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L'ultimo dì dell'anno, mentre Franco stava scrivendo le minutissime
istruzioni che intendeva lasciare a sua moglie per il governo del giardinetto e
dell'orto, mentre lo zio rileggeva per la decima volta la sua favorita Storia
della diocesi di Como, Luisa uscì a passeggio con Maria. Splendeva un tepido
sole. Non v'era neve che sul Bisgnago e sulla Galbiga. Maria trovò una viola
presso il cimitero e un'altra la trovò in fondo alla Calcinera. Lì faceva
veramente caldo, l'aria aveva un lieve aroma di alloro. Luisa sedette con le
spalle al monte, permise che Maria si divertisse ad arrampicarsi e sdrucciolar
sull'erba secca dietro a lei, e pensò.
Non aveva riveduto il professor Gilardoni dopo la notte di Natale e
desiderava parlargli, non per udir da capo la storia del testamento Maironi, ma
per farsi raccontare il suo colloquio con Franco quando gliel'aveva mostrato,
per conoscere le prime impressioni di Franco e l'opinione del professore.
Poiché il testamento era stato distrutto, ciò aveva solamente un'importanza
psicologica. La curiosità di Luisa non era però una fredda curiosità di
osservatrice. La condotta di suo marito l'aveva gravemente offesa. Pensandoci e
ripensandoci, come aveva fatto dalla notte di Natale in poi, s'era persuasa che
anche il silenzio serbato con lei fosse un peccato grave contro il diritto e
l'affetto. Ora le riusciva amaro il sentirsi diminuir la stima per suo marito,
tanto più amaro alla vigilia della sua partenza e in un momento in cui egli
meritava lode. Avrebbe voluto almeno sapere che quando il Gilardoni gli aveva
mostrato quelle carte vi era stata in lui una lotta, che il sentimento più
giusto si era sollevato almeno un momento nell'anima sua. Si alzò, prese Maria
per mano e si avviò verso Casarico.
Trovò il professore nell'orto, col Pinella, disse a Maria di andar a
correre, a giuocare insieme al Pinella, ma la bambina, sempre avida di ascoltar
i discorsi delle persone grandi, non volle assolutamente saperne. Allora entrò
nell'argomento senza pronunciar nomi. Voleva parlare al professore di quelle
tali carte, di quelle vecchie lettere. Il professore, rosso, rosso, protestò
che non capiva. Per fortuna il Pinella chiamò Maria mostrandole un libro
d'immagini e Maria, vinta dal libro, corse a lui. Allora Luisa levò al
professore gli scrupoli, gli disse che sapeva tutto da Franco stesso, gli
confessò di aver disapprovato suo marito, di aver provato e di provare ancora
un gran dolore...
«Perché perché perché?», interruppe il buon Beniamino. Ma perché Franco non
aveva voluto far nulla! «Ho fatto io, ho fatto io, ho fatto io!», disse il
Gilardoni, tutto acceso e trepidante, «ma per amor del cielo non dica niente a
Suo marito!». Luisa restò sbalordita. Ma cosa aveva fatto il professore? Ma
quando? Ma come? Ma il testamento non era stato distrutto?
Allora il professore, rosso come una bragia, facendo degli occhi spiritati,
intercalando il suo dire di «ma per carità, neh? - ma zitto, neh?», mise fuori
tutti i suoi segreti, la conservazione del testamento, il viaggio a Lodi. Luisa
lo ascoltò sino alla fine, poi fece «ah!» e si strinse forte forte il viso fra
le mani.
«Ho fatto male?», esclamò il professore, spaventato. «Ho fatto male, signora
Luisina?»
«Altro che male! Malissimo! Mi scusi, sa, Lei ha avuto l'aria di andare a
proporre una transazione, un mercato! E la marchesa crederà che siamo
d'accordo! Ah!»
Ella strinse e scosse le mani congiunte come se avesse voluto rimaneggiarvi,
rimpastarvi dentro una testa professorale più quadra. Il povero professore,
costernato, andava ripetendo: «Oh Signore! Oh povero me! Oh che asino!», senza
tuttavia comprender bene quale asinata avesse commesso. Luisa si buttò sul
parapetto verso il lago, a guardare nell'acqua. Balzò su a un tratto, batté il
dorso della destra sul palmo della sinistra, il suo viso s'illuminò. «Mi
conduca nel Suo studio», diss'ella. «Posso lasciar qui Maria?». Il professore
accennò di sì e l'accompagnò, tutto palpitante, nello studio.
Luisa prese un foglio di carta e scrisse rapidamente:
«Luisa Maironi Rigey fa sapere alla marchesa Maironi Scremin che il
professore Beniamino Gilardoni è un ottimo amico di suo marito e suo, ma che ne
fu disapprovato per l'uso inopportuno di un documento destinato a sorte
diversa: che perciò nessuna comunicazione si attende né si desidera da parte
della signora marchesa».
