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L’oste di Jenne, un brav’uomo in occhiali, nobilmente cortese, che conosceva
il mondo per essere stato in America e tuttavia pareva immune delle sue
corruzioni, parlò di Benedetto ai nuovi arrivati con favore, in sostanza; però
non senza certo riserbo diplomatico. Non lo chiamava il Santo; lo chiamava fra
Benedetto. I Selva seppero da lui che Benedetto viveva in una capanna sua,
lavorandogli per compenso un campicello. Chi lo volesse vedere doveva aspettare
le undici. Adesso stava falciando l’erba. La sua vita era questa. Sull’alba
andava alla messa dell’arciprete. Lavorava fino alle undici. Mangiava pane,
erbe, frutta, non beveva che acqua. Nel pomeriggio lavorava per niente le terre
delle vedove e degli orfani. La sera, seduto sulla sua porta, parlava di
religione.
Alle dieci e mezzo i Selva e Noemi andarono a veder Sant’Andrea, la chiesa
di Jenne, accompagnati dall’ostessa, bella donna poderosa, pulitissima,
semplice, ilare modestamente. Usciti in piazza dal dedaluccio di vicoletti
dov’è l’osteria, vi trovarono gran capannelli di donne, a detta dell’ostessa,
forestiere. Ella le distingueva dai busti, dai guarnelli, dalle calzature.
Queste erano di Trevi, quelle di Filettino, quell’altre di Vallepietra.
L’ostessa entrò in un forno a destra della chiesa dove parecchie donne di Jenne
si facevan cuocere le stiacciate, ciascuna la propria.
«Forestiere che vogliono parlare al nostro Santo» diss’ella a Maria. Ella
non diceva «Fra Benedetto» come il marito; diceva «il Santo».
«Non a lui, però» dichiarò arrossendo «perché lui si stizzisce.» No, non si
stizziva veramente, perché gli era un Santo; ma pregava con dolore di non venir
chiamato così.
Nel gran chiesone rovinoso che «una domenica o l’altra» diceva l’ostessa «ce
schiaccia tutti come topi» non c’erano che i due malati e la loro compagnia. I
due malati erano stati adagiati sul pavimento, proprio nel mezzo della chiesa,
con due guanciali sotto il capo. I loro compagni salmeggiavano ginocchioni e
non guardarono a chi entrava, continuarono a salmeggiare.
«Forse li hanno condotti per farli benedire al Santo» disse l’ostessa sotto
voce «ma di questo il Santo ha dolore. Non vuole. Forse cercheranno di toccargli
l’abito di soppiatto e questo pure è difficile, ora.»
Quella povera gente cessò di salmeggiare e una donna venne a domandare
all’ostessa se le undici fossero suonate. Le rispose Maria che mancava un
quarto d’ora e le domandò degl’infermi. L’uomo era malato di febbri, da due
anni; la ragazza, sua sorella, di cuore. Venivano dal piano di Arcinazzo, una
strada di parecchie ore, per farsi guarire dal Santo di Jenne. Una donna di
Arcinazzo, malata di cuore, era guarita giorni prima solo con toccargli l’abito.
Maria e Noemi parlarono agli infermi. La ragazza era fidente. L’uomo, che
tremava di febbre, pareva fosse esser venuto per accontentare i suoi, per
provare anche questa. Aveva molto sofferto del viaggio.
«So’ strade per andare all’altro mondo» diss’egli «e la guarigione sarà
quella.»
Una donna, forse sua madre, ruppe in pianto e lo supplicò di pregare, di
raccomandarsi a Gesù e Maria. Le due signore si allontanarono, richiamate da
Giovanni per un tafferuglio che avveniva sulla piazza fra le donne e quegli
studenti che avevano oltrepassato i Selva sulla costa di Jenne. Gli studenti
dovevano avere scherzato male sulla devozione loro al Santo. Erano inviperite.
Quelle di Jenne sbucarono dal forno. Da un’altra parte sbucarono due pennacchi
di carabinieri. Noemi e Maria entrarono fra le donne a metter pace. Giovanni
arringò gli studenti che ridevano per braveria, con pericolo di peggio. Un
canto suonò dalla chiesa, prima velato, poi, aprendosi la porta, forte:
«Sancta Maria, ora pro nobis.»
Comparvero i due ammalati. La ragazza camminava sorretta, l’uomo era portato
a braccia, dalla testa e dai piedi, spenzolato come un cadavere. E anche le
portatrici cantavano, solenni in viso:
«Sancta Virgo virginum, ora pro nobis.»
Sulla piazza le donne caddero ginocchioni tutte insieme, intorno ai
carabinieri sbalorditi; gli studenti ammutolirono; una cavalcata di signori e
signore che entrava in piazza dalla mulettiera di Val d’Aniene, si arrestò.
