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-18-
Alla banca, passando il corridoio
per recarsi alla sua stanza, Alfonso provò la stessa acuta sensazione di
malessere del giorno innanzi. Non incontrò nessuno che gli dispiacesse, ma fu
lieto quando si trovò nella sua stanzuccia. Si stava molto male là dove si
poteva trovarsi d'improvviso a faccia a faccia con Maller.
Alchieri lo salutò col suo modo
brusco e sempre scherzoso. Gli raccontò che aveva letto il copialettere e che
s'era meravigliato del grande numero di sue lettere che ci aveva trovate.
— Bada di non lavorare troppo
perché danneggeresti gli altri!
Quest'osservazione soddisfece
Alfonso. Se Alchieri s'era accorto della quantità enorme di lavoro da lui
fatto, tanto più facilmente se ne sarebbe avvisto Maller che ad ogni lettera
doveva apporre la firma.
Verso le dieci, Alchieri si
preparò per andare ai funerali di Jassy. Si doleva dei cinque franchi che gli
avevano fatto sborsare:
— Almeno voglio assistere ai
funerali e stare per un'ora lontano dall'ufficio.
Ci andò come ad una festa.
Invece ad Alfonso sarebbe
dispiaciuto di dover andarci perché certamente v'interveniva anche il signor
Maller. Venne levato d'imbarazzo da Sanneo il quale gli disse che lo pregava di
rimanere lui alla banca, visto che tutti gli altri della corrispondenza, per
aver avuto più intima relazione con Jassy, desideravano di rendergli l'ultimo
omaggio. Era necessario che qualcuno rimanesse alla corrispondenza perché,
quantunque fosse probabile che il signor Maller andasse anche lui al funerale,
espressamente non lo aveva detto e poteva, rimanendo alla banca, aver bisogno
di qualche lettera o informazione. Alfonso trasalì in modo che Sanneo se ne
accorse.
— Oh! non le chiederà gran cosa!
— gli disse per tranquillarlo; — alla peggio ella avrà un poco da correre per
la banca a cercare qualche documento.
Rimanendo alla banca correva
dunque i medesimi pericoli che andando ai funerali.
Sarebbe stato pur bello che lo si
fosse sempre lasciato tanto tranquillo. Mentre di solito, per quanto la stanza
fosse appartata, vi pervenivano dal corridoio e dagli altri uffici dei rumori
spesso indistinti ma sempre, per la loro continuità, seccanti, quel giorno non
si sentiva che il passo o la voce di qualche singolo individuo e a riprese, con
lunghi intervalli. Il cortile sul quale dava la finestra della stanza era
sempre muto.
La sua solitudine non durò a
lungo. Si picchiò alla porta ed egli sorpreso e spaventato si alzò gridando di
entrare.
Era una donna, probabilmente una
sartina; sulla testa bionda aveva un velo nero e il vestito appariva alquanto
uso ma decente e portato con cura e buon gusto. Ella lo guardò attendendosi di
venir riconosciuta.
— Non mi conosce più? — e rimase
esitante accanto alla porta forse già dolente d'essere venuta in quel luogo. —
Le fui presentata dal signor White.
— Ah! la signora White! — gridò
egli sorpreso e offrendole una sedia. Adesso si rammentava della figura bionda
e pallida che aveva vista china al telaio in casa di White. Volle togliersi
dall'imbarazzo: — Mi scusi se non la riconobbi, ma ne è colpa quel velo che le
vedo per la prima volta in testa e che le muta la fisonomia.
Ella ebbe un sorriso che non era
soltanto forzato ma anche negletto; non aveva la mente rivolta a prepararlo.
Gli disse che veniva da lui perché riteneva ch'egli sapesse qualche cosa di
White suo amico. Parlava alla perfezione il dialetto.
— Non scrive a lei? — chiese
Alfonso molto sorpreso.
Egli non s'era rammentato che,
partito White, la sua donna era rimasta. Una bella figura quella della
francese. Alta, ritta, dalle forme precise; delle linee femminili su un corpo
virile.
— Le ultime lettere le ricevetti da
Marsiglia — gli disse essa arrossendo.
Completata dal suo rossore,
quella frase era una confessione, il racconto come White aveva rotto senza
riguardi quella relazione da un giorno all'altro, e questo modo faceva apparire
per molto leggeri i rapporti ch'erano esistiti fra di loro.
Egli finse di non aver compreso:
— Forse non sarà ancora giunto a
destinazione!
Sapeva bene che in quel tempo
White avrebbe potuto fare il giro del mondo.
— Oh! so che vi è giunto perché
da altra parte, da suo fratello, da Londra, mi venne annunziato. Lei non sa ove
ora si trovi?
Per il bisogno di dimostrare la
sua partecipazione, Alfonso tradì quanto aveva compreso.
— Non lo so e mi dispiace, —
disse con violenza, — perché se lo sapessi glielo direi ad onta della mia
amicizia per lui.
Prendeva con tanta risolutezza
partito per essa perché gli sembrava di trovare qualche somiglianza fra il
dolore di quella signora e quello di Lucia.
White, dall'aspetto tanto
signorile, faceva un'azione peggiore di quella di Gralli.
Gli occhi azzurri della signora
si riempirono di lagrime che però non traboccarono; senza che le avesse
rasciugate scomparirono riassorbite. Ella non fece delle confidenze, ma parlò
come se ad Alfonso avesse già raccontato tutto.
— Egli crede di soddisfare ad
ogni suo dovere verso di me assegnandomi una pensione. — Rizzò il capo con
fierezza. — Spero di guadagnare abbastanza fra qualche mese da poter fare a
meno anche di quella.
