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Ma svegliandosi si ritrovò con
quell'istesso malessere.
Riandando col pensiero su tutti
gli avvenimenti della notte innanzi, il suo disgusto aumentava. Tutto gli
dispiaceva, dal primo abbraccio che egli aveva rubato fino a quell'ultimo saluto
cui egli aveva risposto costringendosi ad una finzione che, per quanto facile,
gli era costata dello sforzo. Volle non ammettere la conclusione
ch'evidentemente egli avrebbe dovuto trarre da questo suo sentimento.
Nell'immensa felicità di possedere Annetta, egli si diceva che gli dispiaceva
il modo con cui l'aveva conquistata. Non credeva che Annetta lo amasse; ella si
piegava alle conseguenze di un fatto irrevocabile.
Tempo prima Macario gli aveva
detto che lo riteneva incapace di lottare e di afferrare la preda, ed egli di
questo rimprovero s'era gloriato come di una lode. Ora egli aveva provato che
Macario s'era ingannato sul suo conto.
Vedeva con tutt'altri occhi la
sua stanzetta allegra, ridente per il raggio di sole che, unico nella giornata,
vi penetrava a quell'ora. Ci aveva pur passato delle belle ore! Era stata una
felicità strana, una soddisfazione continuata del suo orgoglio a scoprire
qualche debolezza in altrui di cui egli andava immune, a vedere gli altri tutti
in lotta per il denaro e per gli onori e lui rimanere tranquillo, soddisfatto
al sentirsi nascere nel cervello la genialità, nel cuore un affetto più gentile
di quello che di solito gli umani sentono. Comprendeva e compativa le debolezze
altrui e tanto più superbo andava della propria superiorità. Quando entrava in
biblioteca o nella sua stanzuccia, egli usciva perfettamente dalla lotta;
nessuno gli contendeva la sua felicità, egli non chiedeva nulla a nessuno. Ora
invece questi lottatori ch'egli disprezzava lo avevano attirato nel loro mezzo
e senza resistenza egli aveva avuto i loro stessi desiderî, adottato le loro
armi.
Voleva combattere il proprio
disgusto che, attribuito alle cause ch'egli si ostinava di dargli, era
assolutamente irragionevole. Vestendosi pensava che se un suo simile l'avesse
risaputo ne avrebbe riso. Egli era entrato nella lotta perché non gli era stato
mai concesso di uscirne del tutto; anche la felicità modesta che aveva chiesta
non gli era stata accordata intera. Oh! via! la sua era una vittoria che gli
dava intanto la libertà! Se il suo affetto per Annetta, — così in parentesi già
lo confessava, — non era quale avrebbe dovuto essere, la sua vita principiava
appena da questo matrimonio ed egli doveva gioirne altamente.
La Lanucci, vedendolo accigliato,
s'impensierì e, sapendo ch'era rincasato tardi, gli chiese se avesse passato la
notte al tavolino da giuoco e perduto. Egli rise! Aveva infatti giocato, ma
aveva guadagnato.
Durante la mattina, lavorando con
lentezza e fermandosi a sognare nel fissare un nome o una cifra, ebbe l'idea
strana che forse a quell'ora l'amore di Annetta era già cessato e ch'egli non
ne avrebbe più sentito parlare. Era ammissibilissimo, perché un amore nato così
presto, il prodotto della necessità e della rassegnazione, poteva morire con la
medesima rapidità con cui era nato. Non provò alcun timore che così potesse
accadere! Se qualcuno glielo avesse annunziato come fatto avvenuto, egli non
avrebbe avuto né sorpresa né dolore se anche non piacere. Sarebbe stato
liberato dai dubbî ch'erano di molto più gravi di quelli ch'egli poteva
sopportare. Sapeva che in questo caso Annetta, non che sua amante, non sarebbe
stata più neppure sua amica e ch'egli sarebbe ricaduto fra il volgo
degl'impiegati da cui non era distinto che da questa sua relazione. Ma
anzitutto desiderava di riavere la sua pace e la sua tranquillità.
A casa lo attendeva una lettera.
Era di Annetta; ne riconobbe subito la scrittura, certi tratti rotondi e
piccolissimi ch'egli aveva avuto l'occasione di conoscere lavorando con essa al
romanzo. L'aperse subito. Forse in quella lettera v'era la parola che lo
avrebbe tolto alla sua tortura. Potevano esserci o nuove affettazioni d'amore,
o scuse ricercate per liberarsi da lui.
S'ingannava! Nella lettera non
trovò nulla di affettato.
Scritta per raccontargli qualche
cosa ch'egli non ancora sapeva, era dapprima tutta dedicata a questo fatto,
un'esposizione serrata con qualche piccola osservazione che doveva togliere dei
dubbî o prevenire qualche opposizione. Annetta cominciava col premettere con
poche, semplici ma affettuose parole, ch'essi formavano ora una sola persona in
quanto a scopi e interessi e che perciò ella si attendeva ch'egli riponesse
intera fiducia in lei. Avrebbe perciò anche agito senza fargli ulteriori
comunicazioni che, ella lo comprendeva, non potevano essergli aggradevoli. Ma
ora le occorreva il suo aiuto. Ella intendeva di andare dal padre e dirgli
subito tutto. Sarebbe stata una brutta scena e non c'era da meravigliarsene
perché la sorpresa e anche il dolore non dovevano essere piccoli nel vecchio
Maller che per la figliuola, a torto, ella s'affrettava di aggiungere, aveva
sognato tutt'altra cosa. Ella non poteva ripromettersi di fargli mutare così
presto di parere, e così Alfonso, per breve tempo bensì, ne era certa, sarebbe
rimasto esposto a degli sgarbi forse anche a delle brutalità. Amandolo, ella
avrebbe sofferto per ogni parola meno che dolce che a lui fosse stata diretta,
e, per il decoro di Maller, gli proponeva che abbandonasse per qualche tempo la
città. Aveva già detto al padre che Francesca aveva il desiderio di mandarlo
con un suo incarico al villaggio e Maller stesso aveva promesso di fargli
offrire il permesso. Ella lo pregava di accettarlo.