Com'ebbe scritto, tese silenziosamente la lettera al professore. «Oh no!»,
esclamò il professore dopo aver letto. «Per amor del cielo, non mandi questa
lettera! Se Suo marito lo sa! Pensi che dispiacere immenso, per me, per Lei! E
come Suo marito non lo avrebbe a sapere?». Luisa non rispose, lo guardo a
lungo, non pensando a lui, pensando a Franco, pensando che forse la marchesa
potrebbe prendere quella lettera per un artificio, per uno spauracchio. La
riprese e la stracciò sospirando. Il professore, raggiante, le voleva baciar la
mano. Ella protestò: non lo aveva fatto né per lui né per Franco, lo aveva
fatto per altre ragioni! Il sacrificio del suo sfogo la esacerbò, anzi, contro
Franco. «Ha torto! Ha torto!», ripeteva col cuore amaro. E né lei né il
professore si accorsero che Maria era nella stanza. Vista partir sua madre, la
piccina non aveva più voluto restar col Pinella e il Pinella l'aveva condotta
fino all'uscio dello studio, gliel'aveva aperto senza far rumore. La piccina,
colpita dall'aspetto di sua madre, si fermò a fissarla con una espressione di
sgomento. La vide stracciar la lettera, la udì esclamare «ha torto!» e si mise
a piangere. Luisa accorse, la prese tra le braccia, la consolò e partì subito.
Le ultime parole del professore nel congedarsi, furono: «Per carità,
silenzio!».
«Cosa, silenzio?», domandò subito Maria. Sua madre non le badò; tutti i suoi
pensieri erano altrove. Maria ripeté tre o quattro volte: «Cosa, silenzio?».
Quando finalmente si udì rispondere «zitto, basta» tacque un poco e poi
ricominciò rovesciando all'indietro la sua testolina ridente, proprio per
stuzzicar la mamma: «Cosa, silenzio?». Ne fu sgridata forte, tacque ancora, ma
passando sotto il cimitero, a pochi passi da casa, ricominciò da capo, con lo
stesso riso malizioso. Allora Luisa, tutta raccolta nello sforzo di comporsi
una maschera indifferente, le diede solo una strappata, che però bastò a farla
tacere.
Maria era molto allegra, quel giorno. A pranzo, scherzando con la mamma, si
ricordò dei rimproveri toccati a passeggio, la guardò sottecchi col solito
risolino timido e provocatore, mise ancora fuori il suo «cosa, silenzio?». La
mamma finse di non udire ed ella insistette. Luisa la fermò allora con un
«basta!» così insolitamente vibrato che la boccuccia di Maria si aperse piano
piano e le lagrime scoppiarono. Lo zio fece «oh povero me!» e Franco diventò
scuro, si capì che disapprovava sua moglie. Poiché Maria piangeva e piangeva,
si sfogò addosso a lei; la prese tra le braccia, la portò via che strillava
come un'aquila. «Meglio ancora!», esclamò lo zio. «Bravissimi!» «Lasci un po'
fare, Lei», gli disse la Cia mentre Luisa taceva. «I genitori devono farsi
ubbidire, già.» «Ma sì, così mi piace», le rispose il padrone, «mettete fuori
anche voi la vostra sapienza.» Ella si azzittì tutta ingrugnata.
Intanto Franco, piantata Maria in un angolo dell'alcova, ritornò e brontolò
qualche parola sul voler far piangere i bambini per forza, per cui Luisa
s'imbronciò alla sua volta, andò in cerca di Maria, la ricondusse lagrimosa ma
silenziosa. Il breve desinare finì male perché Maria non volle più mangiare e
tutti erano imbronciati per una ragione o per l'altra, meno lo zio Piero il
quale si mise ad arringar Maria con dei predicozzi mezzo serii mezzo scherzosi,
tanto che le fece tornare un po' di sole in viso. Dopo pranzo Franco andò a
vedere di certi vasi che teneva nel sotterraneo sotto il giardinetto pensile e
prese Maria con sé, la interrogò benignamente, vedendola ormai allegra,
sull'origine di tanti guai. «Che significava questo cosa, silenzio?» «Non lo
so.» «Ma perché la mamma non voleva che tu dicessi così?» «Non lo so. Io dicevo
sempre così e la mamma mi sgridava sempre.» «Quando?» «A passeggio.» «Dove sei
stata, a passeggio?» «Dal signor Ladroni.» (Lo zio le aveva facilitato il nome
del professore così.) «E hai cominciato in casa del signor Ladroni a dire
questa cosa?» «No, è stato il signor Ladroni che ha detto così alla mamma.»
«Cosa ha detto?» «Ma, papà, non capisci niente! Ha detto: per carità,
silenzio!». Franco non parlò più. «La mamma ha stracciato una carta, anche, dal
signor Ladroni», soggiunse Maria, stimando, adesso, far tanto maggior piacere a
suo padre quante più cose gli raccontava di questa visita. Suo padre le impose
di tacere. Ritornato in casa, domandò a Luisa, con un viso poco benevolo,
perché avesse fatto piangere la bambina. Luisa lo guardò, le parve che
sospettasse, gli domandò risentita se dovesse giustificarsi di queste cose. «Oh
no!», fece suo marito, freddo; e se ne andò in giardinetto a veder se le foglie
secche al piede degli aranci e la paglia intorno al tronco fossero in ordine
perché la notte si annunziava rigida. Lavorando intorno alle piante si disse
amaramente che se avessero avuto senso e parola, gli si sarebbero mostrate più
riconoscenti, più affettuose del solito per la sua prossima partenza, mentre
Luisa aveva cuore di essergli aspra. D'essere stato aspro egli stesso non gli
venne in mente. Luisa, dal canto suo, si dolse subito d'avergli risposto così,
ma non poteva trattenerlo, gittarglisi al collo e finirla con due baci; troppo
le pesava sul cuore l'altra cosa! Franco finì di accomodar le fasciature a'
suoi aranci e rientrò a pigliarsi il mantello per andar in chiesa ad Albogasio.
