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NOTTE E FIAMME
I
Salita rapidamente
in una carrozza di prima classe, Lelia trattenne il facchino con pretesti. Non
si trovava il portamonete, il bagaglio non era collocato a dovere nella rete.
Il disgraziato ebbe appena il tempo di saltare a terra e non ci fu pericolo che
prima della partenza del treno egli si abbattesse nella Fantuzzo se per caso
ella fosse uscita dal caffè in cerca della sua compagna. In quello
scompartimento viaggiavano altre quattro persone, una vecchia signora con una
signorina sui trent'anni, un giovane viaggiatore di commercio e una specie di
canzonettista malamente elegante. Lelia si sentiva ardere il viso e il collo,
non dubitava che il suo rossore, il suo turbamento non fossero notati. Tremò
che le si facesse qualche domanda. Nessuno le aveva badato, il giovine continuò
a parlare colla signorina, la canzonettista continuò a succhiare caramelle e a
odorare una boccetta di profumo. E il treno correva, oh correva lontano da
Vicenza lontano dalla Montanina, verso lui! Il cuore di Lelia batteva col ritmo
precipitoso del treno. Ella vedeva torbido. Le pareva avere un velo torbido
anche sul pensiero. Guardava ogni tanto, involontariamente, i suoi compagni di
viaggio. La signorina tradiva, parlando col giovine, una rara effervescenza di
temperamento amoroso. Ella sfoggiava la sua cultura di romanzi e di commedie e
poichè il giovine aveva parlato di un suo futuro viaggio in Egitto, cercava
farsi promettere il dono di uno scarabeo. Il giovine sarebbe stato più
contento, pur troppo si vedeva, di promettere scarabei alla canzonettista, la
quale, però, non si curava delle sue oblique occhiate e invece guardava molto
Lelia. Lelia osservava tutto ciò come attraverso una nebbia ardente e solo di
tratto in tratto, per brevi momenti, rientrando subito nel suo delizioso
segreto di fuoco. La canzonettista cercò di attaccar conversazione, le offerse
caramelle, che non furono accettate, le chiese il permesso di vedere l'anello
che portava all'anulare della mano destra onde aveva levato il guanto per
togliere il denaro dal portamonete. Lelia, seccata, stese la mano senza
rispondere, guardando dal finestrino. La maleducata ragazza, non contenta di
vederglielo al dito, glielo levò addirittura, con un atto rapido. «Prego!» fece
Lelia, sdegnata. L'altra, che vi aveva già letto dentro «A Leila», lo restituì
scusandosi. «Che bel nome» diss'ella «che ha Lei!» Il giovine viaggiatore, che
aveva seguito, senza parere, la mimica e il dialogo delle due signorine,
sgombrò l'Egitto e lasciò gli scarabei al loro destino nella irragionevole
speranza che il bel nome venisse fuori. Perchè ora Lelia lo tentava più della
canzonettista. I begli occhi avevano dato un lampo tale di fierezza, il «prego»
delle labbra era stato sommesso sì, ma tanto altero e vibrante, ch'egli la
scoperse ad un tratto elegante e bella. La signorina degli scarabei se ne
avvide, fece il muso lungo e non gli parlò più.
La canzonettista discese a Verona. Le altre due signore, che
andavano a Bergamo, discesero a Rovato. Poichè nessun altro era salito mai, il
viaggiatore di commercio restò solo con Lelia. Ella neppure se ne accorse. Da
Verona in poi il suo stato d'animo era venuto più e più mutando. La fiamma
ardente dei primi momenti di libertà, quando immaginava già le braccia e le
labbra dell'amato, aveva preso, dopo Verona, a discendere, a lasciar trasparire
in fondo al cuore punti scuri di dubbi e d'inquietudini, sempre più grandi,
sempre più neri. Durante la prima ora della fuga Lelia vedeva chiare davanti a
sè, nel paese lontano, le maggiori linee dell'evento voluto, un incontro di due
amori, una gioia, un'ebbrezza, e poi nebbia, quello che vorrà il destino. Più
sentiva di avvicinarsi all'evento, meno ne discerneva le maggiori linee, più le
apparivano tanti particolari imbarazzanti cui non aveva pensato, tante piccole
spine della realtà. Le lampeggiarono dubbi paurosi: il dubbio che al momento le
venisse meno il coraggio di mostrarsi, il dubbio di avere preso una risoluzione
troppo dura per il proprio orgoglio, il dubbio di parergli vile e sfrontata.
