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PRELUDIO MISTICO
I
«Signorina» disse
Giovanni, il domestico, entrando frettoloso, ansante, nella sala da pranzo.
Aveva cercato inutilmente la signorina Lelia nel giardino, nel salone, nella
sua camera. Erano le nove di sera, il padrone e la signorina avevano finito di
pranzare prima delle otto, il padrone si era chiuso quasi subito nel suo
studio, la signorina era uscita in giardino, a Giovanni non poteva venire in
mente che fosse ritornata nella sala da pranzo. Ella era lì, alla finestra.
Pareva guardare l'oscuro bosco di castagni, a levante della villa,
oltre il borro dove un'acquicella querula scende dal piccolo lago nascosto, più
su, dietro un giro di erbosi dorsi, cinto alla grande, severa montagna di
Priaforà. Tendeva in fatto l'orecchio a un remoto fragore che cresceva e
mancava collo spirare del vento: al fragore di un treno ancora lontano, in
corsa verso quella conca della Val d'Astico che la villa signoreggia. Intanto
si sgualciva lentamente una lettera nella mano inquieta. Alla chiamata del
domestico si voltò di soprassalto, stringendosi la lettera nel pugno.
«Che c'è?» diss'ella, corrucciata.
«Credo» rispose il domestico «che il signor padrone non stia
bene.»
La signorina Lelia mise una esclamazione di sgomento:
«Cosa?»
L'altro rimase lì, sciocco, a guardarla. Ella diede un balzo verso
l'uscio del salone, si arrestò di botto, si voltò al melenso uomo, lo
interrogò:
«Dov'è?»
«Nello studio, credo.»
«Credo!» ripetè Lelia, sdegnosamente. Corse nel
salone. Sull'entrata della sala del biliardo, che mette allo studio, incontrò
la cameriera Teresina. La cameriera le si fece incontro accennandole, a mani
spiegate, di fermarsi.
«Niente niente» diss'ella, sottovoce. «Non è niente.» Avvertì la
signorina che le si era aperto il medaglione pendente dalla cintura, glielo
chiuse. Lelia s'impazientì che si occupasse del medaglione invece di
raccontarle l'accaduto; ma ne fu tranquillata.
«Vada, Lei, Giovanni» disse Teresina al domestico, che aveva
seguito la signorina e ascoltava fra stupido e curioso. «Prepari l'acqua fresca
nella camera dei forestieri.»
Lelia tremò daccapo. C'era qualche cosa che Giovanni non dovesse
sapere? «Non signora no» rispose Teresina al suo modo trentino. Però parve a
Lelia ch'ella tardasse troppo a spiegarsi, che fosse preoccupata di non
spaventar lei.
«Ma insomma?» diss'ella, impaziente.
Infatti la cameriera, molto superiore per criterio, per tatto, per
educazione, al proprio stato, aveva cose piuttosto gravi a dire e le faceva
pena la signorina così delicata, così nervosa, così eccitabile. Diede
un'occhiata all'uscio dello studio.
«Se vien fuori» disse piano «ci trova qui a discorrere,
s'insospettisce. Sarebbe meglio passare di là.»
Lelia attraversò rapidamente il salone, ritornò nella sala da
pranzo, colla cameriera. Benchè fosse impaziente di udirne il racconto, fece
attenzione per un momento al fischio del treno, si domandò se fischiasse da San
Giorgio o dalla stazione di Seghe.
«Dunque?» diss'ella.
Dunque; Teresina aveva recato al padrone la corrispondenza,
secondo il solito, nello studio. Proprio nel momento dell'entrarvi, lo aveva
veduto piegare il capo, prima all'indietro e poi sulla spalla destra, chiudere
gli occhi, aprirli stralunati, chiuderli daccapo e daccapo mostrarne il bianco.