La lettera si chiudeva, ma si
riapriva in un poscritto, altre due facciate fitte fitte. Ella voleva rivederlo
una volta, una sola volta prima della sua partenza e lo pregava di trovarsi la
sera del giorno stesso accanto alla biblioteca civica, su quell'erta verso la
villa Necker ove ella già altre volte lo aveva veduto. In casa sua non voleva
perché prima della promissione desiderava di non trovarsi più sola con lui. Non
gliene volesse male per questo. Ella s'era scoperta debole una prima volta
quando tanti riguardi e tanti timori avrebbero dovuto sostenerla; sapeva quindi
che avrebbe ceduto egualmente una seconda volta quando questi riguardi più non
fossero esistiti.
La lettera si chiudeva
definitivamente con una frase con cui Annetta voleva spiegare e scusare la sua
caduta: «Sai, caro, è l'amore che mi ha fatto cedere tanto facilmente, non il
tuo coraggio, grande, a dire il vero. Io ti amavo da lungo tempo e tu lo
sapevi. Quando mi abbandonavo ad una tua carezza ero altrettanto colpevole. Con
te cedetti sempre, tu però non volesti sempre la stessa cosa.»
Questa lettera, segnata da capo a
fondo da un grande affetto, commosse Alfonso, ma in tutt'altro senso di quello
che Annetta avrebbe potuto sperare. Ai suoi occhi restava inutile quello sforzo
di apparire non rassegnata ma lieta e di far credere che, se non fosse stato
già fatto, ella sarebbe stata disposta a fare di nuovo e perfettamente conscia
di sé il medesimo passo. No, ella era caduta e agiva come la persona che
cadendo cerca l'atteggiamento più elegante e più dignitoso e dimentica di
stendere le braccia per salvare il capo dalla botta. Quella testina, portata
sempre fieramente ritta sul collo, aveva battuto malamente il suolo e Annetta
rinunziava di levarla mai più in alto. In quella lettera a lui parve che, ove
cessava la sensualità, cominciasse il contegno indicato da un ragionamento di
necessità.
Ora, ora appena comprendeva
perché, dopo raggiunto lo scopo cui aveva mirato da sì lungo tempo, anziché
felice si sentisse inquieto e disgustato. Non era così ch'egli avrebbe voluto
ottenere la ricchezza, anche rassegnandosi a riceverla da Annetta. Si
rammentava di aver sperato di raggiungere il medesimo scopo per tutt'altra via.
Annetta avrebbe dovuto dichiarargli serenamente ch'ella lo amava e che
riconosceva di non saper porre il proprio destino in migliori mani che nelle
sue! Molto tempo prima aveva riconosciuto ch'era inammissibile che il suo sogno
si realizzasse ed era proceduto oltre trascinato dalla sensualità, non da altri
scopi. Annetta era la più colpevole fra i due perché le scuse ch'egli aveva trovate
per sé, per lei non sussistevano. Ella aveva agito per sensualità e per vanità,
dal principio sino alla fine. Egli aveva sempre avuto il conato d'ingentilire
il loro amore con la parola e coi modi mentre ella non aveva che tollerato in
lui quest'amore senza mostrare di dividerlo. Così egli s'era ritrovato con un
sentimento che aveva finito coll'essere simile a quello di Annetta: cessava
quando cessava il desiderio. Eppure più di qualunque altro dubbio lo turbava la
compassione che gli destava Annetta. Ella era stata colpita proprio nella parte
più importante della sua vita, nella sua superbia, e prima o poi ne avrebbe
sofferto orribilmente.
Non s'era mai sentito tanto
infelice alla banca come quel giorno, quantunque dopo ricevuta quella lettera
lavorasse rapidamente e bene quasi avesse voluto apportare qualche utile al
signor Maller per indennizzarlo della mala azione fatta in suo danno. Lo
incontrò sul corridoio e gli s'inchinò profondamente per fargli buona
impressione. Nel pomeriggio venne improvvisamente invitato da Santo di portarsi
dal signor Maller. Trasalì. Maller ben di rado aveva bisogno di parlargli, e
andando da lui, pensò che Annetta avesse parlato prima del tempo, lasciandolo
impreparato dinanzi alla collera del padre. Si trattava invece di affari
d'ufficio. Fu tanto imbarazzato che il signor Maller lo guardò con curiosità,
certo pensando che la letteratura non era fatta per rendere i suoi cultori più
disinvolti.
Il motivo ai suoi sogni ulteriori
era dato precisamente da questo spavento. Si vedeva chiamato dal signor Maller,
più addolorato di dover maritare a lui la figliuola che del disonore di costei.
Lo accoglieva con rimproveri e insulti che non cessavano neppure quando egli
dichiarava che, i fatti pur comportandosi a quel modo, le conseguenze da trarne
non erano quelle che il signor Maller riteneva perché egli, se così si voleva,
si sarebbe ritirato e avrebbe rinunziato ad Annetta conservando il segreto come
una tomba. Ah! egli poteva fare ben poco per diminuire l'ira di Maller al quale
la sua colpa doveva sembrare enorme. E per quanto egli avesse voluto imporre le
sue condizioni, — rifiutare consensi strappati per forza, — non ne aveva alcuna
libertà. Doveva assoggettarsi al volere di coloro nelle cui mani era posto il
suo destino.
