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TRAME.
I
Don Tita Fantuzzo, arciprete di Velo d'Astico, detta la messa, come di solito, alle
sette e mezzo e pregato in sagrestia lungamente, raggiunse, sulla scala che
dalla chiesa mette alla canonica, sua cognata, la signora Bettina Pagan, vedova
Fantuzzo, e il cappellano, don Emanuele Costi de Villata, che scendevano
insieme e non insieme, il cappellano precedendo di alcuni gradini con un passo
trattenuto dal senso della persona che seguiva, la siora Bettina venendogli
dietro con un passo trattenuto dall'ossequio verso la persona che precedeva e
anche un poco dal senso della sua propria retroguardia.
«Per cossa andeu in fila come i cavai de carretta?» disse il
gioviale arciprete alle spalle della cognata:
Se casco mi
Caschemo tuti tri.
«Versi de Zanella!»
Sotto la veletta nera della siora Bettina il naso vermiglio si
colorò di più vivo cinabro e un lieve sorriso passò negli occhi acquosi di don
Emanuele, in segno piuttosto di rispetto che di stima per l'umorismo
dell'autorità.
«Cape!» mormorò la siora Bettina. Questa sua familiare apostrofe a
popolari crostacei marini significava una dolce difesa, la debita riverenza che
le aveva impedito di camminare a fianco del cappellano. Il cappellano non
fiatò. Alla porta della canonica egli si fece da banda a destra, la siora
Bettina si fece da banda a sinistra, e l'arciprete, affrettata l'andatura, «son
qua, son qua», passò trionfalmente, con grandi sventolate di tonaca. Nessuno
dei tre udì, per fortuna, due liberi parlatori dire fra loro venendo dal
Municipio verso la strada di Seghe:
«Quelo, ciò, xe un terno!»
«Ciò, el Padre, el Figlio e la Spirita Santa.»
Il terno si raccolse nel salottino da pranzo della canonica,
dov'era preparato il caffè per l'arciprete e per la siora Bettina che si
accostava ogni giorno alla Comunione. Don Emanuele aveva celebrato alle cinque;
chiese licenza di ritirarsi a studiare. L'arciprete lo trattenne:
«No studiè tanto, ca diventarè mato» diss'egli.
L'altro, buon simulatore, finse di rimanere per pura compiacenza,
mentre rimaneva per segreti accordi col superiore; e si mise a parlare di certo
malato grave, visitato da lui quella mattina stessa. Intanto l'arciprete
prendeva il caffè e latte in una miserabile scodella slabbrata, intingendovi
poveri avanzi di pane del giorno prima; e la siora Bettina lo prendeva in una
scodella simile ma con i celebrati «pandoli» di Schio.
«Me vergogno, don Tita, de sti pandoli» diss'ella, nell'accostarne
uno alle labbra.
«Vergognève pure» rispose l'ottimo don Tita, ridendo. «El xe un
bon sentimento» e perchè ella esitava, rossa e silenziosa, a mordere la punta
del «pandolo», riprese, ridendo tuttavia:
«Andè là, andè là! Non sì dal Dolo, vu? No xelo pan del Dolo, quelo?»
«Povero il mio Dolo!» disse la siora Bettina, rivolgendosi in
italiano a don Emanuele con un sorriso. «Cosa Le pare? Il signor arciprete non
me lo perdona!»
«Il signor arciprete non perdona neppure Udine a me» rispose il
cappellano, sorridendo anche lui.
«Grazie tante!» esclamò don Tita. «Udine! Fontane senz'acqua e
nobiltà senza creanza!»
Don Emanuele era udinese e nobile, ma don Tita scherzava. Il viso,
la persona, i modi, il linguaggio, tutto diceva, nel giovine cappellano, la
nobiltà del sangue e la squisitezza dell'educazione. Egli era, quanto
all'esteriore, il contrapposto di don Tita. Don Tita, aitante della persona,
rubicondo, ilare la faccia, grossa come le sue facezie, lucente gli occhi,
malgrado una pietà sincera, di astuzia terrestre più che di desideri
celestiali, era trascurato assai nel vestire, sprezzatore, quanto a pulizia,
degli scrupoli, bonario e semplice di modi, talvolta rude. Nel giovine don
Emanuele, alto e smilzo, si vedeva il virgulto prelatizio. La faccia era di
asceta: fronte alta sotto un sottile arco perfetto di capelli biondastri; gote
magre; occhiaie molto cave, ombrate di folti sopraccigli, occhi cerulei chiari,
dalle pupille misteriose, annacquati, nelle iridi, di mansuetudine, aperti alla
luce e chiusi sull'anima come finestre dipinte. Nel portamento, nel gesto, era
una precoce dignità, un senso precoce della misura. E così nel linguaggio tutto
era studio e cautela. Parlava sommesso, con voce fredda, un po' nasale. Aveva
l'erre aristocratico. Si diceva che da giovinetto si fosse proposto di entrare
in un Ordine religioso e che il suo vescovo ne lo avesse distolto, non si
sapeva perchè. Dicevano pure che la famiglia lo desiderasse a Roma, in Curia, e
che fosse stata sua ferma volontà di dedicarsi prima, almeno per qualche tempo,
alla cura d'anime, lontano dai suoi, in un'altra diocesi. Nella persona
interiore don Tita e don Emanuele erano pure dissimili, ma non quanto nell'esterna.
