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Antonio Fogazzaro
Il santo

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      • 5. Il Santo.
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L’oste di Jenne, un bravuomo in occhiali, nobilmente cortese, che conosceva il mondo per essere stato in America e tuttavia pareva immune delle sue corruzioni, parlò di Benedetto ai nuovi arrivati con favore, in sostanza; però non senza certo riserbo diplomatico. Non lo chiamava il Santo; lo chiamava fra Benedetto. I Selva seppero da lui che Benedetto viveva in una capanna sua, lavorandogli per compenso un campicello. Chi lo volesse vedere doveva aspettare le undici. Adesso stava falciando l’erba. La sua vita era questa. Sull’alba andava alla messa dell’arciprete. Lavorava fino alle undici. Mangiava pane, erbe, frutta, non beveva che acqua. Nel pomeriggio lavorava per niente le terre delle vedove e degli orfani. La sera, seduto sulla sua porta, parlava di religione.

Alle dieci e mezzo i Selva e Noemi andarono a veder Sant’Andrea, la chiesa di Jenne, accompagnati dall’ostessa, bella donna poderosa, pulitissima, semplice, ilare modestamente. Usciti in piazza dal dedaluccio di vicoletti dov’è l’osteria, vi trovarono gran capannelli di donne, a detta dell’ostessa, forestiere. Ella le distingueva dai busti, dai guarnelli, dalle calzature. Queste erano di Trevi, quelle di Filettino, quell’altre di Vallepietra. L’ostessa entrò in un forno a destra della chiesa dove parecchie donne di Jenne si facevan cuocere le stiacciate, ciascuna la propria.

«Forestiere che vogliono parlare al nostro Santo» diss’ella a Maria. Ella non diceva «Fra Benedetto» come il marito; diceva «il Santo».

«Non a lui, però» dichiarò arrossendo «perché lui si stizzisce.» No, non si stizziva veramente, perché gli era un Santo; ma pregava con dolore di non venir chiamato così.

Nel gran chiesone rovinoso che «una domenica o l’altra» diceva l’ostessa «ce schiaccia tutti come topi» non c’erano che i due malati e la loro compagnia. I due malati erano stati adagiati sul pavimento, proprio nel mezzo della chiesa, con due guanciali sotto il capo. I loro compagni salmeggiavano ginocchioni e non guardarono a chi entrava, continuarono a salmeggiare.

«Forse li hanno condotti per farli benedire al Santo» disse l’ostessa sotto voce «ma di questo il Santo ha dolore. Non vuole. Forse cercheranno di toccargli l’abito di soppiatto e questo pure è difficile, ora

Quella povera gente cessò di salmeggiare e una donna venne a domandare all’ostessa se le undici fossero suonate. Le rispose Maria che mancava un quarto d’ora e le domandò degl’infermi. L’uomo era malato di febbri, da due anni; la ragazza, sua sorella, di cuore. Venivano dal piano di Arcinazzo, una strada di parecchie ore, per farsi guarire dal Santo di Jenne. Una donna di Arcinazzo, malata di cuore, era guarita giorni prima solo con toccargli l’abito. Maria e Noemi parlarono agli infermi. La ragazza era fidente. L’uomo, che tremava di febbre, pareva fosse esser venuto per accontentare i suoi, per provare anche questa. Aveva molto sofferto del viaggio.

«Sostrade per andare all’altro mondo» diss’egli «e la guarigione sarà quella.»

Una donna, forse sua madre, ruppe in pianto e lo supplicò di pregare, di raccomandarsi a Gesù e Maria. Le due signore si allontanarono, richiamate da Giovanni per un tafferuglio che avveniva sulla piazza fra le donne e quegli studenti che avevano oltrepassato i Selva sulla costa di Jenne. Gli studenti dovevano avere scherzato male sulla devozione loro al Santo. Erano inviperite. Quelle di Jenne sbucarono dal forno. Da un’altra parte sbucarono due pennacchi di carabinieri. Noemi e Maria entrarono fra le donne a metter pace. Giovanni arringò gli studenti che ridevano per braveria, con pericolo di peggio. Un canto suonò dalla chiesa, prima velato, poi, aprendosi la porta, forte:

«Sancta Maria, ora pro nobis.»

Comparvero i due ammalati. La ragazza camminava sorretta, l’uomo era portato a braccia, dalla testa e dai piedi, spenzolato come un cadavere. E anche le portatrici cantavano, solenni in viso:

«Sancta Virgo virginum, ora pro nobis.»

