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Annetta era ritornata in città un
mese circa prima del padre, il quale dalla villeggiatura era partito per affari
per la capitale. Passarono in quel mese per le mani di Alfonso diversi dispacci
di Maller, pagine intere, redatte con negligenza, senza risparmio. Si trattava
di affari e Alfonso non volle volontario sottoporsi al lavoro ch'era quella
lettura. Un ultimo dispaccio gli venne fatto vedere da Starringer, lo
speditore, per le mani del quale passavano tutti i documenti e che li leggeva
tutti. Il dispaccio di Maller si chiudeva con le parole: «Avvertite la mia
famiglia che arrivo domattina. La carrozza venga a prendermi alla stazione».
Il signor Maller doveva essere
giunto da ventiquattr'ore e Alfonso ancora non lo aveva veduto. Si aspettava di
trovarsi da un momento all'altro faccia a faccia con lui e camminava più timido
che di solito per il corridoio.
Miceni venne ad avvisarlo che
usciva appunto dalla stanza di Maller ove era stato per salutarlo. Il signor
Maller lo aveva accolto con immensa cortesia e gli aveva stretto due volte la
mano. Solitamente, parlando dei superiori, Miceni era velenosamente democratico,
ma quel giorno, sotto l'impressione di quelle due strette di mano, era più
dolce e pareva gli avessero fatto dimenticare lo scacco subito da Sanneo. Non
soltanto lodava il signor Maller per la sua cortesia, ma anche da impiegato
affettuoso si rallegrava di trovargli l'aspetto fiorente.
— Mi consigli di andarlo a
salutare anch'io?
— Vanno quasi tutti; puoi fare
come meglio ti sembra.
Alchieri ci era andato, ma non
valeva quale norma, perché Sanneo lo aveva mandato in direzione per affari e
così aveva salutato Maller occasionalmente. White tanto meno poteva servire
d'esempio ad Alfonso perché le stanze dei direttori erano quasi stanze sue e ci
passava metà della giornata.
Ballina non volle andarci. Non
aveva dei dubbi lui:
— Gesù non si deride, i suoi
vicari sì. Quando arrivò Sanneo andai a salutarlo perché sapevo che ci teneva e
che non era tanto furbo da poter capire che io altro non facevo che un passo
diplomatico. Il signor Maller deve pur avere qualche cosa in testa per poter
essere il padrone di noi tutti ed io non mi permetto di scherzare con lui.
Alfonso rimase indeciso per tutto
un giorno. Aveva dimenticato di chiedere consiglio a Macario che con una sola
parola gli avrebbe tolto ogni dubbio. Tutto quello ch'era dubbio finiva col
divenire importante per Alfonso. Andando temeva di seccare Maller e che glielo
dimostrasse, e non andandoci, che la sua assenza venisse notata come una
mancanza di riguardo.
Stava per uscire dalla banca
rimandando la difficile risoluzione al giorno appresso, allorché questa gli venne
resa più facile da parecchi impiegati che attendevano in corridoio di poter
entrare da Maller per salutarlo. Rapidamente deciso si unì a loro.
Il vecchio Marlucci, un toscano
che parlava sempre del governo granducale rimpiangendolo, uscì dalla stanza del
principale. Sessantenne e seduto da una ventina d'anni dietro a un libro
maestro, era l'amico intrinseco di Jassy. Venivano e andavano insieme riuniti
dalla medesima sventura, la debolezza alle gambe; ma mentre Jassy aveva anche
il cervello vacillante, le mani deboli, nervose, il toscano aveva l'occhio nero
tranquillo, la parola sempre limpida, precisa. Schierava giornalmente nel suo
libro la data quantità di cifre nitide, ordinate e nel suo libro non c'erano
altre correzioni all'infuori di quelle rese necessarie dagli errori delle altre
sezioni.
Alfonso, seguendo l'impulso
datogli dalla sua preoccupazione, gli chiese:
— E che cosa si ha da dire al
signor Maller?
— Se non lo sa stia zitto! — gli
rispose Marlucci ridendo e passò oltre.
Non c'era altro impiegato che
White accanto a Maller che gli dava delle istruzioni. Nel vano della finestra
sedeva una donna; senza guardarla, Alfonso indovinò ch'era Annetta e sentì
affluirsi il sangue al cuore.
Il signor Maller interruppe per
un istante il suo colloquio con White. Tese la mano ad Alfonso e con un sorriso
freddo gli chiese se stesse bene. Ritirata la mano si rimise a parlare con
White.
