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Nell'agitazione degli ultimi
giorni aveva del tutto dimenticato che il suo viaggio non gli apportava
soltanto il piacere di sfuggire i luoghi odiati ma anche la felicità di
rivedere il suo paesello.
Lo evocò dinanzi alla mente e fu
subito liberato da ogni amarezza. Si sentiva una gioia purissima all'idea del
piacere inaspettato che apportava alla madre.
Il villaggio era un gruppo di
case gettato là in un cantuccio dell'immensa e verde vallata attraversata
diagonalmente dalla ferrovia. La stazione giaceva a un tiro di schioppo dal villaggio.
Era un casotto da cantoniere elevato alla dignità di stazione in seguito alla
domanda fattane dal deputato della regione. Prima si doveva lasciare la
ferrovia alla stazione precedente e andare al villaggio in carretta. — Povera
ma gente felice! — pensò Alfonso rammentandosi del gaudio che era regnato nel
villaggio allorché ottenne la sua stazione. E la bella via che avevano
costruito per congiungere la nuova stazione al villaggio! Diritta come sulla
carta e larga che ci potevano correre simultaneamente tre carri.
La casa dei Nitti essendo lontana
dalla stazione quanto il villaggio stesso, il padre di Alfonso per giungervi
aveva voluto avere anche lui una via più breve che quella oltre il villaggio, e
a questo scopo aveva fatto migliorare un viottolo già esistente che andava
oltre ai campi dalla sua casa e che si ricongiungeva circa a mezza via alla
strada comunale. A quanto Alfonso se ne rammentava, suo padre era stato uomo
che aveva dovuto aver vissuto anche in centri popolati; eppure anche lui con
quanta semplicità si compiacque che quel viottolo venisse denominato nel
villaggio: «Via Nitti».
Alfonso voleva ricordarsi
dell'esistenza di quel viottolo che doveva ora condurlo più presto fra le
braccia di sua madre.
Dinanzi al casotto, appoggiato ad
un grosso bastone, assisteva al passaggio del treno il notaio Mascotti. Era
vestito con una giubba di velluto nero, pantaloni chiari e stivali altissimi.
Tozzo e grosso ma alquanto curvo dall'età, una faccia abbrunata dal sole
circondata da una barba corta grigia, era una figura da soldato ma da soldato
in ritiro.
— Già qui? — chiese sorpreso ad
Alfonso.
Alfonso altrettanto sorpreso di
rimando chiese: — Ella mi attendeva?
— No! no! — fece il notaio
portando lentamente l'indice alle radici del naso che fregò fino all'altezza
dell'occhio. Alfonso comprese dal gesto, ch'egli ricordava, che il notaio
rifletteva intensamente. Con naturalezza che ingannò anche Alfonso aggiunse: —
Mi sorprende di vederla, ecco tutto! Non l'attendevo.
Scesero dall'argine sulla strada
passando accanto al casotto abitato dal cantoniere e dalla sua famiglia, la
moglie e due figliuoli seminudi che guardavano con tanto d'occhi Alfonso come
se fosse piovuto dal cielo. Dei due fanciulli, uno di sei anni vestito di una
camicia e di calzoni che gli arrivavano al ginocchio, teneva in braccio l'altro
di due al massimo, vestito della sola camicia fermata a mezzo il corpo da una
fascia da cui pendeva un altro camiciotto. Un miscuglio di membra magre e brune
perché anche quello che ancora non sapeva camminare da sé aveva la pelle
annerita dal sole.
Alfonso non comprese subito
quanto strano fosse il contegno di Mascotti, perché, tutto inteso a gustare le
prime sensazioni che si attendeva dal rivedere il villaggio, non trovava il
tempo di osservarlo.
L'autunno aveva già spogliata la
valle e così nuda tradiva la vicinanza della regione dei sassi. La campagna non
aveva il colore bruno della terra fertile, umida, ma era sbiancata dalla
presenza della pietra bianca che pochi chilometri più in giù o anche più in su
signoreggiava. Nei campi più vicini si vedevano i piccoli sassi misti alla
terra, v'erano lasciati acciocché il vento boreale che anche qui infuriava non
spazzasse via la terra libera; qualche masso maggiore era piantato solidamente
e interrompeva la regolarità del solco o impediva nel suo sviluppo qualche
albero che rimaneva gracile e con la corona povera.
Le case del villaggio, nella
nebbia leggera che copriva la valle, erano appena appena visibili; visibile
invece come una striscia lucida la via larga sulla quale doveva poggiare la
casa dei Nitti e che senza mutare direzione diveniva la via principale del
villaggio. Il paesaggio non gli dava alcuna sorpresa; se ne era rammentato nei
minimi particolari. Di là dal villaggio vedeva biancheggiare la punta del colle
di sassi, una cupola regolare senza case e senza vegetazione, alla sua destra
un piccolo bosco di pini giovani piantato per lottare con una plaga di sassi.
Ma dacché egli era partito il boschetto aveva fatto pochi progressi.
Ebbe una sola sorpresa. Aveva
creduto che la sua casa si trovasse più vicina al villaggio; nel suo desiderio
che la madre fosse meno lontana dall'abitato, aveva spostata la casa e la cercò
ove non c'era. Giaceva proprio molto lontana, perduta in mezzo ai campi, sola,
mentre il vecchio Nitti aveva sperato ch'essendo da quella parte la zona più
fertile della valle ben presto sarebbe stata più abitata.