Don Tita era più complicato. Lo spirito di don Tita si sarebbe potuto
paragonare alla sua faccia ilare, dove i muscoli pieghevoli e l'adipe molle
celavano l'intima durezza del teschio; oppure, meno lugubremente, a un campo
verde e fiorito dove, a un palmo sotterra, trovi la roccia; oppure a certe
piccole morbide pesche di montagna, dove, se metti il dente, incontri subito un
nocciuolo invincibile. Tutto molle e tepido, alla superficie, di bonarietà, di
condiscendenze verbali, di facili piacevolezze, egli aveva un nocciuolo freddo
e duro di coscienza religiosa irrigidita nella forma impressale da maestri
antiquati, dominata dai doveri di carattere intellettuale, dallo zelo per la
tradizione, per la lettera della Legge, per l'autorità della Gerarchia. Era una
coscienza convinta, fusa colla volontà di compiere il dovere religioso
dappertutto e sempre, a qualunque patto. Ma il religioso dovere di carità verso
il prossimo non coincideva in lui cogl'impulsi del sentimento, gli era impero
di un'austera legge esterna piuttosto che impero di una legge scritta nel suo
cuore e sancita da Cristo. Larghissimo, in omaggio al Vangelo, di elemosine,
non amava nè stimava i poveri. I peccati più gravi e scandalosi dei suoi
parrocchiani, sopra tutto le pubbliche mancanze di rispetto alle vesti
sacerdotali, più che non lo affliggessero, lo irritavano, gli facevano pruder
le mani, ch'eran pesanti, e non affatto inesperte di arte oratoria. Quanto ai
costumi, era di una purezza scrupolosa, quasi ombrosa. Uomo di molte preghiere,
disprezzava la religiosità mistica, che gli pareva sentimentalismo umano. Nei
Santi e nei libri dei Santi, no; ma i Santi erano per lui esseri speciali,
erano uomini nati coll'aureola per effetto della canonizzazione decretata loro
dopo la morte. Aveva una sufficiente cultura teologica e non era interamente
digiuno di cultura letteraria. Era stato professore di latino e greco in
Seminario, benchè di greco non sapesse. Non leggeva che giornali, riviste e
libri cattolici. Per conto di lui non entravano in canonica che stampe
italiane, mentre per conto di don Emanuele vi entravano le Stimmen aus Maria
Laach e altre pubblicazioni straniere, sopra tutto tedesche. Questo non era
pane per i denti dell'eccellente don Tita, era pane che gli metteva
un'ammirazione mal celata per i denti del cappellano. Ammirazione e non
invidia; perchè poi don Tita non era un ambizioso, si accontentava della sua
sorte, desiderava forse una parrocchia di città per uscire dalle montagne, che
gli pesavano sullo stomaco, e per ritrovarsi con vecchi colleghi e amici, non
guardava più in là. Pensava invece che don Emanuele, nipote di un Cardinale,
figlio di un cameriere segreto di Sua Santità, fratello di una guardia nobile
fosse destinato a salire chi sa quanto. Se l'umile cappellano di Riese era
diventato Pontefice, perchè non lo diventerebbe un cappellano favorito dalla
fortuna come don Emanuele? Il suo contegno verso costui non era facilmente
definibile. Ne aveva soggezione, in fondo, e la dissimulava con giocose
familiarità. Ne subiva l'ascendente, non si sentiva, con lui, interamente a suo
agio. Lo reputava una cima perchè sapeva il tedesco. Era tuttavia convinto di
predicar meglio di lui. Si compiaceva, nel suo amor proprio, di averlo per
cappellano; e tante volte gli veniva in mente, mal suo grado, che, partito don
Emanuele, in canonica si respirerebbe meglio.
Don Tita avrebbe respirato meglio, forse perchè don Emanuele non
parlava il dialetto, aveva modi aristocratici figurava la negazione vivente
della giovialità. Erano ambedue, in sostanza, dello stesso minerale; ma
l'arciprete andava raschiato forte prima di trovarvi la roccia elementare,
mentre invece il cappellano era un levigato monolito. Tuttochè conoscesse assai
bene il diabolico tedesco, don Emanuele non arrivava l'arciprete d'ingegno.