Maria prima, quindi Noemi, tratte a terra da uno spirito che metteva loro brividi
di commozione, s’inginocchiarono. Giovanni esitò. Quella non era la sua fede. A
lui sarebbe parso di offendere il Creatore e Donatore della ragione facendo
viaggiare a lungo sul mulo degli ammalati perché un simulacro, una reliquia, un
uomo, li guarisse miracolosamente. Però era fede. Era, dentro un rude involucro
d’ignoranze caduche, il senso, negato alle menti superbe, dell’ascosa Verità
che è Vita, radio misterioso dentro un ammasso di minerale impuro. Era fede,
era incolpevole errore, era amore, era dolore, era un che visibile degli
accolti più alti misteri dell’Universo. La terra stessa e la grande faccia
triste della chiesa e le piccole facce umili delle casupole intorno alla
piazza, parevano averne intelletto e riverenza. Giovanni si vide in mente la
immagine di una morta, statagli cara, che aveva creduto così, un’aura gelata
corse anche a lui nel sangue, le ginocchia gli si piegarono sotto. La compagnia
degli ammalati passò cantando colla faccia levata:
«Mater Christi». Le donne inginocchiate risposero colla faccia a
terra:
«Ora pro nobis».
Poi si alzarono e seguirono il corteo. Intanto tre o quattro donne di Jenne
dissero forte:
«Non vole! Non vole!»
Una spiegò a Maria che il Santo non voleva gli fossero portati infermi. Non
furono ascoltate e seguirono anche loro, curiose di quel che sarebbe.
Pure i Selva, sulle prime renitenti, si mossero dietro a Noemi, avida. Alle
loro spalle, con quel giusto intervallo che li dimostrasse spettatori e non seguaci,
si avviarono gli studenti. Soli, assai più da lontano, seguivano i carabinieri,
ultima coda del serpe di gente, che guizzò e scomparve dentro un fesso
dell’ammasso di casolari fronteggianti la chiesa.
Scomparve, si torse per i vicoletti oscuri dai nomi pomposi, che riescono a
un’altra fronte del villaggio, la più misera, la più deforme. Ivi, sulla ruina
sassosa del monte, male affisse ai ronchioni, alle lastre della roccia,
sdrucciolano in basso fra i ciottoli le stamberghe ammassellate. Le finestrine
nere guardano come occhiaie di scheletri il silenzio della valle profonda,
chiusa. Le porte versano sulla ruina scalini diruti. Le più non ne hanno che
tre o quattro scheggioni. Qualcuna n’è rimasta del tutto vedova. Quando ci si è
a fatica inerpicati dentro si trovan caverne senza luce né aria.
«So’ mali passi, vigoli cattivi» disse alle signore dalla sua porta una
vecchia, sorridendo.
Una di questa caverne male accessibili era la dimora di Benedetto. Due rivi
della turba, rotta nella discesa, vi si riunirono sotto la porta aperta. Da un
forno lì accanto le donne uscirono a dire che Benedetto non c’era. La turba
ondeggiò intorno ai due infermi, si levarono voci di lamento. Domande ansiose,
diversi mormorii risalirono per i due rivi di gente su all’altro capo della
processione, dove non si era inteso il perché di quei gemiti e si faceva ressa
per scendere, per vedere. Forse qualche maggior guaio era accaduto agli
ammalati, fermi nel sole ardente. Tre studenti scivolarono giù fra le donne
levandone grugniti di male parole. Ecco, una donna di Jenne ha detto:
«Portateli dentro, poverini.»
Sì, sì, dentro, dentro! Nella casa del Santo!
La gente si aspetta già il miracolo dalle pareti fra le quali egli vive, dal
suolo che preme, dagli arredi pregni della sua santità. Sul letto del Santo!
Sul letto del Santo! Si posano delle assicelle sui pietroni smozzicati che
salgono alla porta di Benedetto, i due infermi sono tra spinti e portati su da
un’ondata. Eccoli stesi per traverso sul giaciglio del Santo. L’ondata empie la
caverna. Tutti cadono ginocchioni, a pregare.
È caverna veramente. Un fianco intero n’è parete giallastra di roccia,
tagliata per isghembo. Si cammina sulla terra nuda, mal calcata. Accanto al
giaciglio, alto due palmi, è un focolare. Non vi son finestre, ma un raggio di
sole, entrato per il camino, batte, celeste fiamma, sulla pietra senza cenere
del focolare. Una coperta bruna è stesa sul letto. Una croce è scolpita
rozzamente sulla parete obliqua di roccia, presso all’entrata. In un angolo si
vede, sola ricchezza, una gran secchia piena d’acqua, un catino verde, una
bottiglia, un bicchiere. Alcuni libri sono accatastati sopra una sdruscita
seggiola di paglia. Un’altra seggiola porta un piatto di fave e del pane. Il
luogo ha l’aspetto di una estrema povertà, ordinata e pulita.
L’uomo, febbricitante, si lagna del freddo, dell’umido, del buio. Dice di
star peggio e che lo hanno condotto a morire. Lo scongiurano di chetarsi, di
sperare. Invece la sua giovinetta sorella dal cuore ammalato, un minuto dopo che
l’han posata sul letto, sente sollievo. Lo annuncia subito, annuncia che
guarisce. Intorno a lei si lagrima e si ride insieme, si loda il Signore. Le si
baciano le vesti come s’ella pure fosse divenuta santa, si grida l’annuncio
fuori. Voci di gioia rispondono, altra gente si caccia nella caverna col viso
acceso, con gli occhi avidi. Ma in quel momento qualcuno, ch’è sceso più
abbasso in cerca del Santo, grida da lontano: il Santo viene! il Santo viene!
