecchio, soppresse
l'ira provata per non avergli io risposto più presto. Prese un'aria di
commiserazione che non presagiva niente di buono. Pareva tentasse di consolarmi
prima di darmi una cattiva nuova. La piccola figurina nervosa s'appoggiava
quasi su di me. Aveva alzate le braccia e poggiate le mani sulle mie spalle per
segnare un abbraccio che causa la differenza di
statura non era possibile.
– Tu non sai nulla dunque? Hai
un sonno tu! – e mi guardò con invidia.
Sorrisi ricordando ch'egli dormiva bensì intensamente ma non più di sei ore per
notte e pensai: «Troverò ben io il modo d'allungarti il sonno!»
Come poté poi avvenire che restassi sempre alla mia idea apprendendo che circa un'ora
prima mia madre era caduta per terra con un grido acuto di dolore e di spavento
e che il dottor Clementi accorso parlava di aneurisma passivo dandomi delle
speranze ch'egli evidentemente non divideva? Ma io non caddi svenuto io stesso
né mi slanciai alla stanza di mia madre pieno di
dolore e di speranza a porre il mio orecchio medico, reso più acuto
dall'affetto filiale, sul petto materno a ricercare se l'orribile squarciatura
fosse realmente avvenuta. No! Mia madre e il suo e il mio affetto erano
dimenticati del tutto ed io non ricordavo altro che quel cuore colpito da
esuberanza di vita.
Mi volsi alla cameriera che
aveva accompagnato il dottore alla mia stanza e che s'era arrestata alla porta in attesa di ordini: – Mia madre s'è adirata con qualcuno
questa mane?
La cameriera confermò: Il
macellaio ubriaco già a quell'ora, a certi rimproveri di mia madre aveva
risposto con impertinenza e mia madre s'era agitata fortemente. Mezz'ora più
tardi era stata presa dall'attacco.
– A che serve – interloquì il dottor Clementi. – Tu sai bene che parlare di rottura
spontanea del cuore è un modo di dire che manca di
base scientifica. La rottura è sempre la conseguenza della
degenerazione – Vedendomi impallidire aggiunse con una carezza paterna:
– Non perdere il coraggio. Io piuttosto che fare una diagnosi ho sentito il pericolo – Poi ricordò che oltre che suo
cliente ero suo collega. Non volle ammettere di poter sbagliarsi e si corresse
con vivacità come se rispondesse a qualche oppositore anziché a se stesso: – Io
dico che si tratta di una rottura di piccole
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