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Ell'era figlia
unica di una sorella del conte Cesare e del marchese Filippo Crusnelli di
Malombra, gentiluomo lombardo che visse in Parigi tra il 49 e il 59, sciupandovi
un pingue patrimonio, mobilizzato in fretta e in furia dopo Novara. Marina
perdette colà sua madre e passò dalle mani di una severa istitutrice belga a
quelle di una governess inglese, giovane, bella e vivace. Quando il
marchese tornò a Milano, nel novembre del 59, Marina aveva diciott'anni, una
flora romantica in testa, una guida stordita al fianco e sulle labbra un
sorriso sarcastico che le faceva pochi amici. In quell'inverno 1859-60 che
lasciò a Milano splendida memoria di sé, lo spensierato marchese Filippo volle
rientrare da Parigi nella società milanese col fracasso d'una vettura da Posta
che tuona per le borgate. Diede pranzi, balli e cene dove miss Sarah faceva gli
onori di casa. Alcune vecchie dame parenti del marchese mossero gravi
rimostranze al caro Filippo con la solennità di chi adempie un alto ufficio ed
esprime in pari tempo il giudizio di una casta venerabile. Cadute a vuoto le
loro parole, ruppero le relazioni diplomatiche e non vollero più saperne, di
quel povero Filippo. Così almeno usavano dire agli amici, provocandone la
maldicenza adulatrice a carico del marchese, di miss Sarah e di Marina; sopra
tutto di miss Sarah. E gli amici venivano spesso a portar loro qualche ghiotta
primizia di scandalo, tutta avvolta di parole blande. - La X e la Y hanno
rifiutati gli inviti del marchese; altre lettere dell'alfabeto li accettano, ma
sono sempre d'un freddo con miss Sarah! La R. le ne ha fatte intendere di ben
chiare, come sa far lei. Pare che miss ricondurrà presto Filippo a Parigi:
forse con l'esercito francese. Corrono dei mauvais propos che sentono il
punch e i sigari; si dice che miss partirà con la cavalleria, donna Marina con
l'artiglieria, e Filippo, povero Filippo! lo fanno partire con la fanteria.
Perché con
la fanteria?
Perché nei
suoi affari si comincia a non veder chiaro, anzi a vederci molto scuro, un buco
nero, un pozzo, una voragine. Pare che questo gran train gli pesi, che
lo subisca, che sia voluto da Sarah, la quale non sa il vero stato delle cose e
amerebbe gittar Marina sulla testa di qualcheduno e poi fare il gran colpo...
si capisce! S'è fatto avanti per Marina quello sventurato del ragazzo Ratti; ma
suo padre, avute certe informazioni da Parigi, lo ha spedito a Costantinopoli.
Quell'eterno freddurista di R... ha detto che se i ratt scappano, è
segno che casa Crusnelli sta per affondare.
Queste cose
raccontavano alle vecchie dame gli amici. Infatti si cominciava a parlar così,
in Milano, delle condizioni economiche del marchese; ma erano voci timide
ancora, vaghe e non credute da molti. Dicevano, in gran parte, il vero;
tuttavia Dio sa quanto champagne avrebbe potuto scorrere ancora in onore
di donna Marina, se un temuto aneurisma di suo padre non fosse scoppiato come
la folgore portando via lui, lo champagne e miss Sarah.
Il conte
Cesare d'Ormengo fu chiamato a far parte del Consiglio di famiglia per Marina.
Il Consiglio fu ancora in tempo di salvare l'onore del nome e una piccola dote.
Il conte Cesare e il defunto marchese non erano stati amici mai; da moltissimi
anni non si vedevano neppure. Ma il conte era il parente più prossimo di Marina
e fu il solo che le offrisse la propria casa. Marina avrebbe rifiutato se le
fosse stato possibile. L'aspetto, i modi, i discorsi austeri dello zio le
ripugnavano; ma gli amici del tempo felice s'erano dileguati; i parenti di suo
padre le mostravano certa grave commiserazione con un nocciolo nascosto di
rimproveri che ella indovinava fremendo di sdegno; sola non poteva vivere;
quindi accettò. Accettò freddamente, senza ombra di gratitudine, come se il
conte Cesare, suo zio materno, adempisse un dovere e si procacciasse per giunta
il beneficio di una compagna nella tetra solitudine che abitava. Ella non vi
era andata mai: aveva però inteso descrivere più volte la tana dell'orso,
come diceva suo padre, che l'orso aveva abbandonata nel 1831, per
tornarvi ventott'anni dopo, nel 1859. Non si sgomentava della futura dimora;
anzi si compiaceva dell'idea di questo palazzo perduto fra le montagne, dove
vivrebbe come una regina bandita che si prepari nell'ombra e nel silenzio a
riprendere il trono. Il pericolo di seppellirvisi per sempre non si affacciava
neppure al suo pensiero, perché ella aveva una fede cieca e profonda nella
fortuna, sentivasi nata agli splendori della vita, era disposta ad aspettarne
con altera indolenza il ritorno.
Arrivò al
Palazzo con suo zio una sera burrascosa. Il conte l'accompagnò egli stesso alle
camere che le aveva assegnato nell'ala di levante, verso il monte. Le aveva
fatte arredare con semplicità elegante, aveva provveduto al loro riscaldamento
per l'inverno e nella camera da letto aveva collocato il ritratto di sua sorella,
lavoro dell'Hayez. Marina vi si lasciò accompagnare, guardò senz'aprir bocca le
pareti, il soffitto, gli arredi, il quadro, ascoltò le spiegazioni di suo zio
su questo e su quello, aperse le finestre e disse tranquillamente che voleva
una camera sul lago.
