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Da allora Alfonso fece visita ad
Annetta regolarmente ogni mercoledì. Macario lo aveva avvisato che poteva avvenire
che un mercoledì o l'altro trovasse Annetta con opinioni e gusti del tutto
mutati e la letteratura abbandonata, ciò che avrebbe significato anche la
cessazione di quelle riunioni. Alfonso vi andava temendo di trovare avverata la
predizione di Macario. Ci teneva molto a quella riunione altrettanto per la
soddisfazione di vedere Annetta che per quella della sua vanità. In ufficio si
sapeva che egli frequentava la casa del principale e veniva trattato con
maggiore rispetto dai superiori. Anche il contegno di Cellani ne venne
modificato. Più gentile non poteva divenire ma divenne più famigliare.
Non pareva che Annetta fosse
vicina a dare compimento alla profezia di Macario e sempre più si esaltava per
i suoi nuovi studî. Ogni settimana poteva raccontare di aver pensato qualche
cosa di artistico, letto qualche libro che con le esagerazioni del neofita ella
dichiarava il più importante nel genere, quando, per capriccio o avendovi
scorto una parte più debole, non lo demoliva, e ciò sempre col suo abituale tono
di competenza, ma spesso trovando detti spiritosi o giudizî acuti che non
avevano che il difetto di non trovarsi tutti in buona armonia fra di loro.
Ospite insolito una sera venne
Cellani. Era probabilmente la prima volta che compariva in quella compagnia
perché Annetta dovette presentargli Spaiati. Non si trovò a disagio da quanto
Alfonso poté giudicare. Non parlò affatto ma stette a udire con grande
attenzione. Una volta in una discussione venne chiesto del suo parere. Egli si
rifiutò a dirlo sorridendo e asserendo di non averne. Con Annetta sembrava
avesse rapporti molto amichevoli. Per quella sera ella si occupò principalmente
di lui con cortesia attenta tanto, che diveniva dimostrazione di un affetto
rispettoso.
Prarchi interveniva meno spesso a
quelle serate perché molto occupato. Fumigi mancava di rado, ma il più assiduo
era Spalati. Come l'aveva detto Macario, Spalati era anzitutto un bell'uomo,
una figura erculea accanto alla quale Alfonso pur alto e non magro doveva
scomparire. Ad Alfonso non era simpatico. Rimproverava a Spalati la pedanteria,
ma l'odiava per gelosia. Ne aveva qualche ragione. Spalati era il più innanzi
nella confidenza di Annetta. Per circa un anno le aveva impartito delle lezioni
di letteratura italiana e aveva saputo arrivare ad avere con essa la confidenza
dell'insegnante, senza seccarla con troppa dottrina. La lasciava parlare, stava
ad ascoltare, approvava o leggermente modificava, sempre contento di venir
trattato da pari a pari.
Sentendosi sempre inferiore con
la sua parola impacciata, Alfonso ebbe degli assalti violenti di gelosia,
tempeste in un bicchier d'acqua. Al di fuori nulla trapelava per la forzata
abituale sua riserva nell'espressione dei suoi sentimenti, la quale tanto
maggiore diveniva quanto più forti erano.
Una sera se ne andò via prima
dicendo di essere indisposto. Voleva dimostrare il suo malumore e si adirò che
nessuno lo comprendesse, che tutti credessero nella sua malattia.
Gironzò per le vie della città
malcontento degli altri e di sé. Avendo l'abitudine quando era agitato di
monologare, doveva accorgersi del ridicolo che c'era nella sua ira. Anche nel
sogno più astratto una parola precisa pronunziata richiama alla realtà. Egli
era giunto a desiderare Annetta, amarla, esserne geloso; ella invece sapeva appena
appena quale suono avesse la sua voce. Con chi doveva prendersela? Lo aveva
offeso più di tutto la stretta di mano di congedo ch'ella gli aveva dato
freddamente e tenendo gli occhi rivolti a Spalati che continuava a parlare!