Alfonso accelerava impaziente il
passo. Vedeva ora un lato della casa, rosso di terra cotta. La facciata era
volta verso il villaggio ed era l'unico lato che avesse delle finestre
meritevoli di tale nome; la postica aveva due buchi praticati dal vecchio
medico in persona per agevolare il giro dell'aria. Arrivò al viottolo che
portava direttamente alla casa. Doveva esser poco frequentato perché per brevi
intervalli si confondeva nei campi e mai se ne staccava distintamente.
Mascotti, che aveva lungamente
taciuto, dopo aver atteso invano di essere interrogato, parlò per primo:
— Badi che ho sessantacinque anni
e che se corre tanto non potrò giungere, come voglio, a casa sua con lei! — Si
appoggiò ad un albero per riposare. Poi con aspetto indifferente e tutto
occupato a guardarsi il cappellone di felpa bianco che s'era levato di testa,
disse: — Sua madre non sta del tutto bene!
Alfonso lo guardò attentamente e
titubante. L'aspetto indifferente di Mascotti era sincero? Commosso chiese:
— Che cosa ha?
— Un difettuccio al cuore, non
batte regolarmente, a quanto ne dice il medico, — rispose Mascotti che credeva
di aver trovato la forma più mite per definire la grave malattia.
— Ella mi attendeva alla
stazione; mi hanno mandato un telegramma? — chiese Alfonso che si rammentò
della prima sorpresa di Mascotti al vederlo.
— Sì, ma grazie al cielo...
Alfonso non stette a udire che il
sì:
— Ci rivedremo a casa, — e, col
baule in una mano, il bastone nell'altra, si mise a correre non badando più a
Mascotti che lo seguì per un tratto gridando qualche parola ch'egli non intese.
La notizia inaspettata gli aveva
fatto battere rapidamente il cuore. Doveva essere ben grave se erano stati
costretti a richiamarlo con tanta premura. Fu ben presto stanco dalla corsa e
dall'emozione, ma continuò a correre sembrandogli che qualche parte della vita
della madre dipendesse dall'esito di questo suo sforzo.
E correndo gli si rizzarono i
capelli sulla testa pensando che forse egli correva ad abbracciare un cadavere;
non poteva essere che fosse questo l'annuncio che Mascotti aveva voluto dargli
gridandogli dietro?
Oh! egli da molto tempo l'aveva
dimenticata quella povera donna che moriva. Erano tre settimane ch'ella non gli
aveva scritto e lui tutto intento intorno alle gonnelle di Annetta non se n'era
neppure accorto. Non avrebbe dovuto comprendere che solo un grave impedimento
poteva averle fatto interromper l'invio di solito tanto regolare delle sue
letterine?
Era giunto finalmente nell'orto
dinanzi alla casa. Una vecchia alta e robusta vi raccoglieva delle ortaglie.
— Che cosa comanda? — gli chiese
rizzandosi in tutta la sua lunghezza.
Era una faccia a lui del tutto
nuova. La pelle di questo volto, che solo per la mancanza di peli si
riconosceva appartenere a donna, era incartapecorita dal sole e tutta
l'espressione della faccia si concentrava nei due occhietti neri, vivaci, da
sorcio, inquadrati in quel legno.
— Come sta mia madre? — chiese
Alfonso impaziente.
— Oh! il signor Alfonso! Ha fatto
bene a venire, — disse con lentezza la vecchia, e venne a lui. — La signora,
dice il signor dottore, sta meglio.
Stava meglio quando egli la credeva
morta! Ad ogni modo gli veniva accordato il tempo per baciarla e dimostrarle
l'affetto immenso che gli gonfiava il cuore. Il caso lo trattava meglio di
quanto egli meritasse.
— Entri! entri! — gli disse la
vecchia che guardava con desiderio le sue ortaglie.
Egli non volle e la invitò ad
andare essa la prima a preparare l'ammalata. Poi, vedendo ch'ella indugiava, le
spiegò che doveva avvertire dapprima che c'era qualcuno, poi qualcuno che
l'avrebbe grandemente sorpresa di rivedere, infine qualcuno che le sarebbe
stato caro di rivedere, suo figlio.
Entrò con lei in casa. Le due
uniche stanze che i Nitti avessero abitato nella casa relativamente vasta erano
situate al pianterreno. Erano le uniche due che avessero luce a sufficienza e
vano era stato il tentativo del defunto dottore di abituarsi ad una terza per
servirsene di stanza di studio. Mancava di luce ed era troppo grande perché il
vecchio medico co' suoi pochi mobili e la miserabile biblioteca non vi si
sentisse troppo solo; la stanza rimase destinata a biblioteca, ma il dottore
non studiò più nulla.
La stanza posta immediatamente
all'entrata era vuota con un solo letticciuolo in un canto, mentre quando
Alfonso l'aveva abitata era stata fornita di tutto quanto si poteva nelle
condizioni della famiglia Nitti. Alle mura erano stati appesi i pochi quadri
che la famigliuola possedeva e molte riproduzioni di quadri celebri, parecchi
di Orazio Vernet, cammelli dai corpi enormi e fisonomie tranquille, pazienti,
bestie più simpatiche degli uomini che li conducevano.
Nell'altra stanza avevano abitato
i coniugi Nitti. Era ripiena di vecchi mobili enormi di legno semplice che
stavano bene in quello stanzone e lo rendevano abitabile. Fra le due finestre
v'era un orologio moderno a pendolo, l'ultimo oggetto che il Nitti avesse
portato in casa. Durante i mesi di malattia del vecchio medico, la famigliuola,
per fargli compagnia, aveva pranzato in quella stanza e nel mezzo era stato
posto il tavolo che doveva ancora esserci, a quanto la signora Carolina aveva
scritto ad Alfonso.
