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Già il giorno appresso il lavoro
di Alfonso aumentò. Sanneo, che nulla sapeva dell'aiuto prestatogli da White,
trovava che le lettere di Alfonso non lasciavano nulla a desiderare e si credette
autorizzato a dargli da fare di più ed un lavoro più serio. Quel giorno ancora
White aiutò; il terzo giorno arrivò la liquidazione di Parigi che White doveva
rivedere e Alfonso rimase abbandonato a se stesso. A mezzodì ricevette una
prima sgridata da Sanneo, alla sera Sanneo andava raccontando per la banca che
due giorni di lavoro erano bastati per far incretinire Alfonso. Lo chiamò
ordinandogli di rifare metà delle lettere ch'egli aveva corrette e Alfonso
dovette confessargli che nei giorni precedenti era stato aiutato da White.
Sanneo si calmò, ma da allora lo trattò più bruscamente.
Il suo lavoro divenne così più
disaggradevole. Gli era stato proibito di farsi aiutare da White per il quale
Sanneo serbava un po' di rancore e, in luogo di dargli le istruzioni, spesso
Sanneo gl'indicava il giorno in cui era stata scritta una lettera identica, gli
ordinava di cercarsi il copialettere e di copiarla. Non era cosa facile trovare
i copialettere alla banca Maller! Fra tanti impiegati che li usavano, bisognava
correre dalla contabilità fino alla cassa, e più volte, perché nessuno aiutava;
ognuno badava alle cose sue e bisognava frugare con le proprie mani ogni
ripostiglio per accertarsi che non v'era la cosa cercata. Dapprima Alfonso
usava gridare in ogni stanza: — Signori, prego il copialettere del tale e tale
giorno. — Smise quest'uso perché perdeva anche il fiato. Nessuno rispondeva e
qualcuno sorrideva. Correndo di stanza in stanza, Alfonso finiva col trovare il
copialettere accanto a un impiegato cui sarebbe costato poco di avvertirnelo, e
di risparmiargli delle corse inutili. Trovati i copialettere, c'era ancora la
fatica di trovarci la lettera voluta. Se Sanneo gli avesse saputo anche
indicare da chi era stata scritta sarebbe stata una grande facilitazione perché
non sarebbe occorso sempre di leggerla per riconoscerla. La grossa scrittura di
Sanneo anneriva tutto il foglio su cui era stata copiata, quella di Miceni si
riproduceva intiera, nitida come nell'originale, i grossi tratti e larghi di
White si sviluppavano nella copia a macchie indistinte.
In contabilità Alfonso salutava
Miceni e si fermava talvolta a scambiare qualche parola con lui. Vi si
costringeva contro voglia perché sentiva che Miceni non gli voleva bene. Il
tavolo nuovo di Miceni aveva già assunto l'aspetto del vecchio: calamaio,
penna, matita disposte nel medesimo ordine, il grande librone su cui lavorava
perpendicolare alla linea marginale del tavolo. Conteggiava su minuti foglietti
di carta che riempiva di cifre microscopiche.
Alfonso non sapeva gioire del suo
avanzamento. Era realmente avanzato, perché se anche tutti si divertivano a
rammentargli ch'era ben lungi dall'avere il posto di Miceni, aveva abbandonato
l'offerta, la copiatura, il lavoro imbecille del servo che maneggia la penna
invece della scopa. Ma quando alla sera gli venivano restituite metà delle sue
lettere con annotazioni di Sanneo, disperava e avrebbe preso volentieri il
primo treno per ritornare a casa sua e lasciar quelle lettere da rifare al
signor Maller stesso. È ben vero però che se poco dopo Sanneo apponendo il suo
segno ad una lettera, faceva col capo un cenno d'approvazione, Alfonso, per
quanto grande fosse stata la sua stanchezza, riprendeva di gran lena il suo
lavoro.
Stanchezza? Somigliava meglio a
nausea. Lentamente il suo lavoro di giorno in giorno aumentava, ma in qualità
di poco o nulla mutava. In un'intiera giornata egli aveva da costruire uno o
due periodi; aveva invece da copiare innumerevoli cifre, ripetere innumerevoli
volte la medesima frase. Verso sera la mano, l'unica parte del suo corpo
veramente stanca, si fermava, l'attenzione non stimolata si distraeva e qualche
volta doveva gettare la penna e lasciare il lavoro, per una nausea da persona
che ha preso di troppo di un solo cibo. Non era mai a giorno con i suoi lavori
e al suo malessere si aggiungeva l'inquietudine.
White gli aveva detto che tutte
le lettere di pura scritturazione potevano venir trattenute parecchi giorni,
anche settimane, senza risposta, e questa facoltà gli aveva alleggerito di molto
il lavoro delle prime giornate: ben presto però, aumentando i sospesi, il
lavoro ne venne complicato, perché molte lettere appena arrivate trovavano
altre dello stesso cliente che attendevano la risposta e Alfonso con la poca
attenzione che sapeva dare al suo lavoro e per una memoria renitente ai nomi,
non sapeva che ci fossero. Alla sera gli venivano restituite da Sanneo delle
lettere con l'annotazione: «E la lettera arrivata precedentemente? N.B. Signor
Nitti». Il povero peccatore se ne andava da Sanneo a udire una grande predica
sul disordine, la quale non lo migliorava perché non era la buona volontà che
gli mancasse, era la capacità; il suo era un difetto organico.