Avrebbe forse voluto ch'ella si mettesse a meditare sulle cause dell'improvviso
pretestato malessere? Un malessere infine non poteva dire nulla quando prima
nulla era stato detto per spiegarlo. Poteva capitare a Spalati e andandosene
neppure costui avrebbe potuto ottenere altro che l'augurio di buona salute.
Ironizzando su se stesso si trovò
piccolo e malaticcio coi suoi desiderî tanto sproporzionati al possibile,
perché egli aveva sognato di venir amato da Annetta!
Voleva abbandonare il giuoco! Era
l'unica via che gli restasse aperta. Non avrebbe fatto più di quelle visite!
Era tempo perduto, prima quello che passava in quella casa e poi dell'altro
fuori, per l'agitazione in cui quelle visite lo ponevano. Lo avvilivano! S'era
messo in una lotta in cui doveva soggiacere, lui non capace di parlare per
piacere ma solo per farsi comprendere, e doveva soggiacere anche per le
condizioni in cui si trovava poco atte a sedurre della gente ambiziosa come era
quella con cui aveva a fare. Con una scusa qualunque, anzi procurando di non
farla credibile, si sarebbe astenuto dal rimettere più piede in casa Maller.
Erano quelle visite che lo avevano fatto deviare dai suoi propositi ferrei di
lavoro continuato e senz'accorgersene l'ambizione, nata in lui da poco, andava
mutandosi in vanità, il desiderio di venir tenuto da più di quanto non fosse.
Gli parve di essere già ritornato
alla serietà di propositi che aveva avuta altre volte quando era frequentatore
assiduo della biblioteca civica, ma col pensiero ricorreva alla casa donde
usciva e sognava scene in cui veniva scongiurato di ritornarci.
Ci ritornò senz'esserne pregato,
unicamente perché alla mattina del mercoledì Macario passando gli aveva
gridato:
— A questa sera, eh!
Gli otto giorni gli erano sembrati
lunghissimi, un intervallo di tempo pieno di avventure, mentre nella sua vita
realmente nulla era avvenuto. Aveva pensato soltanto di aver già portato a
compimento il suo proposito e sognato mille conseguenze da qualche suo atto
energico. Poi s'era trovato libero di ritornare indietro o meglio di rimanere
dove era e ne era stato felice. Quegli otto giorni gli rammentarono la sua
avventura con Maria. Questa volta il caso e nient'altro gli aveva impedito di
fare qualche passo inconsiderato che avrebbe rotto la sua relazione con
Annetta. Se l'avesse rotta, che cosa gli sarebbe rimasto? Sarebbe ridivenuto
l'umile impiegatuccio di Maller e alle sue ire niuno avrebbe badato.
Si presentò in casa di Annetta
una mezz'ora prima del solito e fu premiato della sua risoluzione perché per la
prima volta trovò Annetta sola. Tutti s'erano fatti scusare, meno Macario
ch'era ancora atteso. Annetta disse che supponeva non avessero saputo
rinunziare ad una festa cittadina e dimostrò la sua gratitudine ad Alfonso
dicendogli con dolcezza ch'era lui ad aver torto d'essere venuto a chiudersi in
una stanza melanconica.
— Melanconica, no, certo no! —
assicurò Alfonso guardandola arditamente.
Se ella non avesse mai saputo di
essere bella, l'occhiata di Alfonso sarebbe bastata ad apprenderglielo. Egli
confessò candidamente ch'era la prima parola che udiva di una festa cittadina
per quel giorno.
— Tanto solitario vive? — chiese
Annetta sorpresa.
S'erano seduti sul canapè accanto
alla finestra, il luogo più illuminato della stanza. Attraverso ai pesanti
cortinaggi entravano vieppiù mitigati i colori del tramonto.
Nella contrada parallela alla via
dei Forni passava la banda cittadina. Non si udivano che le note
dell'accompagnamento e il rombare della grancassa. Stavano zitti a udire.