La tristezza che lo assalì in
quella prima stanza, ove attendeva di venir chiamato e che riconosceva ad onta
che non vi fosse alcun oggetto che aiutasse i suoi ricordi, non era tutta
risultato del trovare sua madre ammalata. Questa a cui egli sentiva di andare
ad assistere era una delle sventure della sua vita. Grandissima era stata
quella della morte del padre! In quei luoghi, dinanzi al villaggio e alla casa
e in quella prima stanza, dacché aveva abbandonato la ferrovia, egli si sentiva
accompagnato dal suo ricordo. La bella gioventù che gli aveva fatto passare:
quanto tranquilla, protetta! La famiglia doveva certo aver passato delle brutte
epoche ed egli nulla ne aveva saputo, né durante la prima gioventù in
villaggio, né poi in città ove il vecchio Nitti per qualche tempo aveva tentato
invano di farsi una clientela. Quanta bontà e quanta rassegnazione! Non s'era
lagnato mai il vecchio e le esperienze fatte dal padre non avevano rubato le
illusioni al figliuolo. — È giusto! — aveva detto un giorno ad Alfonso che
nelle vacanze era venuto a casa con uno splendido certificato, — la fortuna che
non ho avuto io l'avrai tu. — E Alfonso l'aveva creduto perché vedeva che i
genitori, persone vecchie e d'esperienza, lo credevano.
La madre lo aveva chiamato con un
grido in cui egli aveva riconosciuto l'emozione della gioia e la debolezza
della malattia.
Volle gettarsi fra le sue
braccia, ma, fatto un passo nella stanza, si trovò nella più profonda oscurità
e non ebbe il coraggio di avanzarsi.
Si sentì preso ruvidamente per un
braccio e tratto a sinistra. Comprese che la madre si trovava in quel letto e
da lì ella gli chiese balbettando:
— Sei tu, Alfonso?
— Stai meglio, mamma?
— Sì, sì, molto. Apri la
finestra, Giuseppina, acciocché lo vegga.
La vecchia spalancò dapprima la
finestra più lontana dal letto e nella penombra egli riconobbe il volto della
madre che gli parve poco mutato. Giaceva supina, non lo guardava e mormorava
delle parole a bassa voce. Egli fu spaventato credendola febbricitante e la
chiamò.
— Sono religiosa, — disse ella
scotendosi, — non speravo più di rivederti e ringrazio chi fece che tu
arrivassi tanto presto, — e lo attirò a sé sorridendo.
Egli conosceva questa voce e
questo modo. La gravità e la serietà tanto pronte a fondersi nella dolcezza e
nello scherzo. E ancora una volta rivide la fisonomia del padre che pensava e
parlava proprio così, mai tanto vicino a sorridere come quando il suo volto si
atteggiava a grande serietà e la sua parola risonava pateticamente commossa.
Nei lunghi anni ch'ella aveva vissuto con lui se ne era assimilato i modi.
Giuseppina aperse anche l'altra
finestra; la spalancò con un solo colpo, rumorosamente.
Neppure allora Alfonso si accorse
di quanto fosse mutata la fisonomia della madre. La baciò in fronte quasi
tranquillato:
— Hai un aspetto florido.
— Sono grassa, eh?
Senza riguardi Giuseppina
intervenne con la sua voce poco aggradevole, bassa.
— Ma sì! lo dico sempre io che ha
l'aspetto florido e che il dottore che la fa rimanere a letto è un asino.
La signora Carolina aveva
attirato Alfonso di nuovo a sé e gli passava la mano attraverso ai capelli
bruni.
— Tu sei divenuto anche più
bello, ciò che Rosina sicuramente non avrebbe creduto che fosse possibile, —
gli disse guardandolo con attenzione. — Abbiamo avuto torto di dividerci.
Adesso sarei certamente in questa stessa situazione, ma avrei passato meglio la
vita fin qui!
A quella distanza Alfonso aveva
capito che cosa desse alla madre l'aspetto tanto florido. Era gonfia, una
guancia molto più che l'altra, e su questa gonfiezza s'era riprodotta la trama
della tela grossolana e di qualche cucitura irregolare del guanciale. La sua
faccia ch'era stata ovale tendeva ora ad arrotondarsi. I capelli bianchi che
ancora le restavano facevano corona intorno ad un volto che sembrava infantile.
Ella comprese quale impressione
dolorosa la vista di quella gonfiezza gli avesse prodotta e volle attenuarla.
— Oh qui non mi duole! — e con un
dito si toccò con disprezzo la guancia. Vi produsse una cavità livida che
rimase anche quando ella ritirò il dito. Quello non era nulla, gli spiegò, e
non le dava sofferenze. Soffriva molto ai polmoni, non aveva aria a
sufficienza. Era probabile che così si morisse. Trovandovisi tanto vicina,
andava studiando il mistero della morte.