Sulla piazza le donne caddero ginocchioni tutte insieme, intorno ai carabinieri sbalorditi; gli studenti ammutolirono; una cavalcata di signori e signore che entrava in piazza dalla mulettiera di Val d’Aniene, si arrestò. Maria prima, quindi Noemi, tratte a terra da uno spirito che metteva loro brividi di commozione, s’inginocchiarono. Giovanni esitò. Quella non era la sua fede. A lui sarebbe parso di offendere il Creatore e Donatore della ragione facendo viaggiare a lungo sul mulo degli ammalati perché un simulacro, una reliquia, un uomo, li guarisse miracolosamente. Però era fede. Era, dentro un rude involucro d’ignoranze caduche, il senso, negato alle menti superbe, dell’ascosa Verità che è Vita, radio misterioso dentro un ammasso di minerale impuro. Era fede, era incolpevole errore, era amore, era dolore, era un che visibile degli accolti più alti misteri dell’Universo. La terra stessa e la grande faccia triste della chiesa e le piccole facce umili delle casupole intorno alla piazza, parevano averne intelletto e riverenza. Giovanni si vide in mente la immagine di una morta, statagli cara, che aveva creduto così, un’aura gelata corse anche a lui nel sangue, le ginocchia gli si piegarono sotto. La compagnia degli ammalati passò cantando colla faccia levata:

«Mater Christi». Le donne inginocchiate risposero colla faccia a terra:

«Ora pro nobis».

Poi si alzarono e seguirono il corteo. Intanto tre o quattro donne di Jenne dissero forte:

«Non vole! Non vole

Una spiegò a Maria che il Santo non voleva gli fossero portati infermi. Non furono ascoltate e seguirono anche loro, curiose di quel che sarebbe.

Pure i Selva, sulle prime renitenti, si mossero dietro a Noemi, avida. Alle loro spalle, con quel giusto intervallo che li dimostrasse spettatori e non seguaci, si avviarono gli studenti. Soli, assai più da lontano, seguivano i carabinieri, ultima coda del serpe di gente, che guizzò e scomparve dentro un fesso dell’ammasso di casolari fronteggianti la chiesa.

Scomparve, si torse per i vicoletti oscuri dai nomi pomposi, che riescono a un’altra fronte del villaggio, la più misera, la più deforme. Ivi, sulla ruina sassosa del monte, male affisse ai ronchioni, alle lastre della roccia, sdrucciolano in basso fra i ciottoli le stamberghe ammassellate. Le finestrine nere guardano come occhiaie di scheletri il silenzio della valle profonda, chiusa. Le porte versano sulla ruina scalini diruti. Le più non ne hanno che tre o quattro scheggioni. Qualcuna n’è rimasta del tutto vedova. Quando ci si è a fatica inerpicati dentro si trovan caverne senza lucearia.

«Somali passi, vigoli cattivi» disse alle signore dalla sua porta una vecchia, sorridendo.

Una di questa caverne male accessibili era la dimora di Benedetto. Due rivi della turba, rotta nella discesa, vi si riunirono sotto la porta aperta. Da un forno accanto le donne uscirono a dire che Benedetto non c’era. La turba ondeggiò intorno ai due infermi, si levarono voci di lamento. Domande ansiose, diversi mormorii risalirono per i due rivi di gente su all’altro capo della processione, dove non si era inteso il perché di quei gemiti e si faceva ressa per scendere, per vedere. Forse qualche maggior guaio era accaduto agli ammalati, fermi nel sole ardente. Tre studenti scivolarono giù fra le donne levandone grugniti di male parole. Ecco, una donna di Jenne ha detto:

«Portateli dentro, poverini

Sì, sì, dentro, dentro! Nella casa del Santo!

La gente si aspetta già il miracolo dalle pareti fra le quali egli vive, dal suolo che preme, dagli arredi pregni della sua santità. Sul letto del Santo! Sul letto del Santo! Si posano delle assicelle sui pietroni smozzicati che salgono alla porta di Benedetto, i due infermi sono tra spinti e portati su da un’ondata. Eccoli stesi per traverso sul giaciglio del Santo. L’ondata empie la caverna. Tutti cadono ginocchioni, a pregare.

È caverna veramente. Un fianco intero n’è parete giallastra di roccia, tagliata per isghembo. Si cammina sulla terra nuda, mal calcata. Accanto al giaciglio, alto due palmi, è un focolare. Non vi son finestre, ma un raggio di sole, entrato per il camino, batte, celeste fiamma, sulla pietra senza cenere del focolare. Una coperta bruna è stesa sul letto. Una croce è scolpita rozzamente sulla parete obliqua di roccia, presso all’entrata. In un angolo si vede, sola ricchezza, una gran secchia piena d’acqua, un catino verde, una bottiglia, un bicchiere. Alcuni libri sono accatastati sopra una sdruscita seggiola di paglia. Un’altra seggiola porta un piatto di fave e del pane. Il luogo ha l’aspetto di una estrema povertà, ordinata e pulita.