— Chissà che cosa suonano? —
disse Annetta e spalancò la finestra. La brezza gonfiò i cortinaggi e il suono
acuto di una trombetta portò la melodia che era mancata.
Udirono anche per un istante il
susurrio della gente dietro alla banda.
Ridendo Annetta volse la faccia
ad Alfonso rimanendo piegata sul davanzale:
— Che fra questa gente vi sieno
anche i nostri serî amici?
Dalla luce ove ella era, non
poteva scorgere nella penombra Alfonso che l'ammirava senza ritegno.
Anche il mezzo lutto, il grigio
era scomparso. Era vestita di bianco di lana molle e un cordone nero alla vita.
Ad onta del loro sviluppo, le forme di Annetta erano molto caste, virginali,
con quella schiena rigida, incavata verso il collo, e la faccia bianca con i
tratti marcati dell'intelligenza e dell'attività.
Gli disse di venire anche lui
alla finestra ove si respirava molto bene quella brezza nella quale s'era
mutata la bora violenta della settimana prima.
La via era quasi deserta e
soltanto su una cantonata c'era un gruppo di persone che guardava all'altra
strada.
— Mi verrebbe quasi quasi voglia
di andarci anch'io, — disse Annetta.
Alfonso era tutto intento a
percepire il contatto del suo braccio su quello di Annetta, stuzzicando come al
solito il suo desiderio; fece un movimento arrischiato per aumentare la dolce
pressione e fu il suo ardire che gli cacciò il sangue alla testa non il
contatto col braccio di Annetta poiché nulla aveva di differente da quello di
un corpo senza vita.
Probabilmente Annetta non s'era
accorta del suo ardire. Dapprima furono impacciati perché erano vissuti troppo
poco insieme per poter trovare con facilità un argomento che ugualmente li
interessasse. Quando però l'argomento fu trovato, per la prima volta in quella
stanza, la voce di Alfonso echeggiò tranquilla, sonora, e per la prima volta
Annetta udì sue frasi compiute. Se non sapeva discorrere con più persone,
Alfonso almeno sapeva dialogare.
Sorridendo Annetta gli aveva
chiesto:
— E la sua nostalgia? Me ne hanno
parlato molto!
— Non esiste più! — rispose
Alfonso.
La voce a sua sorpresa era soda,
tranquilla. Quella prima frase rimase però ancora mozza perché egli avrebbe
voluto fare un complimento e dire che in quel preciso momento non esisteva.
Tutta la sua disinvoltura non bastava a fargli dire cosa ardita; piuttosto
avrebbe potuto permettergli di farla.
Una delle affettazioni di Annetta
dacché s'era data alla letteratura si era di far mostra di pigliar interesse a
tutto e di voler conoscere i moventi di ogni cosa. Gli chiese di spiegargli che
cosa fosse la nostalgia.
— È difficile! — cominciò Alfonso
— ma qualche cosa credo di poterne dire.
Raccontò che prima di tutto era
una malattia organica perché soffrivano i polmoni per la differenza dell'aria,
lo stomaco per la differenza dei cibi, i piedi per la differenza del selciato.
Quello che però rinunziava a descrivere era l'intensità del desiderio di
rivedere i luoghi che si erano abbandonati, un muro nero, una via tortuosa col
canale nel mezzo, infine una stanza incomoda mal riparata dalle intemperie; e
non si poteva descrivere l'aborrimento per il palazzo in cui si abitava,
alludeva a quello della banca, la via grande, spaziosa, e persino il mare:
— In quanto alle persone poi... è
la stessa cosa.
— E me odiava molto?
— Odiarla no! ma avrei voluto essere
molto lontano da lei, tanto lontano da essere a casa mia, e non soltanto per
essere là, ma anche per non essere qui.