Egli cercò di provarle che
s'ingannava e avrebbe dovuto essergli facile trovandosi di fronte alla nozione
tanto imperfetta della malattia, ma non sapeva mettere tutta la sua
intelligenza a ingannarla. Ella moriva, questo era il doloroso, non ch'ella lo
sapesse. Aveva compreso che non v'era più rimedio. S'informava ancora di altri
sintomi sempre sperando di scoprire degli indizi di benignità. Invano; si
trattava proprio di un organismo che andava in isfacelo. Ella aveva sofferto
già da anni di disturbi nei quali un occhio esperto avrebbe forse riconosciuto
la malattia organica che ne era causa. Anche quando si avvide di avere qualche
poco di gonfiezze ai piedi non s'era rivolta al medico, un po' per ignoranza e
molto per riguardo e per economia. Quando finalmente s'era consultata con lui,
egli l'aveva fatta rimanere a letto; non s'era alzata più, dicendo che vi si
sentiva meglio che in piedi e che le ripugnava di vestirsi per vedersi il corpo
sfigurato a quel modo. Ora non poteva più moversi. Quello che non aveva fatto
la malattia era stato compiuto dall'inerzia e dalla mancanza d'aria pura. In
quella stanza si soffocava. Allorché per un istante erano state aperte le
finestre, era giunto fino ad Alfonso un soffio dell'aria di fuori, balsamica in
confronto a quella della stanza.
— Giacché lei c'è qui posso
ritornare in orto. Se avessero bisogno di me basta che picchino alla finestra,
— disse Giuseppina e uscì.
— È l'infermiera? — chiese
Alfonso. — E di solito ti lascia così sola come ti ho trovata poc'anzi?
La madre gli spiegò che l'aveva
presa in casa da un mese anche perché la rimpiazzasse in quei piccoli lavori ai
quali pur era d'uopo provvedere.
— Così la tolsi alla più
squallida miseria. Mi pareva tanto buona e attenta!
Egli rilevò quell'imperfetto che
accennava ad un presente in cui l'opinione su Giuseppina doveva essersi mutata,
ed era tanto evidente che attorno a sua madre regnava un'incuria e
un'indifferenza grande, sproporzionatamente alla gravità del male di cui
moriva, che, incapace di frenarsi, egli scoppiò in singhiozzi.
Ella comprese perché piangesse,
e, avendo immediatamente le lagrime agli occhi anch'essa, lo abbracciò stretto
per ringraziarlo della manifestazione d'affetto a cui doveva essere poco
abituata.
— Adesso ci sei tu e non ho
bisogno d'altri.
Per tranquillarla volle indicare
tutt'altra ragione allo scoppio del suo dolore e si lamentò che non lo si fosse
avvisato prima perché egli avrebbe portato con sé qualche bravo medico della
città il quale l'avrebbe fatta guarire prima e le avrebbe risparmiato molte
sofferenze. Ma le sue parole non riuscirono che a commoverla maggiormente.
Piangeva e il povero corpo a mezzo inanimato rimaneva immobile come inchiodato;
la sola testa si piegava sul guanciale per avvicinarsi a lui.
Spaventato della commozione in
cui l'aveva gettata, le assicurò che ben presto, con l'aiuto del medico che
voleva chiamare quel giorno stesso, sarebbe guarita. Del resto incapace di
rassegnarsi a quella situazione disperata, per quanto poco potesse ancora
sperare, voleva pregare Prarchi di venire lui a curarla.
Ma ella aveva la mente più solida
del figliuolo. Gli proibì di far venire altri medici perché ella ne aveva a
sufficienza di quello che veniva a trovarla. Voleva morire in pace, e, presa
fra le sue una mano di Alfonso, se la portò alla guancia e per poggiarvi la
testa, con sforzo immenso si gettò su un fianco. Poi pianse chetamente senza
singhiozzi, celandosi gli occhi con una mano.
Era proprio finita. Quale
miracolo avrebbe più potuto regolare quel corpo che muovendosi gli si era
rivelato informe del tutto?
Giacché salvarla non si poteva
più, egli fece dei tentativi per distrarla. Come se vi desse importanza le
chiese quali medicine le fossero state date.
— Dovrei prendere di quella, —
gli rispose ella, — ma non ne voglio perché mi fa male. Dopo presa, oltre la
difficoltà di respirare mi capitano giramenti di testa... qualche volta anche
le convulsioni.
Ella non aveva ancora liberi gli
occhi dalle lagrime che alzò il capo con vivacità e con malizia, sorridente,
gli chiese:
— Diventi presto direttore? Come
va alla banca?
Appena allora entrò il notaio e
disse anche d'essere stanco per la corsa che Alfonso gli aveva fatta fare. Il
buon uomo invece aveva la respirazione calma e sulla sua fronte increspata e
bassa non v'era traccia di sudore.
Rimproverò e acerbamente Alfonso
di aver fatto piangere la signora Carolina.
— Ella è intelligente e dovrebbe
capire che le può far male.
— Ho pianto io, non è lui che mi
ha fatto piangere, — disse la signora Carolina.
Ma Mascotti non udiva e ripeteva
le stesse frasi forse lieto di potersi mostrare zelante mentre Alfonso soffriva
al vederlo rumoreggiare senza riguardi in quella stanza come se si fosse
trovato in piazza.
Con una risoluzione di cui non
l'avrebbe ritenuta capace, per interrompere quel gridio, a voce alta la signora
Carolina dichiarò che stava benone e premette il polso della mano sinistra di
Alfonso; aveva ancora sempre sotto il suo capo la destra.
Alfonso avrebbe avuto il
desiderio di sfogarsi con Mascotti, rimproverarlo di non averlo avvertito prima
e fargli capire che non era soddisfatto del modo con cui la povera ammalata era
stata trattata, ma per il momento non poteva. Provò una certa soddisfazione
all'accorgersi che Mascotti stesso doveva sentirsi colpevole visto che cercava
di scolparsi. Senza che nessuno lo avesse interrogato sulla ragione che lo
aveva indotto a lasciar ignorare ad Alfonso la malattia della signora Carolina,
disse che gli era sembrato inutile di avvisarlo, visto ch'essa era stata sempre
in buone mani e ripeté questa frase come per far tacere qualcuno che avesse
asserito il contrario. Egli veniva a farle visita ogni giorno, ben volontieri
s'intende, e la Giuseppina ch'egli le aveva messo accanto era una buona
infermiera.
