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La signora Carolina scriveva ad
Alfonso con grande regolarità. Dalle sue lettere trapelava la noia di scrivere
e che non c'era che l'alta idea ch'ella s'era fatta della maternità per indurla
ad inviare con regolarità al figliuolo le due paginette delle sue zampe di
mosca. Soltanto per le persone colte lo scrivere può tenere luogo al parlare.
Solitamente riempite da raccomandazioni, da saluti per proprio e per conto
altrui, si comprendeva di quanto la scrivente venisse sollevata nella sua
fatica quando c'era qualche grosso avvenimento, un matrimonio fra conoscenti
nel villaggio oppure qualche morte. Allora le due paginette diventavano anche
tre o quattro.
Ricevette una lettera dalla madre
il giorno dopo la visita ad Annetta e anche nell'agitazione in cui si trovava
il suo contenuto lo interessò vivamente. Era una lettera di quattro facciate di
cui le due prime erano le solite perché fatte evidentemente senza che la
scrivente sapesse di doverci aggiungere le altre due. Nell'ultima parte la
signora Carolina raccontava che la signorina Francesca le aveva scritto
chiedendole se avesse abbastanza posto in casa sua per cederle una stanza. La
lettera della signorina Francesca doveva essere stata molto affettuosa e le
doveva essere caduta dalla penna anche qualche parola triste. La signora
Carolina, cui non faceva difetto intelligenza, ne era sorpresa e supponeva che
la signorina Francesca dovesse sentirsi molto disgraziata per scrivere con tale
affetto a persona che le era quasi del tutto sconosciuta. «Del resto, parla di
questa sua venuta fra noi con tristezza. Io le ho concesso la stanza ch'ella mi
chiede, ma avrei bisogno di una compagnia un po' più allegra.»
Certamente la causa che induceva
la signorina Francesca a lasciare la casa di Maller era la stessa che le aveva
fatto mutare a quel modo il suo contegno. Doveva esserci stata con Annetta
qualche forte disputa, dopo la quale la più debole doveva abbandonare il campo.
Forse vedendo che ne conosceva
tanta parte, Macario gli avrebbe comunicato anche il resto di quell'affare.
Alla sera lo trovò che camminava accanto ad un uomo attempato, il quale gestiva
raccontando qualche cosa che doveva essere molto interessante perché Macario
ascoltava con attenzione. Ad Alfonso parve di scorgere fra quei due la medesima
relazione che correva fra lui e Macario.
Non usava fermare Macario che di
spesso vedeva con altre persone o camminare con passo celere assorto nei suoi
pensieri, ma avendo da raccontargli qualche cosa che non doveva essergli
indifferente, non ebbe riguardi. Gli si avvicinò:
— Avrei a dirle una parola!
Quando non aveva ancora udito la
sua domanda Macario accennava di passare oltre con un saluto cortese. Non appena
uditala si volse al suo compagno per congedarsi, poi però chiese ad Alfonso se
fosse cosa lunga.
— Un solo istante! — gridò
Alfonso già pentito d'averlo fermato.
L'altro acconsentì di attendere.
Si trattava ora di essere conciso,
esponendosi al rischio di venir corrisposto da Macario con una alzata di spalle
per rimproverarlo di averlo fermato per cosa futile. Questo non avvenne anzi fu
tutt'altro. Macario stette a udire attento e fece dei gesti di sorpresa.
Alfonso, per aumentare l'importanza della cosa, si lasciò scappar detto anche
delle osservazioni fatte dalla signora Carolina sulla tristezza della signorina
Francesca. Supponendo che il tutto gli fosse stato raccontato per chiedergli un
consiglio, Macario gli disse di pregare la signora Carolina che aiutasse la
signorina Francesca in quanto poteva. Poi andò all'altro che lo attendeva e
Alfonso si trovò di aver raccontato tutto e di non aver appreso nulla.
Pochi giorni dopo Maller lo fece
chiamare. Non era stato mai tanto gentile con lui e parlò con semplicità senza
volgere lo sguardo ad un canto o all'altro del suo tavolo come quando si
ostinava a non guardare in faccia il suo interlocutore. Gli disse che non
potendo scrivere ella stessa perché indisposta la signorina Francesca lo
pregava di scrivere lui alla signora Carolina, che volesse scusarla e
considerare nulla la domanda fattale pochi giorni prima. Alfonso, pronto,
dichiarò che voleva scrivere sul momento.