Temette che quel passato che
descriveva con sincerità non sembrasse abbastanza passato e aggiunse delle
spiegazioni. Egli odiava tutte le persone che si credeva obbligato di trattare
in un dato modo; gli piaceva la libertà, e anche quelli che non erano suoi pari
voleva poter trattare come tali.
Ah! era così bello parlare da
pari a pari con Annetta. Sentiva la dolcezza di confidarsi a lei con libertà
come se monologasse e questa dolcezza diede colore alla sua parola che, per
quanto impacciata, fino ad allora era stata da letterato, ricercata e fredda.
Annetta lo ascoltava sorpresa.
Quel giovane sapeva dunque anche parlare oltre che studiare?
Ella gli spiegò che quando si
desiderava qualche cosa nella vita bisognava sapersela conquistare. Alfonso
riconobbe l'idea dominante di Macario.
— Non è difficile di conquistare
la mia amicizia. È la prima volta che parla con me. Non se ne sarà accorto, ma
è quasi sempre muto. Non era poi mio ufficio di farla parlare.
Rise togliendo così alle sue
parole tutto ciò che avrebbero potuto avere di offensivo. Anche Alfonso rise
trovando comico quell'uomo che attendeva di venir fatto parlare.
Furono queste le prime idee che
diedero ad Annetta l'intenzione di fare un romanzo insieme. Quel caratterino
che le si rivelava con tale ingenuità le sembrò meritevole di venir descritto.
Disse con semplicità quale fosse la prima idea venutale improvvisamente, ed era
certamente migliore delle modificazioni posteriori.
— C'era una volta un giovinetto
che venne da un villaggio in una città e il quale s'era fatto delle idee ben
strane sui costumi della città. Trovandoli in fatti differenti da quanto aveva
ideato si rammaricò. Poi ci metteremo un amore. Ella è stato talvolta
innamorato?
— Io... — e unicamente per la
paura gli batté più forte il cuore.
Aveva avuto l'intenzione di fare
una dichiarazione.
Annetta fece accendere da Santo
il gas e Alfonso fu nello stesso tempo abbacinato dalla luce e messo in istato
di misurare quanto falso fosse il passo ch'egli stava per fare. Annetta era
sempre la stessa; dava seccamente degli ordini a Santo il quale, e c'era da
meravigliarsene, li eseguiva muto.
Ella lo fece sedere al tavolo.
— Ci occorrerebbe penna e
calamaio... ma preferisco affidarmi per le prime idee alla memoria. Metteremo
poi il nero sul bianco. Come farebbe dunque lei a svolgere questo romanzo?
— Bisognerebbe riflettere a
lungo.
— Ci vuole tanto? Racconteremo la
sua vita, — e qui si trovava ancora perfettamente nella prima idea. —
Naturalmente invece che impiegato la faremo ricco e nobile, anzi soltanto
nobile. La ricchezza serbiamo per la chiusa del romanzo.
Con un solo balzo leggiero la
prima idea era stata abbandonata del tutto.
— Bisognerebbe lasciar tempo
all'immaginazione!
— Ah! sì! — disse Annetta con la
sorpresa di uno scolaretto cui venisse ricordata una massima dimenticata. — Sa
cosa faremo? Ognuno per suo conto, indipendentemente del tutto dall'altro,
metterà in carta le sue idee. Poi le confronteremo e ci metteremo d'accordo.
La proposta piacque immensamente
ad Alfonso ed ebbe delle espressioni di gioia tanto ingenua che fece sorridere
Annetta dalla compiacenza. Gli balenarono alla mente alcune buone idee per il
romanzo ch'egli riteneva di aver compreso come dovesse essere per risultare
conforme al desiderio di Annetta. Non vedeva che queste piccole buone idee, non
il tutto. Non pensava del resto alla stampa e al pubblico. Per il momento non
mirava ad altro che a fare buona figura con Annetta.