Figlio di una gentildonna austriaca, aveva imparato il francese e l'inglese
dalle bonnes e dalle istitutrici delle sue sorelle. Si diceva che negli
studi teologici avesse zoppicato alquanto, pur essendo uno sgobbone. Però i
lunghi soggiorni fatti a Roma presso lo zio Cardinale, uomo d'ingegno, molto
socievole, ricco di amicizie, gli erano giovati come a certi biscotti insipidi
un lungo bagno nel bordeaux. Questo gran zio, il Nume della famiglia, era stato
un sole per l'asteroide nipote, ne aveva attratto il corso al proprio cielo,
senza volerlo, senza saperlo, fin da quando l'asteroide studiava grammatica.
Vero che questi mostrava nel carattere, e anche nel viso, singolari
predisposizioni all'alta prelatura. A dieci anni era già un omino educato ai
modi della migliore società, alieno da ogni giuoco e dalle amicizie, ordinato,
rispettoso, assennatino nel raro discorrere, misurato nella espressione degli
affetti ai parenti secondo il grado della parentela, devoto, chiuso. Sua madre,
la sorella del Cardinale, molto pia, era insieme contenta e malcontenta di
questo figliuolo. Le era dolcezza di conoscerlo sinceramente religioso e
inquietudine di non conoscerne che questo. Il Cardinale non era mai stato così,
aveva un carattere aperto. Il piccolo Emanuele, fra i sei e gli otto anni, a
chi gli domandava cosa avrebbe fatto da uomo, soleva rispondere «il Vescovo»;
fra gli otto e i dodici «il sacerdote»; fra i dodici e i quattordici «non so,
non so», ostinatamente, cogli occhi a terra. Allora la risposta sincera sarebbe
stata «il Cardinale». Non era tuttavia nè un ipocrita nè un conscio ambizioso.
Chiamato a servire la Chiesa
si sentiva veramente; e si era persuaso, ragionando con se stesso, che la
nascita e le aderenze lo predisponessero provvidenzialmente a salire in dignità
e in potenza per il servizio della Chiesa, che questo sentimento superiore gli
santificasse i desideri ambiziosi, dei quali sul principio aveva intesa in sè
qualche voce, e provato quindi qualche scrupolo. Un po' alla volta essi gli si
erano talmente avviluppati dentro il mantello del desiderio santo, da
nascondersi del tutto alla sua coscienza. Il mantello era molto ampio e
pesante. Lo zelo religioso di don Emanuele non era meno sincero dello zelo
religioso di don Aurelio, le sue convinzioni religiose non erano meno profonde,
la sua vita e il suo pensiero non erano meno puri, meno immuni da qualsiasi
macchia di concessioni a concupiscenze. Era invece diverso il suo concetto di
Dio e, sopra tutto, era diverso il suo concetto della Chiesa. La paternità di
Dio era per lui piuttosto una formola creduta che una verità sentita e cara. Le
sue labbra lo chiamavano Padre mentre il suo cuore lo sentiva monarca. Il nonno
di don Emanuele era stato un imperioso, formidabile monarca della nobile
famiglia, che governava imponendole il suo austero ascetismo e un timore di Dio
non riuscito ben distinto, nei figli e nei nipoti, dal timore di lui. Invece il
padre, assai poco intelligente, era mite e debole. Nella testa di don Emanuele
l'idea di Dio aveva preso forma dall'impero e dalla pietà del nonno. Il suo Dio
era una specie di Nonno infinito, santo e terribile. E la Chiesa per lui, era la sola
Gerarchia, era un po' la casa del nonno, dove preti e frati venivano sempre
accolti come esseri celesti, superiori all'umanità.
Come veramente don Emanuele fosse capitato da Udine a fare il
cappellano in Velo d'Astico, il solo arciprete, in Velo d'Astico, lo sapeva.
Era stato volere del Cardinale che suo nipote, prima ancora di venire ordinato
sacerdote, conoscesse di doversi dedicare, per desiderio dello zio, non alla
carriera prelatizia ma bensì alla cura d'anime, lontano dai suoi parenti, dalle
sue aderenze aristocratiche, in una diocesi dove il suo nome fosse affatto
sconosciuto. L'arciprete lo aveva saputo dal Vescovo di Vicenza. Don Emanuele
non gliene aveva detto niente, non parlava mai, nè di sè, nè della sua
famiglia, nè dei suoi piani di avvenire. Non parlava volontieri neppure del
Cardinale. L'arciprete, che sulle prime si era ingegnato di spillargli tante cose
di questo Cardinale, finì con persuadersi che il nipote non avesse per lo zio
tanta simpatia quanta riverenza; e non gli parlò più dell'Eminentissimo che a
Natale, a Capodanno, a Pasqua e la vigilia di San Giovanni, giorno onomastico
di Sua Eminenza, per dirgli: «Ohe, don Emanuele, scrivendo a Roma, semo intesi,
se credì, umilmente». O anche solo: «Ohe, scrivendo...». E allora compieva la
frase con un riverente piegar del capo e del busto e un ossequente spiegar
delle mani.