Intanto il treno correva verso l'evento, e nella sua mente, nei suoi sensi, il
correr del treno diventava violenza di forze cieche obbedienti a lei che le
avesse poste in moto e non potesse frenarle più. Non si accorse che il
viaggiatore di commercio le si era avvicinato per tirare le tendine a riparo
del sole che le batteva sulla persona, non si accorse che si era seduto a
fronte di lei, che si chinava a considerarle l'anello. Rientrò in sè
quand'egli, incoraggiato dall'apparente indifferenza di lei, le prese
dolcemente la mano fra le proprie. Lelia la ritirò con una esclamazione di
sdegno, e il giovine si scusò, protestò di non voler essere indiscreto come la
signora che era discesa a Verona, disse che desiderava soltanto conoscere il
suo bel nome. Lelia non rispose, si alzò, andò a mettersi all'altro angolo
dello scompartimento. Allora il giovine, pur senza avvicinarsi, diventò di una
galanteria insolente, le disse che se aveva l'abitudine di viaggiar sola, così
giovane e così carina, non doveva spaventarsi per tanto poco, disse che aveva
voglia di vederle ancora collera negli occhi perchè nella collera erano
meravigliosi. E si avvicinò dicendo che da lontano non poteva vederli bene.
Ella uscì, tutta tremante, nel corridoio, pregò un conduttore di portarle i
bagagli in un altro scompartimento. Le offese di quello sfacciato le fecero
sentire quanto ell'appartenesse ad Alberti. Più che per se stessa ne soffriva
per lui. Soffriva che si fosse mancato di rispetto a una donna amata da lui. E
quando si trovò nello scompartimento vicino, con due sole vecchie signore, si
sentì ancora nelle sue braccia come nel partire da Vicenza, con tale vivezza
che le balenò di essere da lui pensata in pericolo.
A Milano, mentre andava al caffè della stazione per aspettarvi la
partenza del treno di Porto Ceresio, un ufficiale le disse due parole di
complimento che la turbarono diversamente. Se ne sdegnò e se ne compiacque nel
tempo medesimo. Sapeva di non potersi dire veramente bella e avrebbe tanto
voluto esserlo per lui! Si chiamò sciocca, in cuor suo, ma la dolce compiacenza
rimase. Nel caffè, udendo una signora parlar piemontese vicino a lei, le venne
in mente donna Fedele. L'aveva pensata nel passare in treno davanti al villino
delle Rose, poi mai più. N'ebbe rossore, ma neppure adesso diede un pensiero
all'operazione che l'amica doveva subire. Si disse ch'ell'avrebbe torto di non
esser contenta della sua fuga, della sua dedizione ad Alberti, e non vi pensò
più.
Prese posto nel treno di Porto Ceresio, presso due bambine che
presto cominciarono a guardarla e a sorridere. Poi, malgrado le proibizioni
della madre, presero a toccarle timidamente le mani. Lelia ne fu commossa di
una commozione trepida, vaga, di cui non volle ricercare il perchè. Le
accarezzò. La maggiore, toccandole la mano destra, sentì l'anello sotto il
guanto, desiderò vederlo, averlo in mano. Sapeva leggere, cercò decifrarne la
scritta interna. Sua madre lo impedì, volle che lo restituisse. L'indiscreto
atto della canzonettista aveva irritato Lelia. Non potè allora udirsi nella
memoria il picciol suono lontano del nome Leila; adesso, nella momentanea calma
dello spirito, lo udì. Ell'aveva detto ad Andrea: quando sarò sposata mi
cambierò il nome, mi farò chiamare Leila. Egli si era opposto a ciò che gli
pareva un capriccio irragionevole. Amava Lelia, avrebbe sempre amato Lelia.
Leila era un nome troppo romantico. In fatto lo aveva ferito ch'ella
proclamasse fin d'allora la propria volontà in modo assoluto, che non dicesse:
«Ti pregherò di chiamarmi Leila». N'era venuta una discussione vivace. Andrea
si era lasciata sfuggire qualche parola acerba. Poi, dolente, le aveva regalato
l'anello colla scritta pacifica. Tutto questo le ripassò nella memoria come
un'onda rapida. Rimise il guanto e, guardando dal finestrino, pose la mente
nelle cose esterne. Il ricordo si spense.
Quando il treno giunse a Porto Ceresio, pioveva. Delle montagne,
perdute nel nebbione, non si vedeva che il piede scuro intorno allo specchio
biancastro del lago chiazzato di rughe. A Lelia il nebbione fece piacere.
Poteva immaginare, almeno, di avvicinarsi a lui senza esser veduta. Le fece piacere
che al ponte di sbarco non ci fosse battello, che nessun battello si vedesse
sullo specchio biancastro del lago chiazzato di rughe. Il momento dell'incontro
pareva così meno imminente. Quando un punto nero apparve davanti al promontorio
di sinistra, il cuore le battè come nel treno a Vicenza. Quello era l'ultimo
passo. Nel salire a bordo le mancò quasi il respiro. Si fermò un momento sulla
passerella sotto la pioggia fitta, senz'aprir l'ombrello.