Parlarono dei lavori che fino
allora avevano fatto. Annetta descrisse un suo romanzo, la biografia di una
donna unita a un uomo non degno di lei. Si trattava di un'anima d'artista che
col tempo faceva sì che il carattere del marito mutasse, e i due finivano
coll'intendersela e vivevano insieme per molti anni in una felicità perfetta.
Ad Alfonso l'argomento non
piaceva, ma Annetta accentuava che non poteva dire tutto quanto aveva scritto,
che qui aveva descritto con grande accuratezza un paesaggio, là un'abitazione e
Alfonso si mise ingenuamente ad ammirare quello che non c'era.
Alfonso descrisse il suo lavoro
sulla morale. Parlandone gli pareva di averlo fatto tutto e seguendo un sistema
opposto a quello di Annetta descrisse anche quello che non aveva fatto. Le
indicò il nocciuolo dell'opera, la negazione anzitutto della morale come tutti
l'intendono fondata su una legge religiosa o sul bene individuale.
— Se in una società fondata sulle
nostre idee morali, — disse Alfonso — si trovasse un individuo avente l'energia
di porsi al disopra di tutte queste idee, starebbe meglio di tutti,
naturalmente avendo l'intelligenza superlativa occorrente per agire con astuzia
e abilità nelle circostanze anormali nelle quali ben presto si troverebbe.
Annetta lo guardava meravigliata
della singolare arditezza di tale assioma esposto con quella voce ch'ella fino
a poco tempo prima non aveva udito che in un balbettio timido e tronco. Poi,
con meno parole e meno energia, egli parlò anche del nuovo fondamento ch'egli
voleva dare alla morale. L'esposizione della prima parte del suo lavoro aveva
fatto impressione e non poteva sperare di ottenere un effetto eguale con
l'altra in cui non si trattava di annientare delle leggi ma di fabbricarne,
cosa noiosissima.
La gioia di vedersi legato in
qualche modo ad Annetta fu tale che credette di poter correre a casa e stendere
alla brava tutto l'argomento di un romanzo, fissandone anche i capitoli. Era
cosa sorprendente quella di essere divenuto tutto ad un tratto il collaboratore
di Annetta, e quando ripensava ai sentimenti per lui che nella settimana
precedente egli le aveva attribuiti, gli sembrava cosa addirittura incredibile.
Se si fosse imbattuto subito in Macario gli avrebbe gettato le braccia al collo
per ringraziarlo della grande felicità di cui gli andava debitore e con
l'espansione che dà la felicità gli avrebbe raccontato della proposta di
Annetta e del valore ch'egli attaccava a tale proposta.
Intanto quella stessa sera una
parte del suo entusiasmo venne raffreddato. Stese l'argomento nel minimo spazio
possibile: «Un giovane nobile impoverito viene a cercare fortuna in città...
perseguitato dal principale e dai compagni... amato da costoro perché con atto
intelligente salva la casa da grossa perdita... sposa la figlia del
principale.» L'argomento in sé non era originale di molto, ma quello che più
gli dispiacque fu la chiusa del romanzo che da Annetta non era stata neppure
proposta per quanto naturalmente derivasse dalle premesse. Quel matrimonio
poteva sembrare una proposta e allarmare Annetta rendendolo sospetto di scopi
simili a quelli del loro eroe. S'accorse inoltre, allorché ebbe la penna in
mano, che non sapeva per bene che cosa veramente Annetta volesse. S'erano
ambidue accontentati di mezze parole, egli perché nella sua felicità non s'era
rammentato della cosa insignificante ch'era il romanzo, Annetta forse perché
tanto inesperta da non sapere tutto quello che occorreva per fare un romanzo.
Si rivolse a Macario pregandolo
di comunicare i suoi dubbî ad Annetta. Macario aveva l'accesso libero in casa
Maller e poteva parlare con lei prima del mercoledì.