II
«Madre Santa, cosa
dice mai!» esclamò la siora Bettina, molto arrossendo e guardando il cappellano
all'uscita dell'arciprete sulla nobiltà di Udine. Quel montone insolente del
gregge di don Tita aveva torto di appiccicare alla siora Bettina il nomignolo
di Spirita Santa. Ella non intendeva ispirare nè il cognato nè don Emanuele,
non attendeva che alla santificazione sua propria. Rimasta vedova a
cinquantadue anni del dottor Fantuzzo, senza figliuoli, provveduta
sufficientemente, aveva accettato di occupare nell'ampia canonica di Velo
d'Astico, dalla fine di aprile al principio di novembre, un alloggio del quale
pagava l'affitto a don Tita. Faceva cucina a parte, non prendeva con don Tita
che il caffè della mattina. Nata di famiglia civile del Dolo, era fedele ad
abitudini di vita un po' diverse da quelle dell'arciprete, e gelosa, con tutto
l'ossequio agli ecclesiastici, della propria indipendenza. Anche la sua
ferventissima pietà aveva un fondamentale carattere d'indipendenza dal
prossimo. La buona siora Bettina desiderava e pregava, per la gloria di Dio,
che il prossimo buono si conservasse tale, che il prossimo cattivo si
convertisse, ma poi non voleva per casa nè l'uno nè l'altro; non voleva brighe.
All'anima sua ci pensava lei; gli altri dovevano pensare alla loro. Quando
soccorreva i poveri la sua mano sinistra non lo sapeva, ma non lo sapeva
neppure il suo cuore. Il suo cuore sapeva di prendere ipoteche su poderi
celesti. E a questi patti prestava più volentieri a Domeneddio, il cognato
aiutando, camici, pianete, tovaglie di altare, vasi sacri, messe, uffici
funebri, che opere di carità del prossimo. Il suo cuore non era sempre stato
così. Era stato nella prima giovinezza, un cuore pieno di segrete immaginazioni
pericolose. Il fu dottor Fantuzzo, buon diavolo d'uomo, parecchio campagnolo,
bevitore ammirato, non aveva corrisposto ai suoi sogni di fanciulla. Uscita da
una famiglia religiosissima, ella si era un giorno atterrita, nella sua sincera
pietà, di sentirsi tentata come non avrebbe immaginato mai. Si rifugiò in un
fervido ascetismo, in tutte quelle pratiche esterne che meglio le potevano
creare intorno una veste e una fama d'invulnerabilità. Aiutata da un rigido
teologo diffidente di ogni misticismo, venne così trasformando i propri
focherelli terrestri in un fuoco unico, nominalmente di amor di Dio, realmente
di desiderio della salute propria. Il mondo, sempre severo colle persone pie,
sempre disposto a esigerne tutte le perfezioni e tutti gli eroismi, l'avrebbe
facilmente bollata per egoista. Ma che sa il mondo? Un ambiente di famiglia
diverso, una cultura religiosa superiore, una direzione spirituale più conforme
allo spirito del Vangelo, non avrebbero atrofizzati nella siora Bettina gli
effetti non pericolosi che avevano resa amabile la sua fanciullezza e
l'adolescenza. Ella non somigliava per questo verso a don Tita somigliava
piuttosto al cappellano. L'allegro don Tita era proclive alle amicizie, aveva
facili le comunicazioni con tutti. Don Emanuele non aveva mai avuto un solo
amico; a vederlo fra la gente allegra faceva l'impressione di un corvo attonito
fra un chiasso di galli e di galline. Ma don Emanuele non aveva ancora trovata
la sua pace e la Fantuzzo
sì. Sotto il suo spegnitoio ascetico ella non aveva tentazioni altre a temere
che quella di prendere tre pandoli nel caffè e latte invece di due, quella di
dire all'arciprete che smettesse di pulirsi la penna nei capelli diventati
grigi, e quella di pregare il Signore che facesse morire la gatta scandalosa
del calzolaio. Somigliava più a don Emanuele che a don Tita; e in fatto, senza
formulare giudizi comparativi, chè ne avrebbe avuto scrupolo, sentiva per don
Emanuele una riverenza, un'ammirazione che non amava esprimere, gli professava
un culto interno molto acceso, mentre il suo culto esterno andava
principalmente all'arciprete. Parlando dell'arciprete, la siora Bettina poteva
talvolta sorridere; parlando di don Emanuele, non lo poteva.
Preso il caffè e
latte, la Fantuzzo
stese la mano alla veletta nera che aveva posata sulla tavola.
«Ben!» diss'ella. «Don Tita...»
Questa era la sua solita formola di congedo. Don Tita le stese
incontro la mano spiegata.