Maller sorrise, s'inchinò
ringraziando e prendendolo in parola gli disse che desiderava che la signora
Carolina fosse subito avvisata del mutamento nelle disposizioni prese dalla
signorina Francesca precisamente per evitarle i disturbi di preparativi
inutili. Doveva però esserci anche altra ragione per cui desiderava tanta
premura perché si abbassò fino a raccomandarla un'altra volta come se non
avesse dovuto bastare una sola parola per dare ad Alfonso le ali.
— Posso dunque essere sicuro
ch'ella scriverà oggi stesso?
— Ma certamente! — assicurò
Alfonso meravigliato.
Scrisse infatti immediatamente
alla madre comunicandole che la signorina Francesca aveva abbandonato l'idea di
ritirarsi nel villaggio. Assorbito ogni altro pensiero dalla cura di eseguire
al più presto l'ordine di Maller, la sua lettera divenne tanto secca che subito
dopo dovette farla seguire da altra in cui le inviava notizie proprie e quelle
assicurazioni di affetto immutabile che la signora Carolina voleva trovare in
ogni sua lettera.
Aveva portato la sua lettera a
Starringer per la spedizione immediata. Ritornando alla sua stanza s'imbatté
sul corridoio in Maller che usciva. Per il desiderio di dimostrargli il suo
zelo e levarlo da ogni preoccupazione circa l'esecuzione del suo ordine, gli
disse sorridendo:
— Ho già spedita la lettera!
— Grazie! — disse Maller che per
un istante rimase attonito quasi non ricordasse più di che cosa si trattasse.
Anche il tono di voce era più freddo di molto di quello usato mezz'ora prima.
Bastò per mettere Alfonso in
agitazione. Aveva avuto torto di fermare con tale famigliarità il suo
principale dinanzi ai servi e più ancora di riparlargli di un servizio che gli
aveva reso, quasi a chiedergli di replicare i ringraziamenti.
In stanza sua non trovò che
Alchieri già pronto per andarsene. L'agitazione rendeva Alfonso ciarliero. Non
sapeva sopportarla da solo; la parola fredda di un indifferente poteva
calmarlo. Raccontò ad Alchieri della lettera ricevuta da sua madre ed il
colloquio avuto con il signor Maller. Alchieri lo stette a udire distratto
perché impensierito da affari propri. Attendeva con impazienza l'esito che
avrebbe avuto una sua domanda di aumento di paga inoltrata quel giorno al
principale; minacciava di abbandonare il posto e dava ad intendere di avere
altro impiego alle viste, mentre sarebbe stato un uomo ruinato se lo si fosse
preso in parola.
— Ho fatto molto male di fermare
il signor Maller sul corridoio?
E a questa domanda di Alfonso,
Alchieri, che non aveva saputo dare la sua attenzione che a una parte di quanto
gli si raccontava, rispose:
— Scommetterei ch'è la sua
amante.
Questa supposizione di Alchieri
era tanto probabilmente giusta che Alfonso si meravigliò di non averla fatta
lui prima. Ad Alchieri era stata suggerita dalla sua malizia, ma diveniva
giusta per le circostanze note ad Alfonso. Che cosa d'altro poteva essere
accaduto da mutare di tanto i rapporti fra Annetta e Francesca e il contegno di
quest'ultima? Per quanto fosse naturale che Maller venisse incaricato di
parlare con lui, il modo era stato insolito in quella banca ove non si era abituati
a ricevere che ordini e anche quelli brevi, concisi, con tono e parole di
ufficio. Gli era stato detto che Maller era donnaiuolo, ma non gli era venuto
in mente la supposizione fatta da Alchieri, perché, anche saputo dei costumi di
Maller, la sua casa gli era apparsa circondata da un nimbo che non vi lasciava
penetrare delle passioni umane che la superbia e la vanità. Era stato difficile
ad Alfonso d'immaginare l'amore in quelle stanze fredde, tenute per lusso, in
gran parte non abitate, o meno ancora nella stanza coniugale di Maller ove,
come gli aveva raccontato Santo, c'era ancora il letto della moglie, lasciato
intatto dacché ci aveva agonizzato la giovine signora. Bastò però il sospetto
di Alchieri, un uomo che in quella casa non aveva mai messo piede, per
toglierle quel nimbo, e la fantasia di Alfonso la popolò di amori delittuosi,
resi più foschi dal lusso che li circondava.
Gli sembrava un delitto la
seduzione di Francesca agevolata di troppo dalla posizione subalterna di
costei. Provò qualche cosa di simile alla gelosia al figurarsi quella figurina
bianca e bionda gettata fra le braccia di quel freddo Maller, un'avventura che
a lei ruinava la vita, a lui invece non costava niente e non aveva che il
valore di un passatempo qualunque.