Allora la caverna rigurgita gente sulla china, un fracasso di voci e di passi
trabocca in giù, in un attimo tutto è vuoto intorno ai Selva e a tre o quattro
studenti, fermi sotto l’entrata della capanna. Delle donne di Jenne parte è
ritornata nel forno al lavoro, parte sta a guardare sulla porta. Maria scambia
qualche parola con queste. Tutta forestiera quella gente ch’è scesa? Eh sì, non
tutta ma quasi. Gente di Vallepietra, la più parte. Sarebbe meglio che da
Vallepietra ci venisse l’acqua. E che vogliono? Portarsi via il Santo da Jenne?
Sì, dicevano anche questo, parlavano di far gran cose. E voi? Noi si sa che lui
non vole andare. E poi… Le compagne gridano qualche cosa dal di dentro, la
donna si volta, succede un litigio, i due Selva e gli studenti entrano a vedere
la guarita miracolosamente. Noemi rimane fuori. È impaziente di vedere
Benedetto, palpita, non ne comprende il perché, si chiama stupida nel suo
cuore; ma non si muove.
Due tonache benedettine venivano per i campicelli del basso, da lontano.
Sopra la seconda lampeggiava tratto tratto un ferro di falce. Udito piombar
dall’alto lo scroscio delle voci e dei passi, Benedetto disse al suo compagno
con un sorriso: «Padre mio.»
Don Clemente, appena arrivato a Jenne, aveva raggiunto Benedetto sul
praticello che stava falciando, gli aveva recato il messaggio doloroso e
promesso, dopo un lungo colloquio, di tenere a chi lo chiamava santo certo
discorso che Benedetto desiderò. Udì anche lui lo scroscio della folla che
scendeva, le grida «il Santo! il Santo!» e quando Benedetto gli ebbe detto
sorridendo: «Padre mio!» impallidì, fece un gesto di acquiescenza e passò
avanti. Benedetto depose la falce, uscì un poco del sentiero, sedette dietro un
masso e un gran melo fiorito, che lo nascondevano ai sopravvegnenti. Don
Clemente li affrontò solo.
Al primo vederlo coloro si arrestarono. Più voci dissero: «non è lui!» e
altre voci: «lui è dietro!» e altre ancora dalla retroguardia: «passate
avanti!» La colonna si mosse.
Allora don Clemente levò la mano e disse: «Ascoltate.»
L’uomo che non sapeva parlare a due persone sconosciute senza coprirsi di
rossore, adesso era pallidissimo. La voce dolcemente velata si udì appena ma si
vide il gesto. Il bellissimo viso sereno, l’alta persona, imposero riverenza.
«Voi cercate Benedetto» diss’egli. «Voi lo chiamate Santo. Questo è un
grandissimo dolore che voi gli date. Egli ha pur detto a tutti dal primo giorno
del suo arrivo a Jenne di essere un gran peccatore ridotto a penitenza per la
infinita bontà di Dio. Ma egli vuole che io vi confermi questo. Lo confermo, è
la verità. È stato un gran peccatore. Domani potrebbe cadere ancora. Se vi
credesse un solo momento quando voi lo chiamate Santo, Iddio si allontanerebbe
da lui. Non lo chiamate più Santo e soprattutto, poi, non gli domandate più
miracoli.»
«Padre» lo interruppe con voce solenne, facendosi avanti e allargando le
braccia, un vecchio alto, magro, sdentato, dal profilo d’aquila. «Padre, noi
non domandiamo il miracolo, il miracolo è fatto, la donna, come ha toccato la
dimora dell’uomo è guarita, e noi Le diciamo che l’uomo è santo e se a Jenne vi
è gente che dice altre cose è gente degna di bruciare nel fondo dell’inferno.
Padre, noi Le baciamo le mani ma diciamo questo.»
«C’è un ammalato, ancora! C’è un ammalato, ancora!» gridarono dieci, venti
voci. «Venga il Santo!»
Dal gruppo degli studenti, alla retroguardia, si gridò: «avanti il Santo! Il
Santo parli!»
«O che modo è questo?» fece il vecchio volgendosi addietro con dispetto, da
spodestato oratore del popolo. «Che modo è questo?»
Un subisso di voci sdegnose coperse la sua, gridando gli studenti sempre più
forte:
«Venga il Santo! Parli il Santo! Via il prete! Via!»
Le donne si voltarono minacciose:
«Via voi, via!»
E in alto, dalle stamberghe appollaiate sulla rovina, sbucarono i pennacchi
dei carabinieri. Allora Benedetto si alzò, uscì allo scoperto.
Appena fu veduto, un gran clamore di gioia lo accolse. I Selva si fecero
sulla porta della caverna a guardare in giù, Noemi scese di corsa. Benedetto si
trovò attorniato in un lampo da gente che gli baciava la tonaca benedicendo.
Molti, ginocchioni, piangevano. Noemi, ch’era discesa sola dietro gli studenti,
si slanciò avanti, vide finalmente l’uomo.