Luisa che stava in cucina sbucciando delle castagne, lo udì passare pel corridoio,
stette un momento in forse, lottando con se stessa, poi balzò fuori, lo
raggiunse mentre stava per scender le scale.
«Franco!», diss'ella. Franco non rispose, parve respingerla. Ella lo afferrò
allora per un braccio, lo trasse nella vicina camera dell'alcova. «Cosa vuoi?»,
diss'egli, scosso ma desideroso di tenersi il suo rancore. Luisa non gli
rispose, gli cinse con le braccia il collo riluttante, gli piegò il viso sul
petto e disse sottovoce:
«Non dobbiamo esser in collera, sai, in questi giorni».
Egli, che aveva aspettato parole di scusa, si staccò dal collo le braccia di
sua moglie e rispose asciutto:
«Io non sono in collera. Mi racconterai poi», soggiunse, «cosa ti ha
confidato il signor professore Gilardoni di tanto segreto da doverti
raccomandare il silenzio».
Luisa lo guardò attonita, addolorata. «Tu hai sospettato di me», diss'ella,
«e hai interrogato la bambina? Hai fatto questo?»
«Ebbene», diss'egli, «e se avessi fatto questo? Del resto tu pensi sempre il
peggio di me, si sa. Bene, guarda, non voglio saper niente.» Ella lo
interruppe, «ma te lo dirò, ma te lo dirò», ed egli allora cui la coscienza
rimordeva un poco per l'interrogatorio di Maria, vedendo poi anche Luisa
disposta a parlare, non volle assolutamente udirla, le proibì di spiegarsi. Ma
il suo cuore traboccava di amarezza e gli occorreva pure uno sfogo. Si dolse
che dopo la notte di Natale ella non fosse più stata con lui la solita Luisa. A
che valevano le proteste? Lo aveva capito bene. Del resto era tanto tempo
ch'egli aveva capito una cosa! Che cosa? Oh, una cosa naturale! Naturalissima!
Meritava egli di essere amato da lei? No certo; egli era un povero disutile e
niente altro. Non era naturale che dopo averlo conosciuto bene, ella lo amasse
meno? Perché certo certo lo amava meno di una volta.
Luisa tremò che questo fosse vero, disse «no, Franco, no» e lo sgomento di
non saperlo dire con energia bastante le paralizzò la voce. Egli che aveva
sperato una smentita violenta, sussurrò atterrito: «Dio mio!». Allora fu lei
che si atterrì, fu lei che lo strinse disperatamente fra le braccia
singhiozzando «ma no! ma no! ma no!». S'intesero sino al fondo con una
comunicazione magnetica e stettero a lungo abbracciati, parlandosi in un muto sforzo
spasmodico di tutto l'esser loro, dolendosi l'uno dell'altro, rimproverandosi,
volendosi appassionatamente riprendere, gustando il piacere acuto e amaro di
unirsi per un momento con la volontà e con l'amore malgrado la intima disunione
delle loro idee e della loro natura; tutto senza una parola, senza una sola
voce.
Franco partì per andare in chiesa. Non volle invitar Luisa ad accompagnarlo,
sperando ch'ella lo facesse spontaneamente; ed ella non lo fece dubitando che
gli fosse gradito.
La mattina del sette gennaio, dopo le dieci, lo zio Piero fece chiamare
Franco.
Lo zio stava ancora a letto. Si alzava tardi, non potendo riscaldare la
stanza e non volendo, per economia, accendere il fuoco nel salottino troppo per
tempo. Però il freddo non gl'impediva di tirarsi su a leggere, con mezzo il
petto e ambedue le braccia fuori delle coperte.
«Ciao», diss'egli quando Franco entrò.
Dal tono del saluto, dalla bella faccia seria nella sua bontà, Franco intese
che lo zio aveva pronte parole insolite.
Lo zio gl'indicò infatti la sedia presso il letto, e disse il più solenne
dei suoi esordi:
«Sètet giò».
Franco sedette.
«Dunque parti domani?»
«Sì, zio.»
«Bene.»
Parve che nel metter fuori quel «bene» il cuore dello zio gli fosse venuto
in bocca, tanto la parola gli gonfiò le guance, gli uscì piena e sonora.
«Tu», riprese il vecchio, «non mi hai udito fino ad ora, dirò così,
approvare né disapprovare il tuo progetto. Forse avrò dubitato un poco che lo
effettuassi. Adesso...»
Franco gli stese ambedue le mani. «Adesso», continuò lo zio, tenendogliele
strette fra le proprie, «visto che sei fermo nella tua idea, ti dico: l'idea è
buona, il bisogno c'è, va, lavora, il lavoro è una gran cosa. Dio ti faccia
incominciar bene e poi ti faccia perseverare, ch'è il più difficile. Ecco.»
Franco gli voleva baciar le mani, ma lo zio fu pronto a ritirarle. «Lassa
stà, lassa stà!». E riprese a parlare.
«Adesso senti. È possibile che non ci vediamo più.» Proteste di Franco. «Sì
sì sì», rispose il vecchio ritirando l'anima dagli occhi e dalla voce, «tutte
belle cose, cose che bisogna dire. Lascia stare.»
Gli occhi ripresero la loro luce seria e buona, la voce il suo tono grave.