Ella amava
le onde e la tempesta, né le fecero paura la fronte corrugata e gli occhi
lampeggianti del conte: tenne fermo freddamente contro le osservazioni, sempre
più acri ch'egli le venne facendo e che troncò, a grande sorpresa di lei, con
un risoluto: Sta bene.
Dato a
bassa voce un ordine a Giovanna, la sua vecchia governante, il conte uscì.
Allora la governante si pose in cammino, con il lume in mano, seguita da un lugubre
corteo di servi e di bauli. Marina volle venir ultima con Fanny, la sua giovane
cameriera. Attraversarono tutto il palazzo da capo a fondo. Spesso, nel passare
da una camera a un'altra, Marina si fermava a guardar indietro nel buio,
costringeva la intera carovana a sostare. Tutte le facce si voltavano a lei,
quella della vecchia governante seria seria, quelle dei servi tra torbide e
sgomente.
Quando il
convoglio entrò nella loggia che congiunge le due ali del palazzo, Marina
affacciossi alla balaustrata verso il lago, diede un'occhiata alla scura costa
che fronteggia l'ala di ponente, aggrottò le ciglia e disse alla governante:
Dove mi
porti?
Immediatamente
gli uomini posero a terra i bauli. La vecchia posò il lume sopra un baule,
s'accostò a Marina, giunse le mani, e crollando il capo chino sulla spalla
destra, sussurrò con accento di commiserazione profonda:
In un gran
brutto sito, cara la mia bella signora.
Allora non
ci vado.
Sarebbe ben
meglio interruppe uno dei portatori.
Oh sì,
voialtri gli rispose la vecchia in aria severa e il signor padrone? Dio ce ne
guardi.
Ma insomma
esclamò Marina con impazienza è un granaio, è un armadio, è un pozzo questa
camera?
Oh, la
camera è bella.
Ma dunque?
Ma dunque
saltò su l'oratore di prima, un vecchio contadino, mezzo letterato mi perdoni
se mi prendo l'arbitrio di loquire in tre; c'è dentro il diavolo,
eccola; non so se mi spiego.
Zitto, voi,
andiamo, prudenza! Che c'entrate voialtri!
Prudenza?
L'è così, già, signora Giovanna: la prudenza insegna che non c'entriamo né noi
né lei.
Avanti
tutti! disse Marina. Obbedite al signor conte.
E andò con
Giovanna.
Colui si
volse a' compagni e fe' con la mano destra l'atto di cacciarsi le mosche dalla
fronte.
Entrarono
in un lungo corridoio e, percorsane la metà, si misero per una scala a
sinistra, salirono ad un altro corridoio, nel piano superiore.
Quando
Giovanna aperse l'uscio temuto, Marina le strappò di mano il lume ed entrò
rapidamente. Vide una stanza discretamente ampia, molto alta, con il pavimento
di mattoni, le pareti mal vestite d'una sdrucita tappezzeria gialla, il
soffitto a mezza volta con un affresco nel mezzo, un gran carcame di letto, con
il suo padiglione che pareva una corona di vecchio nobile spiantato, e pochi
seggioloni antichi, fidi compagni di quella grandezza decaduta. Marina fece
aprir le imposte e si gittò sul davanzale di una finestra, tuffando il capo nel
buio, nel vento, nel fragore misto delle onde e dei boschi, tutto voci di
rampogna e di minaccia che le parevano amiche dell'irritato conte; piene in
pari tempo di una potenza superiore e malvagia.
Marina
restò lì lungo tempo, affascinata, senz'avvedersi dell'affaccendarsi febbrile,
delle commosse esclamazioni di coloro che, dietro a lei, mettevano all'ordine
la camera, vi portavano masserizie e biancherie. Più volte in passato le erano
comparse immagini non evocate di luoghi solitari e selvaggi in cui il suo
pensiero posava un momento, senza desiderio né ribrezzo. Adesso le tornavano a
mente. Ricordava qualche cosa di simile a questo nero deserto. Alla Scala? Sì,
una notte, al veglione della Scala; un'altra notte, in casa sua, coricandosi
dopo una gran festa, le era balenata una tetra visione di solitudini montane.
Non s'era curata di quei fantasmi. Ed ora, ecco il vero.
Signora
disse timidamente Giovanna.
Marina non
rispose.
Signora!
Silenzio.
Signora
donna Marina!
Questa
trasalì e si voltò bruscamente.
Non c'era
più che la vecchia in camera: gli altri se n'erano andati.
Ebbene?
diss'ella.
Per questa
sera avrà pazienza così. Domani speriamo che il signor padrone cambierà idea.
Se no, cercheremo di fare un po' meglio. Comanda qualche cosa?
Sicuro.
Data questa
laconica risposta, Marina piantò lì l'attonita vecchierella, fece due o tre
giri per la stanza e le tornò davanti.
Questo diavolo?
Dov'è questo diavolo?
Ah, cara
madonna, non lo so, io. Son cose che si dicono così... sa bene. Io non so.
Cosa
dicono?