Sopra coperta c'era pochissima gente. Lelia sedette all'estrema
poppa. Pareva guardar l'acqua e non aveva sguardo negli occhi vitrei. Il batter
cupo, misurato, degli stantuffi le riempiva la mente vuota di pensiero, insieme
al batter cupo, misurato, del cuore. Il bigliettario dovette chiamarla due
volte perchè gli dicesse dove andava. Desiderò rispondere «Lugano» e invece
rispose «San Mamette» come forzatavi dal senso di un destino. Domandò quanto
tempo ci volesse per arrivare a San Mamette. Udito che ci voleva più di un'ora
e che prima si toccava Lugano, respirò alquanto, il suo sguardo errò un poco
sulle acque, sulla maglia mobile dei circoletti infiniti che la pioggia vi
segnava senza posa, sul piede scuro delle montagne. Quando il vapore presso
Melide, rallentò, si credette arrivare a Lugano. Udito che Lugano era la
stazione prossima, ricadde nell'atonia cerebrale di prima. Non si accorse di
passare sotto il ponte. Poco dopo, il bigliettario le si avvicinò per mostrarle
amabilmente dov'era San Mamette: laggiù verso levante, dove il lago sfumava,
come un mare, nella nebbia. Là era il mistero.
Presto le sfilarono davanti gli alberghi signorili di Lugano, le
case umide, i giardini scuri ascendenti al nebbione. Una, due, tre fermate.
Passeggeri escono, passeggeri entrano. Si grida: Gandria, Santa Margherita,
Oria, San Mamette, Osteno, Cima, Porlezza! Il battello è spinto via lentamente,
a forza di braccia, dall'approdo, i colpi degli stantuffi ricominciano. Si
parte, il battello gira lentamente, mette la prora sul nebbione dell'alto lago;
le case umide, gli alberghi, i giardini di Lugano si velano, a poppa, di
pioggia e di distanza.
Allora nell'anima di Lelia spirò improvvisamente un vento nuovo.
Tutte le ragioni del donarsi vi risorsero a un punto impetuose. Ella si alzò
dal suo sedile della prima classe andò a prora. Sola e ferma allo scoperto
sotto la fine pioggia, guardava dritto davanti a sè, palpitante, contenta,
sicura. A Gandria cessò di piovere. Il lago, a fronte del battello, nereggiò di
tivano violento, il nebbione ascese gli umidi fianchi delle montagne. La
fronte della Galbiga, la fronte del Bisgnago, la fronte delle dolomiti di
Valsolda si svelarono nel cielo, grandi. E lontano lontano si svelò grigio,
fumante di nuvoli, il Legnone enorme.
Tosto il battello entrò nel vento, il velo e le vesti di Lelia le
battevano indietro come drappi di bandiera. Ella non si mosse. Il vento, il
lago nero, le nere montagne selvagge le inebbriavano l'anima. Il vento le
fischiava intorno: «Sei qui?». Le montagne di destra e di sinistra pensavano
silenziose: «È qui». In faccia, le guglie e le creste di dolomia le mostravano,
tragicamente mute, la loro passione di pietra come s'ella sola potesse
intenderle, nella sua passione di fuoco.
«Signora» le disse il bigliettario, «adesso la prima stazione è
San Mamette.»
Ella si sentì subito fredda e forte. Fermatosi il battello allo
sbarco, ne uscì con passo fermo. Alcuni contadini uscirono con lei. Nè sul
pontile nè in piazza si vedevano persone, causa il mal tempo. L'uomo di
servizio al pontile le indicò l'albergo Valsolda, a due passi dallo sbarco.
Ella entrò nel piccolo ingresso, scuro e vuoto, vi si fermò, non udendo nè
vedendo alcun segno di vita, non sapendo se salire o non salire la scala.
Finalmente qualcuno discese, e vedutala, risalì, certamente per avvertire
l'albergatore che discese alla sua volta.
«Desidera?» diss'egli.
«Una stanza» rispose Lelia con voce malferma. In quei pochi
momenti d'indugio nell'ingresso, il silenzio del luogo ignoto le era parso
ostile. Aveva sentita ostile la stessa rigidità delle pareti. Era il primo gelo
delle realtà dure ch'ella non aveva pensate meditando la fuga, che solo in
viaggio aveva confusamente presentite. L'idea di passar la notte fra quelle
mura le mise in testa un subbuglio d'immaginazioni paurose, in cuore uno
sgomento invincibile, malgrado la vergogna che ne aveva. Non seppe ella stessa
come le fosse riuscito di articolare quelle due parole: una stanza. Per sua
fortuna l'albergatore, un omino per bene, ne notò subito la distinzione e
l'imbarazzo, le si mostrò molto gentile. Disse che la cameriera le avrebbe
fatto vedere le stanze di cui poteva disporre. Realmente poteva disporre di
quasi tutto l'albergo. Lelia salì le scale un po' rinfrancata, seguì la
cameriera in una bella stanza d'angolo al secondo piano e dichiarò subito che
non voleva vederne altre, che prendeva quella. Chiese alla ragazza dove
dormisse. Sperava di averla vicina e si trattenne dal dirlo per la vergogna di
mostrarsi tanto paurosa. La ragazza non le dormiva vicina. Non immaginò che la
signorina forestiera avesse paura, le domandò se desiderasse qualche cosa da
lei. No no, niente. E non pranzava? Lelia sentiva di non poter prender cibo ma
si ordinò una piccola cena in camera, perchè la ragazza ritornasse, per poterle
domandare qualche cosa di Dasio. La ragazza le preparò un tavolino per mensa,
portò la cena. Lelia non osò parlare di Dasio. Rimasta sola per la notte, si
chiamò sciocca e vile, s'irrigidì contro le sue viltà, pensò, per farsi
coraggio, suo padre, i preti di Velo, l'intingolo nauseabondo di cui non sentiva
più l'odore. Ma, in pari tempo, l'assalì per la prima volta l'immagine di donna
Fedele, ne vide i grandi occhi bruni sotto la fronte alta e il sottile arco
bianco di capelli, ne udì la voce d'oro: «Ah ragazza, cos'hai fatto?». Ma ciò
ch'era fatto era fatto.
