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LA DAMA BIANCA DELLE ROSE
I
Lelia scese dal
letto prima dell'alba, sedette al tavolino senza vestirsi e scrisse:
«La notte è ancora profonda, sono tanto stanca e tuttavia non mi è
stato possibile di rimanere a letto. Avevo l'impressione ch'Ella si
allontanasse da me. Bisogna che stia con Lei, che Le parli. Povera Lelia, ha
l'anima piena di Lei e non trova una uscita alla pienezza del sentimento.
Iersera fra le nove e le dieci, sono ritornata sul sagrato della chiesa proprio
al posto dove ci siamo lasciati. Piovigginava e non ho sentito la pioggia, non
sentivo che Lei. Ho rifatto, pensando, tutte le strade fatte con Lei nella
giornata, specialmente quella del bosco, dopo il primo incontro. È là che
vorrei salire anche adesso, se potessi. Credo che troverei il posto preciso, l'albero
presso il quale passavamo. Ne ho colto una foglia poi, ripassando. Ella non se
n'è accorta. La copro di baci, quella foglia. Ah, sono ancora Lelia, Lelia,
Lelia! Ma sarò Leila, lo prometto.
«Voglia bene anche a Lelia. Scrivo quello che mai non saprò dirle.
Ella mi disprezza, forse, nel fondo del Suo cuore, perchè sono venuta da Lei
come una ragazza folle. Mi disprezzerà più ancora sapendo che non sono venuta
per chieder niente, poichè non mi sento il diritto di chieder niente, che
quanto Ella farà per me, per il mio onore, per il mio amore, per la mia vita,
sarà generoso dono. Ma non creda che il mio sia stato un fuoco improvviso, uno
slancio del momento. La ho amata prima ancora di conoscerla, prima ch'Ella
venisse alla Montanina. Ho ascoltato palpitando, la sera del suo arrivo, il
rumore del treno che La portava. E mi sono difesa contro l'amore. Perchè mi
sono difesa? Per orgoglio. Ma io sto scusandomi, adesso, e non voglio scusarmi.
Quanto più amavo, tanto più sono stata cattiva, superba, colpevole verso di
Lei. Questa è la verità. Tutto il male ch'Ella ha pensato di me, lo meritavo.
Sono venuta per dirle questo e che l'amo e che sono nelle Sue mani. Non Le ho
poi detto altro che il mio amore. Ah non ho avuto bisogno di dirlo!
«Credevo che mi avrebbe respinta, come indegna. Avrei detto: “È
giusto”. Non mi sarei uccisa perchè ho dato parola di non uccidermi. Non avrei
preso il velo perchè non ho più fede. Avrei cercato di vivere in qualche modo
vicino a Lei, vedendola qualche volta senza lasciarmi vedere mai. Ma Ella è
stato buono e grande. Ella ha avuto pietà di una persona tanto cattiva e
superba. Le Sue labbra mi hanno rimesso il mio peccato. Ella ha detto “per
sempre”. Ella ha detto “sposa mia”. Sarà una eterna ebbrezza per me di
ricordarlo. Ma io sento terrore della Sua pietà. Io tremo di renderla infelice,
io tremo di non saper mantenere quello che prometto, di non saper diventare
Leila. Tremo del cattivo sangue ch'è in me. Se non avessi del cattivo sangue,
non avrei saputo ingannare mio padre, la mia affezionata cameriera e quella
povera donna che mi accompagnò a Vicenza come li ho tutti ingannati recitando
la commedia, con perfetta naturalezza e senza rimorsi.
«E pure! E pure! E pure se immagino ch'Ella mi faccia Sua per
sempre, penso che nessun credente adora e serve il Suo Dio come io saprei
adorare e servire Lei. Scrissi che non ho più fede. Sono una creatura di
passione e non di ragionamento. Non so farle un'analisi chiara dei miei
sentimenti religiosi. Sono stata attaccata quanto ho potuto alla religione del
collegio, benchè non mi fosse simpatica, perchè avevo paura del vuoto. Ella
ricorderà forse la mia antipatia per le novità religiose, per le idee che mi
parevano buone a distruggere e non a edificare. Finchè ho potuto sono stata per
la religione dell'arciprete e del cappellano di Velo. Anche quella del signor
Marcello e di donna Fedele non mi pareva pura. Parlavano troppo di Vangelo come
se avessero il diritto d'interpretarlo essi, il Vangelo, mentre sapevo che i
laici non hanno questo diritto. Mi dicevo: o tutto o niente. Finchè ho potuto
accettai tutto. Poi, quando conobbi più da vicino e vidi in lega persone che
incarnano il Tutto, l'arciprete, il cappellano, la sorella dell'arciprete, mio
padre, un certo Molesin, amico di mio padre, non seppi resistere e mi dissi:
meglio niente.