«A pian! Fermi là! Savìo come i ve ciama, sta bona zente de Velo?»
«Géstene mundi! mi no» rispose la cognata, arrossendo forte perchè
lo sapeva benissimo e le pareva che ammettere di saperlo, di aver tollerato in
silenzio che le si affibbiasse il titolo di Terza Persona della Santissima
Trinità, fosse quasi confessare una colpa.
«I ve ciama» proseguì l'arciprete «vardè che canaje!, la Spirita Santa. Xele
canaje?» E diede in una bonaria risata mentre don Emanuele rimaneva
impassibile.
«Un bel posto, capìo, ma ghe xe da far. Oh ghe xe da far! E ghe xe
da far subito.»
«Il signor arciprete è sempre di buon umore, non è vero don
Emanuele?» disse la siora Bettina, alzandosi per andarsene. Ma il signor
arciprete non intendeva affatto che se ne andasse e mise fuori una fila
interminabile di «no no no» di «La favorissa, La favorissa, La favorissa».
Siccome in quel momento era entrata la fantesca per portar via il vassoio del
caffè, don Tita le ordinò di andarsene.
«Lassène quieti» diss'egli. E, per maggiore cautela, passò nello
studio attiguo col cappellano impassibile e colla siora Bettina, turbata dal
timore di qualche briga, che fosse per capitarle addosso. Lo scherzo
dell'arciprete le faceva supporre che si trattasse solamente di dare un
consiglio; ma, però, anche questa era una briga. Per verità, ella non
confessava a se stessa di abborrire dalle brighe; credeva soltanto di abborrire
da ogni dubbio di coscienza, e certamente ogni briga, sia di fatti sia di
consigli, porta con sè qualche dubbio di coscienza. In passato il suo direttore
spirituale le aveva consigliati certi libri fatti apposta per compiere molto
bene, nell'anima sua, l'opera di una incipiente paralisi scrupolifera.
«Ecco qua, cara Bettina» cominciò l'arciprete. «Se no se tratasse
de la gloria de Dio e del ben del prossimo, no ve incomodaressimo; vero, don
Emanuele?»
Don Emanuele, che teneva gli occhi fissi sull'arciprete, come per
dominarne e dirigerne la parola facile alle imprudenze, alle sconsideratezze
bonarie, ebbe nello sguardo e nella persona un impulso tanto evidente di
offerta, che l'arciprete lo afferrò subito.
«Volìo parlar vu?» diss'egli. «Parlè vu!»
E don Emanuele, rientrando prontamente nel suo guscio freddo di
compostezza prelatizia, parlò, ben sicuro di non guastare, come l'arciprete
avrebbe fatto, certa delicata macchina messa in moto, forse con poco utile del
prossimo, ma indubbiamente, secondo il cappellano, per molta gloria di Dio.
Egli si credeva più accorto dell'arciprete per la grammatica di finezze che
aveva studiata; ma s'ingannava. L'arciprete era un accorto per natura, un
accorto inconscio al quale giovavano, per i suoi fini, anche le imprudenze e le
sconsideratezze del parlare. Per esso appariva semplice a chi lo conosceva
poco; forse non c'era in paese nessuno che lo conoscesse molto, tranne il
signor Marcello e donna Fedele, ai quali bastavano due o tre conversazioni, due
o tre fatterelli, per cogliere una figura morale.
«Ecco» disse don Emanuele, «si tratta di salvare una povera
figlia.»
«Ah! — Sì! — M'immagino, m'immagino» fece la siora Bettina,
illuminandosi di una contentezza verniciata di compunzione. «M'immagino.»
L'argomento era spinoso e doloroso, ma la briga era piccola. La
giovine sorella della sua donna di servizio era assediata da un corpo del R.
Esercito e dall'anima perversa del medesimo.
«Eh lo so!» riprese sospirando. «Lo so pur troppo. L'ho saputo
ieri e voleva anzi parlarne io all'arciprete.»
«Sì a tòrzio, sì a tòrzio, fiola» mormorò don Tita, volendo dire
ch'ella prendeva abbaglio. E il tono della voce, sommesso, grave, significava:
«Si tratta di ben altro».
«Può essere che sappia, può essere che sappia» osservò don
Emanuele, mellifluo, all'arciprete. «Si tratta, signora, di quella giovine, di
quella signorina che sta col signor Trento, che doveva sposare suo figlio.»
L'arciprete guardò sua cognata per vedere che viso facesse. Lo
faceva molto brutto.
«Géstene, non la conosco» diss'ella.
Se sperò aver trovato un rifugio nella indicata ignoranza, la sua
illusione durò poco.
«Andè là!» disse l'arciprete.
«Sarebbe meglio che la conoscesse» osservò don Emanuele, pensoso.
«Non la conosce proprio niente? Proprio niente?»