Ma Macario parve ne avesse poca
voglia. Non celò la sua sorpresa all'udire della loro intenzione di fare un
romanzo in collaborazione. Quantunque Alfonso si fosse già moderato, avesse
compreso che non era dignitoso di dimostrare troppa gioia e gli sembrasse anche
che gli era riuscito di apparire molto freddo, Macario lo guardò con un cattivo
sorriso ironico dicendogli:
— Le mie congratulazioni!
Alfonso accompagnò Macario al suo
ufficio. Macario sembrava molto distratto e quando egli gli disse con serietà
che si sentiva onorato dalla proposta di Annetta e che voleva corrispondere a
tanta fiducia con un lavoro continuo e accurato, Macario si coprì la bocca con
la mano come se avesse avuto da celare uno sbadiglio. Alfonso era abbastanza
buon osservatore per non credere a quello sbadiglio; aveva veduto sotto la mano
la bocca aperta ma inerte, non contratta dal movimento istintivo. Macario era
geloso! Tanto la distrazione quanto lo sbadiglio erano affettati, intesi a
nascondere un'ira, un dolore.
Alfonso continuò a parlare col
medesimo calore perché quando s'accorgeva di qualche cosa che gli si voleva
nascondere, sua prima cura era di dissimulare d'essersene accorto.
— Mi faccia il piacere di dire
alla signorina Annetta ch'io sono disposto a cominciare subito il lavoro, ma
che mi occorrerebbe di sapere un poco più precisamente quello che ho da fare.
— Va bene! — disse Macario che ad
Alfonso sembrò un poco più pallido del solito — quando avrò l'occasione di
vederla, glielo dirò.
Gli dispiacque di aver parlato
con Macario. Certo era che sull'amicizia di Macario egli non poteva più
contare. Forse Macario non amava Annetta, Alfonso non poteva saperlo, ma era geloso
di lui anche se solo per carattere geloso. Egli non aveva capito prima questo
carattere perché era la prima volta che a Macario poteva aver dato ragioni di
gelosia. Per il suo spirito e per la sua posizione sociale, Macario doveva
essersi sentito sempre superiore a lui, ed era probabilmente appunto per avere
più di spesso la soddisfazione di sentire e far sentire tale superiorità che
aveva ricercato la sua compagnia. Probabilmente Macario lo aveva portato in
casa Maller supponendolo tanto timido da non poter giungere giammai alla
confidenza e all'amicizia di Annetta.
S'era dunque confidato ad un
nemico e già gli aveva dato la possibilità di nuocergli, perché era probabile
che Annetta desiderasse non si risapesse del loro progetto. Per quanto avesse
voluto simulare freddezza, la sua gioia doveva essere trasparita e Macario era
uomo capace di descriverla con esagerazioni ad Annetta. Lo vedeva riferire
qualche frase sollevando quella sua mano talvolta più maligna della sua lingua
e si figurava che bastasse per togliergli l'amicizia di Annetta, conquistata
con tanta fatica. Si rammentava come era stato trattato quell'impiegato che
aveva osato di corteggiare Annetta.
Anche quegli otto giorni furono
poco aggradevoli, perché il timore di venir tacciato di poca delicatezza gli
tolse la gioia dell'improvvisa amicizia di Annetta. Aveva atteso inutilmente di
giorno in giorno qualche comunicazione da Macario in risposta alla domanda che
gli aveva fatta; dunque costui non si curava neppure di celare il suo malvolere!
Sembrava lo evitasse, perché in tutta la settimana non gli riuscì di vederlo.
Si recò da Annetta ansioso di
apprendere come si fosse contenuto Macario; lo avrebbe appreso dall'accoglienza
che gli sarebbe stata fatta.
Era adunata nel tinello tutta la
compagnia composta di Fumigi, Spalati, Prarchi e Macario, e vi rimase per una
mezz'ora anche Maller. Macario salutò Alfonso con un sorriso non cattivo,
Annetta gli strinse la mano con calore. La sua amicizia non era diminuita
dall'ultimo mercoledì. Alfonso venne portato improvvisamente ad altre idee ma
non poté neppure gioire di essere stato tolto alle sue preoccupazioni perché la
presenza di Maller lo disturbava, per quanto ne avesse avuto una stretta di
mano amichevole per saluto.