Oh, non
abbia paura, sa!
Cosa
dicono?
Dicono che
qui dentro c'è l'anima d'un povero morto che sarebbe poi il padre del signor conte,
il suo papà grande di Lei.
Marina
rise.
Dunque mio
zio è figlio del diavolo!
Ah Signore,
cosa dice mai questa signora qui! No che non era il diavolo il papà del
padrone; però era forse un poco suo parente. Ha da sapere ch'egli tenne qui
dentro, come in prigione, la signora contessa, mica la mamma del padrone, la
prima ch'era una genovese, giovane un bel pezzo più di lui. C'era un vecchio
qui a R... che si ricordava di averla veduta e diceva che era così bella che
somigliava un bambino. È bene che questa povera signora è venuta matta; e alla
notte, neh, faceva dei versi e cantava delle ore e delle ore sulla stessa
musica, che i pescatori di R... quando andavano fuori di notte la sentivano
lontano un miglio. Si figuri che hanno persino dovuto mettere le inferriate
alle finestre. Mi ricordo io quando il povero conte vecchio la fece tirar giù.
Perché io, La vede, sono nata qui, al Palazzo. Questa povera signora se ne andò
presto all'altro mondo. Quando, degli anni dopo, è morto anche lui, il signor
papà grande, la gente cominciò a dire che nella casa ci si sentiva e che i
rumori venivano proprio da questa camera. E dissero che l'anima del marito, in
pena d'essere stata così cattiva, il Signore l'aveva condannata a star qui
dentro settantasette volte tanti anni quanti vi era stata la moglie. Ancora
adesso non c'è uno di questi paesani che si possa far dormire qui per un
milione.
Storia
insipida mormorò Marina. Cosa c'è qui sotto?
Una camera
da letto ch'era poi quella della Sua nonna; dopo non c'è stato più nessuno.
E sopra?
La stanza
della frutta.
E quella
finestra lì dove guarda?
Guarda
verso il largo del lago, perché qui siamo sull'angolo.
E quella
porta lì?
Quella
porta lì mette a una camera grande come questa, sulla facciata come questa,
dove potrà dormire la Sua signora donzella.
A questo
punto s'udì nel corridoio vicino uno scoppio di pianti e di lamenti. Era Fanny
che singhiozzava disperatamente addossata al muro. Ripeteva fra i singhiozzi di
voler andar via, di voler andare a Milano subito subito.
Giovanna
rimase stupefatta della pazienza, della bontà, della grazia che Marina pose in
opera con quel la ragazza caparbia e irragionevole, riducendola poco a poco
alla calma senza ottenerne mai una risposta diretta. Voleva andare a Milano a
casa sua; casa sua, è vero, non l'aveva, ma sarebbe andata a casa di qualchedun
altro: a Milano c'erano almeno cinquanta case di signori da carrozza, dove
andare lei, sarebbe come pioverci la manna dal cielo, e le si erano già fatte,
prima di lasciar Milano, delle magnifiche offerte: un luogo simile non lo
avrebbe mai potuto immaginare; più di una settimana non resterebbe per tutto
l'oro del mondo; l'idea di dormire in quell'orrore di camera l'avea fatta
impazzire; i regali eran belli e buoni, ma più di quindici giorni o di un mese
lei non resterebbe per tutti i regali della terra anche in un'altra stanza; del
salario a lei non importava nulla; se restasse, resterebbe per affetto alla sua
padrona e non per aumento di salario; del resto, non si sentiva poi neanche
bene; provava un gran bisogno di mangiare qualche cosa di sostanzioso e di bere
qualche cosa di forte. Così, lasciato a Giovanna l'incarico di trovare per
Fanny una camera da letto meno vicina alla dimora degli spettri, fu fatta la
pace, e Marina prese possesso del suo appartamento.
Anche il
burbero zio fu in seguito ammansato da Marina, senza umili scuse né moine a cui
non avrebbero piegato né lui né lei, ma con un riserbo dignitoso, e, quando il
rigido conte cominciò a dar qualche segno di sgelo, con certi discorsi studiati,
con certe attenzioni appena accennate che lo ruppero e lo sconvolsero affatto.
Sulle prime l'atteggiarsi di Marina gli riusciva misterioso e sospetto; poi fu
il bizzarro contegno di lei in quella sera burrascosa, che diventò nella sua
memoria un enigma inesplicabile. Allora offerse a Marina un'altra stanza più
gaia nell'ala sinistra del Palazzo. Marina rifiutò; si compiaceva della
leggenda paurosa narrata da Giovanna. La solitudine stessa, la tristezza del
vecchio Palazzo pigliavano fra le pareti della sua camera un che di fantastico
e di patetico; ed ella sentiva gli occhi de' domestici e de' contadini che
bazzicavano per casa seguire la sua persona con ammirazione mista di spavento.
Ottenne invece dal conte, che alla Giovanna parve opera di stregoneria, di fare
alto e basso nella sua camera a piacer suo. Ne strappò le sdrucite tappezzerie
gialle e vi stese in luogo loro certi bellissimi arazzi che il conte serbava in
granaio, stimandoli poco o nulla; sovrappose ai mattoni un tavolato lucido a
scacchiera, cui gittò su, di fianco al letto e a piè di una greppina di velluto
marrone, dei tappeti di arazzo. Il vecchio letto coronato rimase, ma la sua
corte venne ruvidamente congedata. Una combriccola più pomposa di
suppellettili, dame e cavalieri dell'antico regime, tutti boria e sorrisi
studiati, ultimo avanzo invenduto degli splendori di casa Crusnelli, venne da
Milano a pavoneggiarsi intorno al malinconico monarca.