Questo, che forse era vero, parve
ad Alfonso tanto poco, che non seppe trattenersi e dinanzi alla madre lo
rimproverò: — Avrebbe dovuto prevenirmi! — e lo guardò con sdegno proprio per
fargli comprendere che aveva da fargli anche altri più gravi rimproveri.
— E la sua carriera? — chiese
Mascotti. — Io, quale suo tutore, dovevo pur aver cura che non la
interrompesse.
La signora Carolina non aveva
badato a questi discorsi:
— Adesso capisco, — e sembrava
che lungamente avesse studiato silenziosa, — adesso capisco perché hai
l'aspetto tanto mutato. Vesti tutt'altrimenti. Ti sei messo alla moda. — Rise
lieta di scoprire nel figliuolo l'apparenza da signore. Ammirò pezzo per pezzo,
dal solino rigido fino al taglio dei calzoni, e così la discussione fra
Mascotti e Alfonso venne interrotta. «Non abbandonata però,» pensò Alfonso, che
avrebbe voluto trovare qualcuno su cui vendicarsi.
Poco dopo venne il dottor
Frontini, un bel giovine vestito ricercatamente, dal volto ovale regolare ma
troppo regolare e i mustacchi folti di color bruno con qualche bagliore d'oro.
Fu cortese con l'ammalata ma, e gliene derivò un sentimento di antipatia per il
dottore, Alfonso comprese ch'ella lo temeva. Ella giurò di aver presa la
pozione due volte in quel giorno, mentre a lui aveva confessato che dalla sera
innanzi non l'aveva toccata.
Come Alfonso più tardi apprese,
il dottor Frontini era un giovine che aveva esordito in una grande città ove
però, forse per mancanza di aderenze, non aveva saputo conquistarsi una
clientela sufficiente e sbalestrato al posto miserabile di medico condotto si
credeva uno spostato e non amava i suoi clienti.
Dopo di aver dichiarato che
riscontrava qualche miglioramento nello stato dell'ammalata e raccomandato di
prendere con regolarità la medicina, si avviò per andarsene.
Alfonso gli corse dietro e lo
raggiunse in orto. Voleva sentire la sua opinione franca.
Il dottor Frontini dichiarò che
la malattia era molto ma molto grave, ma non escludeva la possibilità che il
cuore potesse riprendere la sua attività regolare; ciò accadeva di spesso.
S'era accorto dell'immensa angoscia impressa sul volto di Alfonso e aveva
aggiunto la seconda frase per compassione. Vedendo che il medico lo guardava
con attenzione, con la sua solita rapidità di percezione Alfonso comprese che
la prognosi era stata modificata per risparmiarlo. Non poté lagnarsene. Egli
conosceva quanto il medico stesso la gravità della malattia e il giudizio di
costui non poteva tranquillarlo, ma per il riguardo che il dottore gli usava
pensò di essersi ingannato sul suo conto. Certo almeno in quell'istante il
dottor Frontini s'interessava all'ammalata. Era forse un vantaggio che alla
signora Carolina derivava dalla venuta di Alfonso perché preziosa apparisce la
vita di una persona prima di tutto per il valore che altri vi pone.
Alfonso passò il resto della
giornata accanto al letto della madre. Soffriva di non poter andare nel
villaggio a salutare degli amici e rivedere qualche parte del caro nido,
soddisfare il lungo desiderio. Ma non poté allontanarsi.
Era rientrato nella stanza e la
signora Carolina aveva ben presto espresso il desiderio di dormire; gli occhi
le si chiudevano dal sonno. Egli si gettò sul letto del padre a guardarla
addormentarsi. Ma per la signora Carolina era compito più difficile di quanto
ella stessa sembrasse supporre. Precisamente quando stava per pigliare sonno,
con un sussulto violento ritornava in sé. Qualche volta il sussulto era tanto
violento ch'ella agitava le braccia come persona che perda l'equilibrio.
— Non posso! — sospirò, e già
rassegnata lo pregò che le parlasse per farle passare il sonno che non poteva
soddisfare. Pronto, egli si alzò e si sedette accanto al suo letto. Anziché
parlarle d'altro come ella avrebbe voluto, cercò di convincerla di tentare
ancora di dormire. Ella chiuse gli occhi per compiacerlo ed egli rimase fermo a
guardarla. Quando da un movimento quasi impercettibile del braccio egli
comprese ch'ella stava per destarsi col solito sussulto, incapace di rimanere
spettatore passivo, le afferrò nella sua la mano e ve la tenne stretta
solidamente. Vedendo che l'ammalata si acquietava afferrò anche l'altra mano.
Sorpreso e beato la vide addormentarsi di un sonno quieto, ristoratore, ma
anche nel sonno, se egli soltanto rallentava la stretta delle sue mani, ella
appariva subito meno sicura.