Francesca sedeva in disparte sul
canapè, con un ricamo in mano. Alfonso la salutò andando a lei che si alzò per
dare maggior calore alla sua parola come sempre asciutta e alquanto brusca. Non
si trovava mai in imbarazzo la signorina Francesca. Egli l'aveva udita parlare
amichevole e allegra oppure irritata, sempre però brevemente con un fare deciso
da persona che non si lascia imporre. Maller sedeva alla destra di Annetta,
Spalati alla sinistra. Costui era sempre seduto accanto ad Annetta e sembrava
che molto ci tenesse.
Alfonso, quantunque più degli
altri turbato dalla presenza di Maller, poté notare quanto costoro mutassero il
loro contegno per tale presenza.
Era l'epoca in cui quando si
parlava di letteratura necessariamente si discuteva di verismo e di
romanticismo, comoda questione letteraria a cui tutti potevano prendere parte.
Maller era partitante del
verismo, però, volendo sembrare piuttosto spiritoso che dotto, confessava che i
veristi gli piacevano più che altro perché non erano morali. Del resto faceva
mostra di disprezzarli perché pensava che coi loro metodi fosse facile di
giungere alla popolarità.
Spalati, di cui le massime, per
quanto Alfonso ne sapesse, non dovevano troppo bene accomodarsi ai gusti di
Maller, trovò subito il punto di vista dal quale poteva consentire al giudizio
di Maller:
— Sì, ella che legge unicamente
per diletto ha ragione di trovarci gusto.
Prarchi volle fare troppo. Volle
provare a Maller, che lo negava, che il piacere che trovava a leggere quegli
autori immorali derivava da un senso artistico inconscio.
— Ella crede di amarli per la
ragione che dice, ma è certo che, senza ch'ella se ne accorga, sono i pregi
artistici di quei libri che glieli fanno piacere.
— Sarà come ella dice, — disse
Maller che sembrava di non comprendere che i due letterati facevano del loro
meglio per lusingarlo — non capisco però perché certe pagine, che io mi so, più
mi piacciano. Saranno forse le più artistiche.
Se aveva compreso che lo si
voleva adulare, derideva allegramente gli adulatori.
Quando Maller aveva cominciato a
fare le sue confessioni letterarie, Annetta disse ad alta voce ad Alfonso:
— Stia attento perché ne sentirà
delle grosse.
Alfonso stette meno attento
precisamente perché agitato dalla frase che in quel generale discorrere gli
perveniva come un regalo inaspettato.
Maller ben presto si alzò e
salutò tutti con un inchino. Si diresse verso Francesca seguito dallo sguardo
attento di Alfonso. Sembrava che Francesca non si accorgesse ch'egli si
avvicinava, ma quando le fu vicino, senza curarsi di affettare sorpresa, alzò
gli occhi dal lavoro, lo guardò calma e gli stese la manina ch'egli altrettanto
calmo strinse nella sua:
— Perché si rovina la vista
facendo di tali lavori?
Ella ritirò la mano ch'egli
ancora avrebbe trattenuto:
— Non mi fa male.
Quando Maller passò ancora una
volta dinanzi al tavolo per uscire, gli uomini si alzarono per salutare.
L'unica che alla sua uscita non aveva né da sentirsi sollevata né da mutare
contegno era Annetta.
Soltanto all'atto di congedarsi,
Annetta sottovoce chiese ad Alfonso a che punto fosse il romanzo.
— Non ho saputo far nulla perché
c'è il guaio che ancora non so che cosa fare.
Dopo aver riflettuto per un
istante, Annetta gli disse a bassa voce:
— Venga domani alle sette; può?
— Certo! — e si sentì battere il
cuore.
Così a bassa voce si davano anche
gli appuntamenti amorosi.
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