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Antonio Fogazzaro
Leila

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      • Capitolo Decimosesto   NOTTE E FIAMME
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Capitolo Decimosesto

 

NOTTE E FIAMME

 

I

 

Salita rapidamente in una carrozza di prima classe, Lelia trattenne il facchino con pretesti. Non si trovava il portamonete, il bagaglio non era collocato a dovere nella rete. Il disgraziato ebbe appena il tempo di saltare a terra e non ci fu pericolo che prima della partenza del treno egli si abbattesse nella Fantuzzo se per caso ella fosse uscita dal caffè in cerca della sua compagna. In quello scompartimento viaggiavano altre quattro persone, una vecchia signora con una signorina sui trent'anni, un giovane viaggiatore di commercio e una specie di canzonettista malamente elegante. Lelia si sentiva ardere il viso e il collo, non dubitava che il suo rossore, il suo turbamento non fossero notati. Tremò che le si facesse qualche domanda. Nessuno le aveva badato, il giovine continuò a parlare colla signorina, la canzonettista continuò a succhiare caramelle e a odorare una boccetta di profumo. E il treno correva, oh correva lontano da Vicenza lontano dalla Montanina, verso lui! Il cuore di Lelia batteva col ritmo precipitoso del treno. Ella vedeva torbido. Le pareva avere un velo torbido anche sul pensiero. Guardava ogni tanto, involontariamente, i suoi compagni di viaggio. La signorina tradiva, parlando col giovine, una rara effervescenza di temperamento amoroso. Ella sfoggiava la sua cultura di romanzi e di commedie e poichè il giovine aveva parlato di un suo futuro viaggio in Egitto, cercava farsi promettere il dono di uno scarabeo. Il giovine sarebbe stato più contento, pur troppo si vedeva, di promettere scarabei alla canzonettista, la quale, però, non si curava delle sue oblique occhiate e invece guardava molto Lelia. Lelia osservava tutto ciò come attraverso una nebbia ardente e solo di tratto in tratto, per brevi momenti, rientrando subito nel suo delizioso segreto di fuoco. La canzonettista cercò di attaccar conversazione, le offerse caramelle, che non furono accettate, le chiese il permesso di vedere l'anello che portava all'anulare della mano destra onde aveva levato il guanto per togliere il denaro dal portamonete. Lelia, seccata, stese la mano senza rispondere, guardando dal finestrino. La maleducata ragazza, non contenta di vederglielo al dito, glielo levò addirittura, con un atto rapido. «Prego!» fece Lelia, sdegnata. L'altra, che vi aveva già letto dentro «A Leila», lo restituì scusandosi. «Che bel nome» diss'ella «che ha Lei!» Il giovine viaggiatore, che aveva seguito, senza parere, la mimica e il dialogo delle due signorine, sgombrò l'Egitto e lasciò gli scarabei al loro destino nella irragionevole speranza che il bel nome venisse fuori. Perchè ora Lelia lo tentava più della canzonettista. I begli occhi avevano dato un lampo tale di fierezza, il «prego» delle labbra era stato sommesso sì, ma tanto altero e vibrante, ch'egli la scoperse ad un tratto elegante e bella. La signorina degli scarabei se ne avvide, fece il muso lungo e non gli parlò più.

La canzonettista discese a Verona. Le altre due signore, che andavano a Bergamo, discesero a Rovato. Poichè nessun altro era salito mai, il viaggiatore di commercio restò solo con Lelia. Ella neppure se ne accorse. Da Verona in poi il suo stato d'animo era venuto più e più mutando. La fiamma ardente dei primi momenti di libertà, quando immaginava già le braccia e le labbra dell'amato, aveva preso, dopo Verona, a discendere, a lasciar trasparire in fondo al cuore punti scuri di dubbi e d'inquietudini, sempre più grandi, sempre più neri. Durante la prima ora della fuga Lelia vedeva chiare davanti a , nel paese lontano, le maggiori linee dell'evento voluto, un incontro di due amori, una gioia, un'ebbrezza, e poi nebbia, quello che vorrà il destino. Più sentiva di avvicinarsi all'evento, meno ne discerneva le maggiori linee, più le apparivano tanti particolari imbarazzanti cui non aveva pensato, tante piccole spine della realtà. Le lampeggiarono dubbi paurosi: il dubbio che al momento le venisse meno il coraggio di mostrarsi, il dubbio di avere preso una risoluzione troppo dura per il proprio orgoglio, il dubbio di parergli vile e sfrontata. Intanto il treno correva verso l'evento, e nella sua mente, nei suoi sensi, il correr del treno diventava violenza di forze cieche obbedienti a lei che le avesse poste in moto e non potesse frenarle più. Non si accorse che il viaggiatore di commercio le si era avvicinato per tirare le tendine a riparo del sole che le batteva sulla persona, non si accorse che si era seduto a fronte di lei, che si chinava a considerarle l'anello. Rientrò in quand'egli, incoraggiato dall'apparente indifferenza di lei, le prese dolcemente la mano fra le proprie. Lelia la ritirò con una esclamazione di sdegno, e il giovine si scusò, protestò di non voler essere indiscreto come la signora che era discesa a Verona, disse che desiderava soltanto conoscere il suo bel nome. Lelia non rispose, si alzò, andò a mettersi all'altro angolo dello scompartimento. Allora il giovine, pur senza avvicinarsi, diventò di una galanteria insolente, le disse che se aveva l'abitudine di viaggiar sola, così giovane e così carina, non doveva spaventarsi per tanto poco, disse che aveva voglia di vederle ancora collera negli occhi perchè nella collera erano meravigliosi. E si avvicinò dicendo che da lontano non poteva vederli bene. Ella uscì, tutta tremante, nel corridoio, pregò un conduttore di portarle i bagagli in un altro scompartimento. Le offese di quello sfacciato le fecero sentire quanto ell'appartenesse ad Alberti. Più che per se stessa ne soffriva per lui. Soffriva che si fosse mancato di rispetto a una donna amata da lui. E quando si trovò nello scompartimento vicino, con due sole vecchie signore, si sentì ancora nelle sue braccia come nel partire da Vicenza, con tale vivezza che le balenò di essere da lui pensata in pericolo.