Qualche vantaggio le poteva
dunque ancora apportare e ne fu tanto lieto che per qualche tempo dimenticò il
brutto pronostico fatto dal medico e la propria disperazione. Da lungo tempo
non aveva provato una gioia così intensa e così pura! Pensò con disprezzo ai
dolori che aveva sofferto in città. Che importanza poteva loro accordare in
confronto ai sentimenti da cui era invaso accanto al letto della povera donna
moribonda? Godeva ripensando alle parole di Francesca per le quali poteva
credere che abbandonando la città tagliasse definitivamente la sua relazione
con Annetta. Ora, a quel letto, non sentiva né rimorsi né rimpianti. La sua
indifferenza dava il medesimo aspetto incolore tanto al suo amore per Annetta
quanto alla ripugnanza che aveva sentito per essa. Tutta l'avventura mancava
d'importanza, e se ne aveva, era unicamente per il fatto che casualmente era
stata dessa che lo aveva portato più presto al suo posto, presso sua madre.
Nelle lunghe ore ch'egli passò
là, inerte, ragionò anche una volta sui motivi che lo avevano indotto a
lasciare Annetta, ma come sempre il suo ragionamento non era altro che il suo
sentimento travestito. La sua ripugnanza per Annetta, egli andava dicendosi,
era spiegabile, anzi naturale. Non v'era nulla di comune fra lui e quella
donnetta ch'egli aveva potuto conoscere tanto esattamente come se gli fosse
stato dato di saperne ogni azione, ogni parola, ogni pensiero da lei avuto
dacché era nata. Quando ella parlava dimostrava più che altro il desiderio di
piacere, quando scriveva era vana, e vana e sensuale quando amava. Egli faceva
dei confronti fra lei e la povera donna di cui sosteneva il sonno. Anche in
quello stato la signora Carolina tradiva quanto avesse amato il marito e in
quale modo; tanto umilmente che ancora ne conservava, ricordo vivente, i gesti,
i modi che inconsciamente imitava, persino qualche cosa della fisonomia. Per
lui sarebbe stata una tortura di vivere accanto ad Annetta. Lo avrebbe reso
ricco e avrebbe ritenuto suo diritto di averlo a schiavo; la vanità e i sensi
che l'avevano gettata fra le sue braccia potevano farla cadere anche con altri.
— Ti sei seccato molto? — chiese
la signora Carolina aprendo gli occhi verso sera. Nel debole chiarore del
tramonto quegli occhi lucevano ridenti. Da lungo tempo non aveva dormito così
bene e, dicendolo, per gratitudine, baciò le mani che Alfonso ora poteva
ritirare.
— Chissà, forse potrò vivere
ancora! — Doveva sentirsi meglio di molto per parlare così e non occorreva di
più per dare grandi speranze ad Alfonso. La baciò lungamente sulla fronte e le
disse che avrebbero sempre passato insieme la vita che loro rimaneva;
identificava le sue alle condizioni della madre per fortificarla nelle sue
illusioni. Neppure allora ella non aveva speranze tanto grandi. Dichiarò che
non sperava più di poter correre, saltare, forse neppure uscire di casa; magari
in letto, ma voleva vivere.
Cenò con lui che stava a
guardarla estatico, meravigliato di vedersi svegliare in lei prontamente col
desiderio la capacità di vivere. Volle non vedere nella fame svegliatasi
improvvisamente nella madre che la naturale reazione di un organismo indebolito
che vuole rifarsi, mentre la fretta con cui ella ingoiava il poco cibo che le
riusciva di prendere dinotava piuttosto il vivo desiderio d'illudersi, la
fretta di usare vantaggiosamente della tregua accordatale. Ben presto con
ribrezzo volle allontanato l'apparecchio. Si stese nel letto e fu difficile
capire se fosse veramente lieta di poter dire: — Da lungo tempo non ho mangiato
tanto.
La Giuseppina annunziò la visita
del medico, ciò che scosse la signora Nitti. Meravigliata e seccata, disse
ch'era la prima volta ch'egli sentisse il bisogno di venirla a vedere due volte
in un giorno. Alfonso ridendo le chiese se volesse fargli il rimprovero che quel
giorno veniva due volte oppure che gli altri non veniva che una. Con disprezzo
ella rispose ch'egli non capiva nulla della sua malattia e che avrebbe fatto
meglio a non venire affatto.
Poi ella lo subì e non seppe o
non si curò di nascondere che la sua visita l'annoiava. Egli si dimostrava
premuroso, chiedeva notizie, dava consigli, ma non riceveva in risposta che
monosillabi, e vedeva ricevuti i suoi consigli con silenzio interrotto da
qualche esclamazione poco entusiastica:
— Sì... sì... proverò anche questo
se vuole. — Alfonso cercò di riparare alle mancanze della madre dando lui le
risposte che il medico voleva dall'ammalata, ma comprese all'aspetto pallido di
costui, al suo imbarazzo, all'interruzione improvvisa della visita, di non
essere riuscito nel suo intento. Spaventato dall'ira ch'egli credeva covasse
sotto all'affettata freddezza, gli corse dietro e con la franchezza che credeva
essere la migliore politica gli chiese se fosse adirato per il contegno della
madre. Attese con vera ansietà la risposta. Nelle vicinanze non essendoci altri
medici gli premeva di renderselo amico. Il giovine medico ebbe il torto di
esitare per un istante e poi quello maggiore ancora di dire con disprezzo,
lisciandosi affettuosamente con una mano i grossi baffi:
— Oh! questi vecchi, specialmente
quando sono ammalati, perdono la testa! — Poi nulla aggiunse e non rispose
nulla alla promessa di Alfonso che avrebbe indotto la madre a portare maggior
rispetto a chi lo meritava. Il giovine medico era offeso e aveva anche l'intenzione
di farlo sentire.