Entrò Alchieri cantando, lieto
della passeggiata fatta. Vedendo la signora si confuse e chiese scusa.
Erano finite le confidenze tanto
bene avviate.
Alfonso la trattenne ancora alla
porta per consigliarle di rivolgersi a Maller il quale doveva sapere ove White
si trovasse. La bellezza e la fierezza di quella donna facevano aumentare in
lui il desiderio di aiutarla.
Ella rispose ch'era già stata da
Maller e che le aveva dichiarato di non saperne nulla.
— Essi sono d'accordo, —
soggiunse con disprezzo. Poi, forse umiliata di aver destato la compassione che
Alfonso le dimostrava, aggiunse: — Del resto non capisco neppur io perché
cerchi di avere quest'indirizzo. Non saprei farne altro che lanciarvi qualche
insolenza, cosa inutile perché egli deve sapere che cosa gli direi se potessi.
Alfonso sarebbe rimasto più a
lungo commosso da questa strana visita se, andandosene, la signora White, come
egli si ostinava a chiamarla, non gli avesse fatto un saluto freddo, non più
che cortese e che bastava a dimostrargli quanto poco ella ci tenesse ai suoi
conforti.
Sanneo chiamò Alfonso per
ringraziarlo e per chiedergli se durante la sua assenza nulla di nuovo fosse
avvenuto.
Ritornando al suo posto,
s'imbatté per la prima volta nel signor Maller. Avrebbe potuto evitarlo perché
Maller che ritornava appena allora dal funerale lo aveva preceduto e si
dirigeva alla sua stanza, ma credette di esserne stato visto e non volle
lasciar credere di temere quest'incontro. Accelerò il passo, sorpassò Maller e
lo salutò inchinandosi; non ne fu sicuro, ma gli parve che Maller chinasse
anche lui il capo. Prima d'infilare il piccolo corridoio a sinistra, si volse e
vide che Maller stava voltandogli la schiena per entrare nella stanza. Il
principale aveva il volto intensamente rosso e Alfonso rimase in dubbio se quel
rossore era prodotto dall'agitazione per essersi imbattuto in lui o se era il
solito colore alla cui vista egli non era più abituato.
Da quest'incontro rimase agitato
tutto il giorno e dall'agitazione risultò un aumento del suo lavoro. La sua
attività stava sempre in rapporto diretto alle inquietudini che gli apportavano
le sue relazioni con Maller.
A mezzodì non osò uscire
immediatamente dall'ufficio temendo di vedere di nuovo il signor Maller che a
quell'ora andava alla borsa.
Ballina lo trattenne con le sue
chiacchiere. Alchieri aveva detto ad Alfonso che il buon umore di Ballina da
qualche tempo era diminuito. L'ex-ufficiale non aveva compreso per bene quale
mutamento fosse avvenuto nell'umore di Ballina, ma aveva sentito bene ch'era
mutato. Ballina era ancora allegro e rideva molto, ma più volontieri alle
spalle altrui e con un po' di veleno. La sua posizione non era peggiorata e non
era stato colpito da nessuna sventura, ma si diceva stanco di lottare con la
miseria.
— Quando penso quello che a dieci
anni pensavo di divenire a trentacinque e quando considero quello che sono mi
vengono i sudori freddi, — aveva detto ad Alfonso allorché questi gli aveva
chiesto notizie della sua salute. Era la sua idea fissa.
Da poco era entrato alla
corrispondenza un nuovo impiegato, certo Bravicci, un giovinetto che non sapeva
far nulla, ma ch'era stato raccomandato tanto bene che lo si era messo subito
in paga e con una paga superiore a quella di Alfonso. Andava vestito
trascuratamente e spesso sucidamente; lavorava di schiena a quel lavoro di
copiatura a cui Sanneo lo aveva relegato. Dai colleghi non era amato e Ballina
gli dedicava il suo odio speciale.
— Possiede cento o duecentomila
franchi e viene qui a togliere il pane di bocca a noi poveretti.
Alfonso non voleva crederlo.
— Infatti, — disse Ballina, —
sarebbe difficile crederlo e, se non si sapesse che tanto più denari si
posseggono tanto più imbecilli si diventa, sarebbe impossibile.
Poi dimenticando Bravicci, in uno
slancio di vecchio buon umore senza fiele, asserì che anch'egli faceva più sciocchezze
ai primi del mese, appena ricevuta la paga, che alla fine; intanto agli ultimi
del mese non spendeva che quello ch'era necessario e non più.
Il lavoro alla banca ora bastava
ad Alfonso perché fatto in misura enorme e con attenzione intensa, sempre
nuovamente stimolata da un incontro con Maller o da un saluto brusco di
Cellani. La sera usciva dalla banca esausto, tranquillo, soddisfatto del lavoro
compiuto, e anche fuori d'ufficio con la mente vi ricorreva volontieri.
Meravigliato egli stesso, si chiedeva talvolta se sulle proprie qualità non si
fosse ingannato e se quella vita non fosse precisamente la più adatta al suo
organismo. La sua antica abitudine di sognare rimaneva la medesima, da
megalomane, ma evocava fantasmi ben differenti. Quando allora sognava si
attribuiva tratti di diligenza straordinaria i quali necessariamente dovevano
venir lodati da Sanneo e dalla direzione. Dovevano essere tratti di diligenza
che salvavano la banca dalla rovina.