Durante la giornata sentiva
ardente il bisogno di confidarsi con qualcuno. Gli costò molto di non parlarne
affatto con Ballina, in stanza del quale passò metà della giornata, per non
sentirsi tanto solo co' suoi pensieri. Provava il bisogno di sentire il parere di
qualcuno non acciecato da utopie come, a quanto gli era stato detto di spesso,
era lui. Il comune degli uomini pensava forse tutt'altrimenti e la parola di un
amico avrebbe potuto alleggerirgli la coscienza se anche non portarlo a
tripudiare di una cosa che non gli si confaceva.
Ma con Ballina seppe trattenersi.
White abbandonava il giorno appresso la banca, e ne parlò a lui togliendo al
fatto i nomi e ogni particolare più concreto. Gli raccontò che un giovane di
sua conoscenza aveva corteggiata una ragazza molto più ricca di lui e che
veramente di lui non ne voleva sapere, finché, colta in un momento patologico,
gli aveva ceduto e mutato di parere per necessità. Il giovane a fatto compiuto
esitava ad approfittare della sua cattiva azione per mettersi in circostanze
che, lo prevedeva, non potevano di certo dargli la felicità.
White lo guardò col suo sguardo
calmo, non uso ad offuscarsi per le preoccupazioni altrui e rispose:
— Bisogna conoscere altri
particolari. Se il giovine ama la ragazza, l'affare è certamente buono; se non
l'ama, pessimo.
Aveva proprio messo il dito sulla
piaga e così, imposto da altri, Alfonso non poté sorpassare senza risposta quel
dilemma che già dalla mattina gli torturava il cervello. L'aveva amata ma non
sapeva se l'amasse ancora. Era accaduto qualche cosa che avesse dovuto
togliergli tale affetto? No, ma non l'amava! Per lui il quesito era sciolto, ma
non volle dirlo a White.
— Se non l'ama, — continuò White,
— gli consiglio di togliersi senz'alcun riguardo da qualunque impegno perché è
affare sconsigliabile sempre e in tutte le circostanze. Non lo si crederebbe,
ma pure ancora esistono a questo mondo delle cose che non si possono vendere.
Egli parlava gravemente e
commosso, ma Alfonso comprese che la commozione non era destata dal quesito
ch'egli aveva posto. White era disattento; si capiva che non sapeva rivolgere
tutto il suo pensiero a rispondere ad Alfonso.
Il congedo da White fu molto
affettuoso. Alfonso era tanto predisposto alla commozione che per commoversi
fino alle lagrime non gli abbisognava che di una occasione qualunque, e
sembrava che l'altro, di solito tanto freddo, si trovasse nell'identico stato.
Raccontò ad Alfonso che non sapeva ancora precisamente a quale scalo del
Levante egli verrebbe destinato, ma ad ogni modo molto molto lontano e in quel
molto ripetuto la sua voce si spezzava dalla commozione.
Alfonso, che aveva dopo ufficio
ancora mezz'ora di tempo prima dell'appuntamento, lo accompagnò a casa.
— E la signora...? — chiese
accennando alla casa di White.
— Ella non mi accompagna
perché... non lo vuole.
Per tagliar corto rispondeva
subito anche ad altra domanda che Alfonso avrebbe potuto fargli e mutò subito
discorso.
— Ah! in questa città sono stato
molto più felice che a Parigi ed è doloroso doverla abbandonare per guadagnarsi
la pagnotta. Oh! maledetto l'argento! — La parola francese dava meglio
l'aspetto di sincerità all'imprecazione. — Se lei può attendermi ridiscendo
subito e faremo un pezzo di strada insieme verso la stazione ove abita una
famiglia dalla quale devo prendere congedo.
Ma Alfonso non poteva attendere
perché aveva giusto il tempo di arrivare, come suo dovere, poco prima dell'ora
stabilita.
I due amici si strinsero la mano
e si guardarono per un istante senza parole negli occhi, White col suo volto
regolare molto serio, gli occhiali quasi aderenti agli occhi. Poi si divisero
ambidue con passo rapido e Alfonso sentì tutta l'importanza di tale
separazione. Due esseri ch'erano stati avvicinati per caso, s'erano conosciuti
e apprezzati e si dividevano per non rivedersi mai più. È sempre triste
l'abbandono definitivo di una cosa o di una persona.
Si era sull'imbrunire. Alfonso
sentiva una profonda tristezza. Ora appena comprendeva quanto in ogni caso egli
perdesse dall'avventura della notte. White partiva ed egli se ne risentiva come
se lo avesse abbandonato una persona che molto avesse importato nella sua vita.
Si sentiva solo. Che cosa poteva ora essere la sua vita quando, ventiquattr'ore
dopo raggiunto, riconosceva che lo scopo per cui era vissuto non dava la
felicità?
Eppure ancora desiderava Annetta.
Avvicinandosi l'ora in cui doveva rivederla, egli evocava la bella figura e
esaminava con curiosità quale impressione gli producesse. Era di desiderio, ma
un desiderio che non gli toglieva nessuna delle sue ripugnanze e gli parve una
nuova ragione per apprezzare i propri sentimenti. Ora poteva vantarsi dell'odio
al proprio misfatto perché pur desiderando, amando, egli diceva, Annetta, non
provava meno ripugnanza per il modo con cui ne aveva conquistato l'affetto. E
nella sua tristezza fu colto da una compassione commossa per Annetta
riconoscendo che dagli avvenimenti di cui egli si doleva ella perdeva molto più
che lui. Credette che questa commozione formasse la parte maggiore della sua
ripugnanza.