E non sarebbe da mandargli una parola, prima di presentarglisi?
Suonò perchè le fosse portato da scrivere. Si provò a scrivere, pensò alquanto
colla penna in mano, si atterrì della difficoltà che provava. Se non le
riuscisse di trovare la forma buona? Se una frase non chiara, una parola mal
scelta, una lieve inavvertita mancanza di tatto guastassero? Meglio non
scrivere, piuttosto. La sola presenza direbbe tutto. Certo! Si meravigliò di
non averlo inteso prima. Ma subito l'idea di un incontro impreparato la
spaventò colle incertezze che l'accompagnavano. Stretta così fra due terrori
sentì venire una delle sue crisi di singhiozzi e di lagrime. La scongiurò
precipitandosi al davanzale di una finestra gittando l'anima sulle cose
esterne.
Lontano davanti a lei, nel buio indistinto della notte nubilosa,
un piccolo fulgore elettrico saettava luce, lentamente girando sopra se stesso,
via via per le acque lontane e per le coste. Balenavano dall'ombra un momento
casine candide rupi, falde di boschi, esplorate dal getto luminoso come da un
Occhio imperatorio che ne facesse gelosa rassegna. Lelia vide venir lento alla
sua volta il cono sottile, fu investita coll'albergo da un baglior bianco,
saettata dall'Occhio inquisitore, ringhiottita dall'ombra. Sublimi sulla nera
montagna di sinistra, presso al cielo poco meno buio, altre fiamme elettriche
splendevano allineate. Si udiva il rumoreggiare delle onde. Lelia ebbe
l'impressione di una notte d'incantesimi nel paese più selvaggio e strano della
Terra. Il suo interno conflitto restò. Ella seguì il giro dei baleni elettrici
per il piede boscoso delle montagne e sulle acque agitate, per gruppi di case.
Uno di quei gruppi era forse Dasio. Il bagliore bianco la sfolgorò, oscillò un
attimo a destra e a sinistra prima di lasciarla. Ella diede un balzo indietro.
Finalmente, stanca, si levò gli stivaletti e si gittò sul letto
senza spogliarsi, risoluta di passar la notte a quel modo. L'abbandono del
corpo al riposo le predispose, per un arcano consenso delle due nature,
l'abbandono dell'animo al Destino. Una ad una le tornarono nella memoria,
giacendo ella così, le parole delle lettere di Massimo che dicevano di lei,
che, tutte, le dolci e le acerbe, avevano un'anima stessa di amore. Adesso
ch'ella aveva rinunciato a scrivergli, che si era data nelle mani di quella
Volontà ignota dalla quale dipendono gli eventi, la sua mente si chiuse e posò
nel pensiero: mi ama.
Lenta, eterna notte. Folgorava, ogni tanto, nella camera il
bagliore elettrico. Lelia ne aveva piacere. Le pareva che l'Occhio luminoso
vegliasse anche per lei, sopra di lei. Poco prima dell'alba si assopì e quasi
subito si riscosse, atterrita di aver dormito contro il suo proposito. Più
tardi scese dal letto, intirizzita, andò a chiudere i vetri. Non vide più
l'Occhio lucente nè le fiamme elettriche sul ciglio della montagna. Vide sotto
la finestra un pergolato un cortile umido, campicelli e più oltre, a pochi
passi, il lago addormentato a specchio delle nuvole uguali, pesanti. Ritornò a
giacere. Veniva il giorno, veniva il Destino.
II
Fece toeletta
alle sei. Nel lavarsi allagò la camera e tuttavia suonò per farsi portare
ancora dell'acqua. La cameriera notò subito che la signorina non era entrata
sotto le coltri, guardò il letto, guardò lei, sorpresa. Lelia arrossì, non parlò
della sua notte. Si scusò per l'allagamento, prima. Poi domandò, con ipocrisia
presso che inconscia, se Puria fosse lontano. Sapeva, per la lettera di
Massimo, che da Puria a Dasio c'erano venti minuti. La ragazza rispose che si
poteva andare a Puria in meno di un'ora. Richiestane, promise di trovare un
ragazzotto che accompagnasse la signorina a passeggio, e facesse da guida.
«A che ora?» diss'ella.
«Alle sette.»
Sfinita dal lungo digiuno e dalla lunga veglia, Lelia fece
colazione avidamente. S'informò delle luci notturne, apprese che una
torpediniera della R. Guardia di finanza, munita di un riflettore elettrico,
faceva servizio la notte e che le fiamme sulla montagna erano lampade
elettriche della Funicolare di Santa Margherita e dell'albergo Belvedere. Partì
alle sette colla guida, meravigliando di sentirsi tranquilla e intrepida.