Jeanne le ne aveva mostrate più fotografie, dicendo però che di nessuna era
soddisfatta pienamente. Nella fisonomia simpatica di Piero Maironi Noemi aveva
letto un’ombra interna di tristezza; quella di Benedetto luceva di
straordinaria vita. Da due giorni egli si era fatto radere capelli e barba per
aver udito una donna sussurrare: «è bello come Gesù.» La espressione dell’anima
dominatrice gli si era accentuata nel naso più prominente per la maggiore
magrezza, nelle grandi occhiaie scure. Gli occhi avevano un fascino
inesprimibile. Spiravano tristezza anche adesso ma una tristezza dolce, piena
di vigore e di pace, di devozione mistica. Attorniato, sotto la bianca
nuvoletta del melo fiorente, dalla turba prostrata, circonfuso di sole e di
mobili ombre, pareva una visione di pittore antico. Noemi impietrò, stretta
alla gola da un groppo di pianto. Presso a lei parecchie donne piangevano, solo
per averlo veduto, penetrate da una suggestione vicendevole. Una di esse,
ammalata, stanca, si era seduta sull’orlo del sentiero, non poteva vedere il
Santo, piangeva di commozione senza saperne il perché. Sopraggiunsero dei
ritardatarii, un vecchio e tre donne di Vallepietra. Subito le tre donne,
scambiando don Clemente per Benedetto, si misero a singhiozzare e a gridare:
«com’è bello, com’è bello!»
Intanto, sotto la bianca nuvoletta del melo fiorito, Benedetto riuscì con
parole di dolore, di supplica, di rampogna, a respingere l’assalto della turba
adoratrice, a farla rialzare in piedi. Un grido partì dal gruppo degli
studenti: «parli!» In quello stesso momento, lassù in alto, le campane di Jenne
annunciarono solenni il mezzogiorno al villaggio, alle solitudine, al monte
Leo, al monte Sant’Antonio, al monte Altuino, alle nubi veleggianti verso
ponente. Benedetto si pose l’indice alla bocca, le campane parlarono sole.
Guardò don Clemente come per un tacito invito. Don Clemente si scoperse e
cominciò a dire l’Angelus Domini. Benedetto, in piedi, a mani giunte, lo
disse con lui e fino a che le campane suonarono tenne gli occhi fissi sul
giovane che gli aveva gridato di parlare: gli occhi pieni di tristezza, di
dolcezza mistica. Quello sguardo ineffabile, il suono delle campane solenni, il
tremar dell’erba, l’ondular lieve dei rami fioriti al vento, il rapimento di
tante facce lagrimose volte a una sola si componevano insieme per Noemi in una
parola unica che la esaltava senza rivelarsi, come tormenta l’anima nel
desiderio di sé la parola occulta sotto una tragica processione di accordi
musicali. Le campane tacquero e Benedetto disse dolcemente a chi gli stava di
fronte:
«Chi siete voi e cosa è accaduto che vi ha fatto venire a me come se io
fossi quello che non sono?»
Gli fu risposto da più voci a un tempo, gli fu detto del miracolo e com’egli
fosse desiderato nel villaggio degli uni e nel villaggio degli altri.
«Voi esaltate me» diss’egli «perché siete ciechi. Se questa giovine è guarita
non io l’ho guarita ma la sua fede. Questa forza della fede che l’ha fatta
alzarsi e camminare è nel mondo di Dio, dappertutto e sempre, come la forza
dello spavento che fa tremare e cadere. È una forza nell’anima come le forze
che sono nell’acqua e nel fuoco. Dunque se la giovine è guarita è perché Dio ha
disposto nel suo mondo questa gran forza; datene lode a Dio e non a me. Ma poi
udite. Voi offendete Dio se la Sua potenza e bontà vi paiono più grandi nei
miracoli. Esse sono dappertutto e sempre infinite. È difficile di capire come
la fede risani, ma è impossibile di capire come questi fiori vivano. Il Signore
non sarebbe mica meno potente né meno buono se questa giovane non fosse
guarita. Pregate di guarire sì, ma pregate più ancora di comprendere questa
grande cosa che vi ho detto ora, pregate di poter adorare la volontà del
Signore quando vi dà la morte come quando vi dà la vita. Vi sono nel mondo
degli uomini che credono di non credere in Dio e quando le malattie e la morte
entrano nelle loro case, dicono: è la legge, è la natura, è l’ordine
dell’Universo, noi pieghiamo il capo, noi accettiamo senza mormorare, noi
proseguiamo il cammino del nostro dovere. Guardate che questi uomini non
passino avanti a voi nel regno dei cieli. E pensate anche quali miracoli
domandate. Voi venite per esser guariti dalle malattie del corpo, voi volete
che io venga nei vostri villaggi per questo. Abbiate fede e guarirete senza di
me. Ricordatevi però che potreste usare anche meglio la vostra fede secondo la
volontà di Dio. Siete voi tutti e interamente sani dell’anima vostra? No, voi
non lo siete; e che vi servirà di aver l’otre sana se il vino è guasto? Voi
amate voi stessi e le vostre famiglie più della verità, più della giustizia,
più della legge divina. Voi avete presente sempre quello ch’è dovuto a voi e ai
vostri e ben di rado quello ch’è dovuto agli altri. Voi credete di salvarvi
colla moltitudine delle preghiere. E nemmeno sapete pregare. Voi pregate allo
stesso modo i Santi che sono i servi e Iddio ch’è il Padrone; quando non fate
peggio! Voi non pensate che al Padrone non importano le molte parole, ch’Egli
preferisce essere servito fedelmente in silenzio col pensiero sempre alla Sua
volontà. E non intendete i vostri mali, siete come il moribondo che dice: «sto
bene.» Forse alcuno di voi pensa in questo momento: se non intendo il male che
faccio, il Signore non mi condannerà. Ma il Signore non giudica come i giudici
del mondo. L’uomo che ha preso un veleno senza saperlo deve cadere come colui
che lo ha voluto prendere. L’uomo che non ha la veste bianca non può entrare
nella cena del Signore anche se non sapeva che la veste non era necessaria.