Quando si
moveva tra queste eleganze invecchiate e tetre la delicata figura di Marina
nell'abito celeste a lungo strascico che talvolta indossava per capriccio nelle
sue camere, ella pareva caduta dall'affresco del soffitto, da quel cielo
sereno, dal gaio seguito di un'Aurora ignuda che vi guidava i balli delle
Oreadi e delle Naiadi: caduta in un tenebroso regno sotterraneo dove il suo
fiore giovanile brillava ancora, ma di bellezza meno gaia e meno ingenua.
Quella dea lassù, tutta rosea da capo a piedi, non aveva negli occhi come
questa il fuoco della vita terrena né il fuoco del pensiero; e benché pigliasse
nel cielo uno slancio superbo con tutti i simboli della sua divinità, pareva,
rispetto a Marina, una sguattera glorificata.
Nella
stanza vicina, che aveva ispirato tanto orrore a Fanny, Marina fece collocare
il suo Erard, ricordo del soggiorno di Parigi, e i suoi libri, un fascio di
ogni erba, molto più di velenose che di salubri. D'inglese non aveva che Byron
e Shakespeare in magnifiche edizioni illustrate, regali di suo padre, Poe e
tutti i romanzi di Disraeli, suo autore favorito. Di tedeschi non ne aveva
alcuno. Il solo libro italiano era una Monografia storica della famiglia
Crusnelli pubblicata in Milano per le nozze del marchese Filippo, nella
quale si facean risalire le origini della famiglia a un signore Kerosnel venuto
in Italia al seguito della prima moglie di Giovan Galeazzo Visconti, Isabella
di Francia contessa di Vertu. C'era pure un Dante, ma nella tonaca francese
dell'abate di Lamennais, che lo rendeva molto più simpatico a Marina, diceva
lei. Non le mancava un solo romanzo della Sand; ne aveva parecchi di Balzac;
aveva tutto Musset, tutto Stendhal, le Fleurs du mal di Baudelaire, René
di Chateaubriand, Chamfort, parecchi volumi dei Chefs d'oeuvre des
littératures étrangères o dei Chefs d'oeuvre des littératures anciennes
pubblicati dall'Hachette, scelti da lei con uno spirito curioso e poco curante
di certi pericoli; parecchi fascicoli della Revue des deux Mondes.
La grossa
barca di casa dovette stringersi alla parete per far largo a Saetta,
lancia elegante venuta dal lago di Como, che ci aveva l'aria di un'allieva
della scuola di ballo accompagnata dalla mamma. Il signor Enrico, detto Rico,
figlio del giardiniere, diventò ammiraglio della squadra. Sperò, sulle prime,
in una divisa degna di Saetta, sollecitata da Marina; ma su questo punto
il conte, un aristocratico pieno di generose contraddizioni, fu irremovibile;
dichiarò che per l'onore della dignità umana avrebbe preferito un Rico senza
calzoni e senza scarpe a un Rico in livrea, fosse pure livrea di battelliere. E
lo stesso Rico, essendosi un giorno arrischiato a dirgli che a Como e a Lecco
aveva veduto parecchi suoi simili molto contenti della loro livrea, si udì
rispondere, in onore della dignità umana, ch'era un grandissimo asino. Marina
gli fece allestire un abito scuro da signorino, nel quale il vanitoso Rico
entrava, rosso come un gambero, sprizzando riso da tutti i pori; fino a che gli
diventò famigliare come le solite brache paterne ad usum delphini. Anche
il vecchio giardino ebbe un ritorno di giovinezza e di civetteria dopo la
venuta di Marina. Nuovi fiori si addensarono nelle aiuole, una fascia di ghiaia
immacolata le cinse. E foglie e fiori furono composti all'ossequioso
giardiniere nel nome della marchesina, in mezzo alla grande aiuola ovale tra
l'aranciera e il viale lungo il lago. Perché il giardiniere e gli altri servi
guardavano a lei come all'avvenire e gareggiavano di zelo per conciliarsene il
favore. Tranne Giovanna, però. Giovanna non guardava così lontano, non aveva
timori né speranze, devota al padrone, rispettosa verso la signora donna
Marina, seguitava quietamente la sua vita.
Del conte
non si può dire che andasse rimettendosi a nuovo come parte della sua casa, né
che rifiorisse come il suo giardino. Ma pure anche la sua persona e il suo
volto riflettevano qualche nuovo lume, perché la gioventù, la bellezza e la
eleganza, unite in una persona, irradiano intorno a sé, volere o non volere,
uomini e cose. Si radeva più spesso, non gli si vedevano più certi cappelli
archeologici da spaventare le passere, certi zimarroni ereditati in apparenza
dall'antenato di ferro.
Steinegge,
con Marina, era ossequioso e freddo. L'aveva preceduta al Palazzo d'un mese
appena: strano segretario, incapace di scrivere due righe d'italiano corretto.
Il conte l'aveva preso, sulla raccomandazione del Marchese F. S. di Crema, per
spogli e traduzioni sì dal tedesco che dall'inglese, la quale ultima lingua,
Steinegge, figlio di una istitutrice di Bath, conosceva perfettamente.