In seguito alla sua attività,
anche per altre ragioni, si sentiva meglio al suo posto. Se anche non come
sognava, Sanneo lo aveva lodato, ciò ch'era già molto in confronto ai modi che
il capo usava di solito con gl'impiegati per non guastarli con lodi. Ebbe per
Alfonso dei riguardi in lui del tutto inusitati. Diede ordine al piccolo
Giacomo di servirlo e di correre per lui per la banca a cercare i documenti
necessari o i copialettere di cui abbisognava. Alfonso gliene fu grato
sommamente perché odiava più che mai quelle lunghe ricerche, lavoro di cui non
restava traccia e del quale quindi la direzione nulla poteva sapere.
Senza le ire che gli avevano
apportato le ricerche inutili, la sua vita divenne anche più tranquilla.
Durante la giornata parlava poco e sempre con le solite persone. Sulla via si
sentiva a disagio e non la passava che correndo per portarsi all'ufficio o a
casa.
Si trovava, credeva, molto vicino
allo stato ideale sognato nelle sue letture, stato di rinunzia e di quiete. Non
aveva più neppure l'agitazione che gli dava lo sforzo di dover rifiutare o
rinunziare. Non gli veniva più offerto nulla; con la sua ultima rinunzia egli
s'era salvato, per sempre, credeva, da ogni bassezza a cui avrebbe potuto
trascinarlo il desiderio di godere.
Non desiderava di essere
altrimenti. All'infuori dei timori per l'avvenire e del disgusto per l'odio di
cui si sapeva l'oggetto, egli era felice, equilibrato come un vecchio.
Certamente, egli ne era consapevole, la sua pace era il risultato delle strane
vicende degli ultimi mesi le quali avevano gettato su lui come una cappa di
piombo che gl'impediva ogni divagazione; tutti i suoi pensieri erano a quelle
vicende o per ammirare la grandezza del sagrificio ch'egli aveva fatto o per
studiare come sottrarsi ai pericoli ch'egli pensava lo minacciassero. Era
sempre più quieto che negli anni di malcontento passati prima alla banca,
inquieto e ambizioso vivendo alla cieca secondo le sensazioni del momento. Ora
aveva dimenticato i sogni di grandezza e di ricchezza e poteva sognare per ore
senza che fra' suoi fantasmi apparisse una sola faccia di donna.
Sognava che la sua pace ancora
aumentasse. Sognava di rimanere come era e di dimenticare del tutto Annetta e
di venirne dimenticato da lei e dagli altri. Sognava anche di diminuire l'odio
di Maller e di vedersi accolto da lui un'altra volta come quella sera nella sua
stanza ove lo aveva chiamato per incoraggiarlo con tanta dolcezza. E Macario?
Sapeva anche costui quante ragioni avesse a odiarlo?
Non sognava miglioramento della
sua posizione alla banca. La rendita ch'egli poteva ricavare dal suo piccolo
capitale unitamente al suo emolumento doveva bastare e dai suoi principali non
attendeva altro che di esser lasciato tranquillo al suo posto.
Intorno a lui, alla banca stessa,
si lottava con un accanimento che gli faceva sentire meglio l'elevatezza della
sua posizione, lontana da quella lotta tanto accanita quanto meschina. Erano
lotte dal basso tra' fanti per i posti presso i direttori fin su a quella che
giusto allora si combatteva per il posto di fondatore e direttore della filiale
che la casa Maller stava per stabilire a Venezia.
Per il posto a Venezia lottavano
due vecchi: il dottor Ciappi e il liquidatore Rultini, ambidue persone con le
quali fino allora Alfonso poco o nulla aveva avuto da fare.
Il dottor Ciappi era da pochi anni
impiegato della banca Maller. Aveva bensì fatto regolarmente i suoi studî, ma
essendo di famiglia povera e non avendo protezioni non gli era riuscito di
procurarsi una clientela bastante per viverne, e dopo lunghi anni d'inutili
tentativi aveva accettato il posto che gli era stato offerto da Maller, di
dirigente dell'ufficio contenzioso e di avvocato della banca. Era un posto che
non gli dava l'utile che poteva sperare da quello di dirigente della casa di
Venezia.
Anche Rultini era entrato da
Maller già vecchio. Era stato messo al posto di liquidatore più per deferenza
ai suoi capelli bianchi che per la sua abilità, ma quello ch'era peggio, e
tutti lo sapevano, egli stesso si sentiva insufficiente al suo posto perché
poco rapido nel lavoro e mal pratico dei conteggi di borsa. Era la ragione
principale per cui concorreva al posto di dirigente a Venezia, perché, la nuova
filiale dovendo dipendere in tutto dalla casa madre, quel posto era bensì di
fiducia ma non di difficoltà.
I quattro vecchi della banca, Rultini,
Ciappi, Jassy e Marlucci, erano stati grandi amici, riuniti dall'età circa
eguale essendo spostati fra' giovanetti che invadevano la banca, ma
specialmente nota e ammirata era stata l'amicizia fra Rultini e Ciappi.
Rultini, linguista di prima forza, aiutava Ciappi quando l'ufficio contenzioso
aveva da redigere delle lettere che chiedevano maggior purezza o proprietà di
lingua, e in giornate di liquidazione Ciappi era spesso accanto a Rultini per
aiutarlo ad attraversare le terribili complicazioni di quella giornata. Ma al
funerale di Jassy, il più vecchio dei quattro, si osservò per la prima volta
che le due teste bianche si tenevano lontane. Il dottore (per antonomasia
Ciappi veniva chiamato così) guardava di nascosto verso Rultini in attesa di essere
avvicinato da lui; il professore invece, Rultini (per i suoi studî linguistici,
con qualche ironia, veniva detto professore), guardava altrove, duro,
impettito. Da allora non scambiarono più una sola parola, il che destò generale
sorpresa perché la questione per il posto di Venezia durava già da lungo tempo
e da principio i due vecchi avevano affettato anche maggiore amicizia che di
solito.