La guida era un ragazzo sui dodici anni, dagli occhi vivaci e
dalle labbra ostinatamente mute. Più che monosillabi Lelia non arrivò a
cavargli. Per verità le bastò sapere che conosceva la strada di Puria e quella
di Dasio. Ella non guardava, salendo verso Loggio, nè a destra nè a sinistra.
Più saliva più le batteva il cuore, parte per la fatica, parte perchè la
intrepidezza le veniva meno. Alla prima svolta della gradinata che gira sopra
l'oratorio di S. Carlo, dovette far sosta. Non c'era sole ma l'aria era afosa.
Un drappello di giovani e di signorine sopraggiunse facendo il chiasso, la
oltrepassò senza badare a lei. Le signorine si burlavano dei giovani che non
ardivano andar a coglier certi ciclamini pendenti sull'abisso dove romba il
torrente, e coloro protestavano di non volersi rompere il collo per esse. La
piccola guida saltò come uno scoiattolo fuori di strada, ritornò coi ciclamini,
li offerse in silenzio a Lelia. Ella se li pose in seno, pensando che la sorte
glieli offriva per lui e che non avrebbe osato coglier fiori a quel fine colle
proprie mani. Toccato il sommo della salita, dove il sentiero piega a sinistra
per scendere nella conca del Campò, ristette ancora. Di là si scopre al
viandante, improvviso, tutta l'alta Valsolda: Loggio tuffato nel verde, sopra
Loggio la breve striscia bianca di Drano, Puria aggrappata al ventre della sua
montagna, Castello coronante lo sprone di scogli a piombo che il torrente rode al
piede; e nel centro, alto sopra tutti, sporgente appena col campanile e qualche
tetto dalla sua nicchia verde sotto il gigante bastione di dolomia, Dasio.
Lelia si fece nominare tutti i villaggi, sedette sull'erba guardando, là in
alto, il piccolo campanile giallognolo ritto sotto le rupi. Dal piccolo
campanile salì collo sguardo alle creste sovreminenti, cercò la punta di
dolomia che poteva ricordare quella del Summano guardata da Massimo, nel salone
della Montanina, mentre ella suonava «Aveu». Le parve di riconoscerla fra le
nebbie, a mezzo della cresta che dal maggior culmine declina verso levante. Il
cuore le si gonfiò della divina musica e del grido:
«Or
sappi che brucio, che moro di te.»
Come nel giorno precedente, quando, all'entrata delle acque di
Valsolda, il vento e i fiotti erano corsi incontro al piroscafo e il nebbione
si era rotto sulle montagne, così ora le parlavano le cose inanimate. Quei
dirupi e le creste e la piccola punta di dolomia le dicevano: «Sei qui». Si
alzò in piedi lottando coll'emozione e si rimise in cammino. Pochi passi oltre
la chiesa di Loggio, nella gola segreta dove si compongono intorno al sottile
argento di una cascata le grazie della romita natura come intorno a una piccola
regina, Lelia parve accorgersi della bellezza delle cose, immaginò posar con
lui, lontana da ogni sguardo umano, dentro quella recondita poesia e quella
musica. Sulla strada di Dasio, oltre Puria, ordinò al ragazzo, che precedeva,
di avvertirla se vedesse qualcuno venire alla loro volta. Incontrarono un
carbonaio, una guardia di finanza, una donna che portava dei funghi. Lelia
pensò che avrebbe potuto domandare del dottor Alberti. Non osò. A piedi
dell'ultima salita ombreggiata di noci, sul ponticello presso il quale sta una
cappellina, si appoggiò al parapetto, esausta, tremante, quasi sfiduciata di
poter proseguire. Sulla gradinata che sale, una vecchia stava raccogliendo
noci. Lelia mandò il ragazzo a domandarle se conoscesse il dottor Alberti. La
vecchia era sorda e scimunita. Non capì. Lelia si rizzò con uno sforzo.
Passando davanti alla cappellina vi guardò dentro. Vide statue dipinte, una
scena della Passione, il Crocifisso, la Maddalena. Le parve
che, se vi fosse stato il solo Crocifisso, si sarebbe inginocchiata di slancio
a pregare. Così passò oltre.
Giunta alla svolta dove mette capo il viottolo di Drano due minuti
sotto Dasio, sedette sul primo scalino del viottolo, ordinò al ragazzo di
salire all'albergo dal nome scritto nel suo cuore. Doveva semplicemente
chiedere se il signor dottor Alberti fosse in casa e venir a riferire la
risposta. La risposta, attesa con un febbrile tremito di tutte le membra fu che
il dottore non era in casa. Allora Lelia, copertosi il viso colle mani, pensò.
Pensò a lungo, angosciata di sentirsi sola, sola, sola. Si scoperse
il viso e guardò, come cercando consiglio, il folto verde, davanti a lei,
scendente nel vallone di cui vedeva l'opposto fianco. Tutto era indifferenza e
pace. Rimandò in su il ragazzo colla preghiera che qualcuno dell'albergo
scendesse a parlare con lei.