Allora gli aveva spruzzato il viso d'acqua, aveva suonato per il domestico, lo
aveva spedito in cerca della signorina; perchè, a dir vero, un po' di spavento,
da principio, lo aveva provato. Intanto il signore, dato un gran sospiro, si
era ricomposto, aveva parlato di un assalto di sonno. Poi si era messo ad
aprire i giornali e le lettere; e perchè Teresina stava lì dubbiosa se uscire o
rimanere, se fargli qualche domanda o no, l'aveva congedata. Ella si era
trattenuta fuori dell'uscio, a origliare. Non aveva udito che spiegazzar carte.
Perciò...
Due tocchi di campanello elettrico.
«Il signor padrone!» esclamò Teresina. «Per me!»
E corse via.
Lelia la seguì per alcuni passi, si fermò nel salone a guardarle
dietro, a guardar l'uscio della sala del biliardo che tornava lentamente a
chiudersi, stette in ascolto, aspettando ch'ella ricomparisse. Intanto il treno
fischiò sotto l'altura di Santa Maria, poco prima di entrare nella stazione
capolinea di Arsiero, a dieci minuti dalla villa dove Lelia viveva col signor
Marcello Trento, detta «la
Montanina» perchè, assisa sotto un cappello di tetti acuti,
col dorso alla montagna fra selvette e prati pendenti al Posina profondo, ha
l'aria di una boscaiuola discesa dai dirupi della Priaforà, che riposi seduta
sotto il grave carico e guardi.
Teresina,
devota al signor Marcello come lo era stata per vent'anni alla sua povera
moglie morta da due anni, bussò all'uscio dello studio, tremando che il padrone
si sentisse male. Udito un franco «avanti!» si rincorò, entrò sorridente perchè
non le si scoprissero in viso le tracce del passato sgomento.
L'uscio dello studio si apriva a sinistra del seggiolone dove il
signor Marcello sedeva davanti a un tavolo ingombro di carte, nella luce
dell'antica lucerna fiorentina di ottone a tre beccucci, che aveva illuminato
il capo canuto di suo padre e ora illuminava il suo. Il suo portava una
selvaggia criniera mista di grigio e di fulvo, irta come forse ne gittano i
cranii di tempra più maschia. All'entrare di Teresina egli girò verso di lei il
viso, dove i baffi e il pizzo duravano più accesi dei capelli, e, sotto la
breve fronte rugosa, si aprivano gli occhi quasi bianchi, terribili nella
collera, dolcissimi nella tenerezza: un duro viso, in quel momento,
d'inquisitore. Ella sentì crucciandosene invano, di arrossire fino al collo.
«Come va» diss'egli «che qui è tutto bagnato?»
«Non so no» rispose la cameriera, arrossendo ancora di più.
«Come, non so no? I miei capelli, chi me li ha bagnati.
Chi, dico, chi? Non capite? Cosa serve che facciate l'oca?»
La cameriera comprese che a negare ancora avrebbe fatto peggio.
«Lei aveva preso un po' di sonno» diss'ella. «Ho creduto che si
sentisse male e Le ho spruzzato addosso dell'acqua. Scusi tanto!»
«Che oca!» fece il signor Marcello. «Prima non capivo, ma poi me
lo sono immaginato che doveva essere successo così. Siete una grande oca,
però!»
«Eh, sissignore.»
Teresina era contenta. Non le pareva vero che il padrone
continuasse a credere di aver dormito. Si ritirò in fretta, ma il signor
Marcello la fermò con un gesto.
«Chi vi ha ordinato di andar via? Ditemi se il treno di Schio è
arrivato.»
«Non so no» rispose Teresina e si scusò tosto del suo modo
trentino che irritava sempre il signor Marcello. Girò adagio davanti al padrone
e prese lo smoccolatoio per un lucignolo della lucerna fiorentina che fumava.
«Lasciate stare!» esclamò il padrone, incollerito. «Volete che non
sappia smoccolare meglio di voi?»
La cameriera si scusò daccapo, umilmente, e, camminando in punta
di piedi per non irritare il padrone anche col suo passo, uscì. Aveva appena
incominciato a informare Lelia di questo colloquio, quando due nuovi tocchi di
campanello la richiamarono.