Egli non comprendeva quale parte
in questo romanzetto toccasse ad Annetta. Probabilmente aveva essa tentato di
allontanare Francesca e non le era riuscito.
Per la prima volta sognò di
divenire l'amante di Annetta. La cosa gli pareva meno impossibile ora che la
vedeva in mezzo a quelle tresche che non si curavano neppure di rimanere celate
a lei; il sogno ne era reso più facile. Non seppe però sognare di venirne
amato, perché su quel volto calmo, marmoreo non sapeva immaginare l'espressione
dell'affetto o del desiderio. Fece un sogno da ragazzo vizioso. Ella si
abbandonava a lui fredda, per compiacenza o per vendicarsi di un terzo oppure
per ambizione. I suoi sogni sempre cominciavano col ricamare sul reale per poi
allontanarsene completamente, e con facilità si figurava di valere tanto agli
occhi di Annetta da venirne amato anche per ambizione.
Da solo non trovava la via per
recarsi da Annetta. L'invito che gli era stato fatto non gli sembrava
abbastanza concreto e il primo mercoledì non vi andò dopo di aver cercato per
tutta la settimana inutilmente Macario acciocché lo accompagnasse. Quei suoi
sogni su Annetta dovevano renderlo anche più timido pel timore di lasciarne
trapelare qualche cosa.
Desiderava però di rivedere
Annetta e più intensamente che non la prima volta allorché per lui si era
trattato soltanto di farsi ben volere dalla figliuola del suo principale. Ora
l'amava! Quello doveva essere l'amore, il desiderio di una persona e di
nessun'altra. Egli sottilizzava sui suoi sensi agitati non potendolo su un
sentimento qualunque che gli mancava. Nei pochi giorni in cui aveva inutilmente
cercato di soffocare i suoi desideri dando loro altra direzione s'era sentito
diventare uomo, adulto. Egli desiderava una donna, quella, e tutte le altre,
per lui, per i suoi sensi, non esistevano. Si rammentava degli appunti ch'egli
aveva fatti alla figura di Annetta e ora si meravigliava di non aver subito
compreso che l'originalità di quella figura e la sua bellezza erano
precisamente formate da ciò ch'egli aveva qualificato per difetti. Gli occhi
poco neri! I capelli non abbastanza ricciuti! Annetta aveva una figura da
Venere e quella testa con gli occhi azzurri, tranquilli, i capelli lisci quasi
modestamente, era la testa dell'intelligenza. Un bacio su quelle labbra che non
sembravano capaci di corrispondervi doveva essere tanto più delizioso!
Quando al mercoledì susseguente
s'imbatté in Macario il quale per incarico di Annetta gli fece i più forti
rimproveri perché aveva mancato la settimana prima, Alfonso trasalì dalla
gioia. Veniva cercato, chiamato.
Poi anche Annetta gli fece dei
rimproveri, dolcemente. Gli disse che Macario le aveva raccomandato di non
intimidirlo:
— Altrimenti la sgriderei. Ha
proprio da essere timido anche con me? Le faccio paura?
Queste gentilezze lo commossero però
meno di quelle ch'ella gli aveva fatto pervenire per mandato. Avendola dinanzi
agli occhi dimenticava i suoi sogni. Ella era tutta intenta alla formazione
della sua società letteraria e la sua naturale freddezza, che nel ricordo
poteva pigliare l'aspetto di qualità secondaria, là invece era imponente e dava
il colore a tutte le altre qualità sue. Non era una donna quando parlava di
letteratura. Era un uomo nella lotta per la vita, moralmente un essere
muscoloso.
Si stava bene in quel salotto
specialmente perché fuori era scoppiata veemente la bora che in poche ore aveva
spazzato via ogni ricordo dell'estate.
Alfonso e Macario trovarono
Spalati venuto poco prima; Fumigi e il dottor Prarchi vennero subito dopo.
Il dottor Prarchi fece deviare il
discorso dalla letteratura ove era caduto, raccontando del suicidio di un
cassiere ch'essi tutti avevano conosciuto. Si trattava di uomo ch'era vissuto
molto modestamente e che non aveva avuto altro torto che di frequentare persone
troppo più ricche di lui. Ad onta della sua moderazione ciò era bastato a
ruinarlo. Prarchi terminò la descrizione con una sentita parola di compassione.
Egli aveva anche veduto il corpo del suicida.
Annetta si strinse nelle spalle
con sdegno: — Peggio per lui! — Il tipo non le era simpatico; forse temeva che
suo padre s'imbattesse in uno che gli somigliasse.
Alfonso si trovava veramente in
lotta con Fumigi per poter rivolgere la sua attenzione alla conversazione
generale. L'ometto gli si era cacciato accanto e lo interrogava sui suoi studî.