All'arrivo di Marina il pover'uomo si era creduto in dovere di fare lo
spiritoso e il galante. Tante amarezze, tante miserie patite non avean potuto
spegnere del tutto in lui i sentimenti cavallereschi della sua gioventù. Era
stato un ardito ufficiale, de' primi a cavallo, de' primi con la sciabola in
pugno, de' primi nei nobili amori; poteva egli diportarsi con Marina da scriba
melenso? Si diede a sfoderarle complimenti antiquati e galanterie fuori di
corso, versi di Schiller e di Goethe. Il successo non fu splendido. Marina non
degnava avvedersi del segretario che per significargli con un gesto del viso,
con una parola ironica, quanto poco stimasse le sue cortesie, il suo spirito,
la sua vecchia e magra persona; e che, se le piaceva di essere amabile col
conte, non voleva dire che lo sarebbe con tutti. Da quanto lo zio le aveva
detto di Steinegge, ella lo giudicava un avventuriero volgare; a lei, vissuta a
Parigi tra una società spesso mescolata di queste figure torbide, il tipo non
ispirava curiosità di sorta. Aveva in odio, per giunta, la lingua tedesca, lo
spirito tedesco, l'amore tedesco, la musica tedesca, la gente, il paese, il
nome, tutto. Diceva d'immaginare la Germania come una pipa, una enorme testa
rotta di gesso, dal muso di borghese obeso, a cui bruci senza fiamma nel
cervello aperto del tabacco umido, malsano, e n'escano spire di fumo denso,
forme azzurrognole, mobili dal grottesco al sentimentale, nuvolette che
diventano nuvole, nuvoloni; i quali poco a poco vi calano addosso, vi
avviluppano, vi tolgono di vedere e di respirare. Un giorno, mentre Steinegge
le parlava con molto calore d'ideali femminili tedeschi, di Margherita e di
Carlotta, ella gli disse con la sua indifferenza aristocratica: Sa che effetto
mi fanno Loro tedeschi? E gli espose quell'amabile paragone. Mentre parlava,
sul viso giallastro di Steinegge correva fuoco sino alla radice dei capelli, e
gli occhi gli si stringevano in due scintille. Quando Marina ebbe finito
rispose: Signora Marchesina, questa vecchia pipa rotta ha avuto fiamma e avrà:
intanto io Vi consiglio molto non toccare perché brucia. Da quel giorno
Steinegge tenne per sé complimenti e squarci poetici.
Marina aveva il suo disegno:
conquistar lo zio, impadronirsene del tutto, farsi portare almeno per qualche
mese a Parigi o a Torino o a Napoli, in qualunque gran corrente di vita e di
piacere che non fosse Milano; navigare con questa e commettere il resto alla
fortuna. Lo aveva concepito la sera stessa del suo arrivo al Palazzo, dopo
essersi misurata con il conte e averne assaggiato il metallo. Lottò prima di
decidersi, con il cuore altero che non voleva piegarsi a simulazioni, benché si
sentisse morire, lì dentro, di scoramento. Rimediato allo strappo di quella
prima sera con un contegno dignitoso e tranquillo, cominciò poco a poco a
lodare il Palazzo, il giardino, i cipressi aristocratici, il lago, le montagne,
il soggiorno, come persona che s'adagia in un riposo nuovo, ne piglia
volentieri le abitudini e sente penetrarsi di benevolenza per le cose stesse
che la circondano. Lasciò cadere ad una ad una quasi tutte le numerosissime
corrispondenze. Il conte non ebbe più ad aggrottar le ciglia sulla pioggia di
lettere cifrate, stemmate e profumate che il Rico portava dalla Posta nei primi
tempi. Le parole pungenti sfuggitegli qualche volta all'indirizzo di queste
amiche, di queste complici delle follie passate, per poco non avevano
scompigliato i disegni di Marina, cui facevano groppo alla gola, in quei
momenti, risposte sdegnose da soffiar via d'un colpo il lavoro paziente di
mesi. I suoi cari libri francesi, romanzi e poesie, non uscirono dalla loro
stanza che di soppiatto o quando il conte non avrebbe potuto vederli. Egli era
un fiero dispregiatore d'ogni cosa francese, salvo che del vino di Borgogna e
di Bordeaux. Alto repubblicano, soleva dire che i Francesi fanno all'amore con
le idee belle e grandi, le guastano senza rispetto come fantesche, e finalmente
le piantano malconce e svergognate per modo che gli altri perdono la voglia di
toccarle. Li detestava come inventori della formola: liberté, egalité,
fraternité, dove il secondo termine, diceva lui, si caccia dietro al primo
per ammazzarlo a tradimento. E poiché nel disprezzo come nell'ammirazione non
aveva misura, diceva che tutti gli scrittori francesi insieme non valevano la
nota del bucato di Giovanna; che Voltaire, per esempio, era uno smisurato
buffone; che lo scriba Thiers con la sua strategia era un ridicolo retore
Formione e sarebbe insultato da Bonaparte, se tornasse al mondo, come colui lo
fu da Annibale. Quando parlava di Lamartine questa gran chitarra che una repubblica
ebete si pose in capo sul serio, certi rudi e gagliardi paroloni piemontesi
mezzo sepolti nella memoria gli si smuovevano dentro, venivan su con lo sdegno
e gli uscivano come cannonate. Picchiava poi sodo sulla folla, picchiava su i
poeti e i romanzieri francesi con furore, perché la poesia moderna e il
romanzo, in qualunque lingua, gli erano odiosi. La società è inferma, soleva
dire, e questi asini poltroni di letterati non fanno che eterizzarla
continuamente. Per questo Marina non gli faceva vedere i suoi libri francesi.