Giunto vicino al piazzale si mise
a correre temendo di arrivare in ritardo. Annetta non c'era ancora. Secondo
quanto gli aveva scritto, ella doveva trovarsi dinanzi alla scuola, verso il
Tribunale. Anche in quella sera, avendo paura degli sguardi indiscreti, non
volle stare fermo e fece due volte con passo lento la piccola erta designata.
Come si accingeva a risalire, venne chiamato.
— Signor Alfonso!
Era Francesca, non Annetta. Ella
gli venne incontro, il volto leggermente arrossato e lo salutò con quella sua voce
solita, inalterata che finiva col sembrare quella di una macchina.
— Avrei lassù, — e accennò verso
villa Necker, — la carrozza nella quale si potrebbe parlare con piena calma ma
preferisco camminare. Già, io sono perfettamente irriconoscibile.
Non lo era ad onta del fitto velo
che le copriva il volto, e Alfonso pensò ch'egli avrebbe riconosciuto anche a
grande distanza quel corpo gracile dai movimenti virili nel vestito nero,
molle.
— E Annetta? — chiese
rammentandosi finalmente di dimostrare disillusione.
Ella s'era messa a camminare con
passo piccolo ma rapido verso villa Necker sull'erta ove a lui già una volta
era mancato il fiato. Lo precedeva di due passi per far credere ai passanti che
non si trovava in sua compagnia. Soltanto dopo il Tribunale lo attese e rispose
alla sua dimanda. Annetta non poteva venire e lo pregava di scusarla;
precisamente all'ora destinata per l'appuntamento, il padre per una disgraziata
combinazione aveva avuto il capriccio di trattenerla con sé. Gli porse un
bigliettino di Annetta, due parole scritte in fretta all'ultimo momento.
— Lo leggerà dopo, — disse con
impazienza allorché egli accennò di volerlo aprire subito. — Non so che cosa
pensi di me, — ella disse senza rossori e senza esitazioni, — ma la parte
d'intermediaria mi è stata imposta; è il meglio che ora, per il bene di
Annetta, mi resti a fare. Si deve giungere al più presto al risultato voluto.
Questo risultato voluto doveva
essere il matrimonio; era l'unico sottinteso e quello per nessuna ragione
necessario.
— Annetta dice... — continuò
Francesca e già da quest'esordio si comprendeva che alle comunicazioni ch'era
stata incaricata di fare avrebbe fatto seguire le proprie considerazioni e i
propri consigli. Era evidente che Francesca aveva riflettuto a tutto quanto
voleva dirgli e se dopo dimostrò sorprese e dubbî ciò avvenne perché il
contegno di Alfonso fu troppo differente da quanto ella avesse potuto
prevedere.
Annetta semplicemente gli faceva
ripetere quanto già gli aveva scritto. Non voleva ch'egli avesse a subire degli
affronti, voleva che si allontanasse per qualche tempo dalla città acciocché
ritornando trovasse tutto regolato. Di nuovo soltanto c'era la comunicazione,
ch'ella aveva avuto l'opportunità di parlare con Cellani e che sarebbe stato
costui che gli avrebbe dato il chiesto permesso.
Francesca s'interruppe
accorgendosi del mutismo di Alfonso ch'ella interpretò con la sua consueta
rapidità:
— A lei questo piano dispiace? —
e con soddisfazione calma aggiunse: — Oh! io lo prevedevo!
— No! non mi dispiace! — fece
Alfonso esitante. Quello che maggiormente lo impensieriva era la paura che
Francesca potesse comprendere ch'egli non dedicava alla questione l'interesse
che avrebbe dovuto. Con voce che volle sembrasse addolorata aggiunse: — E sarà
duro per la signorina Annetta di fare i passi di cui ella qui mi parla?
— Perché?
— Oh bella! può avere a udire
qualche brutta parola!
S'era adirato, perché nulla è più
irritante che non venir subito compreso quando si finge.
— Ad Annetta non può importare
nulla di una parola dura ricevendola per una questione che ha per essa
un'enorme importanza, quantunque a lei signor Alfonso pare non sembri così!
La sua voce si prestava molto
bene all'ironia. Egli sentiva ch'ella era molto lontana dal sospettare quanto
con quel rimprovero si apponesse al vero, ma l'ironia l'offendeva istesso.
— Lei può facilmente immaginare
quanta importanza abbia per me questa faccenda, ma però a me non piace di
lasciare la signorina Annetta qui sola a combattere anche per mio conto!
Ella lo guardò attentamente:
— Ella dunque non vuole partire?
— Io non voglio nulla, ma, mi
sarà permesso, lo spero, di esprimere un mio piacere o un mio dispiacere?
Ella parve disillusa.
— Così...? Senta, voglio essere
franca. Io non vedo la ragione per cui ella dovrebbe allontanarsi. Annetta è
padrona in casa e alla prima parola ch'essa dirà, se sarà detta come si deve,
nessuno avrà più nulla da opporre. Non vi sono dunque a temere degli affronti
per Annetta o per lei. — Poi, vedendolo esitante e sorpreso: — Io non so come
conquistarmi in sì breve tempo la sua fiducia, ma ne ho di bisogno. Ella sta
per commettere una sciocchezza ed io voglio impedirgliela. Dunque mi ascolti,
segua un mio consiglio, non parta. — Gli disse che a lui voleva bene, che si
rammentava sempre con uguale commozione del villaggio, dell'anno trascorsovi e
della madre sua ch'ella aveva amata, tutto questo con la sua voce esile, dolce,
ma calma e fredda, incapace di finzione. — Dunque abbia fiducia in me, non
parta! — E parlò ancora. Gli disse ch'ella non aveva sentito dolore
all'apprendere che Annetta lo amava, perché si trattava di lui, ma che se
Annetta si fosse data a quel modo ad altri, ella non se ne sarebbe consolata
mai più perché il tutto era potuto accadere soltanto per un suo errore, perché
non aveva avuto il coraggio di far intervenire Maller a tagliare la tresca
ch'ella sapeva incominciata. — Ho errato, ma, se la conseguenza del mio errore
ha da essere il suo matrimonio con Annetta, il mio pentimento è ben piccolo. Mi
accade proprio di venir premiata di un errore.