«Ma il Niente non mi soddisfa e domando una fede a Lei, felice
ch'Ella si sia liberato dalle Sue credenze antiche, dalle Sue idee di
rinnovamento cattolico. Le domando un Dio che io possa adorare nei boschi di
Dasio, nel burrone della cascata, sulle onde del lago, in una camera nuziale;
che non m'imponga mediatori ufficiali; che mi domandi solamente amore e mi
proibisca solamente odio; che non mi torturi l'intelligenza con dogmi
incomprensibili, non mi annoi con pratiche tediose, non pretenda allettarmi con
paradisi nè atterrirmi con inferni.
«Domani, La vedrò? Se la mia camera avesse una finestra sulla
piazza, credo che ci starei tutto il dì, sperando. Ma la mia camera guarda il
cortile. Faccio male se nel pomeriggio, alle tre, parto da San Mamette e vado a
sedere nell'erba in faccia alla cascata? Faccio male se mi trattengo un poco
presso una cappelletta mezzo diroccata dove il sentiero comincia a discendere e
si scopre a un tratto tutta la valle, anche colle rupi di Dasio e la punta di
dolomia? Sarebbe male se Lei passasse di là andando a visitare i Suoi sindaci?
«Forse Leila non dovrebbe scrivere queste cose.
«Povera Leila!»
Ritornata a letto, dormì profondamente, fino a sole alto, il sonno
della stanchezza e della giovinezza. Non ebbe pazienza di aspettare il messo di
Alberti, fece chiamare il ragazzo del giorno precedente e lo mandò a Dasio
colla lettera.
Non uscì più di camera fino alle due. Passò il tempo a guardare i
monti, il lago, le nuvole, le vicende della luce e dell'ombra, a fantasticare,
a scrivere. Scrisse a donna Fedele, dicendole la propria gioia di essere
perdonata e amata, scusandosi ancora di essere partita senza dirglielo,
informandola della lettera scritta al padre, pregandola di farle avere notizie
della sua salute. Diresse al Mauriziano di Torino, temendo che la lettera non
trovasse più donna Fedele ad Arsiero. Alle due uscì per comperare dei
francobolli. Sulla porta dell'albergo incontrò il messo che le recava la
lettera di Massimo. Se la pose in seno, andò a prendere i francobolli beandosi
di quel contatto misterioso, desiderando gustarlo a lungo prima di leggere.
Rientrò dopo un quarto d'ora, si recò la lettera alle labbra, l'aperse con mani
tremanti Massimo scriveva:
«La giornata di ieri fu tale un sogno, Leila, che la Sua lettera d'oggi, dolce
senza fine, mi ha dato piacere anche solo come prova della realtà di quelle ore
divine. E nella realtà lo rividi, iersera, andando a Muzzaglio, il bosco dove
un attimo ci bastò a cancellare tutte le amarezze, tutti dolori del passato.
Non ne colsi foglia. Solo appoggiai la mano a un tronco tepido e mi arrestai
perchè la dolcezza del ricordare mi soffocava. In quell'attimo delizioso Ella
era ancora Lelia per me. Non offenda più con accuse la memoria di Lelia.
Offenderebbe me. Non parli di bontà mia, meno ancora parli di grandezza. Non
chiami pietà il sentimento ch'Ella m'ispirò al primo vederla, che nei suoi
principii ho combattuto anch'io. Non dica più quella cosa orribile che non ha
mai pensato, che io possa disprezzare la donna capace di un tale miracolo di
amore e di umiltà. E io non dirò, alla mia volta, le colpe mie, il giudizio
egoistico e presuntuoso che ho fatto di Lei. Io Le dirò soltanto che il mio
amore per Leila mi riempie e mi commuove l'anima non più come la musica di
“Aveu”, ma come una grande voce d'organo, una grande musica solenne che faccia
tremare e piangere e sognare cose eterne.
«Cara, noi la cercheremo insieme, una fede. Ricordo le Sue
antipatie per i miei maestri e le mie idee. Allora credetti che fossero
solamente uno sfogo indiretto della Sua antipatia personale per me. Dubitavo
che non conoscesse nè i miei maestri nè le mie idee. Ora comprendo le ragioni
del Suo sentimento. Quel dubbio però, mi perdoni, resta. Le idee che mi furono
tanto care, per le quali ho combattuto e sofferto, mi permetterebbero di
adorare Iddio nei boschi di Dasio e nel burrone della cascata, in faccia alla
punta di dolomia e in una camera nuziale. Mi farebbero accettare senza tortura
dogmi incomprensibili e osservare senza tedio pratiche imposte. Ella ha veduto
nelle mie lettere alla Vayla il mio presente stato d'animo rispetto ad esse. Se
mi si sono sfasciate nella mente, è stato con grande mio strazio. Solamente
ieri, durante tutto il paradiso di ieri, non ci ho pensato. E non ci avrei
pensato oggi e non ci penserei domani e chi sa per quanto tempo mi basterebbe
di vivere e di amare in questa solitudine poetica, di avvolgere nello stesso
tacito perdono di disprezzo tutti i piccoli uomini e le piccole donne del
grande rumoroso mondo che mi hanno dato fastidio, se non fosse imminente un
avvenimento cui non posso a meno di accennare senza una specie di commozione
terribile e sacra. Un Morto è uscito dalla tomba e si avvicina a me, cerca me
per domandarmi conto della mia fede. È il mio maestro, l'Uomo che ho più amato
al mondo, l'Uomo che ha creduto, adorato, obbedito, perdonato a tutti e
disprezzato nessuno. Egli è uscito dalla sua tomba di Roma. Viene qua. Arriverà
posdomani sera. Me lo annuncia un telegramma pervenutomi stamattina. Io dovrò
andare a incontrarlo. Leila cara, noi cercheremo insieme una fede, ma quello
che provo pensando un tale incontro, nè la parola nè il silenzio valgono a
dire, perchè non lo so definire a me stesso.