«Cosa vuole, adesso?» pensò Teresina, turbata, ritornando in
fretta verso lo studio.
Vide subito che il signor Marcello aveva un'altra faccia, una
faccia mansueta.
«Scusate» diss'egli quasi sottovoce. «Forse sono io, la bestia. Come
avevo gli occhi quando dormivo?»
«Chiusi.»
«Non li ho aperti mai? Non ne avete veduto il bianco?»
Teresina si sentì gelare. Negò, ma dopo un istante di silenzio. Il
padrone le piantò in viso quel suo sguardo investigatore che le dava i brividi.
Ella si confuse. Invece di negare ancora, disse che non ricordava.
«E dove avete trovata l'acqua?» riprese il signor Marcello,
tranquillamente.
Teresina ne aveva preso un bicchiere nell'attigua camera da letto
di lui, al robinetto del lavabo. Capì che, dicendolo, veniva ad ammettere una
tal quale durata di quel dubbio sonno, non trovò lì per lì bugie opportune,
rispose la verità, ma col tono incerto di chi la mette fuori a malincuore. Il
signor Marcello la guardò ancora un poco, disse dolcemente:
«Andate pure, cara. E quando arriverà il signor Alberti,
avvertitemi.»
Teresina uscì, tutta sgomentata, senza saper perchè, di quella
gran dolcezza. Era la terza volta, in ventidue anni che il padrone le diceva
«cara». Gliel'aveva detto la prima volta, con indifferenza, salutandola quando
si era presentata per entrare al suo servizio. Gliel'aveva detto la seconda
volta, con un impeto di commozione, quando gli era morto l'unico figliuolo,
Andrea, ringraziandola dell'assistenza che gli aveva fatta insieme a lui, la
madre essendo inferma del male che la uccise un anno e mezzo più tardi. La
dolcezza tranquilla del terzo «cara» era una cosa nuova.
Rimasto solo, il
signor Marcello si alzò lentamente in piedi, pallido. Voltosi alla grande
finestra, giunse le mani in atto di preghiera, guardando il cielo tenebroso sul
Torraro, sulla folla dei grandi castagni scendenti per la costa di Lago di Velo
al burrone del Posina. Le sue labbra non si mossero; parlarono gli occhi gravi,
solenni, riverenti. Egli toccava i settantadue anni come suo padre quando, una
sera, questi era stato visto piegar il capo mentre conversava, stralunar gli
occhi e riaversi, persuaso di aver dormito. Il medico aveva avvertito la
famiglia che si trattava di arteriosclerosi e che conveniva prepararsi al
peggio. Cinque mesi dopo, il giusto pio vecchio era stato trovato morto nel suo
letto, ardendogli a fianco la stessa lucerna di ottone che ardeva ora sul
tavolo del figliuolo.
La fiamma silenziosa pareva vivere e ricordare, pareva intendere
il tragico momento. Esso non era tragico nella mente del vecchio; era solenne.
Era il vago annuncio dell'approssimarsi di un altro momento, il più felice,
oramai, che Iddio potesse concedergli sulla terra, il momento di partirsene, di
ricongiungersi per sempre alle care anime desiderate, il momento per il quale
aveva tanto pregato, con tanto ardenti lagrime. Ora il suo cuore era pieno di
dolcezza e anche di tremore; era pieno di Dio buono e anche di Dio giudice.
L'anima sua ardeva e tremava, senza formar parole, come la conscia inquieta
fiammella della lucerna.
La cameriera dubitò che il padrone potesse aver pensato al modo
della fine di suo padre, da lei conosciuto. Non ne parlò alla signorina, che
probabilmente non sapeva. Solo le propose di avvertire il medico e di evitare
al signor Marcello per quella sera, la commozione di un incontro con questo
giovine Alberti, l'amico prediletto del suo povero Andrea. L'Alberti,
veramente, veniva a Velo per visitarvi il curato di Sant'Ubaldo; ma il prete,
non lo potendo alloggiare, aveva chiesto per lui l'ospitalità della Montanina.