L'erta era finita. Più che a
guardare ove andavano erano occupati ad osservarsi l'un l'altra. Quasi
istintivamente Alfonso voleva attraversare la piazza perché tirando dritti si
doveva passare per una via molto popolata, ma ella lo fece deviare:
— La carrozza mi attende là!
— Ma perché ho da agire contro
l'espresso volere di Annetta?
— Insomma come lei stesso ha
detto, è dovere di cavaliere di non lasciare a questo modo il posto. — Ella
accettava un argomento che, per leggerezza, poco prima aveva distrutto. — E di
più sarebbe da poco accorto.
Ella gli dava dunque il consiglio
di rimanere acciocché non vi fosse pericolo per il matrimonio ch'ella già aveva
dato prova di desiderare vivamente. Una seconda volta dava consigli, si rendeva,
peggio che sua complice, sua istigatrice. Egli ne fu agghiacciato.
— Io non mi opporrò mai al volere
della signorina Annetta. Obbedirò con scupolosa esattezza ai suoi ordini o
desiderî.
Parlava col tono di chi vuole
tagliar corto. Non portava argomenti lui; aveva deciso così e non si curava di
sapere ove sarebbe giunto con l'obbedienza passiva di cui parlava.
Ella lo guardò stupefatta, non
certa ancora di aver udito per bene. Poi parlò di nuovo e per la prima volta
Alfonso udì quella vocina alterarsi; rimaneva sempre esile ma era rotta
dall'affanno e, gridata, aveva perduto ogni dolcezza.
— Ma se seguendo i consigli di
Annetta espone a grande pericolo la felicità ch'ella crede di avere in
saccoccia? Ma quale amore crede lei di averle ispirato, forse di quelli delle
dame antiche, amori che resistevano agli ostacoli e duravano per tempo
infinito? — Rise perché volle ridere. — Ella si affida di lasciarla qui esposta
ai consigli del padre e dei parenti? Se ne vada pure giacché lo vuole e ritorni
anche dopo una sola settimana. Sarà ridivenuto il travetto della banca Maller e
Annetta non si rammenterà neppure di averla conosciuta. — Le parole le erano
uscite di bocca compatte come un solo grido. Continuò più calma:
— Conosco i Maller. Crede ella
che quando si sarà spiegato ad Annetta quello che oggi, ma oggi soltanto, ha
dimenticato, crede che le rimarrà ancora fedele?
— Lo credo! — disse
tranquillamente Alfonso.
A questa soluzione non aveva
pensato durante la lunga giornata, ma non appena rammentata da Francesca la
riconobbe quale la più probabile e nello stesso tempo la più felice. Infatti
non era quasi certo che l'ambizione di Annetta, per breve tempo dimenticata,
riconquisterebbe subito il suo posto avendolo occupato sempre fino ad allora?
Era una soluzione felice perché, mentre egli aveva temuto di venir costretto a
fare lui la parte di traditore, tutto ad un tratto diveniva il tradito e non
gli restava altro compito che di dare generosamente il suo perdono, cosa facile
e aggradevole.
— Allora per lei tutto è perduto!
— disse Francesca con voce che per dare maggior serietà a queste parole
ridivenne calma per un istante. — Io non capisco le ragioni per cui agisce così
e non mi curo di conoscerle; se abbandona la città anche soltanto per pochi
giorni, non rivedrà mai più Annetta.
— Devo partire se Annetta me lo
ordina.
— È tanto evidente la giustezza
di quanto le dico che non posso fare a meno di pensare che di Annetta nulla le
importi oppure che tutto ad un tratto ella abbia perduto il lume
dell'intelletto.
Parlava a casaccio senza molto
riflettere a quello che diceva e Alfonso lo sentiva, ma non per ciò dimenticò
di rispondere a quelle parole che lo colpivano nel vivo.
— A me di Annetta importa quanto
della luce dei miei occhi, — e fu soddisfatto dalla frase. — Ma non voglio
rubare il suo amore; voglio che mi venga dato spontaneamente. — Poi gli riuscì
di trovate l'intonazione e la parola giusta. — Io non so che farmene di un
amore che avrebbe a cessare nello spazio di otto giorni, ed ora che ella mi ha
messo in dubbio, se Annetta stessa non avesse proposto questo viaggio, lo
proporrei io.
Ella rise con disprezzo.
— Ha trovato il modo di dare il
nome di dignità alla sua freddezza.
Era di nuovo giusto; per caso
ella aveva capito quale parola maggiormente lo avesse offeso e insisteva alla
cieca su quella per procurarsi la soddisfazione di offenderlo ancora.
Egli rimase inalteratamente
calmo. Solo una volta si agitò allorché per errore, stanco di veder continuata
la discussione sempre con le medesime parole, aveva dichiarato che la
discussione fra di loro era inutile perché per non partire egli doveva trovare
delle buone ragioni per convincere Annetta. Ella gliene suggerì dieci in un
fiato. Alfonso si commosse perché gli balenava alla mente la possibilità che
potesse venir costretto a rimanere; riconobbe il suo errore e senza perdersi a
confutare le ragioni portate da Francesca, con un'ostinazione che a lui stesso
ricordò quella della gente di poche idee, dei contadini, si limitò a protestare
ch'egli avrebbe fatto semplicemente il volere di Annetta senza indagare se ella
avesse ragione di volere così o meno. Egli faceva un matrimonio d'amore, per
parlare più a lungo si ripeteva, egli faceva un matrimonio d'amore e non voleva
agire con l'accortezza di chi persegue un interesse.