«Non mi è possibile incontrarla com'Ella dice. Alle due e mezzo
debbo trovarmi a Cima per parlare col sindaco. Ella parta a quell'ora e si
faccia accompagnare al Santuario della Caravina. Attraversato il villaggio di
Cressogno, congedi la Sua
guida. Non potrà sbagliare più. Il Santuario è una chiesa isolata. Se non mi
avrà incontrato prima, mi aspetti lì. Andremo poi insieme a Cima dov'Ella potrà
prendere il battello per ritornare a San Mamette. Io risalirò a Dasio. Leila
mia!
«M.»
Un fischio. Il battello arrivava da Oria. Lelia aveva dimenticato
di caricare l'orologio. Guardò un orario che le avevano posto in camera.
Dovevano essere quasi le due e mezzo. Fece tosto cercare del solito ragazzo e
si avviò rapidamente. In mezz'ora fu all'uscita di Cressogno verso la Caravina. Licenziò
il ragazzo e procedette sola. Aveva portato seco la lettera di Massimo e la
rilesse camminando lentamente per la stradicciuola gentile che va piana fra gli
ulivi e i vigneti della costa blanda, scendente al lago. A cento passi dai
cipressi che fronteggiano il Santuario, alzò gli occhi, s'illuminò. Massimo le
veniva incontro. Ella fu appena in tempo di levarsi il guanto della mano che
porse a quelle avide di lui. Gli mostrò la lettera gli disse plano colle
labbra, forte cogli occhi e con tutta la persona fremente:
«Grazie!»
Stettero un momento muti, per la commozione e anche per altra
cosa. Ciascuno dei due sentiva che l'altro pensava la stessa ombra dello stesso
cadavere. Ciascuno dei due sentiva che l'altro non sapeva se parlarne o no e
come parlarne. Il reciproco imbarazzo fece che si rimettessero presto in
cammino. Si avviarono a paro, silenziosi, verso il Santuario. Poichè egli
taceva, Lelia sentì che toccava a lei di parlare.
«Lei è triste» disse piano. «Potrei fare qualche cosa perchè non
lo fosse?»
«Cara» egli rispose impetuosamente come se null'altro avesse
atteso, per effondersi, che una parola qualsiasi di lei, «vi sono espressioni
nella mia lettera che rispondono male al mio pensiero. L'ho un poco sentito
scrivendole e l'ho sentito molto più quando la lettera era già partita. Se avrò
il Suo amore, se avrò l'anima Sua, non potrò sentire disprezzo per nessuno. Non
potrò che sentire pietà per chi non può dire suoi un amore così, un'anima così.
Vi sarà in me un onda di perdono e neppure una stilla di disprezzo.»
Ella non disse parola, lo guardò con occhi velati di dolcezza che
tosto si accesero del solito fuoco scuro. Allora non lo guardò più, non potendo
reggere alla desiderata vista. Messo il piede sulla stradicciuola che oltre il
Santuario serpeggia, ancora piana, per altri vigneti e altri ulivi della costa
blanda, chiese timidamente di questo Morto che veniva da Roma. Ricordava che
alla Montanina, una sera, appena finito di pranzare, ell'aveva chiesto a
Massimo dove fosse sepolto Benedetto e che Massimo aveva risposto: «Per ora a
Campo Verano.»
Massimo la informò di ogni cosa ma non toccò la corda che aveva
vibrato nella sua lettera. Osò toccarla, discretamente, Lelia. Ripetè sottovoce
la domanda:
«Posso fare qualche cosa perchè Ella non sia più triste?»
Poichè Massimo non rispondeva, soggiunse:
«Vedo che lo ama ancora, il Suo Maestro.»
«Sì» rispose Massimo, «lo amo ancora.»
Lo disse con un'agitazione che parve annunciare altre parole. In
quel momento una nube coperse rapidamente d'ombra vigneti, ulivi, sentiero e,
lungo le rive, una larga lista verde-chiara del lago addormentato. Massimo si
fermò. Lelia credette che volesse parlare, attese ansiosa, guardandolo. Egli
voleva infatti parlare. Lottò per trovarne la via fra il tumulto dei pensieri e
dei sentimenti che cozzavano insieme. Gli si vedevano quasi le parole salire
dal cuore e ridiscendere. Ne aveva così chiara coscienza che non dubitò di
venire inteso quando, passati due minuti, disse dolorosamente:
«Non posso.»