«È possibile che non ci vediamo più. Del resto ti domando io cosa ci faccio,
oramai, a questo mondo. E per voi sarebbe meglio che me ne andassi. Forse a tua
nonna dispiace che io vi abbia raccolti, forse le sarà più facile, poi, di
riconciliarsi con voi. Perciò, posto che non ci vediamo più, ti prego, appena
morto io, se le cose non saranno ancora accomodate, di fare qualche passo.»
Franco si alzò, abbracciò lo zio con le lagrime agli occhi.
«Testamento», riprese lo zio, «non ne ho fatto e non ne faccio. Il poco che
ho è di Luisa; non occorre testamento. Vi raccomando la Cia; fate che non le
manchi un letto e un tozzo di pane. Per i funerali bastano tre preti che mi
cantino un requiem di cuore; il nostro, l'Introini e il prefetto della
Caravina; c'è mica bisogno di farne cantare cinque o sei per amor del candirott
e del vin bianch. Per il mio vestiario lasciamo fare a Luisa che saprà dove
metterlo a posto. Il mio orologio a ripetizione lo prenderai tu per mia
memoria. Vorrei lasciare un ricordo anche a Maria, ma come si fa? Potrai
pigliar un pezzo della mia catena d'oro. Se hai una medaglietta, un crocifisso,
glielo attacchi al collo con la mia catena. E amen.»
Franco piangeva. Era una gran commozione di sentire lo zio parlar della sua
morte così serenamente come di un affare qualsiasi da condur con giudizio e
onestà; lo zio che discorrendo con gli amici pareva tanto attaccato alla vita,
che diceva sempre: «Se se pò schivà quella tal crepada!».
«Oh e adesso contami!», diss'egli. «Che lavoro speri di trovare?»
«Per ora, nell'ufficio d'un giornale a Torino, mi scrive T. Forse in avvenire
si troverà qualche cosa di meglio. Se poi al giornale non potessi vivere e se
non trovassi altro, ritornerei. Per questo bisogna tener la cosa segretissima,
almeno per il primo tempo.»
Quanto al segreto, lo zio era incredulo. «E le lettere?», diss'egli.
Per le lettere era combinato che Franco scriverebbe a Lugano fermo in posta,
che Ismaele porterebbe alla posta di Lugano le lettere della famiglia e
ritirerebbe quelle di Franco. E che si doveva dire ai conoscenti? Si era già
detto che Franco andava a Milano il giorno otto per affari e che sarebbe stato
assente forse un mese, forse anche più.
«Questo dover infinocchiar la gente non è la più bella cosa del mondo»,
disse lo zio, «ma insomma! Io ti abbraccio adesso, neh, Franco, perché so che
domani mattina parti per tempo e oggi difficilmente saremo soli. Dunque addio.
Ti raccomando tutto da capo e non dimenticarti di me. Oh, un'altra cosa. Tu vai
a Torino. Io, come impiegato, ho inteso servire il mio paese. Non ho cospirato,
non vorrei cospirare neanche adesso, ma al mio paese ci ho sempre voluto bene.
Insomma, salutami la bandiera tricolore. Ciao, neh!»
Qui lo zio aperse le braccia.
«Verrai anche tu, zio, in Piemonte», gli disse Franco alzandosi commosso da
quell'abbraccio. «Se posso appena guadagnarmi quel che strettamente bisogna, vi
faccio venire tutti.»
«E no, caro. Son troppo vecchio, non mi muovo più.»
«Ebbene, verrò io questa primavera con duecentomila miei amici.»
«Eh sì! Düsent mila zücch! Belle idee, belle speranze! Oh, è qui, signorina
Ombretta Pipì?»
Ombretta Pipì, così Maria era chiamata in casa nei momenti di buon umore,
entrò impettita e grave. «Buon giorno, zio. Mi dici l'Ombretta Pipì?»
Suo padre la prese e la posò sul letto dello zio che la raccolse a sé
sorridendo, se la fece sedere sulle gambe.
«Venga qua, signorina. Ha dormito bene? E la bambola, ha dormito bene? E il
mulo, ha dormito bene? Ah non c'era? Tanto meglio. Sì, sì, adesso vengo con
l'Ombretta. E un bacio, niente? E un altro, no? Allora bisogna proprio dire:
Ombretta sdegnosa
Del Missipipì,
Non far la ritrosa
E baciami qui.»
Maria lo ascoltò come se udisse i versi per la prima volta; e poi, fuori a
ridere, a saltare, a battere le mani. E lo zio rideva come lei.
«Papà», diss'ella facendosi seria, «perché piangi? Sei in castigo?»
Si aspettavano alquante visite, in quel giorno, di conoscenti che avevan
promesso di venire a congedarsi da Franco prima della sua partenza per Milano.
Luisa fece il miracolo di accender la stufa in Siberia, come lo zio chiamava la
sala, e vi si trovarono insieme donna Ester, i due indivisibili Paoli di
Loggio, il Paolin e il Paolon, il professor Gilardoni che vi sofferse di una
trepidazione, di una inquietudine continua perché Luisa, non avendo ancora
allestito il bagaglio di Franco, andava e veniva dalla camera dell'alcova,
chiamava Ester ogni momento ed Ester era quindi sempre in moto, quando passava
dietro al professore, quando gli passava davanti, quando a destra, quando a
sinistra. Al pover'uomo pareva di stare in un turbine magnetico.