Venne una ragazza dall'acconciatura cittadinesca, dai modi
cortesi. Per Lelia domandare di Alberti era un supplizio mortale. Non potendone
a meno, preferiva farlo così, parlare con una persona sola piuttosto che
all'albergo, in presenza Dio sa di quanti curiosi. Seppe che il signor dottore
era stato chiamato a Muzzaglio due ore prima. Partendo aveva lasciato detto che
sarebbe stato di ritorno alle dieci. Ora stavano per suonare le nove. Se la
signorina desiderasse di andargli incontro non poteva sbagliare. Doveva
prendere per il Pian di Nava e San Rocco.
«Ella può fermarsi al Pian di Nava, un quarto d'ora da qui;
neppure! Di lì passa certo.»
Detto ciò, la giovine cercò insegnare la via del Pian di Nava al
ragazzo, che non la sapeva. Perchè quegli durava fatica a capire, si offerse
per guida, accompagnò Lelia, salendo attraverso il povero ma pulito villaggio,
fino al lavatoio pubblico, la mise sul viottolo che di là volge verso ponente.
«Questo è il sentiero» disse. «In cinque minuti Ella è al Pian di Nava.»
Lelia pagò il ragazzo, lo congedò e si avviò sola. Dove il
sentiero, oltrepassato il Camposanto e il valloncello della Terra Morta, monta
nel cavo prato che grandi castagni ombreggiano lungo il labbro di mezzogiorno,
lo lasciò, prese a sinistra, per l'erba, verso uno dei primi castagni. Di là
poteva scorgere tutto il giro del sentiero, che rigando il prato andava a
perdersi in un bosco. Sedette a terra e attese con gli occhi al bosco.
III
Quella mattina
Massimo si alzò all'alba. Non aveva quasi dormito. Il giorno prima era stato a
Lugano per noleggiare il piroscafo che avrebbe trasportato la salma di
Benedetto da Porto Ceresio a Oria. Ora, compiuta anche questa pratica,
nell'imminenza di prender parte alla funebre cerimonia, egli soffriva indicibili
tormenti. La memoria di Maironi gli era sempre sacra e cara, sarebbe stato
felice di rendere un omaggio privato all'amico, al maestro; ma l'omaggio
pubblico significava un'adesione a credenze, a idee, che non erano più le sue.
Rifiutarlo sarebbe stato quasi un'ingiuria; prestarlo sarebbe stato quasi del
tutto un'ipocrisia. Benedetto era il Credo cattolico integrale, la fede
incrollabile nella Chiesa, la obbedienza mansueta e umile all'Autorità. Massimo
non credeva più. Aveva cominciato collo staccarsi mentalmente da Roma, col
persuadersi che il Cattolicismo romano fosse condannato a morte. Poi,
rapidamente, si era staccato anche da Cristo divino e risorto. La rapidità
della rovina non era che apparente. Da molto tempo la sola compressione
dell'obbligo religioso, imposto dalla Chiesa, manteneva solide nell'animo suo
le credenze cristiane tradizionali, disgregantisi per l'azione di una critica
continuamente assorbita da letture e da conversazioni. Respinta l'autorità
della Chiesa, si rivelavano improvvisi gli effetti di quell'azione
dissolvitrice. Oggi Cristo non era più divino per lui nè risorto, domani
toccherebbe al Dio personale di crollare nella sua mente. Il primo passo, la
liberazione da Roma, gli sarebbe riuscito dolce se il rompere con Roma non
fosse stato un rompere col suo proprio passato di pubblico propugnatore della
fede cattolica. Ma del successivo sprofondare verso l'agnosticismo si
atterriva, si disperava tanto che talvolta lo assalivano accessi di reazione,
fugaci e violenti. Quella notte stessa, pensando il proprio stato di coscienza
e Benedetto, aveva acceso il lume in una convulsione di dolore e di speranza,
si era inginocchiato sul letto davanti al quadro del Salvatore e di Pietro che
s'incontrano sulle acque, aveva domandato fede fede fede, con gemiti
inenarrabili. Presto la fiamma dell'anima gli era venuta meno. Gli era parso
che le cose mute lo deridessero. Si era deriso egli stesso. Spento il lume,
aveva morso il guanciale invocando Lelia. Si derise anche per questa stupida
viltà, respinse sdegnosamente la immagine che non poteva uscire del suo cuore,
che per questi sdegni piegava solo come una fronda piegata dal vento e subito
risorgente. Si sforzò di non pensare che al montanaro ammalato cui doveva
visitare l'indomani mattina a Muzzaglio, un infelice ridottosi, per causa della
mala vita di sua moglie, a vivere solo in una stalla, fuori del consorzio
umano. Si alzò all'alba e si mise a studiare in un trattato di medicina il caso
di un bambino minacciato di appendicite. Altro riposo non v'era per lui che il
chiudersi tutto nelle sofferenze dei suoi pochi ammalati, identificarsi con
essi. L'uomo di Muzzaglio, datosi al bere per le sue disgrazie coniugali,
semi-ebete, viveva in una tana immonda con quattro capre e una pecora nera,
schifoso di sporcizia. Non scendeva a Castello e a Puria che per cambiare il
latte in alcool. Quando gli nasceva un capretto o un agnello, le sbornie di
acquavite si succedevano spaventose. In paese lo chiamavano l'uomo selvatico.