Ritornato dalla signora Carolina,
Alfonso volle convincerla che il dottor Frontini meritava di venir trattato
meglio.
— Ma sì, ma sì — rispose ella
annoiata, — lo tratterò meglio, ma poi non due volte al giorno. — E
immediatamente dimenticò il medico.
Non aveva più voglia di dormire
altro e passarono metà della notte a fare dei piani per l'avvenire. Ella doveva
venir a vivere con lui in città. Per adescarla meglio a sperare, facendole
credere nella sincerità delle sue speranze, le descrisse la vita in città
cercando anche di abbellirla. Così dovette raccontarle molta parte delle
proprie avventure e, visto che ne era la più importante, non seppe omettere
completamente tutto quanto si riferiva a quella con Annetta. Raccontò della sua
amicizia col vecchio Maller e con Macario e anche come passava le sere a
scrivere il romanzo con Annetta. Quest'Annetta che subito diede sospetto alla
signora Nitti egli disse essere brutta molto e per di più promessa sposa di un
suo cugino; non si poteva trovare meglio l'accento dell'indifferenza.
In città, in due, sarebbero
vissuti felici e comodi perché il ricavato della vendita della casa e dell'orto
li avrebbe aiutati. Non sarebbero andati dai Lanucci, gente troppo triste;
sarebbero rimasti soli perché volevano vivere allegri. Forse nessuno dei due
sinceramente sperava, ma intanto era una bella musica che ascoltavano. Le
parole non sembravano irragionevoli. Perché abbandonando quei luoghi ella non
avrebbe potuto lasciarvi la malattia?
Furono ben presto richiamati alla
triste realtà. Per un quarto d'ora alla signora Carolina riuscì di celare che
si sentiva male. Alle domande di Alfonso, il quale della sua inquietezza s'era
avvisto, ella rispondeva che stava bene quantunque agitata. Volle anche
reagire. Premeva una mano di Alfonso come se in quella stretta cercasse
sollievo e teneva chiusi gli occhi avvertendo che voleva dormire. Ma questa
resistenza durò poco e con un grido di dolore si levò a sedere.
— Non ne posso più! — mormorò
sordamente. Aveva il respiro frequente e breve. — Fin qui, — disse accennando a
un punto del petto, — l'aria non giunge più oltre. — Da questa espressione
soltanto egli comprese che cosa ella sentisse.
Come ella volle, l'aiutò ad
alzarsi dal letto e sedere su un seggiolone comodo su cui il vecchio Nitti
aveva passato parecchie ore d'ozio all'aria aperta e che ora era accanto al
letto, destinato proprio a ricettare l'ammalata nelle sue ore peggiori. La
coprì, mentre livida, coperta da un sudore freddo, ella abbandonava la testa
sullo schienale; apparentemente non vedeva ciò ch'egli andava facendo. Di tempo
in tempo dava un grido con voce alterata, o anche, con sommo sforzo, esprimeva
qualche parola con la quale si lagnava o imprecava.
Per parlargli ella non trovava
tanta voce quanto per lagnarsi. Due volte egli non comprese che cosa ella gli
chiedesse. Voleva aria, voleva ch'egli aprisse la finestra e, dopo compreso,
avendo egli esitato temendo per essa del freddo, esasperata con un'occhiata di
risentimento, ella mormorò:
— L'aprirò io.
Non lo fece perché non le riuscì
di alzarsi dal seggiolone.
Dalla finestra ch'egli aveva
spalancata, entrava ora l'aria in abbondanza. Ad onta della mortale agitazione
in cui si trovava, egli se la sentiva entrare benefica nei polmoni assetati. La
respirazione della madre continuò frettolosa e superficiale.
Egli si rammentò che avrebbe
potuto avere bisogno di Giuseppina. Corse nella stanza vicina e la trovò che
dormiva con le coperte fino al mento. La chiamò gridando, ma inutilmente, e
impaziente dovette risolversi a scuoterla per un braccio.
— Che c'è? — mormorò ella, e si
capiva che a mezzo desta lottava per continuare a dormire perché tentava di
sottrarsi alla mano che l'aveva afferrata, e si faceva piccola piccola contro
il muro.
— Mamma sta male. Si alzi e
accenda il fuoco.
— Ma se non serve! Bisogna
lasciare che passi da solo.
Senza dubbio ella era quasi del
tutto desta, ma usava della poca capacità di ragionare che così aveva acquistato,
per tentar di provargli che sarebbe stato bene di lasciarla nel suo letto.
— Si alzi! — ripeté
imperiosamente Alfonso e dovette correre via chiamato da un grido della madre.
La signora Carolina era ritornata
da sola nel letto e premeva la bocca sul guanciale. Lo pregò ora di chiudere la
finestra perché il caldo forse le avrebbe fatto bene e poco dopo gliela fece
riaprire, sempre sorpresa che da tanti tentativi non le venisse alcun sollievo.
— Ho fatto accendere il fuoco.
Vuoi un tè che forse ti calmerà?
— Sì, sì, — gridò ella con una
gioia come se le avessero proposto di star bene.
Giuseppina era ancora in letto e
di nuovo addormentata. Furibondo egli la trasse con violenza per il braccio che
pendeva penzoloni fuori del letto; era l'unica parte che avesse obbedito alla
prima chiamata. Irritata e quindi ben desta, Giuseppina si mise a gridare
ch'era una vergogna che dopo una giornata in cui aveva molto lavorato non la si
lasciasse dormire. Poi però fu spaventata.