Colui che ama se stesso sopra ogni cosa, sappia o non sappia il suo peccato,
non passa per la porta del regno dei cieli, allo stesso modo che il dito della
sposa, se è ripiegato sopra sé stesso, non entra nell’anello offerto dallo
sposo. Conoscete le infermità dell’anima vostra e pregate con fede di esserne
sanati. Vi dico in nome di Cristo che lo sarete. La guarigione del vostro corpo
è buona per voi, per la famiglia vostra, per gli animali e le piante che avete
in cura; ma la guarigione dell’anima vostra, credete questa cosa benché non la
comprendete! la guarigione dell’anima vostra è buona per tutte le povere anime
dei viventi sbattuti fra il bene e il male, è buona per tutte le povere anime
dei morti che si purificano con fatica e dolore, come la vittoria di un soldato
è buona per tutti della sua nazione. È anche buona per gli Angeli, che sentono
tanta gioia, ha detto Gesù, per la guarigione di un’anima, e la gioia fa
crescere la loro potenza, e la loro potenza, credete voi che sia per le tenebre
o per la luce, per la morte o per la vita? Domandate con fede, prima la
guarigione dell’anima e poi la guarigione del corpo!»
Dal ripido pendìo gli si porgeva una fitta di visi; avidi i più alti cui
soltanto giungeva il suono della voce, e rigati di pianto; parte attoniti i più
vicini, parte entusiasti, parte dubbiosi. Anche a Noemi colavano lagrime lungo
le guancie smorte. Gli studenti avevano smesso l’aria beffarda. Quando
Benedetto tacque, uno di loro avanzò risoluto e serio, per parlare. In quel
mentre il vecchio esclamò:
«E voi ci guarite l’anima!»
Altre voci ripeterono ansiose:
«E voi ci guarite l’anima! E voi ci guarite l’anima!»
In un baleno, tutta l’avanguardia, presa dal contagio, traboccò in ginocchio
tendendo le braccia supplici:
«E voi ci guarite l’anima! E voi ci guarite l’anima!»
Benedetto si gettò avanti con le mani nei capelli, esclamando:
«Che fate ancora? Che fate ancora?»
Un grido suonò dall’alto: «la miracolata!» La giovinetta che, posata sul
giaciglio di Benedetto, si era sentita risanare, scendeva al braccio di una
sorella maggiore, cercando Benedetto. Questi non badò al grido, al balenar
della gente lassù, che si divideva per lasciar passare le due donne. Non
valendo a far rialzare la gente, cadde ginocchioni egli pure. Allora coloro che
gli stavano intorno si rialzarono, e giungendo ad essi il fremito commosso e le
voci: «La miracolata! La miracolata!» fecero rialzare lui che pareva non avere
udito. «La miracolata!» gli diceva ciascuno, «la miracolata!» cercando sul suo
viso la compiacenza del miracolo con occhi che gridavano: «viene per voi,
l’avete guarita voi!» come s’egli poco prima non avesse detto nulla.
La giovinetta scendeva, smorta e giallognola come la petrosa via battuta dal
sole, triste nel visetto gentile inclinato al braccio della sorella. E la
sorella pure era triste. La turba si divise davanti a loro e Benedetto si fece
da parte, riparò dietro don Clemente con un involontario moto che parve
deliberato. Tutti trepidavano e sorridevano come nell’attesa di un altro
miracolo. Le due donne non s’ingannarono, passarono davanti a don Clemente
senza neppur guardarlo, si volsero a Benedetto e la maggiore gli disse, sicura:
«Uomo santo di Dio, tu hai guarito questa, guarisci l’altro!»
Benedetto rispose quasi sotto voce, tutto fremente:
«Io non sono un uomo santo, io non ho guarito questa, per quest’altro che
dite io potrò solamente pregare.»
Udito che l’altro era loro fratello, che stava nella sua capanna, sul suo
letto e che soffriva molto, disse a don Clemente:
«Andiamo ad assisterlo.»
E si mosse con il suo Maestro. Dietro a loro si ricompose rumoreggiando il
fiotto diviso della gente. Benedetto si voltò a proibire che lo seguissero, a
comandare che le donne si prendessero invece cura di quella giovinetta, la
quale non doveva risalir l’erta a piedi sotto la sferza del sole ardente.
Comandò che la portassero all’osteria, la facessero porre a letto, la ristorassero
con cibo e vino. Quelli che lo seguivano si fermarono, gli altri fecero ala
lasciarlo passare. Lo studente che prima aveva chiesto di parlare, lo accostò
rispettosamente, gli domandò se più tardi egli e alcuni amici suoi avrebbero
potuto trattenersi un poco, soli, con esso.
«Oh sì!» rispose Benedetto con un virile, caldo impeto di assenso. Noemi
ch’era lì presso, si fece coraggio.
«Devo chiederle cinque minuti anch’io» diss’ella in francese, arrossendo; e
subito le balenò di aver dato così a capire che lo conosceva persona colta, si
fece tutta una vampa e ripeté la sua preghiera in italiano.