A Milano, mentre andava al caffè della stazione per aspettarvi la partenza del treno di Porto Ceresio, un ufficiale le disse due parole di complimento che la turbarono diversamente. Se ne sdegnò e se ne compiacque nel tempo medesimo. Sapeva di non potersi dire veramente bella e avrebbe tanto voluto esserlo per lui! Si chiamò sciocca, in cuor suo, ma la dolce compiacenza rimase. Nel caffè, udendo una signora parlar piemontese vicino a lei, le venne in mente donna Fedele. L'aveva pensata nel passare in treno davanti al villino delle Rose, poi mai più. N'ebbe rossore, ma neppure adesso diede un pensiero all'operazione che l'amica doveva subire. Si disse ch'ell'avrebbe torto di non esser contenta della sua fuga, della sua dedizione ad Alberti, e non vi pensò più.

Prese posto nel treno di Porto Ceresio, presso due bambine che presto cominciarono a guardarla e a sorridere. Poi, malgrado le proibizioni della madre, presero a toccarle timidamente le mani. Lelia ne fu commossa di una commozione trepida, vaga, di cui non volle ricercare il perchè. Le accarezzò. La maggiore, toccandole la mano destra, sentì l'anello sotto il guanto, desiderò vederlo, averlo in mano. Sapeva leggere, cercò decifrarne la scritta interna. Sua madre lo impedì, volle che lo restituisse. L'indiscreto atto della canzonettista aveva irritato Lelia. Non potè allora udirsi nella memoria il picciol suono lontano del nome Leila; adesso, nella momentanea calma dello spirito, lo udì. Ell'aveva detto ad Andrea: quando sarò sposata mi cambierò il nome, mi farò chiamare Leila. Egli si era opposto a ciò che gli pareva un capriccio irragionevole. Amava Lelia, avrebbe sempre amato Lelia. Leila era un nome troppo romantico. In fatto lo aveva ferito ch'ella proclamasse fin d'allora la propria volontà in modo assoluto, che non dicesse: «Ti pregherò di chiamarmi Leila». N'era venuta una discussione vivace. Andrea si era lasciata sfuggire qualche parola acerba. Poi, dolente, le aveva regalato l'anello colla scritta pacifica. Tutto questo le ripassò nella memoria come un'onda rapida. Rimise il guanto e, guardando dal finestrino, pose la mente nelle cose esterne. Il ricordo si spense.

Quando il treno giunse a Porto Ceresio, pioveva. Delle montagne, perdute nel nebbione, non si vedeva che il piede scuro intorno allo specchio biancastro del lago chiazzato di rughe. A Lelia il nebbione fece piacere. Poteva immaginare, almeno, di avvicinarsi a lui senza esser veduta. Le fece piacere che al ponte di sbarco non ci fosse battello, che nessun battello si vedesse sullo specchio biancastro del lago chiazzato di rughe. Il momento dell'incontro pareva così meno imminente. Quando un punto nero apparve davanti al promontorio di sinistra, il cuore le battè come nel treno a Vicenza. Quello era l'ultimo passo. Nel salire a bordo le mancò quasi il respiro. Si fermò un momento sulla passerella sotto la pioggia fitta, senz'aprir l'ombrello.