Ciappi raccontava che c'era stata
una disputa alla quale egli non credeva che Rultini avrebbe dato tanta
importanza; era scoppiata all'osteria per un motivo futile, una parola detta da
lui leggermente, senza malizia. Un giorno, trovandosi nella stanza di Alfonso,
provò il bisogno di parlare anche a lui delle sue relazioni con Rultini.
Alfonso comprese ch'era una mossa diplomatica astuta ma sbagliata; Ciappi lo
credeva ancora sempre amico in casa Maller e sperava conquistarsene la simpatia
e influire col suo mezzo su Maller.
— Rultini mi odia ora, ecco la
ragione per cui un semplice battibecco, quali ne abbiamo avuti insieme
parecchi, possa essere degenerato in tale modo. A lui sembra che io l'abbia
tradito, ma per amicizia a lui io non poteva mica sacrificare la maggior
fortuna a cui io possa mai aspirare. Io però volevo restare suo amico e si
poteva limitare la rivalità a quel solo punto. Egli invece perdette la testa in
modo indegno.
L'indignazione di Ciappi era
bellissima, umana, ma alla banca si diceva ch'era lui che aveva le maggiori
probabilità di vittoria, e infatti, con la sua scienza legale, doveva apparire
più idoneo al posto di dirigente che l'altro con la sua filologia, e perciò
Alfonso, pur dicendo di dargli ragione, pensava che al posto di Rultini neppur
Ciappi sarebbe stato tanto ragionevole e calmo.
Ebbe anche l'occasione di sentire
dall'altro le sue ragioni. Era andato in contabilità a cercarvi un copialettere
e s'era fermato a parlare con Miceni, mentre Rultini in un canto con Marlucci
discuteva focosamente ma a bassa voce. Miceni fece cenno ad Alfonso di tacere e
stettero ambidue ritti ma in attitudine di parlarsi, così che gli altri due
infervorati sempre più non si accorsero di essere ascoltati.
Rultini per primo alzò la voce:
— Egli sapeva che io
assolutamente avevo bisogno di quel posto perché la mia posizione qui non è
sostenibile, mentre a lui il mutamento apporta poco vantaggio. Il suo è quindi
un tradimento.
Anche Marlucci gridò per farsi
udire, ma pacatamente, da persona cui è facile vedere le cose oggettivamente.
Disse che non si poteva esigere da nessuno che rinunziasse ad una tale buona
fortuna per amicizia e ch'egli dava torto a chi per primo aveva fatto di una
rivalità d'affari un'inimicizia privata. Sarebbe stato dovere di Rultini di
fare al più presto la pace con Ciappi.
Rultini gridò ch'era disposto a
tutto, magari a rinunziare volontariamente al posto ambito, ma non a fare
questa pace. Asseriva che questo suo odio non era nato per il solo fatto della
loro rivalità in affari, ma perché all'osteria, dinanzi ad altre persone,
senz'alcun riguardo, gli aveva rimproverato un errore fatto nell'ultima
liquidazione.
— Egli è astuto! si dà l'aria
d'indifferente, ma intanto lavora quieto all'ombra, rubandomi quel poco di
considerazione di cui ancora posso godere.
Aveva sul suo volto grasso,
ancora senza rughe, una grande sorpresa dolorosa che sentendosi tanto infelice
gli venisse anche dato torto, e ad Alfonso fece compassione.
Uscito Rultini, Marlucci, con
certo risolino cattivo, si rivolse a Miceni: — Gli ho detto la mia opinione.
Avvenne l'imprevisto. Maller
accordò il posto di dirigente della filiale di Venezia a Rultini. La filiale di
Venezia non doveva occuparsi che passivamente di affari di Borsa, accettare
cioè ordini e trasmetterli alla casa madre, e forse un motivo che aveva fatto
prendere a Maller tale decisione fu precisamente il desiderio di liberarsi da
un liquidatore incapace.
Il primo annuncio che si ebbe di
tale scelta fu precisamente nel contegno dei due vecchi. Parve che avessero
scambiate le teste come per incanto. Rultini, che da tanto tempo era triste e
brusco, divenne allegro e amichevole. Sembrava che si trovasse in una festa
continua; stringeva con calore le mani che gli venivano offerte per
congratulazione e s'inquietava quando vedeva faccie tristi. Fermò un giorno
Alfonso col quale fino allora non aveva scambiato che poche parole, e gli
chiese la ragione della sua tristezza. Trasalendo Alfonso voleva pur dire
qualche cosa in risposta, ma Rultini, nella sua gioia inquieta, non ebbe il
tempo di attendere. Se ne andò gridandogli:
— Non inquietarsi mai; questa è
la massima più importante per essere felici. — In fondo, della tristezza altrui
poco gl'importava, ma lo sorprendeva: — Come? C'era ancora chi si lagnasse?
