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Una sera egli doveva trovarsi con
lei alle venti precise, ma mezz'ora prima, il Balli mandò ad avvisarlo che lo
attendeva al Chiozza, giusto a quell'ora, per fargli delle comunicazioni
importantissime. Egli s'era già schermito da altri simili inviti che avevano
soltanto lo scopo di strapparlo qualche volta ad Angiolina, ma quel giorno
colse il pretesto di rimandare l'appuntamento per penetrare nella casa della
fanciulla. Avrebbe studiata quella persona già tanto importante nella sua vita,
nelle cose e nelle persone che l'attorniavano. Già cieco, egli conservava
tuttavia il contegno delle persone che vedono bene.
La casa d'Angiolina era situata a
pochi metri fuori della via Fabio Severo. Grande e alta, in mezzo alla
campagna, aveva tutto l'aspetto di una caserma. La portineria era chiusa ed
Emilio, invero con un po' d'esitazione non sapendo come sarebbe stato accolto,
salì al secondo piano. - Non è certo l'aspetto della ricchezza, - mormorò per
registrare i suoi rilievi a viva voce. La scala doveva essere stata fatta molto
in fretta, le pietre mal squadrate, la ringhiera di ferro grezzo, i muri
bianchi di calce, niente di sudicio ma tutto povero.
Venne ad aprirgli una ragazzina,
decenne forse, con un ragnatelo di vestito goffo e lungo, bionda come
Angiolina, ma gli occhi smorti, la faccia giallastra, anemica. Non parve per nulla
sorpresa al vedere un volto nuovo; soltanto sollevò e fermò con la mano al
petto i lembi del giacchettino privo di bottoni. - Buon giorno! Ella desidera?
- Aveva una cortesia cerimoniosa fuori di posto nella personcina puerile.
- C'è la signorina Angiolina?
- Angiolina! - chiamò una donna
che nel frattempo s'era avanzata dal fondo del corridoio. - Un signore domanda
di te. - Quella probabilmente era la dolce madre cui Angiolina aveva anelato di
ritornare allorché era stata abbandonata dal Merighi. La vecchia vestiva da
serva, in colori vivaci per quanto un po' stinti, il grande grembiale turchino,
e turchino il fazzoletto che portava in testa alla friulana. Del resto il volto
conservava qualche traccia di bellezza passata; anzi il profilo ricordava quello
d'Angiolina, ma la faccia ossuta e immobile con degli occhietti neri pieni
d'inquietudine aveva qualche cosa della bestia attenta per sfuggire alle
legnate. - Angiolina! chiamò ancora una volta. - Viene subito - avvertì con
grande cortesia. Poi, senza guardarlo mai in faccia, disse più volte: -
S'accomodi intanto. - La sua voce nasale non sapeva essere gradevole. Ella
esitava come un balbuziente al principio di un discorso; poi tutta la frase le
usciva di bocca ininterrotta, un solo soffio privo di qualunque calore.
Ma, dall'altra parte del
corridoio, correndo, venne Angiolina. Era già vestita per uscire. Vedendolo si
mise a ridere, e lo salutò cordialmente: - Oh, signor Brentani. Che bella
sorpresa! - Presentò disinvolta: - Mia madre, mia sorella.
Era proprio quella la dolce madre
cui però Emilio, lieto d'essere stato accolto così bene, porse la mano, mentre
la vecchia, non essendosi attesa tanta degnazione, diede la propria con un po'
di ritardo; non aveva capito che cosa egli volesse e quegli occhi inquieti di
volpe l'avevano fissato per un istante con un'immediata, evidente diffidenza.
La ragazzina, dopo la madre, gli porse anch'essa la mano tenendo la sinistra
sempre al petto. Ottenuto quell'onore disse con calma: - Grazie.
- S'accomodi qui - disse
Angiolina; corse ad una porta in fondo al corridoio e la aperse. Beato, il
Brentani si trovò solo con Angiolina; perché la vecchia e la ragazzina, fatto
un ultimo complimento, erano rimaste fuori della porta. E, chiusa quella porta,
egli dimenticò tutti i suoi propositi d'osservatore. L'attirò a sé.
- No - pregò essa - qui accanto
dorme mio padre ch'è indisposto.
- So baciare senza far rumore, -
dichiarò lui e le premette lungamente le labbra sulla bocca mentre essa
continuava a protestare, ne risultò così un bacio frazionato in mille, adagiato
in un alito tiepido.