Alfonso si avviò, ma una voce
dolce, femminile, che in quella stanza stonava, lo fermò:
— Signor Nitti!
S'arrestò e si volse. Era
Annetta. Portava un vestito grigio, la veletta grigia di un cappellino rotondo
alzata sulla fronte bianca. Una figura casta ma matronale.
Gli porse la mano.
— L'ha con me che non volle
vedermi?
Alfonso protestò che realmente
non l'aveva veduta. Balbettava, ma disse più parole di quanto sarebbe stato
necessario.
— Non glie ne faccio mica un
rimprovero, — gli disse più a bassa voce e tanto confidenzialmente ch'egli
trasalì per una sorpresa gioconda ma anche già preoccupato su quanto ne
avrebbero pensato i presenti. — Ella ha ragione anzi. Mi dia la mano e un po'
più amichevolmente dell'ultima volta.
Sorrideva guardandolo fisso,
attendendo di vedersi corrisposta prontamente da eguale gentilezza. Con sforzo Alfonso
le sorrise con gratitudine. Era lusingato ch'ella mostrasse di rammentarsi dei
particolari di quella serata.
Ella guardò la sua mano chiusa in
quella di Alfonso. Alfonso aprì la sua e guardò anche lui. La manina bianca e
paffuta di Annetta coperta a mezzo da un guanto giaceva nella sua ruvida,
l'anulare, dalla parte dell'indice, nero d'inchiostro.
— Ella vede spesso mio cugino?
— Quasi ogni sera!
— Mi parlò tanto di lei!
— Grazie! — mormorò Alfonso.
Voleva quel grazie diretto a
Macario.
— Sarà possibile di vederla
qualche volta da me? Vedrà che si annoierà meno dell'ultima volta.
Alfonso mormorò delle parole poco
chiare. Dal loro suono ella comprese ch'egli si metteva a sua disposizione.
— Venga domani a sera.
Probabilmente vi sarà qualche amico. Senza complimenti ché a lei, a quanto me
ne dicono, molto dispiacciono. La casa le è sempre aperta.
Ridendo Maller si levò in piedi:
— Cari amici, questa è la stanza
destinata agli affari. Se volete chiacchierare andate in stanza dal signor
Nitti.
Annetta non fu turbata di questa
interruzione. Rispose al padre invitandolo di sbrigare presto gli affari o che
se ne sarebbe andata senz'attenderlo più oltre. Congedò Alfonso con suono di
voce più dolce, sorridendogli cortesemente, forse anche impietosita al vederlo
arrossire fino alla radice dei capelli.
White poco dopo venne da lui e,
essendoci Alchieri, per delicatezza gli parlò a bassa voce:
— Le mie congratulazioni per
l'amicizia che ella seppe ispirare alla signorina Annetta. È una bella cosa ma
pericolosa. Badi di non innamorarsene.
Macario lo condusse seco la sera
appresso da Annetta. Entrando nell'atrio di quella casa, Alfonso si rammentò
dello stato in cui ne era uscito mesi prima e quella visita gli sembrò che
avesse una grande importanza nella sua vita. Infatti, agli esordi della sua
vita in città, era stato avvilito da Annetta e il suo avvilimento aveva dato
l'impronta a tutto quanto egli poscia aveva fatto. Aveva aumentato la sua
naturale timidezza e aveva reso più difficili i suoi rapporti con Maller, con
Sanneo, con tutti i suoi superiori. Finalmente in altro luogo che in casa
Lanucci gli si concedeva di comportarsi altrimenti che da umile inferiore.
Macario, per via, gli presentava
le persone che presumibilmente avrebbero trovato da Annetta.
Anzitutto Spalati, il professore
di lingua e letteratura italiana dal quale Annetta prendeva delle lezioni. A
giudicarne dalla descrizione che ne fece, Macario doveva amarlo poco. Era
verista a credergli ma viceversa poi, quando si trovava alle prese con uno
scrittore italiano, indagava pedantescamente se usava parole non legittimate
dal Petrarca. Del resto un bellissimo giovane, confessò Macario, e si capiva
ch'era quella la qualità che lo privava della simpatia di colui che ne faceva
la biografia.