«Di vista. Di vista sì» rispose la Fantuzzo, rosea. Ma don
Emanuele, che la sapeva lunga, tacque come chi non è persuaso e, per
discrezione, non insiste con parole, insiste col silenzio di un'attesa sicura.
«Le avrò forse parlato una volta» soggiunse la siora Bettina,
scarlatta.
«Oh brava!» fece l'arciprete.
«Ma non le parlo più, non le parlo più, non le parlo più!»
Pareva inorridita, la povera Bettina. Continuava a protestare: «Eh
no no! eh no no!». L'arciprete esclamò infastidito: «Ma parchè? Ma parcossa?».
Ella rispose che quella persona le faceva troppa soggezione, troppa soggezione.
Il perchè vero era diverso. Lelia le si era, un giorno, trovata vicina in
chiesa. La povera siora Bettina aveva un copricapo eteroclito che mise di buon
umore il gruppo delle villeggianti, otto o dieci signorine, una più passera
dell'altra. Lelia se ne avvide, prese subito la povera Fantuzzo sotto la sua
protezione. Le offerse la propria sedia, le raccattò un intero volo di Santi
sfuggitole dal libro di preghiere, uscì quando ella si mosse, trovò modo di
rivolgerle, nello scender la gradinata della Chiesa, qualche parola di lode al
sermone che aveva tenuto l'arciprete. Chi sa perchè, le cortesie della
signorina turbarono la
Fantuzzo. Parve che con una ondata di simpatia per essa le
salisse in cuor anche un riflusso di quei vaghi sentimenti giovanili che
l'avevano, a lor tempo, atterrita. Farsi amica della signorina, comunicare con
un'anima giovane, esperta dell'amore e del mondo, riassaggiare ancora di
seconda mano, dell'uno e dell'altro: ecco la tentazione di cui la siora Bettina
sentì un lieve alito. Bastò perchè rientrasse in canonica con un precipizio,
nella gola, di giaculatorie e di «basta basta basta!» che significavano il
proposito di non avvicinare mai più quella pericolosissima persona.
«Sarebbe meglio che le parlasse» rispose don Emanuele guardando
l'arciprete «ma non mi pare che sia proprio necessario.»
«No so po» fece l'arciprete. I tre monosillabi, veramente
magistrali, parvero significare ch'egli non vedeva modo di giungere a un
desiderato fine, se la cognata si ostinasse a non voler parlare colla
signorina. In fatto un tale colloquio non era per niente nelle vedute nè
dell'arciprete nè del cappellano, e la loro tattica era di preparare con arte
una proposta che venisse in figura di transazione. Ma don Emanuele era corso un
po' troppo e il «no so po» dell'arciprete era stato un colpettino artistico di
freno. Don Emanuele lo capì, retrocesse con un «ma!» pieno di dubbi, di
rincrescimenti di mezze rinunce, di mezze esortazioni.
Siccome, poi, tacevano ambedue, la siora Bettina si sperò liberata
e, avanzando la persona nell'atto di alzarsi, mise fuori un altro:
«Ben.»
«Spetè, fiola» disse l'arciprete, fermandola con un gesto. E si
voltò a don Emanuele:
«Tanto fa che ghe disemo tuto. Dopo la dirà ela cossa che la pol
far. Ve pare?»
Don Emanuele, memore della lezioncina toccatagli un momento prima
da chi avrebbe reputato scolaro e non maestro, drizzò come ventagli le due mani
ferme sulle ginocchia e mormorò alla sua volta:
«Non so.»
Don Tita prese un tono deciso.
«Sì, sì, contè» diss'egli, «contè.»
Allora don Emanuele si raccolse la sottana sulle gambe con un
gesto quasi femminile e disse:
«La cosa è semplice.»
Evidentemente, la cosa era complicatissima ed egli non sapeva da
qual parte cominciare.
«La signorina» disse «ha vivi i suoi genitori. Il padre... sa...»
Il cappellano soffiò un lungo soffio gentile, senza gonfiar le
gote, senza movere, quasi, le labbra, come se del padre ci fosse da dir bene e
da dir male e, tirate le somme, il miglior consiglio paresse quello di tacerne.
«Invece» riprese, «la madre...»
«Sì, la madre...» commentò don Tita in tono di basso profondo, di
soddisfazione grave, e scotendo il capo a negare silenziosamente che se ne
potesse dir male.
«Gesummaria, don Tita!» sussurrò sgomenta, guardando il cognato,
la siora Bettina, che aveva udite, in addietro, ben altre campane.
Il cappellano la placò.