Stanca, ella si svincolò e corse
ad aprire la porta. - Ora s'accomodi qui e sia saggio perché dalla cucina ci
vedono. - Sempre ancora rideva ed egli, poi, la rammentò spesso così lieta
d'avergli giuocato quel tiro da bambina maliziosa che fa dispetti a chi la ama.
Sulle tempie i capelli le erano stati arruffati dal suo braccio, ch'egli, come
sempre, aveva posto intorno alla bionda testa; con l'occhio egli accarezzò le
tracce della propria carezza.
Appena più tardi vide la stanza
in cui si trovavano. La tappezzeria non era troppo nuova, ma i mobili, date
quelle scale, quel corridoio e i vestiti della madre e della sorella,
sorprendentemente ricchi, tutti dello stesso legno, noce, il letto coperto di
un drappo con larga frangia, in un canto un vaso enorme con alti fiori
artificiali e di sopra, sulla parete, aggruppate con grande accuratezza, molte
fotografie. Del lusso insomma.
Egli guardò le fotografie. Un
vecchio che s'era fatto fotografare in posa di grand'uomo, appoggiato a un
fascio di carte. Emilio sorrise. - Il mio santolo - presentò Angiolina. Un
giovanotto vestito bene ma come un operaio in festa, una faccia energica, uno
sguardo ardito. - Il santolo di mia sorella, - disse Angiolina, - e questo è il
santolo del più giovane dei miei fratelli, - e fece vedere il ritratto di un
altro giovanotto più mite e più fine dell'altro.
- Ce ne sono degli altri? -
domandò Emilio, ma lo scherzo gli morì sulle labbra perché tra le fotografie ne
aveva scoperte due unite, di uomini ch'egli conosceva: Leardi e Sorniani! Il
Sorniani, giallo anche in fotografia, lo sguardo torvo , pareva continuasse
anche di là a dir male d'Angiolina. La fotografia del Leardi era la più bella:
la macchina aveva fatto questa volta il proprio dovere riproducendo tutte le
gradazioni del chiaroscuro, e il bel Leardi pareva ritratto a colori. Stava là,
disinvolto, non appoggiato a tavoli, libere le mani inguantate, proprio in atto
di presentarsi in un salotto ove forse lo attendeva una donna sola. Guardava
Emilio con una cert'aria di protezione, naturale alla sua bella faccia
d'adolescente, ed Emilio dovette torcere lo sguardo, pieno di rancore e
d'invidia.
Angiolina non comprese subito
perché la fronte di Emilio si fosse tanto oscurata. Per la prima volta,
brutalmente, egli tradì la sua gelosia: - Non mi piace mica di trovare tanti
uomini in questa stanza da letto. - Poi, vedendo ch'ella si sentiva tanto
innocente da essere stupefatta del rimprovero, addolcì la frase: - E quello che
io ti diceva sere or sono; non è bello di vederti circondata da cotesti figuri
e può danneggiarti. Già il fatto che li conosci è compromettente.
Improvvisamente ella ebbe dipinta
sulla faccia una grande ilarità, e dichiarò ch'era ben lieta di vederlo geloso.
- Geloso di questa gente! - disse poi rifacendosi seria e con aria di
rimprovero, - ma quale stima hai dunque di me? - Ma quando egli stava già per
chetarsi, ella commise un errore. - A te, vedi, darò non una ma due delle mie
fotografie - e corse all'armadio a prenderle. Dunque tutti gli altri
possedevano una fotografia di Angiolina; ella glielo aveva raccontato, però con
un'ingenuità tale che egli non osò di fargliene un rimprovero. Ma venne ancora
di peggio.
Costringendosi ad un sorriso,
egli guardava le due fotografie ch'ella gli aveva consegnate con un inchino
scherzoso. Una, in profilo, era fatta da uno dei migliori fotografi della
città; l'altra era un'istantanea bellissima ma più per il vestito elegante,
trinato, ch'ella aveva portato la prima volta in cui egli le aveva parlato, che
per la faccia sfigurata dallo sforzo di tener aperti gli occhi ai raggi del
sole. - Chi ha fatto questa poi? - domandò Emilio. - Il Leardi forse? - Egli
ricordava d'aver visto il Leardi sulla via, con una macchina fotografica sotto
il braccio.
- Ma no! - disse essa. - Geloso!
Me l'ha fatta un uomo serio, sposato: il pittore Datti.