Don Clemente premette un poco, quasi senza volerlo, il braccio a Benedetto,
che rispose garbato ma un po’ asciutto:
«Vuol far del bene? Si occupi di quella povera ragazza.»
E passò oltre.
Entrò nella sua stamberga, solo con Don Clemente. Nessuno lo aveva seguito.
Una vecchia, la madre dell’ammalato, vedutolo entrare, gli si gettò piangendo
ai piedi con le parole di sua figlia:
«Siete voi l’uomo santo? Siete voi? Una me ne avete guarita, guaritemi anche
l’altro!»
Sulle prime Benedetto, entrando dal sole in quel buio, non discerneva
niente. Poi vide steso sul letto l’uomo che respirava male, gemeva, piangeva,
imprecava ai Santi, alle femmine, al paese di Jenne, al suo maledetto destino.
Inginocchiata accanto a lui, Maria Selva gli tergeva con un fazzoletto il
sudore della fronte. Nessun altro era nella caverna. Presso alla porta luminosa
la grande croce scolpita per isghembo sulla parete giallastra di roccia diceva
in quel momento una oscura parola solenne.
«Sperate in Dio» rispose Benedetto alla vecchia, dolcemente. E si accostò al
letto, si piegò sull’infermo, gli prese il polso. La vecchia cessò di
singhiozzare, l’infermo d’imprecare e di gemere. Si udì il ronzio delle mosche
nel focolare chiaro.
«Avete chiamato il medico?» mormorò Benedetto.
La vecchia riprese a singhiozzare:
«Guaritelo voi, guaritelo voi, in nome di Gesù e Maria!»
L’infermo riprese a gemere. Maria Selva disse sotto voce a Benedetto:
«Il medico è a Subiaco. Il signor Selva, che Lei forse conosce, è andato
alla farmacia. Io sono sua moglie.»
In quel punto rientrò Giovanni, ansante, afflitto. La farmacia era chiusa,
il farmacista assente. L’arciprete gli aveva dato del marsala. Dei signori
venuti da Roma con gran provvigioni gli avevano dato del cognac e del caffè.
Benedetto chiamo a sé con un cenno don Clemente, gli disse all’orecchio che
facesse venire l’arciprete; quell’uomo stava morendo. Avrebbe potuto andar egli
a chiamarlo ma gli pareva duro per la povera madre di allontanarsi. Don
Clemente uscì senza far motto. A pochi passi dalla casupola, la compagnia
elegante venuta da Roma per curiosità del Santo di Jenne, tre signore e quattro
signori, guidata da quel signore di Jenne che s’era incontrato con i Selva
sulla costa, si stava consultando. Veduto il benedettino, si parlarono
sottovoce rapidamente e uno di loro, un giovinotto elegantissimo, incastratasi
nell’occhio la caramella, avanzò verso don Clemente che era guardato dalle signore
con ammirazione, con rammarico che il Santo, come avevano udito dalla loro
guida, non fosse lui.
Anche costoro desideravano un colloquio con Benedetto. Lo desideravano
specialmente le signore. Il giovinotto soggiunse con un sorriso beffardo che
quanto a sé non se ne credeva degno. Don Clemente gli rispose breve breve che
per ora era impossibile di parlare a Benedetto; e tirò via. Colui riferì alle
signore che il Santo stava nel tabernacolo chiuso a chiave.
Intanto Benedetto, supplicandolo sempre la madre desolata che non usasse
medicine, che facesse il miracolo, confortava il giacente con qualche sorso dei
cordiali portati da Giovanni Selva e più con parole, con lievi carezze, con la
promessa di altre parole di salute che altri gli avrebbe portato. E la voce
pia, tenera, grave, operò un miracolo di pace. L’infermo respirava male assai,
gemeva ancora, ma non imprecava più. La madre, folle di speranza, mormorava a
mani giunte, lagrimando:
«Il miracolo, il miracolo, il miracolo.»
«Caro» diceva Benedetto «sei in mano di Dio e la senti terribile.
Abbandònati, la sentirai soave. Ti poserà da capo nel mare di questa vita, ti
poserà nel cielo, ti poserà dove vorrà lei, abbandònati, non ci pensare.
Quand’eri bambino la tua mamma ti portava, tu non domandavi né il come né il
quando né il perché, tu eri nelle sue braccia, tu eri nel suo amore, tu non
domandavi altro. Così anche ora, caro. Io che ti parlo ho fatto tanto male
nella mia vita, forse un poco ne hai fatto anche tu, forse te ne ricordi.
Piangi piangi così abbandonato sul seno del Padre che ti chiama, che ti vuole
perdonare, che vuol dimenticare tutto. Ora verrà il sacerdote e tu glielo
dirai, il male che forse hai fatto, così come ricordi, senza angoscia. E poi,
sai chi verrà da te nel mistero? Sai che amore, caro, sai che pietà, sai che
gioia, sai che vita?»