Dovevano avergliene parlato molto perché il matematico lo ammirava, gli faceva
la corte. Voleva sapere come avesse disposto l'orario per poter dedicare
giornalmente a quegli studî una o più ore. Diceva di non aver saputo avere
questa regolarità nelle sue occupazioni e di crucciarsene perché soltanto lo
studio sistematico apportava qualche utile, non quello fatto a sbalzi.
Tutta l'attenzione di Alfonso era
rivolta ad Annetta. Per quanto in sua presenza non sentisse desiderî ne era
tuttavia preoccupato. Anzitutto era quasi addolorato di non sentirli e cercava
di provocarli; studiava quel volto per vedere di metterci l'espressione della
passione che mancava a far perfetto il suo sogno. Era mal scelto il momento,
immediatamente dopo l'espressione spietata che le era sfuggita a proposito del
suicidio di quel cassiere.
Gl'imponeva o almeno così gli
parve di dover definire il rispetto che gl'impediva di notare quanto di falso,
di affettato ci fosse nel suo contegno. Quando Macario per la prima volta
gliel'aveva descritta, quella donnetta che si era sentita nascere
improvvisamente una vocazione aveva destato la sua ilarità, per quanto da
questa vocazione egli venisse avvantaggiato. Era ridicolo anche quell'apparato,
quei preparativi per formare a sé d'intorno una società letteraria, e se egli
non ne rideva non era per il nuovo suo sentimento. Egli scorgeva con facilità
il lato ridicolo o falso nelle opere altrui, ma spesso gli accadeva di non
saperne ridere perché per la soggezione in cui con facilità lo tenevano persone
a lui del resto inferiori finiva col dubitare di sé, della giustezza del
proprio sentimento o del proprio giudizio. Anche qui non si trattava d'altro.
In Annetta gl'imponeva la mancanza di dubbî, la sicurezza, l'incuria
dell'impressione che potesse produrre in altri il suo contegno, infine
l'aspetto di superiorità da persona che non si sente diminuita da nessuna
inferiorità e magari nella stessa cosa in cui vuole eccellere, inferiorità di
solito avvilente.
Prarchi parlò di un suo romanzo
naturalista.
— Rimarrò medico — diceva — anche
essendo romanziere. Si tratta di studiare un lento corso di paralisi
progressiva. I medici cominciano a studiarla quando è già completa; io invece
allora l'abbandonerò. La studierò nel suo formarsi. Carattere da paralitico, organismo
da paralitico, idee da paralitico e che arrechino dei disturbi alle persone che
lo contornano e... il romanzo è fatto.
— Sì — esclamò Annetta — il
romanzo sì, ma il successo?
Ad Alfonso, che ne aveva qualche
pratica, parve di poter arguire dalla descrizione di Prarchi che del romanzo
ch'egli descriveva nulla ancora avesse fatto e che anzi giusto allora ne avesse
avuto la prima idea.
Prarchi era un giovane forte
senz'esser grasso. Non bello, aveva la testa grande quasi calva e sul largo
volto piccoli mustacchi di un biondo troppo chiaro.
Fumigi avrebbe dovuto riuscire
più simpatico ad Alfonso e prima di tutto perché quella sera dirigeva di
preferenza a lui la parola. Ciò però avveniva soltanto perché parlava
malvolentieri ad alta voce e stava piuttosto cheto, la personcina magra
poggiata allo schienale della seggiola, ascoltando attento e dicendo la sua
parola di rado a bassa voce e diretta al suo vicino. I capelli della testa
aveva grigi, dei mustacchi e della barbetta ancora neri.
Alfonso penava per mettere la sua
parola nel discorso generale e non gli riusciva. Fino ad allora Annetta aveva
dovuto ammetterlo per letterato sulla raccomandazione di Macario. Egli non
aveva saputo darne alcuna prova. Proprio quando si era sul punto di congedarsi
comparve Francesca. Era pallida ma tranquilla. Strinse con effusione la mano ad
Alfonso e gli chiese notizie di casa sua. Alluse con un sorriso, che ad Alfonso
parve triste, alla lettera ch'ella aveva scritta alla signora Carolina. Sapeva
dunque dell'incarico da lui ricevuto da Maller.
Annetta le rivolse la parola
dandole del lei e Alfonso cercava di rammentarsi se prima non le avesse udite
trattarsi con maggior famigliarità.
Sulle scale, alla domanda
fattagli da Prarchi sulla ragione che poteva aver fatto desiderare alla
signorina Francesca di abbandonare la casa Maller, Macario rispose:
— Donne!... — con grande
disprezzo.
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