L’uomo, febbricitante, si lagna del freddo, dell’umido, del buio. Dice di star peggio e che lo hanno condotto a morire. Lo scongiurano di chetarsi, di sperare. Invece la sua giovinetta sorella dal cuore ammalato, un minuto dopo che l’han posata sul letto, sente sollievo. Lo annuncia subito, annuncia che guarisce. Intorno a lei si lagrima e si ride insieme, si loda il Signore. Le si baciano le vesti come s’ella pure fosse divenuta santa, si grida l’annuncio fuori. Voci di gioia rispondono, altra gente si caccia nella caverna col viso acceso, con gli occhi avidi. Ma in quel momento qualcuno, ch’è sceso più abbasso in cerca del Santo, grida da lontano: il Santo viene! il Santo viene! Allora la caverna rigurgita gente sulla china, un fracasso di voci e di passi trabocca in giù, in un attimo tutto è vuoto intorno ai Selva e a tre o quattro studenti, fermi sotto l’entrata della capanna. Delle donne di Jenne parte è ritornata nel forno al lavoro, parte sta a guardare sulla porta. Maria scambia qualche parola con queste. Tutta forestiera quella gente ch’è scesa? Eh sì, non tutta ma quasi. Gente di Vallepietra, la più parte. Sarebbe meglio che da Vallepietra ci venisse l’acqua. E che vogliono? Portarsi via il Santo da Jenne? Sì, dicevano anche questo, parlavano di far gran cose. E voi? Noi si sa che lui non vole andare. E poi… Le compagne gridano qualche cosa dal di dentro, la donna si volta, succede un litigio, i due Selva e gli studenti entrano a vedere la guarita miracolosamente. Noemi rimane fuori. È impaziente di vedere Benedetto, palpita, non ne comprende il perché, si chiama stupida nel suo cuore; ma non si muove.

Due tonache benedettine venivano per i campicelli del basso, da lontano. Sopra la seconda lampeggiava tratto tratto un ferro di falce. Udito piombar dall’alto lo scroscio delle voci e dei passi, Benedetto disse al suo compagno con un sorriso: «Padre mio.»

Don Clemente, appena arrivato a Jenne, aveva raggiunto Benedetto sul praticello che stava falciando, gli aveva recato il messaggio doloroso e promesso, dopo un lungo colloquio, di tenere a chi lo chiamava santo certo discorso che Benedetto desiderò. Udì anche lui lo scroscio della folla che scendeva, le grida «il Santo! il Santo!» e quando Benedetto gli ebbe detto sorridendo: «Padre mio!» impallidì, fece un gesto di acquiescenza e passò avanti. Benedetto depose la falce, uscì un poco del sentiero, sedette dietro un masso e un gran melo fiorito, che lo nascondevano ai sopravvegnenti. Don Clemente li affrontò solo.

Al primo vederlo coloro si arrestarono. Più voci dissero: «non è lui!» e altre voci: «lui è dietro!» e altre ancora dalla retroguardia: «passate avanti!» La colonna si mosse.

Allora don Clemente levò la mano e disse: «Ascoltate

L’uomo che non sapeva parlare a due persone sconosciute senza coprirsi di rossore, adesso era pallidissimo. La voce dolcemente velata si udì appena ma si vide il gesto. Il bellissimo viso sereno, l’alta persona, imposero riverenza.

«Voi cercate Benedetto» diss’egli. «Voi lo chiamate Santo. Questo è un grandissimo dolore che voi gli date. Egli ha pur detto a tutti dal primo giorno del suo arrivo a Jenne di essere un gran peccatore ridotto a penitenza per la infinita bontà di Dio. Ma egli vuole che io vi confermi questo. Lo confermo, è la verità. È stato un gran peccatore. Domani potrebbe cadere ancora. Se vi credesse un solo momento quando voi lo chiamate Santo, Iddio si allontanerebbe da lui. Non lo chiamate più Santo e soprattutto, poi, non gli domandate più miracoli

«Padre» lo interruppe con voce solenne, facendosi avanti e allargando le braccia, un vecchio alto, magro, sdentato, dal profilo d’aquila. «Padre, noi non domandiamo il miracolo, il miracolo è fatto, la donna, come ha toccato la dimora dell’uomo è guarita, e noi Le diciamo che l’uomo è santo e se a Jenne vi è gente che dice altre cose è gente degna di bruciare nel fondo dell’inferno. Padre, noi Le baciamo le mani ma diciamo questo.»

«C’è un ammalato, ancora! C’è un ammalato, ancora!» gridarono dieci, venti voci. «Venga il Santo

Dal gruppo degli studenti, alla retroguardia, si gridò: «avanti il Santo! Il Santo parli

«O che modo è questo?» fece il vecchio volgendosi addietro con dispetto, da spodestato oratore del popolo. «Che modo è questo?»

Un subisso di voci sdegnose coperse la sua, gridando gli studenti sempre più forte:

«Venga il Santo! Parli il Santo! Via il prete! Via

Le donne si voltarono minacciose:

«Via voi, via

E in alto, dalle stamberghe appollaiate sulla rovina, sbucarono i pennacchi dei carabinieri. Allora Benedetto si alzò, uscì allo scoperto.

Appena fu veduto, un gran clamore di gioia lo accolse. I Selva si fecero sulla porta della caverna a guardare in giù, Noemi scese di corsa. Benedetto si trovò attorniato in un lampo da gente che gli baciava la tonaca benedicendo. Molti, ginocchioni, piangevano. Noemi, ch’era discesa sola dietro gli studenti, si slanciò avanti, vide finalmente l’uomo.