Ella camminava di nuovo due passi
dinanzi a lui e sembrava di aver rinunziato a convincerlo. Tutto ad un tratto
rallentò il passo. Ebbe di nuovo il dubbio ch'egli diffidasse di lei. Era una
supposizione non ragionevole, ma la sorpresa, il dolore di dover lasciarlo
senz'aver ottenuto quello che le era sembrato tanto facile, la turbavano. Ella
agiva inconsideratamente seguendo i primi impulsi.
Si mise a spiegargli perché ella
prendesse tanta parte al suo destino e la voce calma doveva celare una grande
agitazione che la portava a tali confessioni.
— È ben vero che io voglio bene a
lei e alla sua famiglia, — incominciò con una freddezza che rendeva ironica la
sua frase, — però non è soltanto quest'affetto che mi fa agire. Le conseguenze
che devono derivare a me da questo matrimonio sono tali che ne dipende la
felicità della mia vita. Ha capito o dubita ancora che i miei consigli sieno
dati in mala fede?
Egli più non ne poteva dubitare;
aveva compreso. Nel delirio della notte, Annetta gli aveva confessato ch'era
stata dessa a opporsi al matrimonio di Maller e gli aveva anche fatto capire
che, accettando lui per marito, non poteva più persistere in quell'opposizione.
Francesca dunque aveva il maggior interesse acché questo matrimonio si facesse
ed era spiegabile il suo furore al vedere che giunta tanto vicina alla meta,
sorgesse qualche cosa di nuovo, imprevisto e irragionevole, a mettere in dubbio
la sua vittoria.
Fu tanto scosso da questa
confessione che ancora una volta deviò dal metodo seguito per difendersi: volle
convincerla che la sua partenza non poteva essere di pericolo sì grande alla
sua relazione con Annetta. Annetta lo amava, gliel'aveva ripetuto su tutti i
toni, gliene aveva dato le prove. Perché dunque offenderla dubitando della
serietà del suo affetto?
Ella cessò per la prima dalla
lotta. Camminò ancora dieci passi circa oltre la carrozza di cui il cocchiere
teneva aperto lo sportello. Non rispondeva ai lunghi discorsi di Alfonso e
forse non li seguiva. Lo guardò tutto ad un tratto alzando con movimento rapido
la testa:
— O non ama Annetta o ha una
paura ridicola del padre.
A lui parve dignitoso non
rispondere.
Ritornando alla carrozza ella
mormorò:
— Non si è visto giammai una cosa
simile. — Prima di lasciarlo, si volse a lui e mettendogli la fredda piccola
mano nella sua, pronta a stringere con l'amicizia ch'egli altrimenti non aveva
saputo dimostrarle, gli disse: — Ad ogni modo sono obbligata di fare il
possibile per risparmiarle la sventura ch'ella merita. Me ne dispiace.
Saltò in carrozza e aiutò il
cocchiere esitante a chiudere lo sportello.
Era finalmente libero. Nessuno
più avrebbe tentato di toglierlo dal suo proposito; sarebbe partito pur sapendo
che con questo passo egli rinunziava ad Annetta. Francesca lo aveva convinto;
la partenza equivaleva ad una rinunzia. Si sentì calmo e felice. Se quello che
Francesca prevedeva si avverava, egli era liberato da ogni dovere e da ogni
rimorso. Ella gli aveva detto che, abbandonato da Annetta, sarebbe ridivenuto
il miserabile travetto di casa Maller. No! Egli sarebbe rimasto superiore anche
alla posizione che Annetta aveva voluto fargli e la sua superiorità era stata
dimostrata precisamente dalla sua rinunzia.
Alla banca egli si sentì meglio
il giorno appresso. Lavorava volentieri perché sapendo che nulla d'inaspettato
gli poteva capitare si sentiva calmo, libero dalle paure che il giorno innanzi
lo avevano travagliato e, rammentandosi del bisogno che aveva provato di
confidarsi con qualcuno per averne consiglio o appoggio, stupì. Ora stava bene
chiuso in se stesso col suo segreto che gli appariva quale un episodio
interessante della sua vita.
Cellani doveva parlare con lui,
non egli con Cellani e così non temeva neppure quel colloquio. Non vedendosi
chiamato fino a mezzodì ebbe una sola paura e cioè che Francesca, non avendo
potuto convincere lui della necessità di rimanere, fosse riuscita a convincere
Annetta ch'era preferibile di non farlo partire. Si trovava in mani loro e gli
sarebbe toccato di ricevere da Maller i rimproveri meritati e poi, ciò ch'era
ben peggio, assumere la parte di amoroso ardente.
A mezzodì il piccolo Giacomo lo
avvertì che il procuratore lo attendeva nella sua stanza. Alfonso perdette un
poco della sua calma perché già aveva dubitato di non venir chiamato, e le cose
inaspettate lo agitavano sempre.
Il signor Cellani era solo e
aveva il tavolo netto di carte. Per quel tavolo passavano tutti gl'innumerevoli
documenti della banca e non lo abbandonavano che segnati da lui; già
quell'ufficio di lettore delle lettere che arrivavano e di quelle che partivano
doveva dargli un lavoro enorme.