Sopra coperta c'era pochissima gente. Lelia sedette all'estrema poppa. Pareva guardar l'acqua e non aveva sguardo negli occhi vitrei. Il batter cupo, misurato, degli stantuffi le riempiva la mente vuota di pensiero, insieme al batter cupo, misurato, del cuore. Il bigliettario dovette chiamarla due volte perchè gli dicesse dove andava. Desiderò rispondere «Lugano» e invece rispose «San Mamette» come forzatavi dal senso di un destino. Domandò quanto tempo ci volesse per arrivare a San Mamette. Udito che ci voleva più di un'ora e che prima si toccava Lugano, respirò alquanto, il suo sguardo errò un poco sulle acque, sulla maglia mobile dei circoletti infiniti che la pioggia vi segnava senza posa, sul piede scuro delle montagne. Quando il vapore presso Melide, rallentò, si credette arrivare a Lugano. Udito che Lugano era la stazione prossima, ricadde nell'atonia cerebrale di prima. Non si accorse di passare sotto il ponte. Poco dopo, il bigliettario le si avvicinò per mostrarle amabilmente dov'era San Mamette: laggiù verso levante, dove il lago sfumava, come un mare, nella nebbia. era il mistero.

Presto le sfilarono davanti gli alberghi signorili di Lugano, le case umide, i giardini scuri ascendenti al nebbione. Una, due, tre fermate. Passeggeri escono, passeggeri entrano. Si grida: Gandria, Santa Margherita, Oria, San Mamette, Osteno, Cima, Porlezza! Il battello è spinto via lentamente, a forza di braccia, dall'approdo, i colpi degli stantuffi ricominciano. Si parte, il battello gira lentamente, mette la prora sul nebbione dell'alto lago; le case umide, gli alberghi, i giardini di Lugano si velano, a poppa, di pioggia e di distanza.

Allora nell'anima di Lelia spirò improvvisamente un vento nuovo. Tutte le ragioni del donarsi vi risorsero a un punto impetuose. Ella si alzò dal suo sedile della prima classe andò a prora. Sola e ferma allo scoperto sotto la fine pioggia, guardava dritto davanti a , palpitante, contenta, sicura. A Gandria cessò di piovere. Il lago, a fronte del battello, nereggiò di tivano violento, il nebbione ascese gli umidi fianchi delle montagne. La fronte della Galbiga, la fronte del Bisgnago, la fronte delle dolomiti di Valsolda si svelarono nel cielo, grandi. E lontano lontano si svelò grigio, fumante di nuvoli, il Legnone enorme.

Tosto il battello entrò nel vento, il velo e le vesti di Lelia le battevano indietro come drappi di bandiera. Ella non si mosse. Il vento, il lago nero, le nere montagne selvagge le inebbriavano l'anima. Il vento le fischiava intorno: «Sei qui?». Le montagne di destra e di sinistra pensavano silenziose: «È qui». In faccia, le guglie e le creste di dolomia le mostravano, tragicamente mute, la loro passione di pietra come s'ella sola potesse intenderle, nella sua passione di fuoco.

«Signora» le disse il bigliettario, «adesso la prima stazione è San Mamette

Ella si sentì subito fredda e forte. Fermatosi il battello allo sbarco, ne uscì con passo fermo. Alcuni contadini uscirono con lei. sul pontile in piazza si vedevano persone, causa il mal tempo. L'uomo di servizio al pontile le indicò l'albergo Valsolda, a due passi dallo sbarco. Ella entrò nel piccolo ingresso, scuro e vuoto, vi si fermò, non udendo vedendo alcun segno di vita, non sapendo se salire o non salire la scala. Finalmente qualcuno discese, e vedutala, risalì, certamente per avvertire l'albergatore che discese alla sua volta.

«Desideradiss'egli.

«Una stanza» rispose Lelia con voce malferma. In quei pochi momenti d'indugio nell'ingresso, il silenzio del luogo ignoto le era parso ostile. Aveva sentita ostile la stessa rigidità delle pareti. Era il primo gelo delle realtà dure ch'ella non aveva pensate meditando la fuga, che solo in viaggio aveva confusamente presentite. L'idea di passar la notte fra quelle mura le mise in testa un subbuglio d'immaginazioni paurose, in cuore uno sgomento invincibile, malgrado la vergogna che ne aveva. Non seppe ella stessa come le fosse riuscito di articolare quelle due parole: una stanza. Per sua fortuna l'albergatore, un omino per bene, ne notò subito la distinzione e l'imbarazzo, le si mostrò molto gentile. Disse che la cameriera le avrebbe fatto vedere le stanze di cui poteva disporre. Realmente poteva disporre di quasi tutto l'albergo. Lelia salì le scale un po' rinfrancata, seguì la cameriera in una bella stanza d'angolo al secondo piano e dichiarò subito che non voleva vederne altre, che prendeva quella. Chiese alla ragazza dove dormisse. Sperava di averla vicina e si trattenne dal dirlo per la vergogna di mostrarsi tanto paurosa. La ragazza non le dormiva vicina. Non immaginò che la signorina forestiera avesse paura, le domandò se desiderasse qualche cosa da lei. No no, niente. E non pranzava? Lelia sentiva di non poter prender cibo ma si ordinò una piccola cena in camera, perchè la ragazza ritornasse, per poterle domandare qualche cosa di Dasio. La ragazza le preparò un tavolino per mensa, portò la cena. Lelia non osò parlare di Dasio. Rimasta sola per la notte, si chiamò sciocca e vile, s'irrigidì contro le sue viltà, pensò, per farsi coraggio, suo padre, i preti di Velo, l'intingolo nauseabondo di cui non sentiva più l'odore. Ma, in pari tempo, l'assalì per la prima volta l'immagine di donna Fedele, ne vide i grandi occhi bruni sotto la fronte alta e il sottile arco bianco di capelli, ne udì la voce d'oro: «Ah ragazza, cos'hai fatto?». Ma ciò ch'era fatto era fatto.