E si staccò dall'ulivo cui si era appoggiato, invitò Lelia a
proseguire, anche perchè verso Lugano il tempo era brutto, Caprino e il
Salvatore si velavano di un velo sospetto. Ella obbedì, mesta. Le doleva che
non si fosse sfogato, le doleva una propria impotenza confusamente appresa.
Massimo intese di averla fatta soffrire, le prese il braccio, le accarezzò la
mano teneramente. Ella portò sulla propria sinistra anche la destra, gelosa di
quelle carezze. Non parlarono fino a Cima. Dentro Cima udirono la vocina di un
vecchio piano cantare:
Sola,
furtiva al tempio...
Massimo si arrestò, stette in ascolto.
«Il preludio dell'amore» diss'egli. Lelia lo guardò, attonita. Che
voleva dire? Udito che Massimo si era commosso ascoltandola suonare quella
melodia la notte del suo arrivo alla Montanina, mentre tutta la casa dormiva,
diventò rossa e sorrise.
«Non ero io» diss'ella.
«Non era Lei?»
«No, era il signor Marcello.»
Ell'aveva arrossito forte per il timore di vederlo mortificato e
infatti un po' di mortificazione gli apparve nel viso. Ma egli comprese alla
sua volta, subito, ch'era in pericolo di mortificare lei e rise del proprio
inganno, cordialmente. Ne rise allora ella pure, tanto che gli balenò l'idea di
uno scherzo. La pregò di dire la verità. «Lei, lei aveva suonato!»
«Sì sì» diss'ella rovesciando il viso ridente all'indietro come
faceva nei suoi momenti di umore gaio, «ero io la suonatrice.»
Massimo non sapeva se credere o non credere, e risero ambedue a
vicenda, più che non parlassero, fino a che un rumore di ruote lontane non ebbe
annunciato loro che il battello, lasciata Porlezza, veniva alla volta di Cima.
Seguì allora una piccola contesa. Massimo, un po' serio, un po' scherzoso,
proponeva che l'indomani facessero a meno di vedersi. Per lunedì si poteva
aspettare una risposta o dal padre di Lelia o da donna Fedele. Lelia
protestava. Tanto qualunque risposta venisse, le cose non avrebbero cambiato. E
lunedì, risposta o non risposta, sarebbe andata con lui incontro alla salma di
Benedetto. La conclusione fu ch'egli le avrebbe fatto pervenire l'indomani
mattina per tempo una lettera, col programma della giornata.
Appena salita sul battello, ell'andò a poppa e vi restò in piedi,
guardando Massimo fermo sul ponte di sbarco finchè fu visibile. Poi sedette a
pensare il proprio amore, i propri casi, guardando le spume dell'acqua
fuggente, che ora lucevano ora si oscuravano, a talento delle nuvole.
II
Pranzò alle sei, in
camera. Poi si mise a scrivere a Massimo. Verso le sette, udito il fischio del
battello che veniva da Oria, andò alla finestra, lo guardò passare. Si rimise a
scrivere, a raccontare i suoi pensieri durante la contemplazione delle spume
fuggenti. Stava scrivendo che anch'essi avevano sentito il passar delle nuvole,
la vicenda della luce e dell'ombra; quando fu bussato all'uscio.
Entrò la cameriera. Due signore arrivate col battello avevano
chiesto della signorina. Lelia ne domandò il nome. La ragazza non lo sapeva.
Che aspetto avevano? Erano attempate; una era piccola, l'altra era grande.
Questa aveva i capelli bianchi. Donna Fedele? Possibile? Guardò muta, smarrita,
la cameriera, che soggiunse di aver udito la signora dai capelli bianchi
domandare al padrone se fosse nell'albergo anche il dottor Alberti. Non dubitò
più, fu d'un balzo all'uscio, spinse da banda la ragazza, volò giù dalle scale.
Vide, nel piccolo ingresso, donna Fedele seduta, e, in piedi presso a lei, la Magis coll'albergatore.
«Lei!» esclamò. E si sarebbe precipitata ad abbracciarla se la Magis non l'avesse
trattenuta.
«Povera signora!» disse l'albergatore che teneva un vassoio con un
bicchierino di marsala. «È un po' stanca.»
Donna Fedele, bianca il viso quanto i capelli, sorrise del suo
sorriso dolce, sforzò la dolce voce a dire:
«Vedi, che sorpresa? Stai bene? Hai fatto buon viaggio?»
Lelia ebbe una crisi di singhiozzi e di lagrime.
«O ò ò!» fece donna Fedele. «Cosa ti viene in mente di piangere?
Ti dispiace di vedermi qui?»
«È il piacere, povera signorina, è la sorpresa» sentenziò
l'albergatore che sentiva odore di mistero senza indovinarne la qualità.
Intanto la cugina Eufemia insisteva «pìa pìa pìa» perchè la cugina Fedele
pigliasse il marsala. Questa, nell'entrare all'albergo, era quasi svenuta. Le
avevano portata in fretta una sedia, ve l'avevano adagiata e solo dopo qualche
minuto ell'aveva trovato la forza di chiedere all'albergatore se avesse dato
alloggio a una signorina che viaggiava sola e se fosse nell'albergo anche il
dottor Alberti.