Jeanne le ne aveva mostrate più fotografie, dicendo però che di nessuna era soddisfatta pienamente. Nella fisonomia simpatica di Piero Maironi Noemi aveva letto un’ombra interna di tristezza; quella di Benedetto luceva di straordinaria vita. Da due giorni egli si era fatto radere capelli e barba per aver udito una donna sussurrare: «è bello come Gesù.» La espressione dell’anima dominatrice gli si era accentuata nel naso più prominente per la maggiore magrezza, nelle grandi occhiaie scure. Gli occhi avevano un fascino inesprimibile. Spiravano tristezza anche adesso ma una tristezza dolce, piena di vigore e di pace, di devozione mistica. Attorniato, sotto la bianca nuvoletta del melo fiorente, dalla turba prostrata, circonfuso di sole e di mobili ombre, pareva una visione di pittore antico. Noemi impietrò, stretta alla gola da un groppo di pianto. Presso a lei parecchie donne piangevano, solo per averlo veduto, penetrate da una suggestione vicendevole. Una di esse, ammalata, stanca, si era seduta sull’orlo del sentiero, non poteva vedere il Santo, piangeva di commozione senza saperne il perché. Sopraggiunsero dei ritardatarii, un vecchio e tre donne di Vallepietra. Subito le tre donne, scambiando don Clemente per Benedetto, si misero a singhiozzare e a gridare: «com’è bello, com’è bello

Intanto, sotto la bianca nuvoletta del melo fiorito, Benedetto riuscì con parole di dolore, di supplica, di rampogna, a respingere l’assalto della turba adoratrice, a farla rialzare in piedi. Un grido partì dal gruppo degli studenti: «parli!» In quello stesso momento, lassù in alto, le campane di Jenne annunciarono solenni il mezzogiorno al villaggio, alle solitudine, al monte Leo, al monte Sant’Antonio, al monte Altuino, alle nubi veleggianti verso ponente. Benedetto si pose l’indice alla bocca, le campane parlarono sole. Guardò don Clemente come per un tacito invito. Don Clemente si scoperse e cominciò a dire l’Angelus Domini. Benedetto, in piedi, a mani giunte, lo disse con lui e fino a che le campane suonarono tenne gli occhi fissi sul giovane che gli aveva gridato di parlare: gli occhi pieni di tristezza, di dolcezza mistica. Quello sguardo ineffabile, il suono delle campane solenni, il tremar dell’erba, l’ondular lieve dei rami fioriti al vento, il rapimento di tante facce lagrimose volte a una sola si componevano insieme per Noemi in una parola unica che la esaltava senza rivelarsi, come tormenta l’anima nel desiderio di sé la parola occulta sotto una tragica processione di accordi musicali. Le campane tacquero e Benedetto disse dolcemente a chi gli stava di fronte:

«Chi siete voi e cosa è accaduto che vi ha fatto venire a me come se io fossi quello che non sono?»

Gli fu risposto da più voci a un tempo, gli fu detto del miracolo e com’egli fosse desiderato nel villaggio degli uni e nel villaggio degli altri.

«Voi esaltate me» diss’egli «perché siete ciechi. Se questa giovine è guarita non io l’ho guarita ma la sua fede. Questa forza della fede che l’ha fatta alzarsi e camminare è nel mondo di Dio, dappertutto e sempre, come la forza dello spavento che fa tremare e cadere. È una forza nell’anima come le forze che sono nell’acqua e nel fuoco. Dunque se la giovine è guarita è perché Dio ha disposto nel suo mondo questa gran forza; datene lode a Dio e non a me. Ma poi udite. Voi offendete Dio se la Sua potenza e bontà vi paiono più grandi nei miracoli. Esse sono dappertutto e sempre infinite. È difficile di capire come la fede risani, ma è impossibile di capire come questi fiori vivano. Il Signore non sarebbe mica meno potente né meno buono se questa giovane non fosse guarita. Pregate di guarire sì, ma pregate più ancora di comprendere questa grande cosa che vi ho detto ora, pregate di poter adorare la volontà del Signore quando vi la morte come quando vi la vita. Vi sono nel mondo degli uomini che credono di non credere in Dio e quando le malattie e la morte entrano nelle loro case, dicono: è la legge, è la natura, è l’ordine dell’Universo, noi pieghiamo il capo, noi accettiamo senza mormorare, noi proseguiamo il cammino del nostro dovere. Guardate che questi uomini non passino avanti a voi nel regno dei cieli. E pensate anche quali miracoli domandate. Voi venite per esser guariti dalle malattie del corpo, voi volete che io venga nei vostri villaggi per questo. Abbiate fede e guarirete senza di me. Ricordatevi però che potreste usare anche meglio la vostra fede secondo la volontà di Dio. Siete voi tutti e interamente sani dell’anima vostra? No, voi non lo siete; e che vi servirà di aver l’otre sana se il vino è guasto? Voi amate voi stessi e le vostre famiglie più della verità, più della giustizia, più della legge divina. Voi avete presente sempre quello ch’è dovuto a voi e ai vostri e ben di rado quello ch’è dovuto agli altri. Voi credete di salvarvi colla moltitudine delle preghiere. E nemmeno sapete pregare. Voi pregate allo stesso modo i Santi che sono i servi e Iddio ch’è il Padrone; quando non fate peggio! Voi non pensate che al Padrone non importano le molte parole, ch’Egli preferisce essere servito fedelmente in silenzio col pensiero sempre alla Sua volontà. E non intendete i vostri mali, siete come il moribondo che dice: «sto bene.» Forse alcuno di voi pensa in questo momento: se non intendo il male che faccio, il Signore non mi condannerà. Ma il Signore non giudica come i giudici del mondo. L’uomo che ha preso un veleno senza saperlo deve cadere come colui che lo ha voluto prendere. L’uomo che non ha la veste bianca non può entrare nella cena del Signore anche se non sapeva che la veste non era necessaria. Colui che ama se stesso sopra ogni cosa, sappia o non sappia il suo peccato, non passa per la porta del regno dei cieli, allo stesso modo che il dito della sposa, se è ripiegato sopra sé stesso, non entra nell’anello offerto dallo sposo. Conoscete le infermità dell’anima vostra e pregate con fede di esserne sanati. Vi dico in nome di Cristo che lo sarete. La guarigione del vostro corpo è buona per voi, per la famiglia vostra, per gli animali e le piante che avete in cura; ma la guarigione dell’anima vostra, credete questa cosa benché non la comprendete! la guarigione dell’anima vostra è buona per tutte le povere anime dei viventi sbattuti fra il bene e il male, è buona per tutte le povere anime dei morti che si purificano con fatica e dolore, come la vittoria di un soldato è buona per tutti della sua nazione. È anche buona per gli Angeli, che sentono tanta gioia, ha detto Gesù, per la guarigione di un’anima, e la gioia fa crescere la loro potenza, e la loro potenza, credete voi che sia per le tenebre o per la luce, per la morte o per la vita? Domandate con fede, prima la guarigione dell’anima e poi la guarigione del corpo