Nel desiderio di contornarsi al
più presto di persone conformi ai suoi novelli gusti, Annetta aveva attirato a
sé le persone più intelligenti fra le sue conoscenze. Fra gli altri Fumigi,
parente di Maller, quarantenne. Macario raccontava che si sapeva che dapprima
la sua ambizione era stata di costituirsi libero col suo lavoro per dedicarsi
interamente a certi suoi studî prediletti di matematica. Era negoziante, capo
di una ditta importante, e le male lingue asserivano che la possibilità di
questa libertà già sussistesse e anche Macario era di tale parere. Era naturale
che il lavoro accanito di ogni giorno avesse terminato col togliere a Fumigi
ogni altro desiderio.
— Credo non abbia più
inclinazione che a quelle matematiche il cui risultato si possa toccare con
mano. Conserva il suo aspetto da matematico perché non dev'essere
disaggradevole di venir considerato quale il futuro scopritore della quadratura
del circolo.
Frequentava le serate di Annetta
un giovinotto medico, certo Prarchi, uscito recentemente dall'università, uno
dei pochi a questo mondo appassionati del proprio mestiere e non dell'altrui,
diceva Macario. Era una conoscenza fatta in un luogo di bagni e Annetta, per
quel poco buon senso artistico di cui va a me debitrice, ama di sentir parlare
di cose realistiche e quindi di medicina. Il giovinetto ha un grande difetto,
l'esagerazione delle sue qualità. Parla tanto volontieri di medicina che
talvolta parla anche di dosi. Annetta mi confidò, e questo resti fra di noi,
che tutta questa compagnia di brave persone l'annoia. L'anno scorso quando
aveva amicizia intrinseca con altre persone che valevano meno ma che vivevano
meglio, la casa, bisogna confessarlo, era più allegra.
Giunti sul pianerottolo, udirono
il suono del pianoforte. Macario chiese a Santo chi sonasse.
— La signorina Annetta! — e
rispondendo come al solito più di quanto gli si chiedesse: — Da un'ora circa!
— Oh! ammirabile la pazienza di
quei signori! — esclamò Macario rivolto ad Alfonso. Chiese a Santo chi ci
fosse.
— Non c'è nessuno!
— È mercoledì quest'oggi? —
chiese Macario perplesso.
— Sì, signore. La signorina fece
però avvisare il professore Spalati, io lo so perché andai io stesso ad
avvisarlo, che non venisse perché aveva una forte emicrania.
— Allora chieda alla signorina se
è disposta a riceverci, perché forse l'emicrania c'è anche per noi.
Il suono del piano cessò e
Annetta venne a riceverli alla porta del tinello.
— Senza riguardi, avanti! — gridò
loro — l'emicrania è cessata.
Macario aveva preceduto Alfonso.
Si fermò con risolutezza:
— A patto che tu non la procuri a
noi. Devi prometterci di non suonare più!
— Sai bene che per farmi udire da
te bisogna proprio che tu me ne preghi!
Entrarono. Annetta non si occupò
che di Alfonso e lasciò che Macario si accomodasse da solo.
Ad Alfonso pareva di essere
perfettamente libero da imbarazzi perché la cordialità di Annetta doveva
averglieli tolti. Infatti pensava a sangue freddo delle belle frasi come se
fosse stato solo nella sua stanza, ma quando volle dirle perdette la calma e le
smozzicò balbettando.
Mormorò che volontieri avrebbe
udito Annetta a sonare e si era proposto di dire, fermandosi al frizzo fatto da
Macario, che se egli avesse avuto l'emicrania, il suono del piano gliel'avrebbe
fatta passate. Annetta ringraziò dopo di averlo aiutato a completare la frase
ed egli dovette riconoscere che era ben facile fare buona figura con persone
che non hanno l'intenzione di farcela fare cattiva.
Precisamente l'emicrania,
raccontò Annetta, l'aveva spinta al pianoforte. Macario non parlava e quei due
che discorrevano insieme per la prima volta si tenevano allo stesso tema quasi
avessero temuto, lasciandolo, di non trovarne altro. Annetta disse ancora che
comprendeva che la musica potesse procurare ad altri l'emicrania, ma che
l'attenzione che doveva metterci chi l'eseguiva lo distraeva da qualunque
preoccupazione e da qualunque male.
Alfonso ammirò la verità di
quell'osservazione e avrebbe voluto confermarla citando un suo filosofo che
equiparava i dolori alle preoccupazioni e che suggeriva come rimedio ad ambedue
la distrazione. Tacque invece inchinandosi con un sorriso di assenso.