Cellani era uomo che facilmente
s'imbarazzava e perciò Alfonso trattava con lui con maggior disinvoltura che
con Maller. Dapprima il procuratore gli chiese come stesse, poi, con la parola
come al solito stentata, spiritosamente osservò che generalmente non usava
accordare che i permessi che gli venivano chiesti e ch'era la prima volta che
si trovava obbligato ad offrirne.
Visto che ne trattava tanto
leggermente, si capiva ch'egli non era stato messo a giorno della ragione per
cui veniva domandato quel permesso. Alfonso fu tanto tranquillo che fece anche
lui dello spirito e trasse il procuratore dall'impaccio accusato.
— Le chieggo questo permesso che
non può offrirmi.
— Accordato! — disse Cellani
ridendo. — Non so bene di che si tratti, ma pare importi sommamente alla
signorina Francesca e un pochino anche alla signorina Annetta che mi pregò di
permetterle di partire immediatamente. Sono sicuro che non abuserà di tale
permesso e che la rivedrò di qui a quindici giorni. — Lo pregò di avvertire
Sanneo e di mettersi d'accordo con lui per il lavoro; era forse anche
necessario che per quel giorno lavorasse più a lungo del solito. — Infine se il
signor Maller le chiedesse la ragione per cui domandò questo permesso, gli dica
qualche motivo buono che non ammetta obbiezioni. Dica per esempio ch'è
fortemente ammalata sua madre; del male con ciò non le farà. — Poi lo congedò
affettuosamente.
— Si diverta e a rivederci.
Sanneo era ancora tutto al suo
lavoro, chino su un foglio di carta che riempiva con la sua grossa scrittura
mormorando le parole che scriveva. Alfonso entrò e attese rispettosamente.
— Dica pure! — disse costui senza
alzare il capo.
Alfonso cominciò a parlare
dicendo senza rimorsi che sua madre era ammalata e che il signor Cellani aveva
voluto accordargli un permesso di quindici giorni. S'accorse che Sanneo
continuava a scrivere e a mormorare con accanimento quello che scriveva; doveva
essere una polemica e nel suo ardore, — qualche ira per conto della banca
Maller e C., — non doveva avere udito nulla di quanto gli era stato detto.
Alfonso s'impazientò e con voce mutata concluse:
— Parto domani.
— Come, come? — chiese Sanneo
sorpreso e alzando finalmente la testa. — Lei parte?
Alfonso ripeté tutto quanto aveva
già detto e Sanneo ebbe l'aspetto di persona seccata. La cosa aveva ora tutta
la sua attenzione e depose persino la penna per staccarsi del tutto da altre
idee. Il giorno prima aveva dato ordine ad Alfonso di assumere un nuovo lavoro,
lo scontro di certi conteggi della liquidazione che, fino allora, dopo la
dipartita di Miceni dalla corrispondenza, aveva fatto egli stesso. Era un
lavoro che ogni quindici giorni lo costringeva a prolungare parecchio le sue
ore di lavoro e dopo essersi risoluto di appiopparlo ad Alfonso, era spaventato
di vederselo ripiombare addosso. S'era sottoposto a una fatica per consegnare
il lavoro e insegnarlo ad Alfonso e diveniva ora fatica sprecata.
— Se il signor Cellani gliene ha
dato il permesso, — volontieri lo avrebbe messo in dubbio, — ella è libero di
partire. Venne chiamato con dispaccio?
— Sì! — rispose Alfonso seccato
di dover dare dei particolari.
— Oh! allora non c'è nulla da
obbiettare, — disse Sanneo, — quantunque io in questi casi usi di non partire
immediatamente e di attendere conferma della notizia che talvolta è data da
parenti troppo presto spaventati.
Però, visto che Alfonso nulla
rispondeva a questa ch'era una proposta velata, Sanneo divenne improvvisamente
l'amico cortese che prende congedo. Gli augurò di trovare la madre in buona
salute e, volendo cancellare il cattivo effetto che potevano aver fatto le sue
esitazioni, aggiunse ridendo:
— Se anche trovasse sua madre in
perfetta buona salute non rinunzi ad alcuna parte del permesso ottenuto. A
rivederci dunque oggi a quindici.
Maller non c'era più e Alfonso
dovette ritornare al pomeriggio per congedarsi da lui. Lo trovò solo in stanza
che lavorava accanitamente anche lui, delle annotazioni in un libretto tascabile.
Alfonso stava per dire la bugia suggeritagli da Cellani, ma Maller lo
interruppe:
— Buon viaggio, signor Nitti,
buon viaggio!
Alfonso uscì inchinandosi; era
malcontento. Lo turbava il contegno freddo di Maller per quanto poco per il
momento gli premesse di venirne amato e calcolasse anzi sulla sua decisa
opposizione per esser liberato dai suoi obblighi con Annetta.
Gli unici impiegati che salutò
all'infuori dei colleghi della corrispondenza furono Miceni e Starringer lo
speditore. Salutò anche Marlucci, ma solo perché lo trovò in stanza con Miceni.
Il toscano si contenne freddamente avendo compreso la ragione per cui Alfonso
s'era ricordato di lui.
Miceni si contenne meglio di
tutti. Starringer aveva chiesto tutti i particolari e di quale malattia soffrisse
la vecchia e da quanto tempo e come avesse potuto avvenire che fino allora egli
nulla ne avesse saputo. Poi, dimostrando soltanto che non sapeva mettersi nei
panni di un figliuolo che riceve l'annuncio del pericolo che corre la madre,
disse:
— Beato lei che va a casa, — e
un'ombra di tristezza passò sul suo largo volto. Ah! egli non pensava che a se
stesso, al permesso che aveva avuto il mese innanzi e che gli toglieva il
diritto di chiederne altri per ben due anni. Ballina, dopo di essersi condoluto
sentitamente, ebbe un grande dubbio:
— I denari per il viaggio le
vengono anticipati dal signor Maller?