Ecco capitare, molto inattesa perché dopo la perquisizione non s'era più
veduta, anche la signora Peppina. «Oh cara la mia süra Lüisa! Oh car el me sür
don Franco! L'è vera ch'el voeur propi andà via?» Adesso è il Paolin che si
dimena un poco sulla sedia perché ha l'idea che la süra Peppina sia mandata dal
marito per vedere chi c'è e chi non c'è intorno all'uomo sospetto, nella casa
scomunicata. Vorrebbe andarsene subito col suo Paolon, ma il Paolon è più
grosso. «Come se fa adèss con sto vioròn chì ch'el capiss nagott?», pensa il
Paolin, e, senza guardare il Paolon, gli dice sottovoce: «Andèmm, Paol!
Andèmm!» Il Paolon stenta infatti molto a capire ma finalmente si alza, se ne
va col Paolin, piglia la sua sulle scale.
Franco ebbe lo stesso pensiero del Paolin e salutò la signora Peppina con
mal garbo. La povera donna ne avrebbe pianto perché voleva tanto bene a sua
moglie e teneva in gran concetto anche lui; ma capiva la sua avversione; la
scusava in cuor suo. Appena osava guardarlo di tempo in tempo, umile, con
un'aria di cane bastonato. Si tolse la Maria sulle ginocchia, le parlò del suo
buon papà, del suo caro papà che andava via. «Chi sa che dispiasè, neh ti poera
vèggia? Chi sa che magòn? Poer ratin. Andà via el papà! On papà de quella
sort!» Franco discorreva col professore ma udiva e fremeva d'impazienza. Fu
contentissimo che la Veronica venisse a chiamarlo.
Lo volevano nell'orto. Vi discese, trovò il signor Giacomo Puttini e don
Giuseppe Costabarbieri ch'eran venuti per salutarlo ma, informati dal Paolin e
dal Paolon, desideravano non farsi vedere dalla süra Peppina. Anche il suolo
dell'orto scottava loro i piedi. Mentre il piccolo eroe magro si difendeva,
soffiando, dagl'inviti di Franco a salire in casa, il piccolo eroe grasso
girava vivacemente la testa e gli occhietti come un merlo di buon umore, a
guardar ora il monte ora il lago, quasi per un'abitudine di sospetto. Scorse
una barca che veniva da Porlezza. Chi sa? Non potrebb'essere l'I.R.
Commissario? Benché la barca fosse ancora lontana, pensò subito di cavarsela,
pensò di andar col Puttini a visitar il Ricevitore per aver la fortuna di non
trovar la süra Peppina in casa.
Scambiati con Franco saluti sommessi e frettolosi, i due vecchi leproni
trottarono via a testa bassa e Franco rimase nell'orto. L'aria era mite, il
picco di Cressogno saliva senza neve, tutto glorioso di sole, nel sereno, il
sole dorava ancora le coste giallognole della Valsolda picchiettate di ulivi,
mentre dall'altra parte del lago scendevano sino all'acqua, nell'ombra azzurrognola,
i grandi padiglioni bianchi della Galbiga nevosa e del Bisgnago. Franco stette
a guardare col cuore grosso il caro paese dei suoi sogni, de' suoi amori.
«Addio, Valsolda», pensò. «E adesso voglio salutare anche voialtre.»
Voialtre erano le sue piante, gli aranci amari, l'olea sinensis, il nespolo
del Giappone, il pinus pinea, che verdeggiavano a giusti intervalli lungo il
viale diritto, fra le aiuole degli erbaggi e il lago; erano i rosai, i capperi,
le agavi che uscivano a pender sopra l'acqua dai fori praticati nel muro. Tutte
piccole vite, ancora; il colosso della famiglia, il pino, non misurava tre
metri; piccole, pallide vite che parevano sonnecchiare nel pomeriggio
invernale. Ma Franco le vedeva nell'avvenire come le aveva pensate piantandole
col suo fine sentimento del grazioso e del pittoresco. Ciascuna portava in sé
una intenzione di lui.
Le nobili pianticelle del viale, sorgendo sugli erbaggi, dovevano
significare una certa finezza di spirito e di cultura nella modesta fortuna
della famiglia. Gli aranci avevano il compito speciale di dare al quadretto una
intonazione mite e gentile; il dovere del nespolo era di alzare e allargar le
braccia frondose sopra un futuro sedile; i rosai e i capperi del muro verso il
lago dovevano dire a chi passava in barca la fantasia d'un poeta; le agavi vi
avrebbero risposto, in un accordo minore, agli aranci, compagni di esilio;
finalmente gli alti destini del pino erano di spiegar un grazioso ombrello
sulla breve oasi, di porre il suo accento meridionale sopra l'accordo delle
agavi e degli aranci, di incorniciar con la sua verde corona il piccolo seno
azzurro di Casarico. Addio, addio! Pareva a Franco che le pianticelle gli
rispondessero tristemente: "Perché ci lasci? Che sarà di noi? Tua moglie
non ci ama come te".
Intanto la barca veduta da don Giuseppe aveva camminato e passava davanti
all'orto, alquanto discosto dalla riva. V'erano un signore e una signora. Il
signore si alzò in piedi e salutò con voce squillante: «Addio, don Franco!
Evviva!». La signora sventolò il fazzoletto. Erano i Pasotti. Franco salutò col
cappello.
I Pasotti! In Valsolda di gennaio! Che ci venivano a fare? E quel saluto!
Pasotti che dopo la perquisizione non si era fatto più vedere, Pasotti salutar così?