— È matto? — chiese a mezza voce
vedendolo saltare per la stanza e gettarle raggomitolate le sue gonnelle.
— Si levi immediatamente e faccia
un tè, — le gridò furibondo, — altrimenti la getto fuori della porta.
Ella si apprestò ad alzarsi senza
mormorare più oltre.
L'affanno doloroso avuto dalla
madre era diminuito; aveva ancora la respirazione celere ma non si lamentava
più. Qualche poco di sangue era ritornato a colorirle il volto. Così supina con
le braccia inerti sembrava dormisse. Badando di non far rumore egli chiuse la
finestra. Allorché venne Giuseppina col tè, volle impedirle di andare al letto,
ma la signora Carolina la chiamò. Bevette qualche cucchiaiata di tè senz'aprire
gli occhi e Giuseppina, vedendola calma, disse agramente:
— Non era dunque tanto grave!
— Esca! — gridò Alfonso indignato
al vederla tanto indifferente.
— Perché ti adiri tanto? — chiese
la signora Carolina quando Giuseppina fu uscita. — Già non serve! Non capisce
nulla!
Ella dunque soffriva
dell'imbecillità e indifferenza del suo contorno.
Per altra mezz'ora ella non si
mosse, ma quando egli già sperava che si fosse addormentata la sentì parlare.
Era un pensare ad alta voce.
— Non dicevo niente! — rispose
all'interrogazione ch'egli le fece. Ma poi senza ch'egli altro domandasse,
soggiunse: — Pensavo quale sciocchezza sia quella di fare dei piani per
l'avvenire trovandosi nelle mie condizioni.
Cercò d'incoraggiarla e mancando
di migliori argomenti parlò della medicina prescrittale dal medico. Quella
doveva darle la salute e, visto che non l'aveva mai presa regolarmente come si
doveva, bisognava tentare. Fu il primo ad essere convinto dalle proprie parole.
Infatti il più forte dei suoi doveri, quello che gli altri avevano trascurato,
era di convincerla a seguire la cura. Se la salvezza era ancora possibile, non
poteva venire che da quella.
Le portò un cucchiaio della
pozione fin sotto le labbra quando ella non aveva ancora assentito.
Stringendosi nelle spalle ella si lasciò convincere.
Un'ora dopo stava meglio.
— Sì, sì, — disse ella per
calmare gli entusiasmi di Alfonso, — anche il mese scorso la medicina mi giovò
la prima volta che la presi, mentre poi non mi fece che male.
Egli si sdraiò vestito sul letto
del padre e si propose di non dormire. Il sonno lo vinse e non si svegliò che a
giorno chiaro.
— Come stai? — chiese alla madre
ch'era stata a guardarlo a dormire.
— Meglio, meglio! — rispose essa
con un sorriso di gratitudine, — ho preso un'altra cucchiaiata della medicina e
mi sento alquanto sollevata.
Poi gli chiese se non avesse
desiderio di vedere il villaggio e salutare i suoi vecchi amici. Lo assicurò
che per una o due ore poteva rimanere sola.
Egli raccomandò a Giuseppina, che
trovò già occupata di nuovo nell'orto, di badare alla madre ed ella glielo
promise. Le parlò con dolcezza. Già spaventata al vederlo, la contadina s'era
affrettata a raccontargli che stava raccogliendo erbaggi per il pranzo. Ella
non era una poltrona, ma preferiva lavorare la terra che servire un'ammalata, e
il torto era di chi l'aveva destinata a infermiera.
La casa stranamente volgeva uno
dei lati alla strada maestra ed era unita a questa da un viottolo costruito dal
piede dei passanti.
La campagna era ancora bianca
dalla brina che il sole autunnale non aveva saputo sciogliere. Visto da quel
punto, il villaggio sembrava molto più insignificante di quanto fosse; pareva
composto di due semplici file di case. Una curva della strada maestra
nascondeva la parte meno regolare ma più popolata. Dalla parte della valle
v'era ancora una via della lunghezza di metà della principale a cui era parallela
e poi, addossato a quella, un mucchio disordinato di casette sucide ove abitava
la parte più povera della popolazione. Nel suo piccolo, il villaggio aveva in
embrione tutte le sezioni della città.
Alfonso si agitò e accelerò il
passo vedendo alla finestra la testa nera di Rosina, il suo primo amore. Non
l'amava più, questo era certo, ma quale dolce e giocondo sentimento al
rivederla!
Era una giovinetta che serviva la
vecchia parente presso la quale abitava, ma in casa aveva tanto poco da fare
che viveva come una signorina, meglio di qualunque altra ragazza del villaggio.
Alfonso aveva ballato con lei ad una sagra e l'aveva prescelta prima di tutto
perché egli la vedeva bellissima e poi perché per cultura e vestire gli
sembrava superiore alle altre. Poi s'era sviluppata fra di loro una buona
amicizia che si manifestava in alcune parole che scambiavano giornalmente, ella
sulla finestra e lui sulla via. Qualche sera chiacchierarono insieme fermandosi
un poco più in là della casa, dunque fuori del villaggio, ma nella completa
oscurità egli non s'era arrischiato neppure di baciarle la mano. Le aveva fatto
delle lodi esagerate della sua bellezza, ma non le aveva neppure detto di
amarla. Il suo ideale non era realizzato in Rosina ed allora non aveva ancora
rinunziato a trovarlo. Non aveva dunque mai avuto l'intenzione di andare più
oltre, mentre nel villaggio si disse, e la signora Carolina lo riscrisse ad
Alfonso, che |