Dal ripido pendìo gli si porgeva una fitta di visi; avidi i più alti cui soltanto giungeva il suono della voce, e rigati di pianto; parte attoniti i più vicini, parte entusiasti, parte dubbiosi. Anche a Noemi colavano lagrime lungo le guancie smorte. Gli studenti avevano smesso l’aria beffarda. Quando Benedetto tacque, uno di loro avanzò risoluto e serio, per parlare. In quel mentre il vecchio esclamò:

«E voi ci guarite l’anima

Altre voci ripeterono ansiose:

«E voi ci guarite l’anima! E voi ci guarite l’anima

In un baleno, tutta l’avanguardia, presa dal contagio, traboccò in ginocchio tendendo le braccia supplici:

«E voi ci guarite l’anima! E voi ci guarite l’anima

Benedetto si gettò avanti con le mani nei capelli, esclamando:

«Che fate ancora? Che fate ancora?»

Un grido suonò dall’alto: «la miracolata!» La giovinetta che, posata sul giaciglio di Benedetto, si era sentita risanare, scendeva al braccio di una sorella maggiore, cercando Benedetto. Questi non badò al grido, al balenar della gente lassù, che si divideva per lasciar passare le due donne. Non valendo a far rialzare la gente, cadde ginocchioni egli pure. Allora coloro che gli stavano intorno si rialzarono, e giungendo ad essi il fremito commosso e le voci: «La miracolata! La miracolata!» fecero rialzare lui che pareva non avere udito. «La miracolata!» gli diceva ciascuno, «la miracolatacercando sul suo viso la compiacenza del miracolo con occhi che gridavano: «viene per voi, l’avete guarita voi!» come s’egli poco prima non avesse detto nulla.

La giovinetta scendeva, smorta e giallognola come la petrosa via battuta dal sole, triste nel visetto gentile inclinato al braccio della sorella. E la sorella pure era triste. La turba si divise davanti a loro e Benedetto si fece da parte, riparò dietro don Clemente con un involontario moto che parve deliberato. Tutti trepidavano e sorridevano come nell’attesa di un altro miracolo. Le due donne non s’ingannarono, passarono davanti a don Clemente senza neppur guardarlo, si volsero a Benedetto e la maggiore gli disse, sicura:

«Uomo santo di Dio, tu hai guarito questa, guarisci l’altro!»

Benedetto rispose quasi sotto voce, tutto fremente:

«Io non sono un uomo santo, io non ho guarito questa, per quest’altro che dite io potrò solamente pregare

Udito che l’altro era loro fratello, che stava nella sua capanna, sul suo letto e che soffriva molto, disse a don Clemente:

«Andiamo ad assisterlo

E si mosse con il suo Maestro. Dietro a loro si ricompose rumoreggiando il fiotto diviso della gente. Benedetto si voltò a proibire che lo seguissero, a comandare che le donne si prendessero invece cura di quella giovinetta, la quale non doveva risalir l’erta a piedi sotto la sferza del sole ardente. Comandò che la portassero all’osteria, la facessero porre a letto, la ristorassero con cibo e vino. Quelli che lo seguivano si fermarono, gli altri fecero ala lasciarlo passare. Lo studente che prima aveva chiesto di parlare, lo accostò rispettosamente, gli domandò se più tardi egli e alcuni amici suoi avrebbero potuto trattenersi un poco, soli, con esso.

«Oh sì!» rispose Benedetto con un virile, caldo impeto di assenso. Noemi ch’era presso, si fece coraggio.

«Devo chiederle cinque minuti anch’io» diss’ella in francese, arrossendo; e subito le balenò di aver dato così a capire che lo conosceva persona colta, si fece tutta una vampa e ripeté la sua preghiera in italiano.