E non sarebbe da mandargli una parola, prima di presentarglisi? Suonò perchè le fosse portato da scrivere. Si provò a scrivere, pensò alquanto colla penna in mano, si atterrì della difficoltà che provava. Se non le riuscisse di trovare la forma buona? Se una frase non chiara, una parola mal scelta, una lieve inavvertita mancanza di tatto guastassero? Meglio non scrivere, piuttosto. La sola presenza direbbe tutto. Certo! Si meravigliò di non averlo inteso prima. Ma subito l'idea di un incontro impreparato la spaventò colle incertezze che l'accompagnavano. Stretta così fra due terrori sentì venire una delle sue crisi di singhiozzi e di lagrime. La scongiurò precipitandosi al davanzale di una finestra gittando l'anima sulle cose esterne.

Lontano davanti a lei, nel buio indistinto della notte nubilosa, un piccolo fulgore elettrico saettava luce, lentamente girando sopra se stesso, via via per le acque lontane e per le coste. Balenavano dall'ombra un momento casine candide rupi, falde di boschi, esplorate dal getto luminoso come da un Occhio imperatorio che ne facesse gelosa rassegna. Lelia vide venir lento alla sua volta il cono sottile, fu investita coll'albergo da un baglior bianco, saettata dall'Occhio inquisitore, ringhiottita dall'ombra. Sublimi sulla nera montagna di sinistra, presso al cielo poco meno buio, altre fiamme elettriche splendevano allineate. Si udiva il rumoreggiare delle onde. Lelia ebbe l'impressione di una notte d'incantesimi nel paese più selvaggio e strano della Terra. Il suo interno conflitto restò. Ella seguì il giro dei baleni elettrici per il piede boscoso delle montagne e sulle acque agitate, per gruppi di case. Uno di quei gruppi era forse Dasio. Il bagliore bianco la sfolgorò, oscillò un attimo a destra e a sinistra prima di lasciarla. Ella diede un balzo indietro.

Finalmente, stanca, si levò gli stivaletti e si gittò sul letto senza spogliarsi, risoluta di passar la notte a quel modo. L'abbandono del corpo al riposo le predispose, per un arcano consenso delle due nature, l'abbandono dell'animo al Destino. Una ad una le tornarono nella memoria, giacendo ella così, le parole delle lettere di Massimo che dicevano di lei, che, tutte, le dolci e le acerbe, avevano un'anima stessa di amore. Adesso ch'ella aveva rinunciato a scrivergli, che si era data nelle mani di quella Volontà ignota dalla quale dipendono gli eventi, la sua mente si chiuse e posò nel pensiero: mi ama.

Lenta, eterna notte. Folgorava, ogni tanto, nella camera il bagliore elettrico. Lelia ne aveva piacere. Le pareva che l'Occhio luminoso vegliasse anche per lei, sopra di lei. Poco prima dell'alba si assopì e quasi subito si riscosse, atterrita di aver dormito contro il suo proposito. Più tardi scese dal letto, intirizzita, andò a chiudere i vetri. Non vide più l'Occhio lucente le fiamme elettriche sul ciglio della montagna. Vide sotto la finestra un pergolato un cortile umido, campicelli e più oltre, a pochi passi, il lago addormentato a specchio delle nuvole uguali, pesanti. Ritornò a giacere. Veniva il giorno, veniva il Destino.


II

 

Fece toeletta alle sei. Nel lavarsi allagò la camera e tuttavia suonò per farsi portare ancora dell'acqua. La cameriera notò subito che la signorina non era entrata sotto le coltri, guardò il letto, guardò lei, sorpresa. Lelia arrossì, non parlò della sua notte. Si scusò per l'allagamento, prima. Poi domandò, con ipocrisia presso che inconscia, se Puria fosse lontano. Sapeva, per la lettera di Massimo, che da Puria a Dasio c'erano venti minuti. La ragazza rispose che si poteva andare a Puria in meno di un'ora. Richiestane, promise di trovare un ragazzotto che accompagnasse la signorina a passeggio, e facesse da guida.

«A che oradiss'ella.

«Alle sette.»