Sposato sì, ma serio? - Non
geloso, - disse il Brentani, con voce profonda, - triste, molto triste. - Ed
ora vide fra le fotografie anche quella del Datti, il grande barbone rosso,
ritratto con predilezione da tutti i pittori della città e, vedendolo, Emilio
ebbe un dolore acuto al ricordare una sua frase « Le donne con cui ho a fare,
non sono degne di costituire un torto a mia moglie ».
Egli non aveva più bisogno di
cercare dei documenti, gli cascavano addosso, l'opprimevano, ed Angiolina,
maldestra faceva del suo meglio per illustrarli, metterli in rilievo. Umiliata
e offesa, mormorò: - Merighi m'ha fatto conoscere tutta questa gente. - Ella
mentiva perché non era credibile che il Merighi, un commerciante laborioso,
avesse conosciuto quei giovinastri e quegli artisti o, pur conoscendoli, fosse
andato a sceglierli per presentarli alla sua sposa
Egli la guardò a lungo con uno
sguardo inquisitore come se fosse stata la prima volta che la vedesse ed ella
comprese la serietà di quell'occhiata; un po' pallida guardava in terra e
attendeva. Ma subito il Brentani ricordò quanto poco egli avesse il diritto di
essere geloso. - No! né umiliarla né farla soffrire mai! - Dolcemente, per
dimostrarle ch'egli l'amava ancora sempre, - egli sentiva che le aveva già
manifestato un sentimento molto differente, - volle baciarla.
Subito ella apparve rabbonita ma
s'allontanò e lo scongiurò non la baciasse più. Egli si sorprese ch'ella
rifiutasse un bacio tanto significante e finì coll'adirarsene più che per
quanto era successo prima. - Ho già tanti peccati sulla coscienza - disse ella
seria, seria, - che oggi mi sarà ben difficile di ottenere l'assoluzione. Per
colpa tua mi presento al confessore con l'animo mal preparato.
In Emilio rinacque la speranza.
Oh, la dolce cosa ch'era la religione. Di casa sua e dal cuore d'Amalia egli
l'aveva scacciata, - era stata l'opera più importante della sua vita, - ma
ritrovandola presso Angiolina, la salutò con gioia ineffabile. Accanto alla
religione delle donne oneste, gli uomini sul muro parvero meno aggressivi e,
andandosene, egli baciò con rispetto la mano ad Angiolina che accettò l'omaggio
come un tributo alla sua virtù. Tutti i documenti raccolti erano inceneriti
alla fiamma di un cero sacro.
Perciò, l'unica conseguenza della
sua visita fu che egli aveva trovata la via a quella casa. Prese l'abitudine di
portarle la mattina i dolci pel caffè. Era una gran bell'ora anche quella. Si
stringeva al seno il magnifico corpo uscito allora dal letto, e ne sentiva il
tepore, che passava il leggero vestito da mattina e gli dava il sentimento di
un contatto immediato con la nudità. L'incanto della religione era presto
svanito perché quella di Angiolina non era tale da proteggere o difendere chi
non fosse difeso altrimenti, ma pure ad Emilio i sospetti non vennero mai così
fieri come la prima volta. In quella stanza egli non aveva il tempo di
guardarsi d'intorno.
Angiolina tentò di simulare
quella religione che le aveva giovato tanto una volta, ma non le riuscì e
presto ne rise spudoratamente. Quando ne aveva assai dei suoi baci, lo
respingeva dicendogli: Ite missa est, insudiciando un'idea mistica ch'Emilio
serio, serio, aveva espressa più volte al momento di separarsi. Domandava un
Deo gratias quando chiedeva un piccolo favore, gridava mea maxima culpa quando
egli diventava troppo esigente, libera nos Domine quando non voleva sentir
parlare di qualche cosa.
Eppure egli aveva una
soddisfazione completa dal possesso incompleto di quella donna, e tentò di
procedere oltre solo per diffidenza, per timore di venir deriso da tutti quegli
uomini che lo guardavano. Ella si difese energicamente: i suoi fratelli
l'avrebbero ammazzata. Pianse una volta in cui egli fu più aggressivo. Non le
voleva bene se voleva renderla infelice. Allora egli rinunziò a quelle
aggressioni, racchetato, lieto. Ella non era appartenuta a nessuno ed egli
poteva essere certo di non venir deriso.
Però ella gli promise formalmente
che sarebbe stata sua quando si fosse potuta dare senza espor lui a fastidi né
se stessa a danni. Ne parlava come della cosa più naturale di questo mondo.