All'ultimo momento aveva preso paura di quelle frasi semplici ma concatenate e,
eroicamente, aveva rinunziato a dirle, piuttosto che esporsi al pericolo di
confondersi.
Contribuiva a togliergli la
disinvoltura un esame accurato dei propri sentimenti. Aveva principiato a farlo
dal momento che aveva varcato la soglia di quella stanza. Indifferente quella
donna non gli era. Era pur stato addolorato per mesi per esserne stato maltrattato.
Ora invece si scopriva straordinariamente freddo, scioccamente freddo.
Indovinava che per conservare l'amicizia di Annetta egli avrebbe dovuto
dimostrarsene un poco innamorato e non gli riusciva.
Annetta si alzò per porgere a
Macario il pezzo di musica ch'ella aveva sonato e fu con gioia che Alfonso si
sentì trasalire dal desiderio improvviso. Ella gli era tanto vicina che
alzatasi egli non poteva vederla tutta. Vedeva un petto colmo e una vita
elegante quantunque non sottile, chiusa solidamente nella stoffa grigia che
Annetta prediligeva.
Aveva sonato una sinfonia di
Beethoven ridotta per pianoforte.
— Chissà come l'avrai sonata!
— Non bene! — disse Annetta
sorridendo.
— Dev'essere difficile! — osservò
Alfonso guardando una facciata nera di note.
— Impossibile! — corresse
Annetta. Raccontò che poco tempo prima ella l'aveva udita eseguita da
un'orchestra. Non si poteva essere soddisfatti di un'esecuzione al pianoforte.
— Del resto io mi accontento di molto meno che della perfezione. Di queste note
per esempio ometto la metà.
— Però — fece Alfonso — deve
bastare per il divertimento... specialmente per chi l'ha udita... le note che
si omettono si sentono lo stesso.
— Ah! sì! per fantasia!
— Quando si ha la fantasia che ha
dei doveri verso l'esecutore, — osservò Macario calmamente.
— Ella fa degli studî a quanto si
racconta? — chiese Annetta con serietà.
— Qualche poco; quello che posso!
— Mi dicono molto anzi. Vorrei
saperne fare come lei! Scrive qualche cosa? Pubblicherà presto qualche cosa?
— Per il momento, no!
In quei frangenti aveva pensato
al suo studio sulla morale e se magari solo il primo capitolo fosse stato
terminato ne avrebbe parlato.
— Le donne immediatamente
vogliono i risultati! — disse Macario ridendo.
Lo difendeva e lo trattava con
più rispetto che quando erano soli. Sembrava volesse che Annetta molto lo
stimasse, e soltanto molto tempo dopo Alfonso comprese che Macario lo aveva
portato in quella casa non per apportare vantaggio a lui ma divertimento ad
Annetta di cui voleva la riconoscenza.
Dalla parte che, come Alfonso
sapeva dalle spiegazioni di Santo, doveva essere quella della stanza di
ricevimento di Maller, entrò Francesca. Alfonso si alzò con vivacità. Voleva
dimostrare la sua riconoscenza alla sua vecchia amica, l'unica che l'avesse
accolto subito bene in casa Maller.
Si capiva dal contegno della
signorina che non intendeva di fermarsi in quella stanza. Corrispose con un
cenno del capo al saluto di Alfonso.
— Rimanga comodo! — Non salutò
Macario e rivolta ad Annetta le disse: — Se avesse bisogno di me, sono in
stanza mia.
Aveva tutt'altro contegno del
solito, meno libero, più riservato, ed era molto pallida e vestita più
trascuratamente. La sua figurina accanto ad Annetta mancava di forme. Soltanto il
colore caldo dei suoi capelli biondi dava luce alla sua faccia sofferente. Uscì
senz'altro e Alfonso vide che Macario guardava con curiosità Annetta la quale,
uscita Francesca, gli diede un'occhiata incollerita come per fargli ammirare
l'enormità di quel contegno.
— Perché non pubblicare al più
presto qualche lavoro per farsi un nome? Certi giovani per amore
all'accuratezza diventano pedanti prima del tempo, preferiscono la lima alla
penna e finiscono col non far niente. Io lo so per descrizioni che me ne
vennero fatte. Per adoperare la lima occorre, oltre che molto ingegno, molto
senno critico. Quando si fa si è artisti, ma quando si lima bisogna essere
artisti e scienziati.