Don Clemente premette un poco, quasi senza volerlo, il braccio a Benedetto, che rispose garbato ma un po’ asciutto:

«Vuol far del bene? Si occupi di quella povera ragazza

E passò oltre.

Entrò nella sua stamberga, solo con Don Clemente. Nessuno lo aveva seguito. Una vecchia, la madre dell’ammalato, vedutolo entrare, gli si gettò piangendo ai piedi con le parole di sua figlia:

«Siete voi l’uomo santo? Siete voi? Una me ne avete guarita, guaritemi anche l’altro!»

Sulle prime Benedetto, entrando dal sole in quel buio, non discerneva niente. Poi vide steso sul letto l’uomo che respirava male, gemeva, piangeva, imprecava ai Santi, alle femmine, al paese di Jenne, al suo maledetto destino. Inginocchiata accanto a lui, Maria Selva gli tergeva con un fazzoletto il sudore della fronte. Nessun altro era nella caverna. Presso alla porta luminosa la grande croce scolpita per isghembo sulla parete giallastra di roccia diceva in quel momento una oscura parola solenne.

«Sperate in Dio» rispose Benedetto alla vecchia, dolcemente. E si accostò al letto, si piegò sull’infermo, gli prese il polso. La vecchia cessò di singhiozzare, l’infermo d’imprecare e di gemere. Si udì il ronzio delle mosche nel focolare chiaro.

«Avete chiamato il medicomormorò Benedetto.

La vecchia riprese a singhiozzare:

«Guaritelo voi, guaritelo voi, in nome di Gesù e Maria

L’infermo riprese a gemere. Maria Selva disse sotto voce a Benedetto:

«Il medico è a Subiaco. Il signor Selva, che Lei forse conosce, è andato alla farmacia. Io sono sua moglie

In quel punto rientrò Giovanni, ansante, afflitto. La farmacia era chiusa, il farmacista assente. L’arciprete gli aveva dato del marsala. Dei signori venuti da Roma con gran provvigioni gli avevano dato del cognac e del caffè. Benedetto chiamo a sé con un cenno don Clemente, gli disse all’orecchio che facesse venire l’arciprete; quell’uomo stava morendo. Avrebbe potuto andar egli a chiamarlo ma gli pareva duro per la povera madre di allontanarsi. Don Clemente uscì senza far motto. A pochi passi dalla casupola, la compagnia elegante venuta da Roma per curiosità del Santo di Jenne, tre signore e quattro signori, guidata da quel signore di Jenne che s’era incontrato con i Selva sulla costa, si stava consultando. Veduto il benedettino, si parlarono sottovoce rapidamente e uno di loro, un giovinotto elegantissimo, incastratasi nell’occhio la caramella, avanzò verso don Clemente che era guardato dalle signore con ammirazione, con rammarico che il Santo, come avevano udito dalla loro guida, non fosse lui.

Anche costoro desideravano un colloquio con Benedetto. Lo desideravano specialmente le signore. Il giovinotto soggiunse con un sorriso beffardo che quanto a sé non se ne credeva degno. Don Clemente gli rispose breve breve che per ora era impossibile di parlare a Benedetto; e tirò via. Colui riferì alle signore che il Santo stava nel tabernacolo chiuso a chiave.

Intanto Benedetto, supplicandolo sempre la madre desolata che non usasse medicine, che facesse il miracolo, confortava il giacente con qualche sorso dei cordiali portati da Giovanni Selva e più con parole, con lievi carezze, con la promessa di altre parole di salute che altri gli avrebbe portato. E la voce pia, tenera, grave, operò un miracolo di pace. L’infermo respirava male assai, gemeva ancora, ma non imprecava più. La madre, folle di speranza, mormorava a mani giunte, lagrimando:

«Il miracolo, il miracolo, il miracolo

«Caro» diceva Benedetto «sei in mano di Dio e la senti terribile. Abbandònati, la sentirai soave. Ti poserà da capo nel mare di questa vita, ti poserà nel cielo, ti poserà dove vorrà lei, abbandònati, non ci pensare. Quand’eri bambino la tua mamma ti portava, tu non domandavi né il come né il quando né il perché, tu eri nelle sue braccia, tu eri nel suo amore, tu non domandavi altro. Così anche ora, caro. Io che ti parlo ho fatto tanto male nella mia vita, forse un poco ne hai fatto anche tu, forse te ne ricordi. Piangi piangi così abbandonato sul seno del Padre che ti chiama, che ti vuole perdonare, che vuol dimenticare tutto. Ora verrà il sacerdote e tu glielo dirai, il male che forse hai fatto, così come ricordi, senza angoscia. E poi, sai chi verrà da te nel mistero? Sai che amore, caro, sai che pietà, sai che gioia, sai che vita