Sfinita dal lungo digiuno e dalla lunga veglia, Lelia fece colazione avidamente. S'informò delle luci notturne, apprese che una torpediniera della R. Guardia di finanza, munita di un riflettore elettrico, faceva servizio la notte e che le fiamme sulla montagna erano lampade elettriche della Funicolare di Santa Margherita e dell'albergo Belvedere. Partì alle sette colla guida, meravigliando di sentirsi tranquilla e intrepida.

La guida era un ragazzo sui dodici anni, dagli occhi vivaci e dalle labbra ostinatamente mute. Più che monosillabi Lelia non arrivò a cavargli. Per verità le bastò sapere che conosceva la strada di Puria e quella di Dasio. Ella non guardava, salendo verso Loggio, a destra a sinistra. Più saliva più le batteva il cuore, parte per la fatica, parte perchè la intrepidezza le veniva meno. Alla prima svolta della gradinata che gira sopra l'oratorio di S. Carlo, dovette far sosta. Non c'era sole ma l'aria era afosa. Un drappello di giovani e di signorine sopraggiunse facendo il chiasso, la oltrepassò senza badare a lei. Le signorine si burlavano dei giovani che non ardivano andar a coglier certi ciclamini pendenti sull'abisso dove romba il torrente, e coloro protestavano di non volersi rompere il collo per esse. La piccola guida saltò come uno scoiattolo fuori di strada, ritornò coi ciclamini, li offerse in silenzio a Lelia. Ella se li pose in seno, pensando che la sorte glieli offriva per lui e che non avrebbe osato coglier fiori a quel fine colle proprie mani. Toccato il sommo della salita, dove il sentiero piega a sinistra per scendere nella conca del Campò, ristette ancora. Di si scopre al viandante, improvviso, tutta l'alta Valsolda: Loggio tuffato nel verde, sopra Loggio la breve striscia bianca di Drano, Puria aggrappata al ventre della sua montagna, Castello coronante lo sprone di scogli a piombo che il torrente rode al piede; e nel centro, alto sopra tutti, sporgente appena col campanile e qualche tetto dalla sua nicchia verde sotto il gigante bastione di dolomia, Dasio. Lelia si fece nominare tutti i villaggi, sedette sull'erba guardando, in alto, il piccolo campanile giallognolo ritto sotto le rupi. Dal piccolo campanile salì collo sguardo alle creste sovreminenti, cercò la punta di dolomia che poteva ricordare quella del Summano guardata da Massimo, nel salone della Montanina, mentre ella suonava «Aveu». Le parve di riconoscerla fra le nebbie, a mezzo della cresta che dal maggior culmine declina verso levante. Il cuore le si gonfiò della divina musica e del grido:

 

«Or sappi che brucio, che moro di te.»

 

Come nel giorno precedente, quando, all'entrata delle acque di Valsolda, il vento e i fiotti erano corsi incontro al piroscafo e il nebbione si era rotto sulle montagne, così ora le parlavano le cose inanimate. Quei dirupi e le creste e la piccola punta di dolomia le dicevano: «Sei qui». Si alzò in piedi lottando coll'emozione e si rimise in cammino. Pochi passi oltre la chiesa di Loggio, nella gola segreta dove si compongono intorno al sottile argento di una cascata le grazie della romita natura come intorno a una piccola regina, Lelia parve accorgersi della bellezza delle cose, immaginò posar con lui, lontana da ogni sguardo umano, dentro quella recondita poesia e quella musica. Sulla strada di Dasio, oltre Puria, ordinò al ragazzo, che precedeva, di avvertirla se vedesse qualcuno venire alla loro volta. Incontrarono un carbonaio, una guardia di finanza, una donna che portava dei funghi. Lelia pensò che avrebbe potuto domandare del dottor Alberti. Non osò. A piedi dell'ultima salita ombreggiata di noci, sul ponticello presso il quale sta una cappellina, si appoggiò al parapetto, esausta, tremante, quasi sfiduciata di poter proseguire. Sulla gradinata che sale, una vecchia stava raccogliendo noci. Lelia mandò il ragazzo a domandarle se conoscesse il dottor Alberti. La vecchia era sorda e scimunita. Non capì. Lelia si rizzò con uno sforzo. Passando davanti alla cappellina vi guardò dentro. Vide statue dipinte, una scena della Passione, il Crocifisso, la Maddalena. Le parve che, se vi fosse stato il solo Crocifisso, si sarebbe inginocchiata di slancio a pregare. Così passò oltre.

Giunta alla svolta dove mette capo il viottolo di Drano due minuti sotto Dasio, sedette sul primo scalino del viottolo, ordinò al ragazzo di salire all'albergo dal nome scritto nel suo cuore. Doveva semplicemente chiedere se il signor dottor Alberti fosse in casa e venir a riferire la risposta. La risposta, attesa con un febbrile tremito di tutte le membra fu che il dottore non era in casa. Allora Lelia, copertosi il viso colle mani, pensò.