Anzi ebbe una trovata: bisognava cercare un terzo su cui scaricare questo
disturbo, questo danno e non poche beffe. Egli stava ad ascoltare estatico
queste che non gli parevano altro che dichiarazioni d'amore. C'era poca
speranza di trovare quel terzo come lo voleva Angiolina, ma dopo queste parole
egli credeva di poter adagiarsi tranquillo nel proprio sentimento. Ella era in
verità come egli l'aveva voluta, e gli dava l'amore senza legami, senza
pericolo.
Certo, per il momento tutta la
sua vita apparteneva a quelamore; non sapeva pensare altro, non sapeva
lavorare, neppure adempiere per bene ai suoi doveri d'ufficio. Ma tanto meglio.
Per qualche tempo la sua vita assumeva tutta un aspetto nuovo, e in seguito
sarebbe stato altrettanto divertente di ritornare alla calma di prima. Amante
delle immagini, egli vedeva la propria vita quale una via diritta, uniforme, traverso
una quieta valle; dal punto in cui egli aveva avvicinata Angiolina la strada si
torceva, deviava per un paese vario d'alberi, di fiori, di colli. Era un
piccolo tratto e si ridiscendeva poi a valle, alla facile via piana e sicura,
resa meno tediosa dal ricordo di quell'intervallo incantevole, colorito,
fors'anche faticoso.
Un giorno ella lo avvisò che
doveva andare a lavorare presso una famiglia di conoscenti, certi Deluigi. La
signora Deluigi era una buona donna; aveva una figlia ch'era amica d'Angiolina,
un vecchio marito, e in casa non c'erano giovanotti; tutti volevano un gran
bene ad Angiolina in quella casa. - Ci vado molto volentieri, perché là passo
le giornate meglio che non in casa mia. - Emilio non ebbe niente da ridirci, e
si rassegnò anche a vederla, di sera, meno spesso. Ella ritornava tardi dal
lavoro e non valeva più la pena di trovarsi.
Perciò egli ebbe ora delle sere
che poté dedicare all'amico e alla sorella. Ancora sempre egli tentava
d'ingannarli - come ingannava se stesso - sull'importanza della sua avventura,
ed era persino capace di voler far credere al Balli d'essere lieto che
Angiolina qualche sera fosse occupata per non averla, dopo tutto, vicina ogni
giorno. Il Balli lo faceva arrossire guardandolo con occhio scrutatore, ed Emilio,
non sapendo dove celare la sua passione, derideva Angiolina, riferiva certe
osservazioni esatte che andava facendo su lei e che veramente non attenuavano
affatto la sua tenerezza. Ne rideva con sufficiente disinvoltura, ma il Balli,
che lo conosceva e che nelle sue parole sentiva un suono falso, lo lasciava
ridere solo.
Ella toscaneggiava con
affettazione e ne risultava un accento piuttosto inglese che toscano. - Prima o
poi - diceva Emilio, - le leverò tale difetto che m'infastidisce. - Ella portava
la testina eternamente inclinata sulla spalla destra. - Segno di vanità,
secondo il Gall - osservava Emilio, e con la serietà di uno scienziato che fa
degli esperimenti, aggiungeva: - Chissà che le osservazioni del Gall non sieno
meno errate di quanto generalmente si creda? - Era golosa, amava di mangiare
molto e bene; poveretto colui che se la sarebbe addossata! Qui poi mentiva
sfacciatamente perché egli amava altrettanto di vederla mangiare che di vederla
ridere. Derideva tutte le debolezze ch'egli specialmente amava in lei. S'era
molto commosso un giorno in cui Angiolina, parlando d'una donna molto brutta e
molto ricca, era uscita nell'esclamazione: - Ricca? Allora non brutta. - Ci
teneva tanto alla bellezza e l'abbassava dinanzi a quell'altra potenza. - Donna
volgare - rideva ora col Balli.