Preso il marsala, si riebbe. Intanto anche Lelia riacquistò
l'impero dei suoi nervi e delle sue lagrime. Dispose che le nuove arrivate
avessero la sua camera, la migliore disponibile, a due letti, e che per lei
fosse preparato lo stanzino attiguo.
Donna Fedele annunciò che si sentiva in grado di salire per
mettersi a letto e soggiunse, nel solito stile, che la sua compagna, avendo destato
la curiosità e l'ammirazione degli abitanti, era libera di andare a passeggio,
di mostrarsi.
«Là, là, là!» fece la cugina Eufemia, contenta. «Sieno lodati il
Signore e la Madonna!
Adesso vai bene, vai bene, vai bene!»
A stento, infinitamente a stento, sorretta da Lelia, fermandosi
ogni due scalini, donna Fedele potè salire le scale e trascinarsi nella camera
dove, aiutata dalla fanciulla e dalla cugina Eufemia, si pose a letto.
Lelia rimase atterrita, spogliandola, dello stato di dimagrimento
e di parziale deformazione enorme in cui la trovò. In presenza della cugina non
vennero scambiate fra loro che parole indifferenti. Quando fu a letto, donna
Fedele licenziò la vecchietta. Appena uscita costei, Lelia si buttò ginocchioni
a baciar piangendo la mano di donna Fedele, che pendeva dal letto.
«Cos'hai mai fatto, bambina?»
Alla voce severa e in pari tempo soave Lelia non potè rispondere
che con lagrime più abbondanti. Donna Fedele s'ingannò sul significato di
quelle lagrime.
«Dio mio!» diss'ella, sottovoce.
Non intese che la fanciulla piangeva di commozione per lei, per la
donna semplice e sublime verso la quale aveva mancato e ch'era venuta, così
ammalata, così distrutta, come sarebbe venuta una madre, la più tenera madre;
mentr'ella stessa, tutta assorta nell'amore, si era ricordata così poco di lei,
delle sue mortali sofferenze. Lelia si affrettò a dire fra i singhiozzi:
«Sono felice, sa, sono tanto felice, ho fatto male a non dirlo a
Lei ma ho fatto bene a venire.»
«Hai fatto bene?»
«Sì, mi ama; mi sposa, è tanto nobile, è tanto buono! Le avevamo
scritto.»
«Eh!» fece donna Fedele. «Mi sposa! Vorrei vedere, adesso!»
Lelia, sempre inginocchiata, alzò il viso.
«Perchè?» diss'ella «Non ha nessun dovere!»
Donna Fedele tacque, sottrasse la mano a quelle di Lelia che la
stringevano, gliela posò sul capo, disse piano:
«Chi sa che idee hai tu, testolina, del dovere!»
Faceva oramai buio nella camera e donna Fedele non potè vedere le
fiamme nel viso di Lelia. Le sentì nella voce, nelle parole accese:
«Che dovere ha? Son venuta io, a cercarlo. Mi ama e in pari tempo
vi è come un fratello in lui che mi proteggerebbe contro me stessa, se ve ne
fosse bisogno.»
Donna Fedele sorrise accarezzandole lievemente i capelli:
«Ve n'è bisogno, ve n'è bisogno.»
Lelia le prese la mano carezzevole, vi piegò su il viso, mormorò:
«Forse sì.»
«Che vergogna, che vergogna!»
Mentre donna Fedele, sottratta ancora la mano, rimproverava così
l'inginocchiata battendole un po' forte il capo, sfolgorò nella camera il lampo
elettrico e si udì uno strido della cugina Eufemia. Aveva trasalito anche donna
Fedele. La cugina entrò spaventata per chiudere le finestre. «O mi povr'om, che
diavolo di temporale!» Lelia faticò non poco a convincerla che il lampo non era
venuto dal cielo. Donna Fedele la rimandò fuori. Voleva udire da Lelia ogni
particolare di quei tre giorni. La fanciulla ne fece un racconto molto
scolorato e poi domandò il permesso di avvertire Massimo, subito. Donna Fedele
stessa lo desiderava ma escluse di riceverlo prima dell'indomani mattina. Lelia
scrisse a precipizio due righe nello stanzino attiguo, dicendo anche delle
condizioni tristissime di donna Fedele, e incaricò l'albergatore di far portar
subito il biglietto a Dasio.
La cugina Eufemia, ben deliberata di non coricarsi, malgrado la
stanchezza, prima di fare preparativi per la notte, di portarsi in camera
brodo, acqua, marsala, prese Lelia a parte, le raccomandò, colle lagrime agli
occhi, di far sì che, occorrendo, si potesse avere prontamente un medico.
Tremava! Fedele avrebbe dovuto essere al Mauriziano, a quell'ora.