Eppure, anche all'infuori di
quella di Alfonso, alla banca esistevano altre tristezze. Soltanto cinque
giorni dopo Ciappi venne all'ufficio; per quei cinque giorni s'era dichiarato
ammalato. Il primo giorno rimase soltanto per un'oretta in ufficio e ne venne
scacciato dagli sguardi indiscreti dei colleghi, i quali sapevano che a lui
stesso la disfatta doveva aver apportato sorpresa e volevano vedere come la
sopportasse. Non senza dignità, e dopo alcuni giorni tutti dovettero
riconoscerlo. Quando si mise a lavorare, apparve non troppo triste, lavoratore
esatto come sempre. Per affari d'ufficio parlò anche con Rultini, mentre costui
prima del suo successo aveva evitato di venir a contatto con lui anche per tali
affari. Per completare la sua felicità, Rultini non desiderava che di fare la
pace col suo vecchio amico e gli gettava degli sguardi amorevoli, ma Ciappi
faceva il sordo e lo trattava con una freddezza glaciale. Anche quando era
costretto a parlargli per affari d'ufficio, non lo guardava in faccia.
— Ah! così? Adesso che mi ha
ammazzato vuole la mia amicizia?
Rultini confessò a Marlucci ch'era
pentito di aver questionato con Ciappi, ma che però in lui l'ira era stata
giustificabile, perché se Ciappi fosse stato il preferito sarebbe stata
un'ingiustizia palese. Ciappi non aveva alcun diritto di serbargli rancore.
— Che mi ceda il suo posto e la
sua paga e naturalmente anche la sua scienza acciocché io mi possa sentire
idoneo al suo posto e felice, ed io sono dispostissimo a lasciarlo andare in
vece mia a Venezia.
Anche queste espressioni vennero
riferite a Ciappi.
— Dargli la mia scienza e la mia
pratica? Se non fosse stato sempre tale un poltrone se le sarebbe conquistate
da sé. Vi garantisco io che, per quanto poco si richieda da lui a quel posto,
sarà sempre troppo, e, se Maller non sarà pronto a porvi riparo, un bel giorno
apprenderà che la sua filiale, contrariamente al suo volere, avrà fatto un atto
indipendente; sarà fallita per proprio conto.
Maller riseppe di quest'odio e lo
credette anche maggiore di quanto realmente fosse. Per prudenza fece partire
Rultini una settimana prima dell'epoca stabilita.
Rultini andò alla stazione
accompagnato trionfalmente dagl'impiegati più anziani, compresi Marlucci e
Sanneo. Marlucci disse poi ch'egli perdeva molto in Rultini, il più vecchio
amico che avesse alla banca:
— Non capisco come Ciappi abbia potuto
comportarsi in quel modo.
Alfonso, dinanzi al quale
Marlucci lasciò cadere questa frase, pensò che il toscano aveva la buona
abitudine di essere sempre del parere del più fortunato.
Lottatore accanito quel Giacomo,
il ragazzetto dalle guancie rosee per il quale Alfonso aveva sentito tanto
affetto. Il giovanetto era cresciuto, dimagrito, aveva perduto del tutto i
colori che aveva portato dal suo Friuli e il suo volto, allungandosi, aveva
preso la forma di certe ossa regolari ma grosse e solide ch'egli s'era
fabbricate.
I fanti della banca venivano
considerati quali impiegati ed erano attribuiti ai singoli dipartimenti, alla
cassa, alla liquidazione o alla corrispondenza; i loro capi immediati erano i
capi ufficio relativi. Solo nel processo di tempo, incominciando da Maller
stesso, i più alti impiegati si servirono di un fante e lo resero in parte loro
domestico, pagandolo separatamente. Ciò completava la giornata del fante
occupata solo in parte dai doveri d'ufficio.
Cellani aveva scelto il vecchio
Antonio ex furiere, e, per quanto fosse servito trascuratamente, per parecchi
anni se ne era accontentato. Fu certo per bontà che un giorno lo consigliò di
farsi aiutare da Giacomo; Antonio accettò con riconoscenza e commise il fallo
di abusare dell'aiuto offertogli. Da allora fu Giacomo che pulì la stanza di
Cellani, riponeva lui a posto nella piccola biblioteca i libri ch'erano stati
consultati durante il giorno, e spesso Antonio lasciava a Giacomo anche la cura
di portare a Cellani il tè che il procuratore prendeva due volte al giorno. Il
giovinetto comprese ben presto l'utile ch'egli poteva trarre da tale stato di
cose e fu zelantissimo al servizio di Cellani, trascurando, quando non poteva
fare altrimenti, quello della banca.
Ad onta della sua bontà, a capo
d'anno Cellani non si rammentò di Antonio che non vedeva quasi mai e diede una
rimunerazione a Giacomo. Per Antonio fu una sorpresa perché non aveva calcolato
quali dovessero essere le naturali conseguenze della sua inerzia. Non azzardò
di lagnarsi, ma volle mutare sistema in avvenire, e proibì a Giacomo di
lavorare più per Cellani. Si mise poi a tutt'uomo a sopportare da solo le
fatiche del suo impiego per averne tutti i vantaggi.
Ma era troppo tardi. Subito, il
primo giorno, Cellani si avvide del mutamento perché abituato ad essere servito
meglio. Chiamò Giacomo per sgridarlo di aver lasciato sucido il suo tavolo. Il
giovinetto venne e rapidamente disse una frase rimuginata dacché Antonio gli
aveva proibito di mettere più piede in stanza di Celani; egli aveva calcolato
tutte le conseguenze e nulla lo sorprendeva.
— Sa! non sono stato io
quest'oggi a fare la stanza, ma l'ha fatta Antonio perché l'ha voluto. Io avevo
già principato e mi ha mandato via.
Si era al due di gennaio e al
primo erano state distribuite le mancie, così che a Cellani fu facile mettere
in relazione con esse il nuovo zelo di Antonio. Comprese e ne fu commosso.
Diede del denaro ad Antonio, ma non seppe essere buono del tutto e lo pregò di
lasciar fare la sua stanza a Giacomo. La sua comodità gli era divenuta troppo
cara.