Così, fra il suo modo di parlare
col Balli e quello da lui usato con Angiolina, nel Brentani s'erano andati
formando addirittura due individui che vivevano tranquilli l'uno accanto
all'altro, e ch'egli non si curava di mettere d'accordo. In fondo egli non
mentiva né al Balli né ad Angiolina. Non confessando il proprio amore a parole,
si sentiva sicuro come lo struzzo che crede d'eludere il cacciatore non
guardandolo. Quando invece si trovava con Angiolina, egli si abbandonava tutto
al proprio sentimento. Perché avrebbe dovuto diminuirne la forza e la gioia con
una resistenza che non aveva alcuna ragione d'essere dove non c era alcun
pericolo? Egli amava, non solo desiderava! Sentiva muoversi nell'animo anche
qualche cosa che somigliava a un affetto paterno, al vederla così inerme come
per loro stessa natura certi disgraziati animali. La mancanza d'intelligenza
era una debolezza di più, che chiedeva carezze e protezione.
S'incontrarono al Campo Marzio
proprio allorché ella, adirata di non averlo trovato al posto, stava per
andarsene. Era la prima volta ch'egli l'avesse fatta attendere, ma con
l'orologio alla mano egli le provò di non aver tardato. Raddolcita l'ira, ella
confessò che quella sera aveva avuto una speciale premura di vederlo, per cui
era stata dessa ad anticipare; aveva da raccontargli delle cose tanto strane
che le accadevano. Si appese affettuosamente al suo braccio: - Ho pianto tanto
ieri - e si asciugò le lagrime che nell'oscurità egli non poté vedere. Non
volle dirgli niente finché non fossero giunti sulla terrazza, e vi salirono a
braccetto pel lungo viale oscuro. Egli non aveva alcuna premura d'arrivarci. La
notizia che aveva da sentire non poteva essere cattiva visto che Angiolina ne
veniva resa più affettuosa. Si fermò più volte per baciarla sulla veletta.
La fece sedere sul muricciolo, si
appoggiò lievemente con un braccio sulle sue ginocchia e, per difenderla dalla
pioggerella penetrante che continuava a cadere da parecchie ore, la coperse col
proprio ombrello.
- Sono fidanzata - disse essa,
nella voce un tentativo di nota sentimentale, rotta subito da una grande voglia
di ridere.
- Fidanzata! - mormorò Emilio per
un istante incredulo tanto che subito si rivolse a indagare la ragione per cui ella
gli diceva quella bugia. La guardò in faccia e, ad onta dell'oscurità, vide
nell'atteggiamento la sentimentalità che dalla voce era scomparsa. Doveva
essere vero. A quale scopo gli avrebbe raccontato una bugia? Avevano dunque
trovato il terzo di cui abbisognavano! - Sarai contento ora? - domandò ella
carezzevole.
Ella era ben lontana dal
sospettare quello che avveniva nell'anima sua ed egli, per pudore, non disse le
parole che gli bruciavano le labbra. Ma come avrebbe potuto simulare la gioia
cui ella s'attendeva! Era stato tanto violento il suo dolore che gli era
occorso di sentirsi ricordare da lei che altre volte egli aveva amato di udirla
parlare di quel progetto. Ma quel progetto in bocca d'Angiolina gli era
sembrato una carezza. Di più egli si era baloccato con quel piano, ne aveva
sognata l'attualizzazione e la conseguente felicità. Ma quanti piani non erano
passati per il suo cervello senza lasciar traccia? Aveva sognato in sua vita
persino il furto, l'omicidio e lo stupro. Del delinquente aveva sentito il
coraggio e la forza e la perversità, e dei delitti aveva sognati i risultati,
l'impunità prima di tutto. Ma poi, soddisfatto del sogno, egli aveva ritrovati
immutati gli oggetti che aveva voluto distruggere, e s'era chetato, la
coscienza tranquilla. Aveva commesso il delitto ma non v'era danno. Ora invece
il sogno s'era fatto realtà ed egli, che pur l'aveva voluto, se ne sorprendeva,
non ravvisava il suo sogno perché prima aveva avuto tutt'altro aspetto.
- E non mi domandi chi sia lo
sposo?
Con improvvisa risoluzione egli
si rizzò:
- Lo ami tu?
- Come puoi farmi una simile
domanda! - esclamò ella veramente stupefatta. Per unica risposta baciò la mano
con la quale egli teneva alto l'ombrello.
- Allora non sposarlo! - impose
lui. Spiegò le proprie parole a se stesso. Egli la possedeva già; non la
desiderava più. Perché per possederla altrimenti avrebbe dovuto concederla ad
altri? Vedendola sempre più sorpresa, cercò di convincerla: - Con un uomo che
non ami, non potresti essere felice.