«È tanto tempo, sa» diss'ella, «che prevede di morire. Si è
confessata e comunicata ier l'altro e ieri mattina ha voluto che il suo
confessore venisse al villino per darle ancora la benedizione. Se almeno fosse
possibile di partire per Torino domani! Ma non vorrà certo!»
Lelia, sbigottita, angosciata, s'informò per il medico
dall'albergatore. Il medico condotto provvisorio, quello che si era ritirato
dal concorso, abitava a Cadate, a meno che dieci minuti da San Mamette. Lelia
voleva assolutamente vegliare lei l'ammalata invece della povera vecchia
Eufemia, se non la notte intera, almeno una parte. Ma la povera vecchia Eufemia
sarebbe morta piuttosto che accettare.
«Una sedia» diss'ella, «perchè se mi corico, anche vestita, mi
addormento come un salame; il mio rosario; la mia Madonna della Consolata in
mente; io sto meglio che a letto.»
Lelia dovette piegare. Avvertì l'albergatore che forse, prima
della mezzanotte, la persona cui ell'aveva mandato il biglietto sarebbe venuta
a prendere notizie dell'inferma. Non si coricò. Andava ogni tanto a origliare
all'uscio delle sue vicine. Udì donna Fedele comandare alla cugina di porsi a
letto. La cugina si schermiva ma poi, l'altra alzando la voce, obbedì. Ottenne
solamente di non spogliarsi. Udì donna Fedele chiedere qualche cosa sottovoce e
allora la Magis
recitare il rosario. Prese una sedia e si dispose di passare la notte lì,
pronta a entrare se occorresse.
Si teneva sicura che Alberti, appena ricevuto il biglietto,
sarebbe partito. Arrivò infatti verso le undici e mezzo. Udito parlare
nell'ingresso dell'albergo, Lelia discese. Massimo era molto commosso e si
commosse anche più ascoltando la relazione della fanciulla. Discusse con lei la
opportunità di vedere donna Fedele subito, se fosse svegliata. Ella non lo
credeva opportuno e il giovine si rimise al suo giudizio. Avrebbe voluto
prendere il posto di lei all'uscio dell'ammalata, ma perchè la camera dov'ella
avrebbe dormito metteva nello stesso corridoio, non insistette nella proposta.
Chiese un'altra camera per sè e pregò Lelia di farlo chiamare per qualsiasi
evenienza, non tralasciando però di far chiamare anche il medico di Cadate.
Sola nel corridoio scuro, tacendo oramai tutta la casa, Lelia
ripensò la vicenda della luce e dell'ombra sulle spume fuggenti, le parole che
ne aveva scritto nella lettera interrotta da donna Fedele. Ombra e luce, a
vicenda, sulle spume e nei pensieri allora; ieri luce nel suo cuore, oggi
ombra. Per lei, per lei sola, donna Fedele era lì a soffrire, forse a morire;
per causa di lei, del suo egoistico amore. Le parve quasi di voler meno bene a
Massimo. Pianse silenziosamente, mordendosi il labbro per non rompere in
singhiozzi. Una sottile voce le diceva bene, in segreto, che donna Fedele
avrebbe potuto fare a meno di venire, che non ve n'era bisogno, che andare a
Torino sarebbe stato, da parte di lei, miglior consiglio. Ell'avrebbe dato
mille ragioni a questa voce se la materna amica fosse venuta in buona salute e
con rampogne. Ma era venuta in quello stato e con tanta bontà, con tanta
soavità di parole e di volto! E da chi le veniva la sua felicità se non dalla
materna amica, per vie aperte da lei? Un'altra cosa Lelia confessò a se stessa.
Benchè avesse passato la notte precedente sul letto e questa le toccasse di
passarla sopra una sedia, un'aura di protezione materna era entrata nella casa,
che rendeva la sedia di oggi più riposante del letto di ieri.
Verso le due ebbe paura di addormentarsi, si alzò pian piano, andò
nella sua cameretta, si pose alla finestra per cacciare il sonno coll'aria
fresca. Vide illuminata e aperta un'altra finestra dell'albergo. Là forse
vegliava Massimo. Si ritrasse dal davanzale. Non avrebbe voluto, in quel
momento, esserne veduta e vederlo, avere una comunicazione di amore. Ascoltò i
sussurri della notte, qualche tocco dal lago placido, il salto di un pesce,
qualche ululo di allocchi lontani; e ritornò alla sua sedia coll'idea che
l'amore le si trasformava, che nel contatto di realtà dolorose prendeva un
carattere di profondità, di gravità nuova.
Alle quattro udì donna Fedele domandare qualche cosa, la cugina
scendere dal letto, urtare in una sedia, guaire; e donna Fedele ridere. Poi più
niente fino alla mattina.
III
Alle sei e
mezzo, la cugina Eufemia ch'era uscita di camera, pian piano, alle sei,
lasciando donna Fedele addormentata, spinse un poco l'uscio socchiuso, le vide
gli occhi aperti, entrò.
«C'è il signor dottor Alberti» diss'ella.
Donna Fedele si voltò sul fianco, non senza pena, verso l'uscio,
mormorò:
«Avanti.»