«Proprio stasera» brontolò Teresina «ha da venire!»
Lelia credette udire un passo in giardino.
«Lui sicuramente» disse la cameriera. «È un pezzo che il treno ha
fischiato...»
Lelia scattò. «Non chiamarmi!» diss'ella, e corse via per l'uscio
che mette alla scala di servizio, salì adagio adagio, sostando spesso a tender
l'orecchio, nella sua camera. Si affacciò alla finestra. Nessun passo, nessuna
voce. Pensò, malcontenta di sè: «che me ne importa?». E, lasciata la finestra,
rilesse la lettera sgualcita che si era stretta nel pugno alla chiamata di
Giovanni. La rilesse corrugando le sopracciglia, levandone talvolta gli occhi,
due occhi singolari, d'indefinibile colore, a guardar fieramente qualche
proiezione del suo pensiero nell'aria. Poi se la strinse ancora in pugno, la
gittò a terra.
In quel momento entrò dalla finestra aperta un suono di voci
lontane. Lelia trasalì, porse il viso ascoltando. Le voci venivano dal basso,
dal fondo del giardino, dove, presso la chiesina di Santa Maria ad Montes, è
l'entrata dei pedoni. E subito le sopracciglia bionde si corrugarono ancora, il
piccolo viso capriccioso riprese una espressione indicibile di fierezza altera.
Ella si alzò, raccattò la lettera e chiuse la finestra Che le poteva importare
di questo Alberti?
Non era nè figlia nè congiunta del signor Marcello. Era il fiore
puro di uno stelo amaro, spuntato fra la putredine. Il figlio unico dei Trento,
il povero Andrea, l'aveva amata quasi bambina, voleva farla sua sposa. Morto
lui, i suoi genitori, che gli avevano sempre contrastato risolutamente questo
matrimonio, si erano presa in casa Lelia, comperandola, si può dire, a denari,
perchè la fanciulla, statagli così cara, fosse preservata dalle corruzioni del
mondo; e anche per un rimorso, non della coscienza ma dell'amore, per il dolore
di aver fatto soffrire il loro diletto.
Fin da giovinetta ell'aveva conosciuto i suoi a fondo, sopra tutto
sua madre, con acume precoce, per l'esperienza di se stessa, delle tendenze che
sentiva nel suo proprio sangue, avvertite a dodici anni, quando la vita, grazie
a quel che vedeva e udiva in casa, non aveva più misteri per lei, tendenze
disprezzate e odiate con tutta la forza del suo spirito altero, come
nell'intimo suo disprezzava la madre, tanto che il disprezzo le sprizzava
talvolta di sotto i modi corretti duramente. Tra i dodici e i quindici era
stata in collegio, al Sacro Cuore, distinguendovisi per ingegno, amore allo
studio, singolari attitudini musicali. A sedici aveva creduto riamare Andrea
Trento. Egli era sui diciotto e studiava matematiche a Padova, patria di Lelia,
natavi dal signor Girolamo e dalla signora Chiara Camin, che si facevano
chiamare da Camin. Il sior Momi era un volgare affarista, fallito più di una
volta, mescolatosi anche, in vario modo, alla politica.
La signora Chiara aveva militato, non senza gloria, nella
galanteria, si era divisa dal marito, in via sommaria, quando appunto lo
studente Trento, vicino di casa dei Camin, aveva incominciato a innamorarsi
della figliuola. Già matura, si era stabilita a Milano con un vecchio signore
austriaco, morto poi quasi subito, e ne aveva ereditata una discreta fortuna.
Allora si era data alla pietà, aveva aperto la sua casa a preti, a frati, a
suore, che facilmente, senza tanto indagare, l'avevano creduta vedova e nulla
sapevano del marito di Padova. Questi, alla sua volta, si teneva in casa una
donnaccia per governante, dissimulando molto le proprie debolezze ma tollerando
troppo che la rozza creatura prendesse delle arie da padrona.