Fu per Antonio una sventura
perché con questo licenziamento diminuiva il suo emolumento senza perciò
diminuire sensibilmente il suo lavoro. Gl'impiegati della cassa, alla quale era
addetto, per riguardo a Cellani lo avevano fatto lavorare poco, mentre ora
venne di nuovo costretto a correre per la città, a riscuotere e a pagare. Di
più, sapendolo unicamente al servizio della cassa, quando agli altri uffici
occorreva un maggior numero di fanti, si chiese più di spesso al cassiere il
permesso di servirsi di Antonio.
Raccontò egli stesso la sua
sventura ad Alfonso. Sanneo faceva trasportare in corrispondenza il deposito di
carta che fino allora era stato conservato nelle stanze della contabilità e del
trasporto vennero incaricati Antonio, Santo e Giacomo. Ben presto questi due
ultimi se ne andarono perché sul corridoio aveva suonato più volte il
campanello elettrico. Non ritornarono più e Antonio sbuffò per due ore a
trascinare pacchi di carta compressa che pesavano, diceva, come piombo.
— Ella non è più al servizio del
signor Cellani? — gli chiese Alfonso.
— Come, non lo sapeva? — chiese
Antonio stupefatto che non tutti sapessero della sua disgrazia. — Ho rovesciato
una tazza di tè e il signor Cellani non me la perdonò più! — Non confessava che
aveva perduto il posto per la sua lentezza al lavoro. Poi però non volle
risparmiare a Giacomo i rimproveri che in realtà meritava: — Se non ci fosse
stato quel maledetto ragazzo che si cacciò innanzi e che mi calunniò presso il
signor Cellani, a quest'ora sarei ancora al mio posto.
Giacomo raccontò ad Alfonso con
esattezza e sincerità come tutta la faccenda fosse proceduta. Alfonso lo aveva
preso per il mento e lo guardava serio negli occhi ancora infantili.
— Ma tu hai portato via il posto
ad Antonio?
— Io? — gridò Giacomo con una
sghignazzata di persona soddisfatta, — quel poltrone non faceva nulla. È orbo e
non sa stare sulle gambe; non poteva quindi bastare al signor Cellani.
Alfonso lo lasciò, sorpreso per
quella mancanza di pietà per il vinto:
— Non gli lascerei toccare il mio
collo se in gola avessi dell'oro.
Si sentiva tranquillo e contento
di sé ora che sapeva quello che a lui mancava in confronto dei suoi simili. Non
era lui l'inferiore come per tanto tempo aveva creduto. Egli poteva giudicare
gli altri dall'alto, serenamente, perché si era trovato anche lui in quella
lotta e sapeva che cosa fosse. Provava una compassione commossa tanto per i
vinti quanto per i vincitori.
Era tanto convinto della
giustezza dei proprii sentimenti che a volte gli pareva cosa facile convincer
altri.
Una sera si trovò solo in tinello
con Lucia. Quella era veramente una poveretta che abbisognava di consolazione.
Il dolore le aveva mutato la fisonomia e le abitudini. Non avendo più
continuamente rivolto il pensiero a rattoppare e abbellire i suoi vestiti, le
misere stoffe tradivano i danni causati dal tempo i quali prima erano stati
abilmente mascherati, e sul corpo magro e poco elegante pendeva la gonna come
da un attaccapanni e la vita non arrivava mai a mostrare la forma, per quanto
magra non disgraziata. Lucia piangeva di spesso e talvolta a provocare le sue
lagrime bastava che la madre le rammentasse il suo dolore rimproverandole
d'essere triste e trascurata. Poi, di solito, vedendola piangere, prima di
commoversi con lei, la signora Lanucci la sgridava, dichiarava che Gralli non
meritava lagrime e ch'era un gobbo imbecille. Lucia stessa non faceva un
segreto della causa del suo dolore; non ne aveva mai parlato dinanzi ad
Alfonso, ma non aveva avuto il coraggio di protestare quando altri ne parlava.
Non era possibile di consolare
quella poveretta? Volle provarvisi. Le si sedette accanto e le parlò con grande
dolcezza, con l'accento della sincerità, e ben presto commosso gli parve che la
fanciulla dovesse seguirlo all'altezza a cui tentava di portarla, e che la
salita dovesse esserle resa facile dal sentimento da cui egli si sentiva
invaso.
Le parlò delle sue lunghe
osservazioni sulla vita e come avesse trovato ch'erano sciocche le nostre gioie
e sciocchi i nostri dolori. Le rammentò gl'insegnamenti che certamente i preti
e i maestri avevano dato anche a lei! La vita aveva il suo valore per
tutt'altra cosa che per quella per cui il volgo l'amava. I preti dicevano
questa verità troppo freddamente e perciò non veniva creduta, ma era vera,
profondamente vera. All'accorgersene ch'era così, le raccontò, egli aveva
provata una grande sorpresa. Non era retorica dei preti e dei maestri quella,
era verità! L'equilibrio nella nostra vita, un'esistenza laboriosa, per quanto
con scopi modesti, valeva più che tutte le felicità che potevano dare la
ricchezza e l'amore. La tranquillità della coscienza era l'elemento più
importante per la felicità. Ella non doveva credere che chi l'aveva resa
disgraziata potesse godere di una grande felicità, perché il rimorso, la
mancanza di soddisfazione di se stesso, era la massima delle sventure. Ma
questo non doveva importarle, vivesse lui felice come poteva, da ciò ella non
veniva danneggiata. Perché si vedeva disgraziata? Poteva vivere tranquilla
accanto alla madre, dimostrarle l'affetto di cui tanto abbisognava e si
lagnava? Non bastava? La semplicità dei costumi era felicità, era felicità la
bontà ed era felicità la pace. E poi niente altro.