Massimo entrò di fretta, curvando un poco l'alta persona,
premuroso nel viso e lieto.
«Che piacere!» diss'egli, un po' per abitudine, un po' per
simulazione, pure sentendo che non erano le parole più appropriate a
quell'incontro con un'amica tanto più ammalata di quando si erano lasciati
l'ultima volta.
Donna Fedele sorrise.
«Piacere non so quanto.»
E gli stese la mano ch'egli baciò.
«Ma perchè ha fatto questo viaggio faticoso? Non ve n'era mica
bisogno, sa. Come ha potuto dubitare che...»
Massimo era per dire «ch'io fossi cristiano e gentiluomo» le
parole del telegramma. S'interruppe e arrossì perchè la parola «cristiano»,
dopo l'ultima sua lettera alla donna che lo udiva, gli avrebbe bruciate le
labbra.
Donna Fedele lo guardò in silenzio con occhi penetranti che lo
fecero arrossire più ancora.
«Dipende da te, e da Lelia» diss'ella, «che io abbia fatto la più
bella azione di tutta la mia vita.»
Massimo tacque. Non capiva.
«Adesso» diss'egli, uscendo da un silenzio imbarazzante «mi lasci
prendere la mia parte di medico.»
L'ammalata negò con un moto lento e lungo dell'indice. Massimo,
dolente, ne domandò il perchè. Ella rispose che non aveva bisogno di medico,
che la parte del medico la doveva fare ella stessa, sì con lui che con Lelia.
Ma non ora. Ora voleva sapere, poichè fra loro si erano intesi, cosa avessero
in animo di fare. Udito che Lelia aveva scritto a suo padre e che ne attendeva
risposta, osservò che la risposta negativa era sicura e che, risposta o non
risposta, la ragazza non poteva rimanere lì.
«Dio mi darà la forza di ricondurla a casa sua» diss'ella «o
almeno, per qualche giorno, al villino.»
Allora Massimo le riferì il tenore della lettera di Lelia al
padre, la probabilità che la risposta non fosse negativa. Donna Fedele l'ammise
e fu poi contenta di apprendere che Massimo sperava di conseguire il posto di
medico condotto in Valsolda. A ogni modo era necessario che Lelia partisse con
lei. Massimo riconobbe questa necessità. Pensò che sarebbe stato difficile
persuaderne la fanciulla ma lo tacque.
«Chiamala» disse l'ammalata.
Lelia venne e udito di che si trattava, impallidì. «No no!»
esclamò, piuttosto in tono di preghiera che di protesta. Donna Fedele le diede
della bambina. Ella e Massimo si erano intesi, le cose avrebbero il loro corso.
Come mai non capiva la sconvenienza, la impossibilità, per lei, di restare in
Valsolda? Lelia si spiegò. Sperava che vi sarebbe rimasta donna Fedele per
qualche giorno, che si sarebbe giovata di quel riposo, di quella pace. E poi
l'accompagnerebbe a Torino Certo le doleva di partire dalla Valsolda ma di
ritornare a Velo aveva orrore addirittura. A diventare maggiorenne, padrona di
sè, le mancavano mesi, solamente mesi! Donna Fedele le fece osservare che a
Torino ella sarebbe rimasta affatto senz'appoggio.
«Se tuo padre lo permettesse» diss'ella dopo alcuni momenti di
riflessione, «potrei lasciarti a Santhià presso mia cugina.»
Fu convenuto, dopo una breve discussione, che per quel giorno
donna Fedele riposerebbe, che l'indomani mattina sarebbe veduta dal medico di Cadate
e, avutane l'autorizzazione, partirebbe con Lelia per Torino avvertendo col
telegrafo la cugina di trovarsi alla stazione di Santhià per ricevere la
ragazza, mentre l'Eufemia, ricuperato il baule cui donava qualche segreto
sospiro, avrebbe proseguito con lei; di fare rispedire all'indirizzo di Santhià
le lettere che pervenissero a San Mamette per Lelia. Donna Fedele cedette, per
il meglio, sul punto del permesso paterno. Il sior Momi era stato sempre così
ossequioso con lei, la casa delle cugine di Santhià era un soggiorno tanto
sicuro e Lelia abborriva talmente dal ritorno a Velo, ch'ella credette poter
decidere così di suo capo. Tanti discorsi avevano esaurite le sue povere forze.
Pregò di stare un'ora in silenzio, in pace, e pregò che Massimo se n'andasse al
suo Dasio, che Lelia si accontentasse di rivederlo la sera, fra le sei e le
sette, in sua presenza. Sentiva di avere una responsabilità non piccola della
folle scappata di Lelia, sentiva di essere meno libera nella parte materna
volontariamente assuntasi che non lo sarebbe stata una vera e propria madre.
Lelia ebbe un movimento di ribellione.
«Leila! Cara Leila!» disse Massimo sorridendo. La piccola fiera
dagli occhi lampeggianti si ammansò come per incanto. Egli voleva così.