Lottando con le ombre della morte, figgendo in Benedetto gli occhi vitrei, lucenti di un desiderio intenso e del terrore di non poterlo esprimere, il povero giovine che aveva inteso male il discorso di Benedetto, credendo di doversi confessare a lui, cominciò a dire i suoi peccati. La madre che durante il discorso di Benedetto, buttatasi ginocchioni alla parete di roccia vi teneva le labbra sulla croce aspettando il compimento del miracolo, scattò, al suono strano di quella voce, in piedi, balzò al letto, comprese, gittò un grido disperato con le mani al cielo, mentre Benedetto, atterrito, esclamava: «no, caro, non a me, non a me!» Ma l’infermo non intese, gli cinse con un braccio il collo, lo raccolse a sé, continuò la sua confessione ambasciata, ripetendo Benedetto: «Dio mio! Dio mio!» nello sforzo di non udire, né avendo cuore di strapparsi dal morente. Non udì infatti né udire era facile, tanto rade, rotte e torbide venivano le parole. E non si vedeva arrivare l’arciprete, e don Clemente non ritornava! Passi e voci sommesse si udirono bene al di fuori, qualche testa curiosa comparve all’uscio, ma nessuno entrò. Le parole del morente si perdettero in un garbuglio di suoni fiochi, egli tacque.

«C’è gente fuori?» chiese Benedetto. «Qualcuno vada dall’arciprete, dica di far presto.»

Giovanni e Maria stavano attorno alla madre che, fuori di sé, trabalzava dal dolore alla collera. Dopo aver creduto al miracolo, non voleva credere che il suo figliuolo si fosse ridotto naturalmente a quegli estremi, ora singhiozzava per lui, ora imprecava alle medicine che gli aveva date Benedetto, per quanto i Selva le dicessero che non erano state medicine. Maria se l’era abbracciata e per confortarla e per trattenerla. Accennò a Giovanni che andasse lui dall’arciprete e Giovanni corse via. Gli occhi lucenti del moribondo supplicarono. Benedetto gli disse:

«Figlio mio, desideri Cristo

Il poveretto accennò di sì col capo e con un gemito inesprimibile. Benedetto lo baciò, lo ribaciò teneramente.

«Cristo mi dice che i tuoi peccati ti sono rimessi e che tu parta in pace

Gli occhi lucenti sfavillarono di gioia.

Benedetto chiamò la madre che dalle aperte braccia di Maria si precipitò sul figlio suo. Ecco entrare don Clemente trafelato, con Giovanni e l’arciprete.

 

 

Don Clemente aveva trovato in canonica un ecclesiastico non conosciuto da lui, alle prese coll’arciprete. A sentir costui, una turba fanatica voleva portare in Sant’Andrea la pretesa miracolata per un ringraziamento a Dio. Era dovere dell’arciprete impedire un tale scandalo. La guarigione della ragazza se non era impostura non era nemmanco realtà. Il preteso taumaturgo poi aveva predicato un sacco di eresie sui miracoli e sulla salute eterna, aveva parlato della fede come di una virtù naturale, aveva criticato Gesù che guariva gl’infermi. Adesso stava fabbricando un altro miracolo con un altro disgraziato. Bisognava finirla. Finirla? pensava il povero arciprete che sentiva già odore di Sant’Uffizio. Era presto detto «finirla». Ma come, finirla? La visita di don Clemente, che sopravvenne a questo punto del discorso, lo fece respirare. Adesso, pensò, mi aiuterà lui. Invece le cose volsero al peggio. Udito il triste messaggio di don Clemente, quel prete esclamò:

«Vede? Ecco i miracoli come finiscono! Ma Lei non deve entrare col Santo Viatico nella casa di quell’eretico s’egli prima non esce e non esce per non tornarci più!»

Don Clemente avvampò nel viso.

«Non è un ereticodiss’egli. «È un uomo di Dio

«Lo dice Lei!» esclamò il prete.

«E Lei» proseguì volto all’arciprete «Lei ci pensi! Faccia come vuole, del resto; io non c’entro. A rivederla

Fatto un inchino a don Clemente, senza parole, scivolò fuori della camera.

«E adesso? E adessogemette il povero arciprete recandosi le mani alle tempie. «Quello è un uomo terribile ma io non voglio mancare verso Domeneddio. Dimmi tu, dimmi tu!»

Aveva un santo timore di Dio, sì, l’arciprete, ma non era neppure senza un timore fra santo e umano di don Clemente, della coscienza severa che lo avrebbe giudicato. A don Clemente lampeggiò, nella stretta del momento, il partito da prendere.

«Disponi per il Viatico» diss’egli «e vieni subito con me a confessare quel povero giovane. Benedetto farà vedere se è un eretico o se è un uomo di Dio

La fantesca venne ad avvertire che un signore pregava il signor arciprete di far presto, presto, perché quell’ammalato moriva.

 

 

Don Clemente, trafelato, entrò nella stamberga con Giovanni e l’arciprete. Chiamò Benedetto a sé, presso l’uscio e gli parlò sotto voce. L’ammalato rantolava. Benedetto ascoltò, a capo chino, le parole dolorose che gli chiedevano un atto di umiliazione santa, s’inginocchiò senza rispondere davanti alla croce scolpita da lui nella roccia, la baciò avidamente nell’incontro delle braccia tragiche e riaspirare in sé dal solco della pietra il segno del sacrificio, il suo amore, il suo bene, la sua forza, la sua vita; e, rialzatosi, uscì di per sempre.