Pensò a lungo, angosciata di sentirsi sola, sola, sola. Si scoperse il viso e guardò, come cercando consiglio, il folto verde, davanti a lei, scendente nel vallone di cui vedeva l'opposto fianco. Tutto era indifferenza e pace. Rimandò in su il ragazzo colla preghiera che qualcuno dell'albergo scendesse a parlare con lei.

Venne una ragazza dall'acconciatura cittadinesca, dai modi cortesi. Per Lelia domandare di Alberti era un supplizio mortale. Non potendone a meno, preferiva farlo così, parlare con una persona sola piuttosto che all'albergo, in presenza Dio sa di quanti curiosi. Seppe che il signor dottore era stato chiamato a Muzzaglio due ore prima. Partendo aveva lasciato detto che sarebbe stato di ritorno alle dieci. Ora stavano per suonare le nove. Se la signorina desiderasse di andargli incontro non poteva sbagliare. Doveva prendere per il Pian di Nava e San Rocco.

«Ella può fermarsi al Pian di Nava, un quarto d'ora da qui; neppure! Di passa certo.»

Detto ciò, la giovine cercò insegnare la via del Pian di Nava al ragazzo, che non la sapeva. Perchè quegli durava fatica a capire, si offerse per guida, accompagnò Lelia, salendo attraverso il povero ma pulito villaggio, fino al lavatoio pubblico, la mise sul viottolo che di volge verso ponente.

«Questo è il sentiero» disse. «In cinque minuti Ella è al Pian di Nava

Lelia pagò il ragazzo, lo congedò e si avviò sola. Dove il sentiero, oltrepassato il Camposanto e il valloncello della Terra Morta, monta nel cavo prato che grandi castagni ombreggiano lungo il labbro di mezzogiorno, lo lasciò, prese a sinistra, per l'erba, verso uno dei primi castagni. Di poteva scorgere tutto il giro del sentiero, che rigando il prato andava a perdersi in un bosco. Sedette a terra e attese con gli occhi al bosco.


III

 

Quella mattina Massimo si alzò all'alba. Non aveva quasi dormito. Il giorno prima era stato a Lugano per noleggiare il piroscafo che avrebbe trasportato la salma di Benedetto da Porto Ceresio a Oria. Ora, compiuta anche questa pratica, nell'imminenza di prender parte alla funebre cerimonia, egli soffriva indicibili tormenti. La memoria di Maironi gli era sempre sacra e cara, sarebbe stato felice di rendere un omaggio privato all'amico, al maestro; ma l'omaggio pubblico significava un'adesione a credenze, a idee, che non erano più le sue. Rifiutarlo sarebbe stato quasi un'ingiuria; prestarlo sarebbe stato quasi del tutto un'ipocrisia. Benedetto era il Credo cattolico integrale, la fede incrollabile nella Chiesa, la obbedienza mansueta e umile all'Autorità. Massimo non credeva più. Aveva cominciato collo staccarsi mentalmente da Roma, col persuadersi che il Cattolicismo romano fosse condannato a morte. Poi, rapidamente, si era staccato anche da Cristo divino e risorto. La rapidità della rovina non era che apparente. Da molto tempo la sola compressione dell'obbligo religioso, imposto dalla Chiesa, manteneva solide nell'animo suo le credenze cristiane tradizionali, disgregantisi per l'azione di una critica continuamente assorbita da letture e da conversazioni. Respinta l'autorità della Chiesa, si rivelavano improvvisi gli effetti di quell'azione dissolvitrice. Oggi Cristo non era più divino per lui risorto, domani toccherebbe al Dio personale di crollare nella sua mente. Il primo passo, la liberazione da Roma, gli sarebbe riuscito dolce se il rompere con Roma non fosse stato un rompere col suo proprio passato di pubblico propugnatore della fede cattolica. Ma del successivo sprofondare verso l'agnosticismo si atterriva, si disperava tanto che talvolta lo assalivano accessi di reazione, fugaci e violenti. Quella notte stessa, pensando il proprio stato di coscienza e Benedetto, aveva acceso il lume in una convulsione di dolore e di speranza, si era inginocchiato sul letto davanti al quadro del Salvatore e di Pietro che s'incontrano sulle acque, aveva domandato fede fede fede, con gemiti inenarrabili. Presto la fiamma dell'anima gli era venuta meno. Gli era parso che le cose mute lo deridessero. Si era deriso egli stesso. Spento il lume, aveva morso il guanciale invocando Lelia. Si derise anche per questa stupida viltà, respinse sdegnosamente la immagine che non poteva uscire del suo cuore, che per questi sdegni piegava solo come una fronda piegata dal vento e subito risorgente. Si sforzò di non pensare che al montanaro ammalato cui doveva visitare l'indomani mattina a Muzzaglio, un infelice ridottosi, per causa della mala vita di sua moglie, a vivere solo in una stalla, fuori del consorzio umano. Si alzò all'alba e si mise a studiare in un trattato di medicina il caso di un bambino minacciato di appendicite. Altro riposo non v'era per lui che il chiudersi tutto nelle sofferenze dei suoi pochi ammalati, identificarsi con essi. L'uomo di Muzzaglio, datosi al bere per le sue disgrazie coniugali, semi-ebete, viveva in una tana immonda con quattro capre e una pecora nera, schifoso di sporcizia. Non scendeva a Castello e a Puria che per cambiare il latte in alcool. Quando gli nasceva un capretto o un agnello, le sbornie di acquavite si succedevano spaventose. In paese lo chiamavano l'uomo selvatico. Ora era convalescente di una polmonite e Massimo cercava ogni via di redimerlo dalla sua abbiezione. Aiutato da due buone donne di Dasio, gli aveva fatto una pulizia completa, lo aveva trasportato in una stalla vuota, poichè a Muzzaglio non sono che stalle, sopra un giaciglio umano. Gli recava egli stesso ogni mattina uova, brodo, quel po' di vino di cui non poteva privarlo. Si proponeva di veder la moglie, di persuaderla a riprendersi il marito cacciato di casa come un ubbriacone, di farsi promettere che non venderebbe la pecora nera da lei odiata, com'era il bambinesco terrore di lui quando Massimo gli parlava di pace e di riunione: «La vend la pègora! La vend la pègora!».