«No» diss'egli. «Ecco. In passato ci fu da dire. Certamente. Ci
furono delle leggerezze. Adesso è una donna che ripara. È una donna che pensa
unicamente a opere di pietà, a opere di carità, che vive a Milano una vita
edificante, ch'è in relazione con ottimi sacerdoti. È divisa dal marito, sì; ma
forse ci sono delle ragioni plausibili, forse ci sono dei malintesi. Dopo Dio,
dopo la Chiesa,
il suo pensiero è la figlia. Relazioni dirette con essa non ne può avere perchè
il signor Trento, uomo di cuor duro, religioso sì e no, non permette. In questo
momento trepida per la figlia. Me lo ha scritto l'altro giorno un sacerdote, un
degno sacerdote che l'avvicina.»
«Gavìo la lettera?» interruppe l'arciprete. «Lezìla.»
Don Emanuele guardò il Superiore con una faccia contrita.
«Per verità» diss'egli, «è una lettera riservatissima...»
«Gnente gnente!» esclamò don Tita. «Basta basta!»
Il cappellano proseguì:
«Questo sacerdote scrive che la signora da Camin è venuta a sapere
come si trovi presentemente, da parecchi giorni, in casa Trento un giovine
milanese molto conosciuto a Milano, tristemente conosciuto».
«Un infelice!» mormorò l'arciprete. «Un disgraziato!»
Lo disse coll'accento pacifico di chi constata una disgrazia
irrimediabile, una infelicità definitiva.
La siora Bettina prese timidamente la parola per dire che credeva
di aver veduto il giovine in chiesa, la domenica precedente. Don Emanuele
sospirò e tacque.
«Sì sì!» disse don Tita. «Lo gavarì visto. Va in ciesa, va in
ciesa. Ma el xe pezo de quei che no ghe va. Una testa, fiola! Amigo de
quell'altra bela testa del curato de Lago. El xe uno de questi che vorìa
cambiar tuto nela Religion.»
La siora Bettina sibilò succhiando aria come se si fosse scottata
la lingua. Don Emanuele sospirò da capo.
«Pur troppo!» diss'egli. «E la madre vive nell'angoscia perchè
teme che la figliuola possa prendere interesse a questo giovine, e che questo
giovine, essendo lei una figlia vistosa, con grandi aspettazioni...»
«Mancarìa altro...» esclamò don Tita «ch'el s'inzeregasse qua!»
La siora Bettina sibilò.
«Ora» riprese don Emanuele, «il sacerdote che mi scrive ha potuto
sapere, per una grazia, dico io, della Divina Provvidenza...»
Pausa.
«Fora fora!» esclamò don Tita. «Corajo! Ben, andarò avanti mi.
Pare che ghe sia un potàcio fra el toso e una siora de Milan. Maridada, capìo»
Sibili e sibili della siora Bettina.
«E se discorea, capìo» riprese don Tita, «l'altra sera, qua con
don Emanuele, de cossa che se podarìa far, perchè la tosa lo savesse. Pensa e
pensa, no se gà trovà gnente. Ossia se ga trovà, ieri, che non ghe saressi che
vu.»
«Géstene, don Tita!»
L'accento di questa giaculatoria profana faceva pietà.
Silenzio.
«No ghin parlemo altro» disse l'arciprete. «La tosa se rovinarà e
mi no ghin avarò colpa.»
La Fantuzzo, ch'era seduta presso la scrivania dell'arciprete, vi stese la
mano a un libro e, trattolo a sè, parve considerarlo. Era rossa come un
gambero.
«Volìo véder» esclamò don Tita «che la sa qualcossa sta
malindreta!»
La Fantuzzo protestò che non sapeva niente, ma l'arciprete non faticò molto a
cavarle che la cuoca di casa Trento amica della sua fantesca, aveva parlato a
quest'ultima di novità che c'erano in casa dopo la venuta del signore di
Milano, di malumori del padrone, di malumori della cameriera Teresina, di gran
pianti della signorina. Una mattina la cameriera era venuta stravolta a
ordinare un caffè fortissimo perchè la signorina aveva fatta la pazzia, con
tutti i fiori che voleva in camera la notte, di tener chiuse le finestre e
credeva di morire dal mal di capo. La cuoca aveva detto allora:
«Vuole ammazzarsi, quell'anima!» La cameriera aveva risposto colle
lagrime agli occhi: «Ma!...».
«Credo» soggiunse la buona signora Bettina «che tutto sarà perchè
questo giovine era tanto amico del suo fidanzato e glielo farà venire in
mente.»
«Cara» disse don Tita, «vu sì una macaca.»
Intanto don Emanuele pensava con animo grato al visibile favore
della Provvidenza per le mire sue e dell'arciprete. In fatto nè l'uno nè
l'altro aveva mirato a fare della siora Bettina uno strumento unico e diretto
della stessa Provvidenza. Molto soddisfatti di possedere un'arma contro l'amico
di don Aurelio, il famigerato Alberti, avevano ideato che la siora Bettina
confidasse alla sua fantesca il «potàcio» dell'Alberti colla signora maritata
di Milano, nella fiducia che la fantesca, della quale conoscevano l'amicizia
con quella cuoca, l'avrebbe confidato e costei e che costei l'avrebbe riferito
alla cameriera. Ed ecco che la fiducia diventava certezza il tubo ideato
esisteva già, lavorava già per la condotta di segreti aeriformi dell'identica
specie.