Ora era convalescente di una polmonite e Massimo cercava ogni via di redimerlo
dalla sua abbiezione. Aiutato da due buone donne di Dasio, gli aveva fatto una
pulizia completa, lo aveva trasportato in una stalla vuota, poichè a Muzzaglio
non sono che stalle, sopra un giaciglio umano. Gli recava egli stesso ogni
mattina uova, brodo, quel po' di vino di cui non poteva privarlo. Si proponeva
di veder la moglie, di persuaderla a riprendersi il marito cacciato di casa
come un ubbriacone, di farsi promettere che non venderebbe la pecora nera da
lei odiata, com'era il bambinesco terrore di lui quando Massimo gli parlava di
pace e di riunione: «La vend la pègora! La vend la pègora!».
Uscì dall'albergo prima delle sette, andò a visitare il bambino,
ritornò a prendere il canestro colle uova, il brodo e il vino. A Muzzaglio
trovò il convalescente alzato, ascoltò con pazienza grande le chiacchiere
infinite della vecchietta che lo assisteva e riprese la via di Dasio. Sostò ai
pascoli di San Rocco, dove l'ultimo verde muore alle pareti di roccia. Vi
pasceva un armento, il continuo tintinnio di campani oscillava sul rombo eguale
del fiume profondo. Sedette sull'erba ascoltando il rombo simile alla voce del
Posina ch'empiva, a finestre aperte, la sua camera della Montanina. Il tempo
era grigio, malinconico il rombo, malinconico il tintinnio dei campani delle
vacche pascenti. Il rombo gli faceva male, un dolce male cui si abbandonò, voto
di pensiero. Qualche ricordo preciso di Lelia gli passò per la mente quando
riprese la via, dolendogli ancora il petto di quel dolce male. Si fermò a
guardar fiso, nel bosco, un ciuffo di ciclamini fioriti presso il sentiero, li
guardò fino a che quelle immagini gli rientrarono sotto la soglia della memoria
cosciente. Uscì, camminando adagio, dal bosco di castagni e di noci nel Pian di
Nava.
Vide subito, a duecento passi, una signora vestita di chiaro,
seduta sull'orlo alto del prato, dov'esso gira a sinistra e scende verso la Terra Morta. Non se
ne curò. Quasi ogni giorno salivano a Dasio villeggianti di Loggio e di San
Mamette. Non se ne curò e non la guardò. La signora era seduta fuori del
sentiero, circa venti passi a destra. Quando Massimo, camminando lentamente, le
fu a paro, ella si alzò in piedi. Egli la guardò allora per l'impressione di
quel movimento come avrebbe guardato una fronda improvvisamente agitata dal
vento. Non la riconobbe, voltò la testa da lei al proprio cammino e già passava
oltre. Ella fece l'atto di movere avanti, si porse e si trattenne. Allora egli
si trattenne pure e la guardò nuovamente. Era tanto pallida, tanto stravolta
che ancora non l'avrebbe riconosciuta se gli occhi di lei non lo avessero
guardato con una fissità vitrea. Dubitò, trasalì, impietrò. Ella piegò il viso,
cercò brancolando, sussultando, un appoggio, indietreggiò di un passo verso
l'albero, al cui piede si era seduta, inciampò nelle proprie vesti, portò
rapidamente la mano indietro, al tronco dell'albero, rimase in piedi, a capo
basso. Massimo, slanciatosi avanti per sostenerla, si arrestò. Vedeva ch'era
lei, non poteva crederlo, si levò il cappello, stupidamente, senza sapere che
si facesse. Ella porse il viso smorto, rigato di lagrime, il petto ansante, lo
fissò ancora. Quegli occhi parlavano, dicevano amore amore, dolore dolore. Egli
vedeva e non poteva credere. Fece un atto di saluto, a caso, come per partirsi.
Ella porse daccapo il viso e le sue labbra si contrassero disordinatamente in
una voce muta. Massimo volle pensare ch'ell'avesse necessità di qualche aiuto,
di qualche indicazione come un viandante qualsiasi, e vergognasse di doversi
rivolgere proprio a lui. Nello stesso tempo gli balenò una spiegazione di
quella presenza e non dubitò che fosse vera.
«Ella è qui con donna Fedele?» diss'egli. E si mise subito sulle
difese. Certo donna Fedele aveva fatto questo, aveva persuasa la ragazza, le si
era imposta. Non vide l'assurdità della supposizione, afferrò un'apparenza di
vero, il solo modo possibile di spiegare come Lelia fosse lì davanti a lui. Ma
Lelia, chinato il viso, accennò di no.