Uscì dall'albergo prima delle sette, andò a visitare il bambino, ritornò a prendere il canestro colle uova, il brodo e il vino. A Muzzaglio trovò il convalescente alzato, ascoltò con pazienza grande le chiacchiere infinite della vecchietta che lo assisteva e riprese la via di Dasio. Sostò ai pascoli di San Rocco, dove l'ultimo verde muore alle pareti di roccia. Vi pasceva un armento, il continuo tintinnio di campani oscillava sul rombo eguale del fiume profondo. Sedette sull'erba ascoltando il rombo simile alla voce del Posina ch'empiva, a finestre aperte, la sua camera della Montanina. Il tempo era grigio, malinconico il rombo, malinconico il tintinnio dei campani delle vacche pascenti. Il rombo gli faceva male, un dolce male cui si abbandonò, voto di pensiero. Qualche ricordo preciso di Lelia gli passò per la mente quando riprese la via, dolendogli ancora il petto di quel dolce male. Si fermò a guardar fiso, nel bosco, un ciuffo di ciclamini fioriti presso il sentiero, li guardò fino a che quelle immagini gli rientrarono sotto la soglia della memoria cosciente. Uscì, camminando adagio, dal bosco di castagni e di noci nel Pian di Nava.

Vide subito, a duecento passi, una signora vestita di chiaro, seduta sull'orlo alto del prato, dov'esso gira a sinistra e scende verso la Terra Morta. Non se ne curò. Quasi ogni giorno salivano a Dasio villeggianti di Loggio e di San Mamette. Non se ne curò e non la guardò. La signora era seduta fuori del sentiero, circa venti passi a destra. Quando Massimo, camminando lentamente, le fu a paro, ella si alzò in piedi. Egli la guardò allora per l'impressione di quel movimento come avrebbe guardato una fronda improvvisamente agitata dal vento. Non la riconobbe, voltò la testa da lei al proprio cammino e già passava oltre. Ella fece l'atto di movere avanti, si porse e si trattenne. Allora egli si trattenne pure e la guardò nuovamente. Era tanto pallida, tanto stravolta che ancora non l'avrebbe riconosciuta se gli occhi di lei non lo avessero guardato con una fissità vitrea. Dubitò, trasalì, impietrò. Ella piegò il viso, cercò brancolando, sussultando, un appoggio, indietreggiò di un passo verso l'albero, al cui piede si era seduta, inciampò nelle proprie vesti, portò rapidamente la mano indietro, al tronco dell'albero, rimase in piedi, a capo basso. Massimo, slanciatosi avanti per sostenerla, si arrestò. Vedeva ch'era lei, non poteva crederlo, si levò il cappello, stupidamente, senza sapere che si facesse. Ella porse il viso smorto, rigato di lagrime, il petto ansante, lo fissò ancora. Quegli occhi parlavano, dicevano amore amore, dolore dolore. Egli vedeva e non poteva credere. Fece un atto di saluto, a caso, come per partirsi. Ella porse daccapo il viso e le sue labbra si contrassero disordinatamente in una voce muta. Massimo volle pensare ch'ell'avesse necessità di qualche aiuto, di qualche indicazione come un viandante qualsiasi, e vergognasse di doversi rivolgere proprio a lui. Nello stesso tempo gli balenò una spiegazione di quella presenza e non dubitò che fosse vera.

«Ella è qui con donna Fedelediss'egli. E si mise subito sulle difese. Certo donna Fedele aveva fatto questo, aveva persuasa la ragazza, le si era imposta. Non vide l'assurdità della supposizione, afferrò un'apparenza di vero, il solo modo possibile di spiegare come Lelia fosse davanti a lui. Ma Lelia, chinato il viso, accennò di no.