Con grande serietà, Miceni, che,
si capiva, conosceva meglio gli usi del mondo, gli augurò di trovare la madre
in buona salute. Lo esonerò poi dal seccarsi col salutare tutti gli altri
impiegati e gli promise di scusarlo con essi. A lui Alfonso raccontò della
fredda accoglienza che gli aveva fatta Maller, e Miceni fu al caso di
tranquillarlo raccontandogli quali fossero le cause del malumore del principale.
— È uomo che ha molti pensieri e
giusto adesso è afflitto da una sventura di famiglia e da un accidente
finanziario.
Si trattava della demenza di
Fumigi e del prossimo inevitabile fallimento della sua casa. Gli raccontò che,
per affetto al nipote, Maller aveva dovuto addossarsi la liquidazione della sua
casa, e che soltanto dopo assunta s'era accorto ch'era passiva per speculazioni
sbagliate fatte da Fumigi nei due ultimi mesi. Miceni diceva che il disastro
era stato apportato precisamente dall'indebolimento delle qualità intellettuali
di Fumigi. Quanto alla causa della malattia stessa, supponeva che fosse da
ricercarsi nell'esagerata sua attività. — So io che questa estate lavorava
dieci ore al giorno in ufficio e poi ancora dell'altro a casa, su certi problemi
di matematica. Il suo debole organismo non resse alla fatica.
Alfonso pensò ch'egli conosceva
meglio la causa di tale malattia. Doveva essere stata prodotta dal dolore per
il rifiuto di Annetta. Comprese che se a Fumigi fosse toccata in sorte la sua
fortuna ne avrebbe gioito ben maggiormente che lui e ancora una volta provò
rimorso di non saper approfittare della sua fortuna.
Lo seccava ora grandemente di
trovate una buona bugia per spiegare ai Lanucci la sua improvvisa partenza. Non
volle dire che partiva per la malattia della madre perché gli sarebbero stati
chiesti troppi particolari.
— Parto! — disse rivolto alla
Lanucci che trovò seduta a tavola col vecchio. Lucia all'ora di pranzo era
sempre a passeggio con Gralli.
— Quanto tempo rimarrà assente? —
chiese il vecchio Lanucci alzando il naso dal piatto e molto spaventato.
— Quindici giorni! — gli disse
presto Alfonso per tranquillarlo. Aveva compreso il motivo di tale spavento. —
Parto per un affare... — Non s'era ancora risolto per uno o l'altro motivo di
cui avrebbe potuto indicare parecchi, ma nessuno tanto verosimile da venir
creduto senza esitazioni. Si rammentò in tempo che sua madre molto tempo prima
gli aveva scritto che desiderava di vendere la loro casa.
— Vendiamo la nostra casa che per
mamma è troppo grande e troppo lontana dal villaggio.
Il vecchio cessò ancora una volta
di mangiare e drizzò gli occhiali, segno sicuro che voleva parlare di affari:
— E lei per questo parte! Lascia
l'impiego per quindici giorni, e se basteranno!
Alfonso rispose che il signor
Maller gli accordava volontieri quel tempo di permesso e ch'egli per
quest'assenza nulla perdeva, ma il Lanucci non si diede così presto per vinto.
Gli rimproverò di voler da solo accingersi ad un affare di tale importanza, pur
essendo troppo giovine per saper contrattare.
— Il notaro Mascotti mi aiuterà,
— rispose seccamente Alfonso.
Fra tanti mestieri del Lanucci
v'era anche quello di sensale di case. Propose ad Alfonso che senza partire gli
desse la descrizione della casa, gliene indicasse il prezzo per cercare un
compratore in città.
Alfonso non accettò e dovette
ridere pensando che correva il rischio di vendere la casa non avendone
l'intenzione, senza perciò aver spiegata la sua partenza.
Alla sera la Lanucci lo aiutò a
preparare degli effetti ch'egli doveva portare con sé. Anche durante
quest'operazione, movendosi per la stanza con della biancheria sulle braccia e
poi lungamente china sul baule affaticandosi a chiuderlo, gli parlò della
felicità che attendeva Lucia. Quel giorno Gralli era stato dai Lanucci tre
volte, una delle quali per pochi minuti non essendogli concesso dal suo lavoro
di rimanere di più. Aveva fatto un'oretta di cammino soltanto per vedere
l'amato viso. In quel momento erano là accanto, in tinello, a ciarlare. —
Chissà di che? — chiese la Lanucci alzando gli occhi dalla chiave del baule che
tentava di far girare. E gettandosi con tutto il suo peso sul baule, aggiunse
ridendo: — Parlano di qualche cosa che io non so più e lei non sa ancora.
Prima di coricarsi Alfonso andò
nel tinello ove trovò Lucia semisdraiata sul sofà e Gralli sedutole dinanzi per
terra alla turca, che l'ammirava. Anche dopo veduto Alfonso, ella rimase nella
sua posizione, mentre Gralli con uno sforzo della sua figurina nervosa si alzò.
— Ella parte domani? Buon
viaggio! — gli disse Lucia, e senza moversi, con gesto signorile gli porse la
mano.
Dacché era promessa sposa aveva
perduto il pudore perché glielo avevano comandato, ma il rispetto ad Alfonso in
seguito a proprio ragionamento. S'era avvilita per tanto tempo lasciandosi
maltrattare dapprima, poscia rinunziando a vendicarsi, che ora voleva fargli
sentire ch'ella era indipendente, nulla attendendo da lui e non |