Lottando con le ombre della morte, figgendo in Benedetto gli occhi vitrei,
lucenti di un desiderio intenso e del terrore di non poterlo esprimere, il
povero giovine che aveva inteso male il discorso di Benedetto, credendo di
doversi confessare a lui, cominciò a dire i suoi peccati. La madre che durante
il discorso di Benedetto, buttatasi ginocchioni alla parete di roccia vi teneva
le labbra sulla croce aspettando il compimento del miracolo, scattò, al suono strano
di quella voce, in piedi, balzò al letto, comprese, gittò un grido disperato
con le mani al cielo, mentre Benedetto, atterrito, esclamava: «no, caro, non a
me, non a me!» Ma l’infermo non intese, gli cinse con un braccio il collo, lo
raccolse a sé, continuò la sua confessione ambasciata, ripetendo Benedetto:
«Dio mio! Dio mio!» nello sforzo di non udire, né avendo cuore di strapparsi
dal morente. Non udì infatti né udire era facile, tanto rade, rotte e torbide
venivano le parole. E non si vedeva arrivare l’arciprete, e don Clemente non
ritornava! Passi e voci sommesse si udirono bene al di fuori, qualche testa
curiosa comparve all’uscio, ma nessuno entrò. Le parole del morente si
perdettero in un garbuglio di suoni fiochi, egli tacque.
«C’è gente fuori?» chiese Benedetto. «Qualcuno vada dall’arciprete, dica di
far presto.»
Giovanni e Maria stavano attorno alla madre che, fuori di sé, trabalzava dal
dolore alla collera. Dopo aver creduto al miracolo, non voleva credere che il
suo figliuolo si fosse ridotto naturalmente a quegli estremi, ora singhiozzava
per lui, ora imprecava alle medicine che gli aveva date Benedetto, per quanto i
Selva le dicessero che non erano state medicine. Maria se l’era abbracciata e
per confortarla e per trattenerla. Accennò a Giovanni che andasse lui
dall’arciprete e Giovanni corse via. Gli occhi lucenti del moribondo
supplicarono. Benedetto gli disse:
«Figlio mio, desideri Cristo?»
Il poveretto accennò di sì col capo e con un gemito inesprimibile. Benedetto
lo baciò, lo ribaciò teneramente.
«Cristo mi dice che i tuoi peccati ti sono rimessi e che tu parta in pace.»
Gli occhi lucenti sfavillarono di gioia.
Benedetto chiamò la madre che dalle aperte braccia di Maria si precipitò sul
figlio suo. Ecco entrare don Clemente trafelato, con Giovanni e l’arciprete.
Don Clemente aveva trovato in canonica un ecclesiastico non conosciuto da
lui, alle prese coll’arciprete. A sentir costui, una turba fanatica voleva
portare in Sant’Andrea la pretesa miracolata per un ringraziamento a Dio. Era
dovere dell’arciprete impedire un tale scandalo. La guarigione della ragazza se
non era impostura non era nemmanco realtà. Il preteso taumaturgo poi aveva
predicato un sacco di eresie sui miracoli e sulla salute eterna, aveva parlato
della fede come di una virtù naturale, aveva criticato Gesù che guariva
gl’infermi. Adesso stava fabbricando un altro miracolo con un altro
disgraziato. Bisognava finirla. Finirla? pensava il povero arciprete che
sentiva già odore di Sant’Uffizio. Era presto detto «finirla». Ma come,
finirla? La visita di don Clemente, che sopravvenne a questo punto del
discorso, lo fece respirare. Adesso, pensò, mi aiuterà lui. Invece le cose
volsero al peggio. Udito il triste messaggio di don Clemente, quel prete
esclamò:
«Vede? Ecco i miracoli come finiscono! Ma Lei non deve entrare col Santo
Viatico nella casa di quell’eretico s’egli prima non esce e non esce per non
tornarci più!»
Don Clemente avvampò nel viso.
«Non è un eretico!» diss’egli. «È un uomo di Dio!»
«Lo dice Lei!» esclamò il prete.
«E Lei» proseguì volto all’arciprete «Lei ci pensi! Faccia come vuole, del
resto; io non c’entro. A rivederla.»
Fatto un inchino a don Clemente, senza parole, scivolò fuori della camera.
«E adesso? E adesso?» gemette il povero arciprete recandosi le mani alle
tempie. «Quello è un uomo terribile ma io non voglio mancare verso Domeneddio.
Dimmi tu, dimmi tu!»
Aveva un santo timore di Dio, sì, l’arciprete, ma non era neppure senza un
timore fra santo e umano di don Clemente, della coscienza severa che lo avrebbe
giudicato. A don Clemente lampeggiò, nella stretta del momento, il partito da
prendere.
«Disponi per il Viatico» diss’egli «e vieni subito con me a confessare quel
povero giovane. Benedetto farà vedere se è un eretico o se è un uomo di Dio.»
La fantesca venne ad avvertire che un signore pregava il signor arciprete di
far presto, presto, perché quell’ammalato moriva.
Don Clemente, trafelato, entrò nella stamberga con Giovanni e l’arciprete. Chiamò
Benedetto a sé, presso l’uscio e gli parlò sotto voce. L’ammalato rantolava.
Benedetto ascoltò, a capo chino, le parole dolorose che gli chiedevano un atto
di umiliazione santa, s’inginocchiò senza rispondere davanti alla croce
scolpita da lui nella roccia, la baciò avidamente nell’incontro delle braccia
tragiche e riaspirare in sé dal solco della pietra il segno del sacrificio, il
suo amore, il suo bene, la sua forza, la sua vita; e, rialzatosi, uscì di là
per sempre.