Lelia aveva accettato l'amore di Andrea per gratitudine, per
compiacenza di giovinetta ammirata e desiderata, piuttosto che per un vero
ricambio di sentimento. Egli era troppo giovane, per lei, troppo gaio, troppo
immaturo a penetrare con adeguato sentimento in quel dramma morale che si
agitava nel profondo dell'anima di lei. Bello, intelligente, generoso, Andrea
Trento era un umile di cuore; ingiusto verso il proprio ingegno, era pronto ad
ammirare l'altrui.
Fra i suoi amici prediligeva Massimo Alberti, di Milano cui era
legato piuttosto per vecchie relazioni delle due famiglie che per consuetudini
di Università. Massimo Alberti maggiore di parecchi anni, stava compiendo a
Padova gli studi di medicina, cominciati a Roma, quando Andrea passò dal liceo
all'Università. Questi ammirava l'amico per l'ingegno e la cultura singolari,
per la severità del costume. Stimava grandemente superiore a sè anche Lelia e
le parlava molto di Alberti, ch'ella non aveva veduto mai. Era giunto a dirle,
in un impeto di amore e di umiltà, che Alberti sarebbe stato per essa un marito
più degno. Lelia, punto umile di cuore, usa correr diritta alle ultime
conseguenze di un principio accolto, aveva pensato: «discorso virtuoso, ma
spiacente e inopportuno». Ella non intendeva l'amore così. E si era rifiutata
sempre, con pretesti, a conoscere questo amico del suo innamorato. La morte di
Andrea l'addolorò tanto ch'ella si fece allora un concetto esagerato del
proprio amore, lo misurò insieme alla pietà, senza distinguere. Quando suo
padre le disse, piagnucolando, che gli s'imponeva un grande sacrificio per il
bene di lei, che i vecchi Trento la desideravano per figliuola in memoria del
loro caro perduto, e che, quantunque gliene sanguinasse il cuore, egli era
pronto ad accettare una proposta così vantaggiosa per lei, ella indovinò il
mercato che suo padre le taceva, ebbe uno scatto di ripulsa, un impeto di
offesa dignità, rivendicò a sè per un momento la tutela dell'onore familiare,
affidata male a un padre spregevole; ma poi lo sdegno contro di esso, lo schifo
delle lordure da lui portate nel focolare domestico, furono così grandi ch'ella
ritornò sulla sua ripulsa e, pensando al povero caro morto, accettò.
Accettò, ma l'atto dell'entrare, comperata, in casa Trento, le fu
durissimo. Capì subito che una condizione del mercato era stata il divieto a
suo padre di metter piede alla Montanina. Ne godette e ne soffrì al tempo
stesso. Il suo contegno verso i Trento fu, sulle prime, freddo. Ella ebbe
l'aria di significar loro, senza parole, che non sentiva gratitudine, che
sapeva di essere stata desiderata soltanto come una specie di reliquia del loro
figliuolo, che i beneficati erano essi, ch'ella pure si era fatta loro
benefattrice solo in memoria di lui e non per affetto. Posto il carattere
focoso del signor Marcello, c'era pericolo di una rottura. Vi ebbero infatti,
dopo le prime tenerissime accoglienze di lui, alquante burrasche. La dolce
mansuetudine della signora Trento e il talento musicale di Lelia salvarono il
nuovo legame. La signora Trento ammansò il marito coll'autorità della sua virtù
e anche delle sofferenze che in breve la condussero a morte. La musica fece il
resto. Il signor Marcello, discreto pianista, vi cercava le parole impossibili
degl'intimi suoi sentimenti del dolore, della speranza, dei vaghi ricordi e
rimpianti, della emozione mistica. Lelia ed egli portavano al piano la stessa
intensa passione e gli stessi gusti. Certo antagonismo segreto potè restare
lungamente nel cuore di entrambi; ma il caldo consenso nei giudizi e nei godimenti
musicali rese loro più facile il reciproco riconoscimento, misurato sì e
intermittente, di quanta morale bellezza era nelle loro nature, e la reciproca
tolleranza, pure misurata e intermittente, di quanto all'uno spiaceva
nell'altro.