«Con Suo padreesclamò il giovine, più stupefatto che mai, sapendo di supporre una cosa impossibile. Lelia, sempre col viso basso e gli occhi a terra, accennò ancora di no.

Allora, finalmente, nell'attitudine vergognosa, umile di lei, Massimo intravvide il vero, il perchè di quegli slanci repressi della bella persona verso di lui. Ma non ardì ancora dire una parola, fare un atto che rispondesse al dolcissimo vero. Porgendosi a lei palpitante, quasi cieco di emozione, mormorò:

«Sola

Lelia non rispose, si coperse il viso colle mani. Il giovine gliele afferrò, le sentì cedere, cedere, in un'onda di abbandono che parola umana non avrebbe potuto esprimere. A un tratto resistettero. Egli non ne intese il perchè, trasalì di terrore. Lelia guardò un attimo, ritraendo le mani, verso il sentiero dove passavano due guardie di finanza e un'ombra lievissima di timore le sfiorò il viso. Egli intese, le disse alcune parole incoerenti, forzando a un tono indifferente la voce, che tuttavia tremava più e più, perchè quello che ora non dicevano le mani di Lelia, lo dicevano gli occhi fissi, gravi, cupi di passione. Un lume di sorriso le comparve sul volto, le mani ebbero un picciol moto lento di offerta; coloro erano passati. Massimo riafferrò le mani gelide. Cedevano, però con certo maggiore ritegno che la prima volta, e gli occhi, esperti del pericolo, spiarono rapidamente il sentiero. Egli le mormorò altre parole incoerenti, le offerse il braccio, dubitando che le dispiacesse, dove poteva passar gente, venir tratta per mano e pur volendo sentire un vivo di lei. Strinse il braccio, subito concesso, di una stretta che le colorò il viso.

Felice di una gioia di fuoco, ella era ritornata padrona di , mentre Massimo, preso da vertigini, non sapeva dirigersi. Piegò verso Dasio. Lelia non disse parola ma il braccio prigioniero spinse dolcemente, deliziosamente, la persona cara verso l'altra parte, verso il bosco; poi, mentre lo sguardo diceva «ti amo, ti amo», si ritirò pian piano dalla stretta. Ella prese a camminare, sul sentiero angusto, davanti a Massimo. Ogni tre o quattro passi voltava il capo, lo fissava senza proferir parola. Talvolta nella prima dolcezza degli occhi quasi velati si accendeva rapidamente un fuoco scuro. Allora quegli occhi tornavano al cammino, come se l'anima non potesse sopportare il gran fuoco. Nel bosco i due si trovarono a paro. Egli le cinse con un braccio la vita. Ella lo guardò, lo guardò, piegò il viso verso di lui che piegò il suo. Le labbra mute di lei si porsero. Il bacio fu lieve perchè l'uno e l'altra sentivano confusamente quasi una riverenza di qualche cosa di augusto che si compiesse in quel momento, di qualche cosa di eterno che fosse incominciato col bacio dell'amore. Lelia si levò il cappello, ritornò al bacio, piegò il viso sul petto dell'amato.

Allora egli, non più smarrito, tutto rinnegando quel che aveva pensato amaramente di lei, godendo di abbandonarsi senza misura, le mormorò sul tepido profumo dei capelli biondi:

«Per sempre; vero

Ella rispose con una pressione impetuosa della fronte. Voci di donne nel bosco. Lelia alzò il viso, riprese la via davanti a Massimo, voltandosi ogni momento a guardarlo, come prima. Nel ripassare accanto ai ciclamini che poco dianzi aveva contemplati a lungo, Massimo ne colse uno per lei e sorrise. Ella baciò la mano che offriva il fiore e disse quindi le sue prime parole:

«Perchè ride

La nota voce di contralto gli risuonò nell'anima. Più che mai, nell'udirla, fu certo di non sognare, più che mai la realtà gli parve sogno. Solo conosceva di quella voce la freddezza, l'ironia e la collera. Le due parole, per indifferenti, erano la nota, toccata appena, della quarta corda, la nota dolce e grave di una corda incognita che trasformava il suono dello strumento: della corda dell'amore. Per qualche momento Massimo, vinto dalla dolcezza, non seppe rispondere, dire come il rombo del torrente gli avesse richiamato alla memoria la Montanina, come si fosse lungamente affisato nei ciclamini per forzarsi di non pensare l'immagine di lei che gli bruciava il cuore. Le parole che dicevano il suo passato soffrire accesero negli occhi di Lelia la solita fiamma, oscura della divina oscurità che eccede la luce. La fiamma si spense mentr'ella disse:

«Mi conduca dove ha cominciato a pensare a me.»

Egli suggerì, pregando: «Conducimi». Lelia lo guardò a lungo prima di rispondere: «Ancora non posso».

Massimo sentì perchè non poteva. Glielo lesse negli occhi parlanti. Troppo era ancora vivo in quell'anima il