Gli parlava invece spesso e sinceramente di religione.
Il conte
aveva una religione tutta propria, forse non troppo logica, ma ben salda e
tenace come le altre sue opinioni. Credente in Dio e nello spirito immortale,
partiva dal testo gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae
voluntatis per dividere nettamente le cose del cielo dalle cose della terra, e
operare, secondo la sua espressione, il decentramento religioso. Sappia disse
una volta ad un cattolico troppo zelante, sappia che Domeneddio, per
festeggiare la nascita di suo figlio, ha dato agli uomini la costituzione. E
poi, per dimostrargli che Dio regna glorioso in excelsis e non governa
in terra, gli citò imperturbabilmente Lucrezio come se costui fosse un
redattore della Civiltà Cattolica. Ciò posto, affermava che gli uomini sono
liberi di vivere sulla terra seguendo quella idea del vero e del bene che
ciascuno è in grado di formarsi.
Le opinioni
di Marina non erano così nette e precise. Aveva seguite le pratiche cattoliche
per inconscio moto del sangue, per l'impulso della vigorosa fede di lontani
antenati. Tali fredde pratiche eran bastate lungo tempo a far sì ch'ella si
credesse cattolica e bastarono perché le ribellioni del pensiero e del senso
cui fu presto in grado di conoscere sia nei libri, sia nel vero, le
comparissero gloriose e calde di gagliarda vita di fronte al suo sterile
cattolicismo, come la divina ribellione di foglie e di fiori che rompe i
vincoli dell'inverno. Nel suo nuovo soggiorno troncò risolutamente ogni pratica
religiosa. Ella vedeva che suo zio non ne seguiva alcuna ed era curiosa di
penetrarne le ragioni, desiderava udirsi approvare, confermare nel suo
proposito, scoprire tanti sicuri argomenti di non credere, onde il pensiero
moderno, ella lo sentiva, doveva esser padrone. Ma il conte secondava poco e
male i suoi desideri: non era forte in filosofia religiosa, giudicava la
religione piuttosto storicamente che filosoficamente. Erano i mali relativi
alla lotta delle religioni positive e l'aspetto delle loro evoluzioni regolari,
conformi ad una legge generale di sviluppo e di decadenza, che lo avevano reso
scettico. Non amava però fare propaganda del suo scetticismo; anzi gli avvenne
una volta di dire a Marina che non sarebbe forse un gran male se tutte le donne
andassero a messa. Ella rispose che oramai, se credesse e andasse a messa,
vorrebbe anche poterla dire; ma che la parte attiva dell'impostura era tutta
presa dagli uomini.
A lei la
uguaglianza della chiesa ripugnava quanto a suo zio la uguaglianza politica.
Non era irreligiosa di natura; pensava qualche volta che vi dovrebbe essere una
religione speciale per le classi più alte, una religione liberissima, senza
pratiche, quasi senza legge morale o almeno con una legge morale trasformata,
dove al concetto del bene e del male fosse sostituito il concetto meno volgare
del bello e del brutto, del buono e del cattivo gusto. Lo squisito intelletto
della bellezza e dell'armonia starebbe invece della coscienza morale; i sensi
non sarebbero combattuti, ma governati con l'intelletto della loro poesia. Un
Dio, sì, ci vorrebbe per l'altra gioventù, per l'altra bellezza al di là della
tomba.
Il conte
abborriva la musica, e Marina si guardava bene dal toccare il suo piano
quand'egli era in biblioteca. Però gli contraddiceva risolutamente in fatto di
pittura, esprimendo senza ritegno la sua ammirazione pei quadri ch'egli
apprezzava meno. Marina si compiaceva d'un dipinto arcaico come d'una
suppellettile di lusso, ma comprendeva soltanto le opere del gran secolo dello
splendore e della forza. Quelle dei migliori maestri veneziani le affrettavano
il sangue nelle vene, le ispiravano uno strano turbamento di ambizioni e di
desideri ch'ella non sapeva spiegare a se stessa. Il conte aveva in salotto uno
stupendo ritratto di gentildonna attribuito a Palma il Vecchio. Gli occhi di
Marina scintillavano posando su quella bellezza dal viso ardito e sorridente,
dalle spalle possenti ch'emergevano col seno dall'abito sfarzoso di broccato
giallo. In questo argomento dell'arte il conte si mostrava assai mansueto;
neppure le contraddizioni vivaci lo irritavano; anzi gli avveniva spesso di
guardar Marina con dolcezza mentr'ella combatteva focosamente pe' suoi pittori
prediletti; il vecchio si ricordava allora della propria madre e taceva.