Che voleva dir ciò? Franco, perplesso, salì in casa, diede la notizia. Tutti
stupirono e sopra tutti la süra Peppina: «Ma comè? El dis de bon? El sür
Controlòr? Poer omasc! Anca la süra Barborin? Poera donnètta!». Si commentò il
fatto. Chi supponeva una cosa e chi un'altra. Dopo cinque minuti Pasotti entrò
strepitando, trascinandosi dietro la signora Barborin carica di scialli e di
fagotti, mezza morta dal freddo. Povera creatura, non sapeva dir altro che «dò
ôr! dò ôr in barca!» mentre suo marito schiamazzava ghignando negli occhi
diabolici: «Le fa bene, le fa bene! Le ho cacciato giù un bicchierino di
ginepro a Porlezza. Ha fatto smorfie d'inferno, ma sta benone!». La povera
sorda, indovinando che parlava del ginepro, girava gli occhi per il soffitto,
rifaceva le smorfie di Porlezza. Pasotti non era mai stato così espansivo.
Baciò la mano a Luisa, abbracciò l'ingegnere e Franco accompagnando gli atti
con effusioni e profluvi di sentimento. «Carissima donna Luisa! Signora
ammirabile e perfetta. Car el me Peder! Car el me re de coeur! Il mondo è
grande ma on alter Peder el gh'è propri no, va là! E questo don Franco! Caro il
mio Francone! Pensare come t'ho veduto io! In sottane e grembialino. Quando
andavi a rubar i fichi al prefetto della Caravina! Sto baloss chì!»
Il «baloss» non faceva il viso più incoraggiante del mondo ma l'altro non se
ne dava per inteso. Altrettanto poco poteva intendersi sua moglie con le
signore che l'interrogavano.
«Come l'ha mai faa, süra Pasotti», le gridava la signora Peppina, «a vegnì
in Valsolda de sto temp chì?» «Oh dèss, la capiss nient, poera donnètta.» Per
quanto anche Luisa ed Ester le gridassero nelle orecchie la stessa domanda, per
quanto ella spalancasse la bocca, la sorda non capiva, andava rispondendo a
caso: «Se ho mangiàa? Se voeui disnà chì?». Intervenne Pasotti, disse che in
ottobre egli e sua moglie eran partiti per un richiamo di affari, senza fare il
bucato, che sua moglie lo andava seccando da un pezzo per questo benedetto
bucato, che finalmente si era risolto di accontentarla e di venire. Allora
donna Ester si voltò verso la Pasotti a far l'atto di lavare.
La Pasotti guardò suo marito che le teneva gli occhi addosso e rispose: «Sì
sì, la bügada, la bügada!». Quell'occhiata, l'impero che lesse negli occhi del Controllore
fecero sospettare Luisa che vi fosse sotto un mistero. Questo mistero e le
inesplicabili espansioni di Pasotti le suggerirono un altro sospetto. Se fosse
venuto per loro? Se nelle cause di questa improvvisa venuta ci avesse parte il
viaggio del professore a Lodi? Avrebbe voluto consultarsi col professore,
dirgli di fermarsi fino a che i Pasotti fossero partiti; ma come parlargli poi
senza che se ne avvedesse Franco? Intanto donna Ester prese congedo e il
professore che aveva ottenuto il perdono della capricciosetta, perfidetta
signorina, a patto di non domandare il paradiso, ebbe licenza di accompagnarla
a casa.
I Pasotti non potevano salire ad Albogasio Superiore fino a che il mezzadro,
fatto avvertire subito, non avesse posto loro in ordine e riscaldata almeno una
stanza. Parlò subito di piantare un tarocchino in tre con l'ingegnere e Franco.
Allora se ne andò anche la signora Peppina e la Pasotti chiese a Luisa di
ritirarsi un momento, la pregò di accompagnarla. Appena fu sola coll'amica nella
camera dell'alcova si guardò attorno con due occhioni spaventati e poi
sussurrò: «Sèm minga chì per la bügada neh, sèm minga chì per la bügada!».
Luisa la interrogò silenziosamente, col viso e col gesto, perché a parlar forte
in sala avrebbero udito. Stavolta la Pasotti capì, rispose che non sapeva
niente, che suo marito non le aveva detto niente, che le aveva imposto la
storia del bucato ma che del bucato a lei non importava nulla. Allora Luisa
prese un pezzo di carta e scrisse: «Cosa sospetti?». La Pasotti lesse e poi
cominciò una mimica complicatissima. Scrollamenti del capo, stralunamenti
d'occhi, sospiri, invocazioni al soffitto; pareva che si combattesse dentro di
lei una gran battaglia di timori e di speranze. Finalmente fece «ah!», afferrò
la penna e scrisse sotto la domanda di Luisa:
«La marchesa!».
Lasciò cader la penna, stette a contemplar l'amica. «L'è a Lod», diss'ella
sottovoce. «El Controlòr l'è staa a Lod. Speri comè!» E poi scappò in sala
temendo esser sospettata da suo marito.
Finito il tarocco, Pasotti si accostò a una finestra, disse forte qualche
cosa sugli effetti della luce crepuscolare e chiamò Franco. «Bisogna che tu
venga stasera da me», gli disse piano, «devo parlarti.» Franco cercò
schermirsi. Partiva l'indomani mattina per Milano, lasciava la famiglia per
qualche tempo, gli era difficile passar la sera fuori di casa. Pasotti replicò
ch'era assolutamente necessario. «Si tratta del tuo viaggio di domani»,
diss'egli.