 

 

Il sole scompariva in un turbinoso fumo di nuvoli montanti a settentrione, dietro il villaggio. I luoghi che avevano poco prima brulicato di gente erano un livido deserto. Dalle svolte dei viottoli ghiaiosi, dietro gli usci socchiusi, dai canti dei casolari, donne spiavano. All’apparire di Benedetto si ritrassero tutte. Egli sentì che Jenne sapeva l’agonia dell’uomo venuto a lui per salute, che l’ora della potestà era venuta per i suoi avversari. Don Clemente, il Maestro, l’amico, gli aveva prima chiesto di deporre il suo abito e ora di uscire della sua casa, di uscire da Jenne. Con dolore e amore, ma glielo aveva chiesto. Fra l’amarezza e il digiuno, poiché non aveva potuto prendere la sua refezione meridiana di pane e fave, si sentì quasi venir meno, gli si oscurò la vista. Sedette sulla soglia ruinosa di una porticina chiusa, all’entrata della viuzza della Corte. Un lungo rombo di tuono suonò sul suo capo.

Poco a poco, nel riposo, si riebbe. Pensò all’uomo che moriva nel desiderio di Cristo e un’onda di dolcezza gli tornò nell’anima. Sentì rimorso di aver dimenticato per alcuni istanti quel gran dono del Signore, di avere disamata la croce appena bevutone vita e gioia. Si nascose il viso fra le mani e pianse silenziosamente. Un rumor lieve, in alto, d’imposte che si aprono; qualche cosa di molle gli batte sul capo. Si toglie trasalendo le mani dagli occhi; ai suoi piedi è una rosellina selvatica. Rabbrividì. Da parecchi giorni, o la sera rientrando nella sua spelonca o uscendone la mattina, ogni giorno aveva trovato fiori sulla soglia. Non li aveva tolti mai. Li poneva da banda, sopra un sasso, perché non fossero calpestati; non altro. Neppure aveva mai cercato di sapere qual mano li recasse. Certo la rosellina selvatica era caduta dalla stessa mano. Non alzò il capo e comprese che pur non raccogliendo la rosellinaaccennando a raccoglierla, gli bisognava partire. Cercò levarsi, le gambe non lo reggevano ancora bene, tardò un momento a rimettersi in cammino. Il tuono rumoreggiava da capo, più forte, continuo. Una porticina si aperse, se ne porse una giovine vestita di nero, bionda, bianca come la cera, piena gli occhi azzurrini di sbigottimento e di lagrime. Benedetto non poté a meno di volgere il capo a lei. Riconobbe la maestra del Comune, che aveva veduto un momento in casa dell’arciprete, e già proseguiva senza salutarla quando ella gli gettò un gemito: «mi ascolti!» e, fatto un passo indietro nell’andito, cadde sulle ginocchia, gli stese le mani imploranti, ripiegando il capo sul petto.

Benedetto si fermò. Esitò un momento e poi disse, con gravità severa:

«Che vuole da me?»

Si era fatto quasi buio. I lampi abbagliavano, il fragore del tuono empiva la misera viuzza, impediva ai due di udirsi. Benedetto si accostò all’uscio.

«Mi hanno detto» rispose la giovine senz’alzare il viso e sostando agli scoppi del tuono «che Lei forse dovrà partire da Jenne. Una Sua parola mi ha dato la vita, la Sua partenza mi farà morire ancora. Mi ripeta quella parola, la dica per me, solo per me!»

«Quale parola

«Lei stava col signor arciprete, io ero nella stanza vicina colla fantesca e l’uscio aperto. Lei diceva che un uomo può negare Dio senza essere veramente ateo e senza meritare la morte eterna, quando nega quel Dio che gli è proposto in una forma ripugnante al suo intelletto ma poi ama la Verità, ama il Bene, ama gli uomini, pratica questi amori

Benedetto tacque. Lo aveva detto, sì, ma parlando a un prete e non sapendo di venire udito da persone forse non atte a comprenderlo. Ella sospettò la cagione di quel silenzio.

«Non si tratta di me» disse. «Io credo, sono cattolica. È per mio padre che ha vissuto così ed è morto così e… se sapesse!… hanno persuaso anche mia madre ch’egli non ha potuto salvarsi

Mentr’ella parlava, rade gocce, grosse, cominciarono a battere, fra i lampi e i tuoni, sulla via, macchiarono la polvere di grandi macchie, scrosciarono col vento, sferzando i muri; ma né Benedetto riparò dentro l’uscio né lei gliene fece invito, e questa fu da parte di lei la confessione sola del sentimento profondo che si copriva di misticismo e di pietà filiale.

«Mi dica, mi dica» implorò, alzando finalmente il viso «che mio padre è salvo, che lo ritroverò in Paradiso

Benedetto rispose:

«Preghi

«Dio! Solo questo?»

«Si prega forse per il perdono di chi non può essere perdonato? Preghi

«Oh, grazie! Lei è sofferente

Queste ultime parole furono sussurrate così piano che Benedetto non poté udirle. Fece un gesto di addio e si allontanò fra le ondate di pioggia che flagellavano e urtavano via per il fango la morta rosellina selvatica.

 

 

Forse da una finestra, forse dalla porta dell’osteria, Noemi, che vi stava con la ragazza di Arcinazzo, lo vide passare. Si fece dare un ombrello dall’