Nell'ultima idea il suo volto,
ancora molto serio dopo l'uscita di Francesca, si schiarì. Doveva essersi
sentita soddisfatta di dirla. Era un'idea del resto della quale Alfonso sarebbe
stato superbo. Ella maneggiava con grande libertà quei concettini critici.
— Ella che consiglia a me di
pubblicare dà consigli ma non dà esempi. — Breve, breve, ma la frase era stata
detta tutta senza esitazioni.
— Per noi donne vi sono altri
riguardi. Però — aggiunse ridendo — spero che di qua a qualche mese non potrà
più movermi un tale rimprovero.
Alfonso se ne congratulò. Macario
diede un grido di sorpresa e volle sapere qualche cosa del lavoro che Annetta
preparava e di cui nulla fino ad allora gli aveva detto. Conoscendo il
carattere letterario di Annetta unicamente per la descrizione faceta che gliene
aveva fatta Macario, Alfonso pensò che, poiché ella fino ad allora ne aveva
taciuto, il lavoro doveva trovarsi in uno stato anche più embrionale del suo e
che ne aveva parlato per soddisfare alla vanità stuzzicata.
Finalmente la conversazione deviò
e per opera di Annetta stessa. Si parlò dell'imminente stagione dei teatri ma
più del contegno nei palchetti e in platea che sulla scena, e Alfonso stette
zitto. Macario e Annetta si divertirono a nominare e a descrivere alcuni
giovanotti frequentatori della platea, e dal momento in cui Annetta fece dello
spirito accompagnando i suoi frizzi di certe sue risate lunghe, fragorose che
la facevano contorcersi, mettere in mostra un collo bianco, grassoccio, sul
quale la tensione faceva visibili poche leggere pieghettature, Alfonso si sentì
impacciato. Gli pareva di vederla di nuovo cantare quella canzone bizzarra e
saltare dinanzi a lui con una spudoratezza simile a quella delle matrone romane
dinanzi ai loro schiavi.
Ancora una volta si parlò di arte
o quasi, come Annetta sorridendo disse al momento del congedo. Alfonso, che per
poco che avesse frequentato il teatro s'era già accorto quale danno apportasse
allo spettacolo il chiacchierio degli spettatori, proponeva di introdurre nei
teatri il sistema dei teatri tedeschi, d'imporvi il silenzio e di abbassare
nella sala i lumi. Gli spiacque di non poter più dare ragione ad Annetta per la
semplice ragione ch'ella adottò il parere contrario al suo dopo ch'egli già lo
aveva emesso. A teatro ad Annetta importava meno lo spettacolo sulla scena che
quello in platea. Diceva che le piaceva osservare i suoi simili più che gli
omicciattoli fatture di altri omicciattoli.
— L'arte ci perde, lo riconosco,
ma l'arte a teatro è poi arte?
Fece una smorfia di disprezzo che
lasciò Alfonso di nuovo ammirato Egli non sapeva abbracciare così ciecamente
delle idee altrui.
Uscendo, Alfonso scorse una donna
sul pianerottolo superiore, la quale, al vedere Macario, si ritirò con
precipitazione. Aveva la statura di Francesca, ma Alfonso non poté vederne il
volto.
Si sentiva avvicinato a Macario più
da quella visita che da mesi di relazione. Fu subito indiscreto:
— Strano che la signorina
Francesca non sia rimasta a farci compagnia. L'altra volta mi era sembrata di
carattere espansivo e allegro. Che cosa può avere da renderla così selvaggia?
— Mal di capo probabilmente, —
rispose Macario brevemente e cambiò discorso. — Ha veduto che mia cugina è
migliore della sua fama e dell'idea ch'ella se ne era fatta. Ha inteso il suo
invito. Da oggi ella appartiene a quello che Spalati chiama il club del
mercoledì. Procuri di diventare il buon amico di mia cugina perché è una
amicizia che a lei potrebbe essere utile.
Parlava seriamente. L'utile a cui
alludeva era la protezione di Annetta per l'impiego. Alfonso trovò l'allusione
poco delicata e arrossì ma non protestò e si congedò anzi con una stretta di
mano molto amichevole. Egli poteva dolersi di venir considerato quale una
persona che tentasse di giungere per vie insolite al proprio utile; gli parve
però di dover essere tanto più riconoscente a chi dimostrava di volerlo aiutare
anche dopo di averlo riconosciuto per meno scrupoloso.
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