«Si tratta del tuo viaggio di domani!» Appena partiti i Pasotti per Albogasio
Superiore, Franco riferì questo colloquio a sua moglie. Egli n'era stato
turbatissimo. Pasotti sapeva, dunque; non avrebbe fatto tanti misteri se non
avesse inteso alludere al viaggio di Torino. E Franco era seccatissimo che
Pasotti sapesse. Ma in che modo? L'amico di Torino poteva essere stato
imprudente. E adesso che voleva da lui, Pasotti? C'era forse in aria qualche
altro colpo della Polizia? Ma Pasotti non era l'uomo da venire ad avvertirnelo!
E tutto quel voltafaccia di amabilità? Non si voleva ch'egli andasse a Torino,
forse. Non si voleva che trovasse una strada buona, un modo di sottrarre sé e i
suoi alla povertà, ai commissari e ai gendarmi! Pensa e ripensa, non poteva
essere che questo. Luisa n'era poco persuasa, in cuor suo. Temeva altra cosa;
non dubitava però neppur lei che Pasotti sapesse di Torino e ciò scompigliava
tutte le sue supposizioni. Insomma non c'era che andare e udire.
Franco andò alle otto, Pasotti lo ricevette colla più affettuosa cordialità
e gli fece le scuse di sua moglie ch'era già a letto. Prima d'entrar in
argomento volle assolutamente che pigliasse un bicchiere di S. Colombano e una
fetta di panettone. Col vino e col dolce Franco dovette inghiottire, suo
malgrado, molte dichiarazioni di amicizia, i più sperticati elogi di sua
moglie, di suo zio e di lui stesso. Vuotato finalmente il bicchiere ed il
piatto, il mellifluo bargnìf si mostrò disposto ad entrare in materia.
Erano seduti a un tavolino, l'uno in faccia all'altro. Pasotti, appoggiato
comodamente alla spalliera della seggiola, teneva tra le mani un fazzoletto
rosso e giallo di foulard, lo andava palpando.
«Dunque», diss'egli, «caro Franco, come ti dicevo, si tratta del tuo viaggio
di domani. Ho inteso dire oggi a casa tua che parti per affari: si tratta di vedere
se io non ti porto un affare anche più grosso di quello che hai a Milano.»
Franco, sorpreso da questo inaspettato esordio, tacque. Pasotti chinò gli
occhi sul fazzoletto senza restare di maneggiarlo e riprese:
«Il mio caro amico don Franco Maironi si può immaginare che se io entro in
argomento intimo e delicato, ho una ragione grave di farlo, sento il dovere di
farlo e sono autorizzato a farlo».
Le mani si fermarono, gli occhi brillanti e acuti si alzarono a quelli
torbidi e diffidenti di Franco.
«Si tratta, mio caro Franco, del tuo presente e del tuo avvenire.»
Ciò detto, Pasotti posò risolutamente il foulard da banda. Appoggiate le
braccia e giunte le mani sul tavolino entrò nel cuore dell'argomento tenendo
sempre gli occhi su Franco che, raccolto alla sua volta indietro sulla
spalliera, lo guardava pallido, in una ostile attitudine di difesa.
«È dunque un pezzo che io, per l'antica amicizia verso la tua famiglia, ho
in mente di far qualche cosa onde metter fine a un dissidio dolorosissimo.
Anche tuo padre, povero don Alessandro! Che cuor d'oro! Che bene mi voleva!»
(Franco sapeva che suo padre aveva una volta minacciato Pasotti col bastone
perché s'intrometteva troppo nelle faccende di casa sua.) «Basta. Avendo saputo
che tua nonna era a Lodi, domenica scorsa mi son detto: dopo tanti dispiaceri
che hanno avuto i Maironi, forse questo è il momento. Andiamo, tentiamo. E sono
andato.»
Pausa. Franco fremeva. Che razza d'intercessore gli era capitato? E chi
aveva chiesto intercessioni?
«Debbo dirlo», riprese Pasotti, «sono contento. Tua nonna ha le sue idee, ha
un'età in cui le idee difficilmente si cambiano, ha il carattere che sai, molto
fermo, ma insomma il cuore c'è. Ti vuol bene, sai. Soffre. Vi è una lotta
continua, dentro di lei, fra i suoi sentimenti e i suoi principii; anche, se
vuoi, tra i suoi sentimenti e i suoi risentimenti. Povera marchesa! È penoso di
vedere come soffre; ma insomma piega, piega. Certamente non bisogna mica
aspettarsi poi troppo. Piega ma non fino a spezzare ciò che la sostiene, i suoi
principii, voglio dire: sopra tutto i suoi principii politici.»
Gli occhi di Franco, le mascelle inquiete, un sussulto di tutta la persona
dissero a Pasotti: non toccar questo punto, bada a te! Pasotti si fermò; gli
era forse venuto in mente il bastone del fu don Alessandro.
«Ti capisco», riprese. «Credi che non ti capisca? Io mangio il pane del
Governo e devo tenermi chiuso nel cuore ciò che penso, ma del resto son con te,
sospiro il momento in cui certi colori cederanno il posto a certi altri. Tua nonna
non è così e, sfido, bisogna pigliarla com'è. Se si vuol venire a un
accomodamento bisogna pigliarla com'è. Si può combattere come ho combattuto io,
ma...»
«Tutto questo discorso mi pare inutile», esclamò Franco, alzandosi.
«Aspetta!», riprese Pasotti. «Il diavolo non sarà poi forse tanto brutto!
Siedi, ascolta!»
Franco non volle saperne di sedersi ancora.
«Sentiamo!», diss'egli con voce vibrante d'impazienza.