«Con Suo padre?» esclamò il giovine, più stupefatto che mai,
sapendo di supporre una cosa impossibile. Lelia, sempre col viso basso e gli
occhi a terra, accennò ancora di no.
Allora, finalmente, nell'attitudine vergognosa, umile di lei,
Massimo intravvide il vero, il perchè di quegli slanci repressi della bella
persona verso di lui. Ma non ardì ancora dire una parola, fare un atto che
rispondesse al dolcissimo vero. Porgendosi a lei palpitante, quasi cieco di
emozione, mormorò:
«Sola?»
Lelia non rispose, si coperse il viso colle mani. Il giovine
gliele afferrò, le sentì cedere, cedere, in un'onda di abbandono che parola
umana non avrebbe potuto esprimere. A un tratto resistettero. Egli non ne
intese il perchè, trasalì di terrore. Lelia guardò un attimo, ritraendo le
mani, verso il sentiero dove passavano due guardie di finanza e un'ombra
lievissima di timore le sfiorò il viso. Egli intese, le disse alcune parole
incoerenti, forzando a un tono indifferente la voce, che tuttavia tremava più e
più, perchè quello che ora non dicevano le mani di Lelia, lo dicevano gli occhi
fissi, gravi, cupi di passione. Un lume di sorriso le comparve sul volto, le
mani ebbero un picciol moto lento di offerta; coloro erano passati. Massimo
riafferrò le mani gelide. Cedevano, però con certo maggiore ritegno che la
prima volta, e gli occhi, esperti del pericolo, spiarono rapidamente il
sentiero. Egli le mormorò altre parole incoerenti, le offerse il braccio,
dubitando che le dispiacesse, lì dove poteva passar gente, venir tratta per
mano e pur volendo sentire un vivo di lei. Strinse il braccio, subito concesso,
di una stretta che le colorò il viso.
Felice di una gioia di fuoco, ella era ritornata padrona di sè,
mentre Massimo, preso da vertigini, non sapeva dirigersi. Piegò verso Dasio.
Lelia non disse parola ma il braccio prigioniero spinse dolcemente,
deliziosamente, la persona cara verso l'altra parte, verso il bosco; poi,
mentre lo sguardo diceva «ti amo, ti amo», si ritirò pian piano dalla stretta.
Ella prese a camminare, sul sentiero angusto, davanti a Massimo. Ogni tre o quattro
passi voltava il capo, lo fissava senza proferir parola. Talvolta nella prima
dolcezza degli occhi quasi velati si accendeva rapidamente un fuoco scuro.
Allora quegli occhi tornavano al cammino, come se l'anima non potesse
sopportare il gran fuoco. Nel bosco i due si trovarono a paro. Egli le cinse
con un braccio la vita. Ella lo guardò, lo guardò, piegò il viso verso di lui
che piegò il suo. Le labbra mute di lei si porsero. Il bacio fu lieve perchè
l'uno e l'altra sentivano confusamente quasi una riverenza di qualche cosa di
augusto che si compiesse in quel momento, di qualche cosa di eterno che fosse
incominciato col bacio dell'amore. Lelia si levò il cappello, ritornò al bacio,
piegò il viso sul petto dell'amato.
Allora egli, non più smarrito, tutto rinnegando quel che aveva
pensato amaramente di lei, godendo di abbandonarsi senza misura, le mormorò sul
tepido profumo dei capelli biondi:
«Per sempre; vero?»
Ella rispose con una pressione impetuosa della fronte. Voci di
donne nel bosco. Lelia alzò il viso, riprese la via davanti a Massimo,
voltandosi ogni momento a guardarlo, come prima. Nel ripassare accanto ai
ciclamini che poco dianzi aveva contemplati a lungo, Massimo ne colse uno per
lei e sorrise. Ella baciò la mano che offriva il fiore e disse quindi le sue
prime parole:
«Perchè ride?»
La nota voce di contralto gli risuonò nell'anima. Più che mai,
nell'udirla, fu certo di non sognare, più che mai la realtà gli parve sogno.
Solo conosceva di quella voce la freddezza, l'ironia e la collera. Le due parole,
per sè indifferenti, erano la nota, toccata appena, della quarta corda, la nota
dolce e grave di una corda incognita che trasformava il suono dello strumento:
della corda dell'amore. Per qualche momento Massimo, vinto dalla dolcezza, non
seppe rispondere, dire come il rombo del torrente gli avesse richiamato alla
memoria la Montanina,
come si fosse lungamente affisato nei ciclamini per forzarsi di non pensare
l'immagine di lei che gli bruciava il cuore. Le parole che dicevano il suo
passato soffrire accesero negli occhi di Lelia la solita fiamma, oscura della
divina oscurità che eccede la luce. La fiamma si spense mentr'ella disse:
«Mi conduca dove ha cominciato a pensare a me.»
Egli suggerì, pregando: «Conducimi». Lelia lo guardò a lungo prima
di rispondere: «Ancora non posso».
Massimo sentì perchè non poteva. Glielo lesse negli occhi
parlanti. Troppo era ancora vivo in quell'anima il |