Bastava. Donna Fedele spalancò gli occhi. «Cosa? Ti sei cambiata il nome?»
«Solamente per lui» rispose Lelia, arrossendo, «ma per lui proprio
sì, proprio sì!»
«Spiegatevi.»
Lelia stese rapidamente la mano verso Massimo a fermare le parole
ch'egli fosse per dire. Supplicò donna Fedele di non chiederle spiegazioni.
«Piuttosto» soggiunse «mi chiami Leila anche Lei.»
Donna Fedele crollò il capo, fece un gesto come per dire: chi si
raccapezza con questa gente? E la conversazione ebbe fine.
IV
Era domenica e
la cugina Eufemia, informatasi fino dalla sera precedente, anche per incarico
di donna Fedele, della chiesa e della messa, aveva saputo che la chiesa stava
in alto a capo di una faticosa scalinata, che la messa parrocchiale, l'unica,
si celebrava alle nove. Nè altre chiese di più comodo accesso erano nelle
vicinanze. Vedeva bene che la cugina non era affatto in grado di andare a messa
ma tuttavia non osò uscire senz'avvertirla. L'avvertì alle otto e mezzo. Donna
Fedele fece chiamare Lelia.
«Vai a messa coll'Eufemia» diss'ella. «Io non ci posso andare, pur
troppo. Ascoltala anche per me.»
Lelia espresse il desiderio di tenerle compagnia. L'inferma si
oppose risolutamente: «No, cara; devi proprio andare». Soggiunse che,
occorrendo, avrebbe pregato di tenerle compagnia la cugina Eufemia. Ma non
occorreva. Siccome Lelia pareva esitare, le domandò sorridendo se per avere un
piacere da lei fosse necessario di chiamarla Leila. La fanciulla non disse
parola e se ne andò immediatamente colla Magis.
Donna Fedele soffriva. Doglie lancinanti avevano cominciato a
torturarla durante il colloquio con Massimo, la torturavano ancora. Non erano
sofferenze nuove, le conosceva da un pezzo; ma conobbe pure, questa volta,
l'afflosciarsi di ogni energia resistente. Prese dal tavolino da notte il suo
libro di preghiere, cercò di leggere quelle della messa. Non potè, fu costretta
di abbandonare sulle coltri la mano aperta, così che il libro le scivolò a
terra. Sudore abbondante le rigava la fronte e le guance cadaveriche. Non le
uscì di bocca un gemito. Poco prima che la cugina Eufemia e Lelia rientrassero
dalla chiesa, le doglie si chetarono. Nel primo momento di relativo riposo ella
disse udibilmente, parlando a se stessa: «Di qua, cara Fedele, non si parte
più».
Trovò tuttavia, quando rientrarono, la forza di riceverle
serenamente. Alle loro domande rispose che aveva avuto qualche doloruccio ma
che ora si sentiva meglio. Chiese un bicchierino di marsala. La voce diceva
spossatezza estrema. Lelia propose di far venire il medico.
«Fate pure venire il medico» disse l'ammalata, sorridendo «ma
intendiamoci...»
Lelia arrossì. Disse che aveva pensato al medico di Cadate e non a
Massimo.
La cugina Eufemia tremò nel cuore. Se Fedele, pensò, permette che
si chiami il medico, deve sentirsi assai male. L'ammalata volle che uscisse lei
per questa chiamata del medico di Cadate. Pregò Lelia di raccattarle il libro
caduto e se ne fece leggere a voce alta queste parole di Sant'Agostino:
«Ma egli è tempo che io a Te ne venga per sempre: aprimi la Tua soglia e insegnami come vi
si giunga. Io non ho che il buon volere e null'altro so se non che voglionsi
fuggire le cose mortali e caduche, cercare le certe ed eterne. Questo solo so;
ma come giungere a Te non so. Tu mi scorgi, m'illumina, mi poni in via. Se Ti
trovano colla fede quelli che in Te si riparano, dammi la fede; se ciò
ottengono colla virtù, concedimi la virtù, e se il fanno colla scienza, dammi
la scienza. Accresci in me la fede, la speranza, la carità, con una ammirabile
e singolare bontà.»
Nel principio della lettura Lelia rabbrividì. Era quello un
indiretto avvertimento di prossima fine? Procedendo non le parve più tale. Però
la prima commozione durava e si sentì nella voce fino all'ultimo.
«Grazie» le disse donna Fedele, seria e dolce. «Vorrei quando avrò
passato quella soglia, che tu pregassi così, qualche volta, in memoria della
tua povera vecchia amica.»
Lelia le prese e baciò la mano. L'inferma si tenne in silenzio
fino all'arrivo del medico. La visita del medico fu inutile perchè egli non
ebbe il permesso dell'esame «completo» che gli era necessario per rendersi
conto delle condizioni reali di quel misero corpo. Donna Fedele gli parlò
dell'operazione, gli disse che intendeva partire per Torino l'indomani mattina
ma che non sarebbe partita senza il suo permesso. Lo pregò quindi di ritornare
la mattina seguente per pronunciare la sua sentenza. Il medico |