Ella non aveva compreso perfettamente,
e certo quel poco che aveva compreso non la convinceva, ma lo ammirava
vedendolo convinto e commosso per quelle idee, e l'enorme esclusione con cui
egli aveva chiuso la sua predica la fece rimanere a bocca aperta. Per lui
invece quel discorso era stato di maggior importanza di quanto avrebbe potuto
prevedere; aveva terminato col convincersi. Giammai non era stato conscio con
tanta chiarezza dei sentimenti che da sì lungo tempo fervevano nel suo animo.
La sorpresa di sentirsi tanto lieto e tanto tranquillo gl'impedì di dolersi di
non essere giunto a migliore risultato con Lucia. Ella gli aveva gettato uno
sguardo che significava tutt'altro che rinunzia. Era pericoloso parlare con
troppo calore a quella ragazza.
Ora sapeva perché aveva rinunziato
ad Annetta. Non aveva nulla da rimproverarsi perché aveva agito secondo la
propria natura ch'egli non ancora aveva conosciuto. Era bene sapere finalmente
i moventi direttivi di quell'organismo che ogni giorno gli aveva apportato
delle sorprese. Conoscendoli egli ora poteva risparmiarsi altre deviazioni da
quella via che la natura gli aveva imposta: una via aggradevole, facile e senza
meta.
Volle essere più rassegnato nelle
posizioni false e dolorose in cui gli toccò di trovarsi ancora di spesso. Non
che riconoscesse di venir giustamente punito, ma si confortava col pensiero che
ben presto lo si sarebbe dimenticato e che da parte sua più mai non avrebbe
compromessa la propria pace.
Prarchi desiderò ch'egli vedesse
Fumigi e lo pregò di andare con lui una mattina al caffè della Stazione ove il
povero ammalato passava il suo tempo a copiare giornali. Gli fece vedere uno
scritto di Fumigi, documento prezioso ch'egli portava con sé. Era un margine
staccato da qualche giornale, riempito da segni con matita fatti con forza fino
a stracciare la carta. Alcune lettere erano in stampa e capovolte, altre fatte
in corsivo, ma la loro forma era soltanto approssimativamente giusta, mentre le
stampate erano copiate con esattezza.
Bisognò risolversi di andare a
vedere l'ammalato. Prarchi ci teneva come se la malattia fosse stata opera sua
e Fumigi una bestia educata da lui; dimostrando di apportarvi poco interesse
Alfonso temeva di offenderlo.
Quando una mattina si trovò
avviato con Prarchi verso il caffè, costui gli comunicò che probabilmente ci
avrebbero trovato anche Macario, il quale ogni giorno faceva una visita a suo
cugino. Anche quell'incontro sembrava ad Alfonso un nuovo passo verso la
quiete; fra poco avrebbe saputo che cosa dovesse attendersi da quella parte.
Disaggradevole era non trovarsi preparato a quest'incontro, e mentre Prarchi
continuava a parlargli di Fumigi, egli andava ragionando sul contegno da tenere
con Macario. Gli sarebbe stato facile dimostrargli la solita grande simpatia,
starlo a udire con tutt'attenzione quando parlava, infine congratularsi con lui
per la promissione con Annetta, a quanto ne diceva Prarchi, da pochi giorni
ufficiale. Egli non odiava Macario, e questa finzione gli sembrò non dovesse
costargli grande sforzo.
Era quello il contegno suggerito
dalle circostanze. Probabilmente Macario non sapeva nulla e il suo contegno
nulla doveva apprendergli, ma anche se Annetta, come era suo dovere, tutto gli
avesse raccontato, Macario si sarebbe guardato dal lasciarlo capire, e per
quanto avesse avuto a soffrirne avrebbe cercato d'imitare il contegno di
Alfonso di cui gli sarebbe stato grato. Ma nella breve passeggiata Alfonso
trovò il tempo di sognare che Macario, vedendolo, trascinato dall'odio, lo
affrontasse pubblicamente come nemico. Era ammissibile! Poteva aver perdonato
ad Annetta, per soddisfare al suo amore e al suo interesse, ma soffrire e non
saper vincersi alla vista di colui ch'egli riteneva essere il principale
colpevole.
Intanto Prarchi sparlava dei
Maller. Davano dei denari a Fumigi, ma questo era ben poco. Lo avevano lasciato
viaggiare in compagnia di un infermiere mentre sarebbe stato loro dovere di
farlo accompagnare da qualcuno di famiglia.
— Da quell'imbecille di Federico
per esempio.
Il fratello di Annetta era
ritornato in città da due mesi e non faceva altro che passeggiare per le vie
vestito all'ultima moda di Parigi con una giacca larga e corta e i calzoni
stretti che svelavano le forme stecchite delle sue gambe. Alfonso non lo aveva
ancora visto.
Attraversarono la prima stanza del
caffè, un bel locale ma con le tappezzerie ordinarie in colori vivaci non
ancora abbrunati dal tempo. Per una piccola porta mascherata da una tenda verde
entrarono nell'altra stanza oblunga che bastava al bigliardo e al posto per
giuocarvi.