«Intanto la nonna è disposta a riconoscere il tuo matrimonio...»
«Grazie!», interruppe il giovane.
«Aspetta!... e a farvi un assegno molto conveniente; per quel che ho capito,
fra le sei e le ottomila svanziche all'anno. Non c'è male, eh?»
«Avanti!»
«Aspetta! Non c'è niente di umiliante. Se ci fosse una condizione umiliante
non sarei venuto a proportela. La nonna desidera che tu ti occupi e che tu dia
una certa guarentigia di non immischiarti in affari politici. Vi è un modo
decoroso di combinare una cosa e l'altra, questo lo devo riconoscere, benché,
te lo dico chiaro, io avessi proposto alla nonna un partito diverso. L'idea mia
era ch'ella ti mettesse alla testa degli affari suoi. Ne avevi abbastanza per
non poter pensare ad altro. Però, anche l'idea della nonna è buona. Conosco
fior di giovinotti che pensano come te e che sono nella carriera giudiziaria. È
una carriera molto indipendente e molto rispettata. Una parola tua e tu sei
ascoltante al Tribunale.»
«Io?», proruppe Franco. «Io! No, caro Pasotti! No! Non mi si manda, taci! la
Polizia in casa, non si fa bestialmente destituire un galantuomo che ha la sola
colpa di essere zio di mia moglie, taci ti dico! non si cercano oggi tutte le
vie di affamare la mia famiglia e me, per offrirci domani del pane sporco. No,
sai, no, grida pure, per fame no, viva Dio, nessuno mi prende! Dillo pure alla
nonna e tu... e tu... e tu...»
Pasotti aveva sicuramente un sangue di derivazione felina, cupido, fine,
prudente, carezzevole, pronto alla simulazione ma soggetto alla collera. Era
venuto interrompendo l'invettiva di Maironi con proteste sempre più violente; a
quest'ultima apostrofe, sentendo arrivar un nembo di accuse che tanto più lo
irritavano quanto più le indovinava, balzò egli pure in piedi.
«Fermati!», esclamò. «Che maniera è questa?»
«Buona sera!», disse Franco, pigliando il cappello. Ma Pasotti non intendeva
lasciarlo partire così. «Un momento!», diss'egli battendo e ribattendo
affrettati pugni sul tavolino. «Voialtri vi fate delle illusioni, voialtri
sperate molto in quel testamento e quello non e un testamento, quello è un pezzo
di carta straccia, quello è il delirio di un pazzo!»
Franco, ch'era già presso all'uscio, si fermò, tramortito dal colpo. «Che
testamento?», diss'egli.
«Via!», riprese Pasotti freddo e beffardo. «C'intendiamo bene!»
Una vampa di collera riaccese il sangue a Franco. «Ma no!», diss'egli.
«Fuori! parla! Cosa ne sai tu di testamenti?»
«Ah!», fece Pasotti con ironica dolcezza. «Adesso va benissimo.»
Franco l'avrebbe strozzato.
«Sono stato a Lodi, non te l'ho detto? Dunque so.»
Franco, fuori di sé, protestò di non capire niente.
«Oh già!», riprese Pasotti, beffardo più di prima. «Lo informerò io il
signore. Sappia dunque che il signor professore Gilardoni, il quale non è
affatto amico Suo, si è recato in fine di dicembre a Lodi, e si è presentato
alla marchesa con una copia senza valor legale di un preteso testamento del
povero Suo nonno. In questo testamento Ella, signor don Franco, è istituito
erede universale con accompagnamento di offese atroci alla moglie e al figlio
del testatore. Ecco che adesso Ella sa. Del resto il signor Gilardoni è stato
fedele alla consegna, ha detto di esser venuto di suo capo, senza farne saper
niente a voi.»
Franco ascoltò, livido come un cadavere, sentendosi oscurar la vista e
l'anima, raccogliendo tutte le sue forze per non smarrirsi, per dare una
risposta degna.
«Hai ragione», diss'egli. «Anche la nonna ha ragione. Chi ha torto è il
professor Gilardoni. Egli mi ha mostrato quel testamento tre anni sono, la
notte del mio matrimonio. Gli ho detto di abbruciarlo e ho creduto che l'avesse
fatto. Se non lo ha fatto, mi ha ingannato. Se si è recato a Lodi per quella
bella impresa che dice, ha commesso una indelicatezza e una stoltezza enorme.
Voi avete avuto ragione di pensar male di noi. Ma sappilo bene! Io disprezzo il
danaro della nonna quanto il danaro del Governo: e siccome questa signora ha la
fortuna di essere la madre di mio padre, mai, capisci, mai, e adoperi ella pure
contro di noi tutte le bassezze, tutte le perfidie che vuole, mai non userò una
carta che la disonora! Sono troppo superiore a lei! Va' e dille questo a nome
mio e dille che si riprenda le sue offerte perché le sdegno! Buona sera.»
Lasciò Pasotti sbalordito e se n'andò tutto tremante di sovreccitazione e di
collera, dimenticò di ripigliar la sua lanterna, discese al buio, a gran passi,
non sapendo né curando affatto dove mettesse i piedi, esclamando di tempo in
tempo, buttando fuori ciò che aveva dentro di rovente: pezzi d'ira contro il
Gilardoni, pezzi di accusa contro Luisa.
Lo zio era andato a letto per tempo e Luisa aspettava Franco nel salottino
con Maria che teneva alzata perché suo padre pot |