Malgrado il
favore che veniva acquistando presso lo zio, Marina provava un'avversione
sempre crescente per quest'uomo austero, sprezzatore delle lettere, delle arti,
d'ogni eleganza, che le infliggeva la vergogna di nascondere, almeno in parte,
l'animo suo. Ella non era nata ipocrita e fu mille volte per prorompere e dire
al conte che non lo poteva soffrire, che non intendeva dovergli gratitudine
alcuna, né rispetto, né ubbidienza. Ma non lo fece. Dopo quest'impeti frenati a
fatica, pigliava Saetta e partiva, ora sola, ora col Rico, si gettava a
qualche riva solitaria e saliva rapidamente la montagna con un vigore cui
nessuno avrebbe attribuito alla sua graziosa persona. I contadini che la
incontravano ne stupivano. Gli uomini e le ragazze la salutavano, le donne no.
Dicevano tra loro che colei andava sempre per demoni di boschi e di sassi, e a
messa non ci aveva mai portati i piedi: ch'era un'altra scomunicata come la Matta
del Palazzo, quella di una volta.
Quando era
giunta a chetare i nervi con la stanchezza, Marina ridiscendeva al lago, dove Saetta
l'attendeva pazientemente, custodita spesso dal giubboncello e dalle scarpe del
Rico: mentre questo operoso signore correva i dintorni a coglier frutta, o a
disporre trappole per ghiri, archetti per gli uccelli, con una destrezza che
tutti i monelli del paese gl'invidiavano.
Curioso
ragazzo, quel Rico. Era il primo de' primi alla caccia, alla pesca, al nuoto,
alle sassate e alla scuola. Leggeva e rileggeva con passione i libriccini
toccati in premio e il Guerrin Meschino, principio e fine della
biblioteca di famiglia. Copriva qualche volta con grande onore le funzioni di chierico
della parrocchia e si vantava di declamare il suo latino come on scior curât;
per cui passava sdegnoso e altero nella sua tonachella bianca fra la minor
caterva dei sudici marmocchi ammucchiati alla balaustrata dell'altare maggiore.
Ai padroni era devoto ciecamente. Diceva di voler bene prima al Signore, poi
alla mamma, poi ai sciori, poi al papà, poi alla sciora maestra, poi al scior
curât. Non c'erano per lui altri sciori al mondo che quelli del Palazzo. Ne
parlava come se fosse una cosa sola con essi, opponendo sempre il nostro
palazzo, il nostro giardino, la nostra lancia alle cose di cui gli si
raccontavano meraviglie. Aveva la lingua d'un passero; giuocasse, lavorasse o
mangiasse, gli era uno scoppiettìo continuo di chiacchiere e di risa, salvo
quando si trovava in presenza del conte, che allora ammutoliva. Conosceva tutti
i pettegolezzi del paese e possedeva un fondo inesauribile di fiabe, di
leggende popolari. Marina lo interrogava spesso sulle tradizioni relative alla Matta
del Palazzo. Egli le raccontava in mille modi, intrecciandovi il lavoro
della sua capricciosa e poetica fantasia, specialmente nella catastrofe del
dramma. Un giorno l'eroina scompariva insalutato hospite, per andarsene
drizza a casa del diavolo; un altro giorno il marito la faceva buttar giù nel
Pozzo dell'Aquafonda in Val Malombra, come la gente del paese chiamava un
vallone deserto della montagna di fronte al Palazzo; l'ultimo feudo di Marina,
diceva lei. Ma lo scioglimento preferito dal poeta era questo: l'infelice prigioniera
usciva di notte dal suo carcere attorcigliata intorno a un raggio di luna e si
dileguava nell'azzurro.
Marina si
divertiva di questi racconti e della cronaca del paese che il ragazzo le
narrava con una mistura incredibile di malizia e d'ingenuità. Ella era da quasi
un anno al Palazzo e di viaggio non si parlava. La sua salute se ne risentiva
veramente. Sofferenze nervose non gravi, ma frequenti, cominciarono a
travagliarla. Ella disegnò subito di trarne profitto; intanto ogni lieve
distrazione le era cara, persin quelle che le fornivano le chiacchiere del
Rico.
Giunse così
l'aprile del 1863, giunse, nei tranquilli splendori del tramonto, una sera
sinistra per Marina.