Quando ancora lo spingeva il
primo zelo per il nuovo lavoro, la noia era minore. L'attenzione che doveva
avere continua, per finire il maggior numero di lettere nel minor tempo
possibile, l'intensità stessa del lavoro lo distraeva, lo stancava come se
fosse stato lavoro meno meccanico. Ma questo primo zelo non rinasceva che per
circostanze indipendenti dalla sua volontà, e il suo lavoro procedeva tanto
lento che una buona parte della giornata la passava tra la lettura delle
lettere arrivate per cercarvi quelle che poteva mettere da parte e la disamina
delle carte che nei giorni precedenti aveva lasciato sul tavolo.
Sanneo si diceva sorpreso che a
un giovane che dimostrava desiderio di lavorare non riuscisse di fare di più;
piombava in stanza di Alfonso credendo di sorprenderlo alla lettura di qualche
giornale o uscito a chiacchierare con altri impiegati e lo trovava sempre al
suo posto con la penna in mano e gli occhi fissi sulla carta. Per indulgenza
gli diminuì anche il lavoro, ma le quindici o venti letterine che gli dava da
fare, alla sera non erano mai fatte tutte e bastavano a mantenere il deposito
di sospesi.
Alfonso si figurava che il
malessere generale che provava dipendesse dal bisogno che aveva il suo
organismo di stancarsi, di esaurirsi. Si era anche fatto di quest'organismo una
concezione plastica che riformava ad ogni novella sensazione. Alla sera, dopo
una giornata passata in mezzo alle cifre o correndo per la banca oppure con la
penna sulla carta e il pensiero altrove, immaginava che nel suo corpo si
movesse una materia abbondante attraverso a vasi molli incapaci di resistere o di
regolare. Se poteva, faceva allora delle grandi passeggiate e il malessere
scompariva. I polmoni gli si allargavano, sentiva le giunture più flessibili,
il corpo gli obbediva più pronto ed egli si figurava che quella materia fosse
stata assorbita o regolata e che aiutasse invece d'impedire. Se si metteva a
studiare, deposto il libro, si sentiva la mente stanca, una strana sensazione
alla fronte come se il volume di dentro avesse voluto ingrossare, allargare il
contenente. Si sentiva calmo precisamente come se si fosse stancato correndo;
vedeva lucidamente e i sogni o erano voluti o mancavano. Ben presto anche il
tempo dedicato alle passeggiate venne assorbito dallo studio; occorreva meno
tempo per calmarsi con lo studio che con le corse. Una sola ora passata su
qualche difficile opera critica lo quietava per un'intiera giornata. Inoltre,
in poco tempo, gli era venuta l'ambizione e lo studio era divenuto il mezzo a
soddisfarla. Le cieche obbedienze a Sanneo, le sgridate che giornalmente gli
toccava sopportare, lo avvilivano; lo studio era una reazione a
quest'avvilimento. Dinanzi ad un libro pensato faceva sogni da megalomane, e
non per la natura del suo cervello, ma in seguito alle circostanze; si trovava
ad un estremo, si sognava nell'altro.
Ogni istante di tempo fuori di
ufficio od anche all'ufficio ove in un ripostiglio teneva alcuni libri, lo
dedicava alla lettura. Erano in generale letture serie di critica o di
filosofia, perché di poesia e di arte stancavano meno. Scriveva, ma poco; il
suo stile, poco solido ancora, la parola impropria che diceva di più o di meno
e che non colpiva mai il centro, non lo soddisfaceva. Credeva che lo studio lo
avrebbe migliorato. Non aveva fretta, e quel poco che faceva era a compimento
di un orario che s'era prefisso per il suo lavoro volontario. Dopo di essersi
stancato alla banca e alla biblioteca, gettava in carta qualche concettino,
qualche espansione romantica con se stesso e che nessun altro riceveva. Di
notevole in queste espansioni vi era che il giovinetto sembrava soffrisse di
certo male mondiale; alle sue reali sofferenze, alla nostalgia da cui ancora
era travagliato, in queste espansioni non era dato luogo. Teneva questi scritti
in conto di annotazioni rudimentali di cui voleva servirsi in un lontano
avvenire per opere maggiori, drammi, romanzi e peggio.
Non aveva ancora letto
interamente un classico italiano e conosceva storie letterarie e studii critici
a bizzeffe; più tardi si gettò alla lettura di opere di filosofia tedesca
tradotte in francese.
Scoperse la biblioteca civica e
quei secoli di cultura messi a sua disposizione, gli permisero di risparmiare
il suo magro borsellino. Con le sue ore fisse, la biblioteca lo legava,
apportava nei suoi studii la regolarità ch'egli desiderava. La frequentava
assiduamente anche perché la sua stanza in casa Lanucci era poco adatta a
studiarci. Piccola, a mezzo occupata dal letto, di rado visitata dal sole, era
disaggradevole e non era facile pensare su un tavolinetto rotondo di cui le
quattro gambe non toccavano mai contemporaneamente il pavimento.
Quando gli era riuscito di vivere
la giornata secondo programma, andava alla banca il giorno appresso ancora
spossato e lavorava peggio del solito. I sospesi divenivano maggiori e alla
sera si trovava dinanzi un fascio enorme di carte giunte da tutte le città
d'Italia; a lui sembrava che tutto il mondo congiurasse contro di lui e
gl'imponesse quel lavoro.
In biblioteca fece poche
conoscenze. Entrava nella lunga sala di lettura tutta occupata da tavoli
disposti parallelamente, occupava un posto qualunque e per qualche tempo con la
testa fra le mani era tanto assorto nella lettura da non vedere neppure chi
accanto a lui sedesse. Dopo un'ora al più, la lettura affaticante gli
ripugnava, per qualche tempo ancora vi si costringeva e cessava quando la mente
più non afferrava la parola che l'occhio vedeva; usciva non appena deposto il
libro e dopo quell'ora passata con gl'idealisti tedeschi, gli sembrava sulla
via che le cose lo salutassero.
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