Ma ella non conosceva le sue
esitazioni. Per la prima volta si lagnò della propria famiglia. I fratelli non
lavoravano, il padre era malato; come si faceva ad andare avanti? E non era
lieta casa sua, ch'egli aveva vista alla luce del sole quando non c'erano gli
uomini. Non appena venuti si bisticciavano fra di loro e con la madre e le
sorelle. Certo, il sarto Volpini, quarantenne, non era il marito che s'era
augurato, ma era a modo, buono, dolce, ed ella, col tempo, forse gli avrebbe
voluto bene. Di meglio non avrebbe potuto trovare: - Tu, certo, mi vuoi bene,
nevvero? Eppure non ammetti la possibilità di sposarmi. - Egli si commosse al
sentirla parlare senz'alcun risentimento del suo egoismo.
Infatti. Forse ella faceva un
buon affare. Con la consueta debolezza, non potendo convincere lei, per andare
d'accordo egli procurò di convincere se stesso.
Ella raccontò. Aveva conosciuto
il Volpini dalla signora Deluigi. Era un omino. - Mi arriva qui, - e accennò
ridendo alla spalla. - Uomo allegro. Dice d'essere piccolo ma pieno di un
grande amore. - Forse sospettando - oh, quale torto gli faceva, - ch'Emilio
potesse venir morso dalla gelosia, s'affrettò ad aggiungere: - Brutto assai. Ha
la faccia piena di peli del colore della paglia secca. La barba gli arriva agli
occhi, anzi agli occhiali. - La sartoria del Volpini si trovava a Fiume, ma
egli aveva detto che, dopo il matrimonio, le avrebbe permesso di venir a
passare ogni settimana un giorno a Trieste e intanto, poiché la maggior parte
del tempo egli era assente, essi avrebbero potuto continuare a vedersi
tranquillamente.
- Saremo però molto prudenti -
pregò lui. - Molto, molto prudenti! - ripeté. Se quella era una fortuna per
lei, non sarebbe stato meglio di rinunciare addirittura a vedersi, per non
comprometterla? Per tranquillare la propria coscienza inquieta, egli sarebbe
stato capace di qualunque sacrificio. Prese una mano d'Angiolina, vi appoggiò
la fronte e in quella posa d'adoratore disse tutto il suo pensiero: - Per non
farti del male saprei rinunziare a te.
Forse essa comprese: non fece più
allusioni al tradimento ch'essi avevano concertato e, per questo solo fatto, fu
quella la serata in cui si fossero amati più dolcemente. Per un momento, per
una sola volta, apparì portata all'altezza del sentimento d'Emilio. Non ebbe nessuna
nota stonata; non gli disse neppure d'amarlo. Egli andava accarezzando il
proprio dolore. La donna ch'egli amava non era soltanto dolce e inerme; era
perduta. Si vendeva da una parte, si donava dall'altra. Oh, egli non poteva
dimenticare la voglia di ridere ch'ella aveva manifestata al principio del loro
colloquio. Se faceva a quel modo il passo più importante della sua vita, come
si sarebbe comportata accanto ad un uomo che non amava?
Era perduta! Abbracciatala
stretta stretta col braccio sinistro, poggiò il capo nel suo grembo e, pieno di
compassione più che di amore, mormorò: - Poveretta! - Restarono così
lungamente; poi ella si chinò su lui e, certo con l'intenzione ch'egli non se
ne accorgesse, leggermente lo baciò sui capelli. Fu l'atto più gentile ch'ella
avesse avuto durante la loro relazione.
Poi tutto divenne brusco,
orribile. La pioggerella monotona, triste, che aveva accompagnato il dolore
d'Emilio con una nota mite che gli era sembrata ora compianto ed ora
indifferenza, si mutò improvvisamente in uno scroscio violento. Un soffio di
vento freddo, dal mare, aveva sconvolta l'atmosfera pregna di acqua e venne ora
a scuoterli, a toglierli dal sogno che un istante felice aveva loro concesso.
Ella fu presa da una grande paura di bagnarsi il vestito, e si mise a correre
dopo di aver rifiutato il braccio di Emilio; aveva bisogno di ambe le mani per
tener l'ombrello contro il vento. Nella lotta col vento e con la pioggia, ella
s'adirò e non volle neppur precisare quando si sarebbero rivisti: - Adesso intanto
badiamo d'arrivare a casa.
La vide salire in un carrozzone
della tramvia e, dall'oscurità dove rimase, scorse nella luce gialla la bella
faccia imbronciata, i dolci occhi intenti a verificare i guasti fatti
dall'acqua al suo vestito.
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