Laggiù a
ponente, nubi colossali ardevano nel cielo e nel lago divisi dall'umile striscia
nera dei colli; ardevano le cime verdi in faccia al Palazzo, e, a levante, i
picchi inaccessibili dell'Alpe dei Fiori. Al basso durava nell'ombra un qualche
lume, un tepore del sole recente, vestigia risus; e da ogni valloncello
calavano ad increspar il lago, per breve tratto, soffi pregni degli odori
primaverili. Vi si spandeva pure ed entrava per tutti gli echi delle valli il
suono festoso delle campane di R... La gran porta nera della chiesa
parrocchiale versava sul sagrato, che tocca a levante il ciglio della costa
verso il lago, un lento fiume di gente accalcata che si spandeva poi
rapidamente. Gli era un rimescolio, uno schiamazzo come d'una gran frotta di
pulcini, di paperi cui la gastalda abbia aperto l'uscio dei campi. Folla e
grida intorno ai rivenditori di ciambelle e di confetture, folla e grida
intorno ai venditori di zufoli e di trombette che si spargevano sonando
dappertutto. Sotto i noci e fra le macchie d'alloro che pendono sopra la
chiesa, strepitavano bevitori e mangiatori. Un po' in disparte si raccoglieva
il fiore del bel sesso di R... e dei dintorni; mamme e nonne tutte linde,
ridenti nelle loro cuffie, spose poderose chiuse in certe campane di seta nera
con tanto di catena d'oro, di pendenti d'oro, di spilloni d'oro; ragazze serie e
pudibonde sotto i cappellini e nastri di una civetteria furiosa. I preti
giravano lentamente tra le ondate della folla, pettoruti, accesi in faccia, col
berretto a croce sulla nuca, e il sigaro di virginia in bocca. Un branco di
monelli s'era precipitato per l'uscio del campanile ad avvinghiar
freneticamente le corde delle tre campane che suonarono e suonarono senza
misura né decoro, come vecchie impazzite, sinché il sagrestano assalì quei
demoni a moccoli, a scappellotti, a strappate; e fattili rotolar fuori
dall'uscio in un mucchio, assestò loro un calcio collettivo e diede alla chiave
una furibonda mandata. Il Rico, ch'era lì presso col suo zufolo in bocca,
aiutò, ci duole il dirlo, le prepotenze dell'autorità ecclesiastica, e si mise
ad inseguire i rei gridando: Aspetta me! Aspetta me!. Ma nessuno lo aspettò, ed
egli, correndo all'impazzata, capitò invece come un montone tra le gambe del
cappellano di..., il quale gli diede del maledetto asino, una buona scrollata e
uno scapaccione di congedo. Il Rico se ne andò mogio mogio, a guardar gli
strumenti della banda di V... che aveva suonato in chiesa, alla brava, fior di
polke e di galopp e s'era attavolata a bere lì presso. Il ragazzo, fiutando gli
ottoni sfolgoranti, udì quella gente che parlava d'andar più tardi al lago a
suonare. Gli venne in mente di domandare subito alla sua padrona se volesse
prendere Saetta e godere lo spettacolo. Corse via come una lepre, saltò
il muricciuolo del sagrato e sparve giù pel bosco verso il sentiero del
Palazzo, che passa a mezza costa.
Marina
passeggiava quella sera in giardino lungo la balaustrata del lago con un
signore piccolo dal lungo soprabito scuro, dai vasti piedi, che non sapeva come
camminare né dove tener le mani e sorrideva di continuo. Era il povero
mediconzolo di R... che tutti chiamavano el pitòr per la sua debolezza
di tingersi la barba.
Che
peccato, dottore diceva ella appoggiandosi alla balaustrata e guardando il
tramonto che peccato che quest'aria mi faccia così male! Com'è cattivo Lei a
non metterci dentro qualche cosa per me!
Il pitòr
ci mise dentro un sospiro, giunse le mani, piegò il capo sulla spalla destra, e
cominciò col suo solito risolino:
Se potessi,
signora marchesina, se potessi...
E non poté
dir altro.
Pensi. Non
si potrebbe farmi una casina di ferro e vetro come si fanno per le palme e per
le muse e soffiarvi dentro un'aria molle, un'aria tenera e non celestiale?
Perché non parla, dottore? Dica, se non mi fanno la casina, cosa succederà del
mio cuore e dei miei nervi?
Non si può
sapere, signora marchesina, non si può sapere: possono soffrir molto,
specialmente il cuore. (Se non fossi tanto asino pensò il pitòr qui
potrei dire qualche cosa di grazioso.) Sicuro; quando, La vede, si ha un cuore
sensibile...
All'aria...
suggerì Marina.
All'aria
capitombolò il pover'uomo si può andar soggetti, nei paesi di montagna, a
frequenti palpitazioni che poi, neh, rinnovandosi spesso e con violenza,
finiscono con generare una viziatura organica, la quale può condurre quando che
sia a un precipizio.
Quanto è amabile,
dottore! E i nervi?
Ma sicuro,
ci sono anche i nervi. I Suoi nervi, stando sempre in quest'aria, farebbero, La
vede, la rivoluzione. Vorrebbero comandar loro e far da prepotenti, La mi
capisce? Quest'aria Le va benissimo per tre o quattro mesetti l'anno, mica di
più.
Proprio
così, dottore?
Proprio
così.
Si guardi
bene disse Marina facendo il viso serio serio si guardi bene dal ripetere
queste cose a mio zio. Mio zio penserebbe che io desidero cambiare soggiorno.
Io non gli chiederò mai questo sacrificio, caro dottore; respirerò piuttosto il
veleno della buona madre natura. Non sono né vecchia né brutta, e non ci tengo
affatto a diventarlo. Ci tiene, Lei, dottore, a invecchiare?
Come uno
zuccherino di menta inglese al primo posarsi sulla punta della vostra lingua vi
irradia per le viscere un'aura non capite bene se di fuoco o di gelo, una specie
di puro lume sensibile al gusto, che sembra invader tutto l'esser vostro, così
le ultime inattese parole di Marina e lo sguardo che le accompagnò, irradiarono
nelle viscere del turbato pitòr un'aura di refrigerio insieme e di
ardore, un arcano lume sensibile a quell'occhio interno che ciascuno di noi
possiede. Dio sa in quale recondita occhiaia. Benché vecchio e brutto, egli era
di temperamento amoroso; inclinato a spicce e caute galanterie campagnuole, era
pur capace di fiamme donchisciottesche. Si figurava d'essere innamorato di
Fanny, una ghiottornìa squisita per lui; ma ora quel complimento di Marina, di
una dea a cui non aveva mai |