Non v'era che Fumigi seduto
accanto ad una finestra e leggendo un giornale con tale attenzione che non
s'accorse dei nuovi venuti. Soltanto allorché Prarchi gli toccò la spalla egli
si volse senza fretta e esaminò a lungo prima Prarchi e poi Alfonso con un
sorriso da ebete soltanto perché continuo e senza causa, mentre del resto era
il sorriso solito di Fumigi alquanto inerte e pallido. Il volto era più scarno,
ma la figurina, almeno vista seduta, sembrava non aver perduto nulla della sua
dirittezza. Masticava e Alfonso credette che avesse qualche cosa in bocca; li
guardava e parve volesse parlare, ma poi dimenticò la loro presenza e volle
rimettersi a leggere con premura convulsa.
— Signor Fumigi! — disse Prarchi
ad alta voce e scotendolo, — non riconosce questo signore?
Fumigi guardò a lungo Alfonso e
dava ad ogni tratto un piccolo grido di sorpresa credendo di riconoscerlo; poi
si ricredeva. Si risolse:
— Come sta?
Era evidente che rinunziava a
riconoscerlo; aveva perduto la memoria e non la cortesia.
— Bene, grazie, e lei? — chiese
Alfonso commosso.
— Bene... bene.
Poi masticò delle parole che non
si comprendevano accennando al giornale; voleva raccontare quello che aveva
letto. Quantunque i due giovani non facessero motto, Fumigi comprese che non lo
si capiva. Ripeté gridando una frase, poi l'abbreviò per poter dare maggior
cura alla pronunzia. Infine rinunziò al suo pensiero e si accontentò di dire un
nome scandendone le sillabe. Era il nome di un uomo politico che mesi prima
aveva fatto parlare molto di sé. Ripiombò nella sua lettura dopo di aver
esitato un istante e guardato i suoi interlocutori con quello sguardo di
domanda che ha il cane per il padrone che gli proibisca di toccare un pezzo di
carne.
— Ed è sempre così, mai violento?
— chiese Alfonso a bassa voce.
— Può parlare ad alta voce, — gli
rispose Prarchi, e lo fece avvicinare.
Leggendo, Fumigi declamava
fermandosi con compiacenza a certe parole dal suono più forte. Poi parve
adirarsi, gridò, masticando le sillabe e ripetendole.
Alfonso capitò fra la luce e il
giornale e l'ammalato alzò il capo dopo un istante di sorpresa al vedere
quell'ombra proiettarsi sulla carta; quando l'ombra scomparve si acquietò di
nuovo al suo lavoro.
Era entrato qualcuno nella stanza
e prima di udirne la voce Alfonso sentì ch'era Macario. Nell'imbarazzo volle
ritardare tale incontro e si mise a guardare Fumigi con attenzione intensa
fingendo di non essersi accorto di Macario neppure quando lo udì salutare
Prarchi.
Si avvicinavano a Fumigi e quindi
a lui.
— Come va? — chiese Macario battendo
la spalla all'ebete.
Era tanto disinvolto che
realmente non doveva aver veduto Alfonso. Quando lo vide non si commosse di
più, rimase impassibile; gli fece un saluto indifferente come se non si fossero
divisi che da pochi giorni soltanto. Alfonso aveva fatto bene a non dire a
Prarchi che dopo il suo ritorno egli vedeva Macario per la prima volta, perché
Prarchi altrimenti si sarebbe sorpreso del contegno di Macario.
— Le mie congratulazioni. —
mormorò Alfonso porgendogli la mano che da Macario venne stretta con un inchino
cortese ma di certo non amichevole.
Poi non si dissero altro.
Prarchi aveva dato a Fumigi della
carta e una matita, e, quantunque non l'avesse chiesta, Fumigi non appena ricevutala
si mise a scrivere con l'accuratezza con cui si dipinge.
— Vieni? — chiese Macario a
Prarchi. — Avrei da dirti qualche cosa.
— E lei? — chiese Prarchi ad
Alfonso non invitandolo espressamente perché Macario con sufficiente chiarezza
aveva espresso il desiderio di restare a quattr'occhi con lui.
— Ho da andare a fare una visita
qui accanto, — e uscì dopo aver stretto la mano a Prarchi ma non a Macario
quantunque gli parve che costui gliel'avesse tesa con movimento macchinale.
Era irritato. Dopo averlo subito,
il contegno di Macario gli parve avviliente e ingiusto perché ad ogni modo
avrebbe dovuto essere differente; più freddo ancora se Annetta tutto gli avesse
raccontato, altrimenti amichevole come di solito. Egli s'era atteso a collere
violente oppure a indifferenza glaciale, ma mai a disprezzo. Macario lo
trattava circa circa come Annetta da principio, quale il piccolo impiegatuccio
della banca Maller e C. e Alfonso s'era preparato per rassegnarsi a
persecuzioni ma non a disprezzi. Poteva rassegnarsi a venir considerato quale
un nemico pericoloso, quale un individuo malvagio e temibile, ma non quale una
persona che si può ignorare.
Dovette ben presto ridere di sé
vedendo evidente il contrasto fra' suoi propositi e il suo modo di sentire. Gli
premeva dunque ancora tanto dell'amicizia di Macario da addolorarsi a quel modo
per averla perduta? Avrebbe dovuto gioire di quella freddezza calma. Era da
supporsi che Annetta avesse raccontato al suo promesso sposo una parte
dell'avvenuto, precisamente tanto da poter pigliarne pretesto ad allontanare
Alfonso per sempre da casa sua, e la freddezza di Macario non era altro che
l'affettazione signorile verso inferiori, accresciuta dall'antipatia portata
ragionevolmente a persona che, quantunque con esito negativo, aveva tentato di
conquistare l'amore di Annetta e gli aveva forse fatto passare qualche |