«Allora» cominciò il virgulto prelatizio con un'aria innocente
«capisco che fra la Sua
fantesca e la cuoca di casa Trento...»
Fu bussato all'uscio.
«Avanti!» fece il bonario don Tita.
Il cappellano ammutolì e abbassò gli occhi acquosi senza dare
alcun altro segno del proprio malcontento per la interruzione consentita dal
Superiore. Era proprio la serva della Fantuzzo che veniva in cerca della sua
padrona. Don Tita, illuminato nello spirito da un'idea subitanea, la pregò di
aspettare fuori dell'uscio; un momento, un momento solo! Andò egli stesso a
chiuder l'uscio con un gran colpo che lo lasciò aperto; poi si mise a
declamare, sulle facce meravigliate della siora Bettina e del cappellano:
«Sentì, cugnà, sentì, capelan. Vualtri no parlarè, ma mi ve la
digo. Savìo quel toso de Milan che xe alla Montanina, che xe ligà le buele là
col curato de Lago; savìo che perla ch'el xe? El se la intende, capìo, a Milan,
perchè mi lo so, co una siora che ga marìo, tosi...»
«Géstene!» mormorò la siora Bettina. «Anca tosi?»
«Ciò» rispose piano don Tita «la xe maridà, ah?» E riprese a voce
alta: «Speremo che nol gabia dele idee, quel berechin, su sta fiola qua che xe
col vecio Trento. Se lo savesse so mama, pora dona!».
Detto questo, don Tita si alzò, disse sottovoce «fato, fato, fato»
e guardando don Emanuele coll'aria di chi a un collega d'arte si mostrò
maestro, avvicinossi all'uscio in punta di piedi, lo spalancò d'un colpo,
gridando:
«Dove xela...? Ah, scusè!» diss'egli, perchè la donna era lì,
mezzo tramortita dal colpo dell'uscio. La siora Bettina si alzò, beata della
sua liberazione. Il cappellano, non interamente sicuro che l'alzata d'ingegno
fosse riuscita bene, se ne stava meditabondo, quando entrò in fretta e in furia
la serva dell'arciprete, che disse al suo padrone:
«Ghe sarìa la
Fedele.»
Il nome insolito della Vayla era spesso cambiato, in paese, per un
cognome.
L'arciprete domandò, attonito:
«Quala Fedele?»
«Eh, nol sa? Quela de Arsiero. Quela dei cavigi bianchi.»
La siora Bettina sgattaiolò via in fretta; l'arciprete chiuse gli
occhi e soffiò come se gli avessero offerto un bicchiere d'olio di ricino; il
cappellano mormorò: «Arciprete!» e si fece vedere dal principale a giunger le
mani, ad alzare lo sguardo al cielo, volendo insieme raccomandare all'uomo di
star fermo e al Signore di tener l'uomo fermo. Dopo di che se ne andò
frettoloso a capo basso. L'arciprete fece entrare donna Fedele, certo, come il
cappellano, che venisse per parlargli di don Aurelio, delle istanze del popolo
di Lago che si disponeva di ricorrere magari a Sua Santità perchè il curato non
partisse.
III
Donna Fedele era
venuta dal villino delle Rose col suo solito calessino da nolo. Aveva
incontrato Massimo poco oltre il ponte del Posina e gli aveva detto ridendo:
«Vado dall'arciprete! Per il covo!». Le erano pervenute, per un tubo affatto
simile a quello posto in opera fra la canonica e la Montanina, parecchie
notizie interessanti e anche questa che, in canonica, il suo villino era stato
qualificato, per causa di Carnesecca, un covo. Alla esortazione scherzosa di
Massimo: «Gliele canti!» aveva sorriso senza rispondere, col suo sorriso dolce
quanto la voce. Svoltato il calessino a sinistra sulla salita, i nobili
lineamenti avevano presa una espressione di tristezza. Non era il viso di chi
avesse a cantarle a qualcheduno. Però il cuore lo era; e anche il cervello. Nel
cuore, donna Fedele aveva un risentimento altero; qui c'entrava forse anche il
famoso covo. Nel cervello aveva una collezione bene ordinata di parole fredde,
chiare e dure, da mettere a posto, bisognando, in un altro cervello che non le
dimenticasse; e qui il covo non c'entrava per nulla.
L'incontro di Massimo le aveva fatto salire al viso un'ombra di
malinconia. Non ci vedeva chiaro in quella faccenda. Vedeva Massimo esser preso
ogni giorno più, questo sì; ma vedeva il signor Marcello inquieto e Lelia
paurosamente enigmatica. Le pareva una creatura in lotta con se stessa.
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