Il sole scompariva in un turbinoso fumo di nuvoli montanti a settentrione,
dietro il villaggio. I luoghi che avevano poco prima brulicato di gente erano
un livido deserto. Dalle svolte dei viottoli ghiaiosi, dietro gli usci
socchiusi, dai canti dei casolari, donne spiavano. All’apparire di Benedetto si
ritrassero tutte. Egli sentì che Jenne sapeva l’agonia dell’uomo venuto a lui
per salute, che l’ora della potestà era venuta per i suoi avversari. Don
Clemente, il Maestro, l’amico, gli aveva prima chiesto di deporre il suo abito
e ora di uscire della sua casa, di uscire da Jenne. Con dolore e amore, ma
glielo aveva chiesto. Fra l’amarezza e il digiuno, poiché non aveva potuto
prendere la sua refezione meridiana di pane e fave, si sentì quasi venir meno,
gli si oscurò la vista. Sedette sulla soglia ruinosa di una porticina chiusa,
all’entrata della viuzza della Corte. Un lungo rombo di tuono suonò sul suo
capo.
Poco a poco, nel riposo, si riebbe. Pensò all’uomo che moriva nel desiderio
di Cristo e un’onda di dolcezza gli tornò nell’anima. Sentì rimorso di aver
dimenticato per alcuni istanti quel gran dono del Signore, di avere disamata la
croce appena bevutone vita e gioia. Si nascose il viso fra le mani e pianse
silenziosamente. Un rumor lieve, in alto, d’imposte che si aprono; qualche cosa
di molle gli batte sul capo. Si toglie trasalendo le mani dagli occhi; ai suoi
piedi è una rosellina selvatica. Rabbrividì. Da parecchi giorni, o la sera
rientrando nella sua spelonca o uscendone la mattina, ogni giorno aveva trovato
fiori sulla soglia. Non li aveva tolti mai. Li poneva da banda, sopra un sasso,
perché non fossero calpestati; non altro. Neppure aveva mai cercato di sapere
qual mano li recasse. Certo la rosellina selvatica era caduta dalla stessa
mano. Non alzò il capo e comprese che pur non raccogliendo la rosellina né
accennando a raccoglierla, gli bisognava partire. Cercò levarsi, le gambe non
lo reggevano ancora bene, tardò un momento a rimettersi in cammino. Il tuono
rumoreggiava da capo, più forte, continuo. Una porticina si aperse, se ne porse
una giovine vestita di nero, bionda, bianca come la cera, piena gli occhi
azzurrini di sbigottimento e di lagrime. Benedetto non poté a meno di volgere
il capo a lei. Riconobbe la maestra del Comune, che aveva veduto un momento in
casa dell’arciprete, e già proseguiva senza salutarla quando ella gli gettò un
gemito: «mi ascolti!» e, fatto un passo indietro nell’andito, cadde sulle
ginocchia, gli stese le mani imploranti, ripiegando il capo sul petto.
Benedetto si fermò. Esitò un momento e poi disse, con gravità severa:
«Che vuole da me?»
Si era fatto quasi buio. I lampi abbagliavano, il fragore del tuono empiva
la misera viuzza, impediva ai due di udirsi. Benedetto si accostò all’uscio.
«Mi hanno detto» rispose la giovine senz’alzare il viso e sostando agli
scoppi del tuono «che Lei forse dovrà partire da Jenne. Una Sua parola mi ha
dato la vita, la Sua partenza mi farà morire ancora. Mi ripeta quella parola,
la dica per me, solo per me!»
«Quale parola?»
«Lei stava col signor arciprete, io ero nella stanza vicina colla fantesca e
l’uscio aperto. Lei diceva che un uomo può negare Dio senza essere veramente
ateo e senza meritare la morte eterna, quando nega quel Dio che gli è proposto
in una forma ripugnante al suo intelletto ma poi ama la Verità, ama il Bene,
ama gli uomini, pratica questi amori.»
Benedetto tacque. Lo aveva detto, sì, ma parlando a un prete e non sapendo
di venire udito da persone forse non atte a comprenderlo. Ella sospettò la
cagione di quel silenzio.
«Non si tratta di me» disse. «Io credo, sono cattolica. È per mio padre che
ha vissuto così ed è morto così e… se sapesse!… hanno persuaso anche mia madre
ch’egli non ha potuto salvarsi!»
Mentr’ella parlava, rade gocce, grosse, cominciarono a battere, fra i lampi
e i tuoni, sulla via, macchiarono la polvere di grandi macchie, scrosciarono
col vento, sferzando i muri; ma né Benedetto riparò dentro l’uscio né lei
gliene fece invito, e questa fu da parte di lei la confessione sola del
sentimento profondo che si copriva di misticismo e di pietà filiale.
«Mi dica, mi dica» implorò, alzando finalmente il viso «che mio padre è
salvo, che lo ritroverò in Paradiso!»
Benedetto rispose:
«Preghi.»
«Dio! Solo questo?»
«Si prega forse per il perdono di chi non può essere perdonato? Preghi.»
«Oh, grazie! Lei è sofferente?»
Queste ultime parole furono sussurrate così piano che Benedetto non poté
udirle. Fece un gesto di addio e si allontanò fra le ondate di pioggia che
flagellavano e urtavano via per il fango la morta rosellina selvatica.
Forse da una finestra, forse dalla porta dell’osteria, Noemi, che vi stava
con la ragazza di Arcinazzo, lo vide passare. Si fece dare un ombrello
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