La morte della signora Trento determinò una crisi nelle loro
relazioni. Lelia si era lasciata prendere, poco a poco, dalla mansuetudine
dolce della signora, e le sue cure, le sue attenzioni affettuose per la povera
ammalata avevano intenerito il cuore del signor Marcello. Ogni giorno più
mitemente paterno con essa, ogni giorno più declinante, nell'aspetto e nel
portamento, verso l'ultima vecchiaia, ogni giorno più indifferente alle cose
terrene, fuorchè alla musica e, un poco, ai fiori, più raccolto nei pensieri
delle cose eterne, egli aveva finito con ispirarle riverenza filiale, con farle
spesso dimenticare i sentimenti provati al primo suo ingresso in casa Trento.
Il caso del deliquio inavvertito, la faccia, più che le parole, della cameriera
Teresina, la turbarono di un'afflizione sincera, benchè la sua mente fosse
tanto presa dall'annunciato arrivo di Massimo Alberti. Tre anni erano trascorsi
dalla morte di Andrea e, dopo i funerali dell'amico, Alberti non si era più
fatto vedere alla Montanina. Solo si ricordava negli anniversarii e a capo
d'anno, affettuosamente, al signor Marcello. Questi glien'era riconoscente, ne
parlava, in quelle occasioni, a Lelia, si doleva qualche altra volta con lei di
non averlo più riveduto. Lelia lasciava sempre cadere il discorso. Le spiacenti
parole del povero Andrea non le erano mai uscite dalla memoria e la tenacità di
questo suo ricordo le dava noia, disgusto di se stessa. Se udiva quel nome
dalle labbra del signor Marcello, vi sentiva una specie di persecuzione; e
difficilmente il signor Marcello lo pronunciava senz'aggiungervi qualche parola
di stima o di simpatia, che la irritava di più. Tale istintiva repulsione,
invece di attenuarsi coll'andar del tempo, si era venuta aggravando. Ella non
potè a meno di associarla, nelle sue riflessioni, all'impallidire dell'immagine
di Andrea e ad altri oscuri moti dell'anima sua: tristezze senza nome, fiamme
di allegrie inesplicabili ch'ella durava fatica a comprimere, lagrime provocate
dalla musica, ebbrezze brevi ma quasi paurose comunicatele dalla vita della
natura, da prati in fiore, da boschi nel rigoglio fresco del giugno. Il senso
di questi moti oscuri non le sfuggiva interamente. L'idea di tendere all'amore,
di esservi tratta da istinti ciechi del sangue trasmessole da sua madre e da
suo padre, si associava nella sua mente al dubbio di un particolare germe di
passione che potesse annidarsi in lei, metter radice. Si spiegò così
l'avversione a quel nome a quella persona; e il veder chiaro nel proprio
interno la irritò maggiormente contro di sè. Era dovere per lei di non amare
mai più: dovere verso la memoria di Andrea; dovere verso il signor Marcello,
tacitamente accettato coll'accettare la parte di reliquia viva del morto;
dovere, sopra tutto, verso se stessa che non si abbasserebbe mai a essere una
delle solite, una delle infinite, avendo sortito dal destino, con i genitori
disonorati e il sangue infetto, la offerta di una purezza gloriosa. Nello stato
del suo spirito e de' suoi sensi, il solo considerarsi nel fondo della memoria
la materia oscura dove si poteva celare un germe di passione, faceva affluire
il sangue a quella cellula cerebrale e qualche cosa vi si formava realmente per
la potenza plastica del sangue. L'annuncio datole dal signor Marcello
lietamente, che Massimo Alberti era per venire alla Montanina come ospite, la
fece rabbrividire. Seguì una reazione di sdegno, quasi di rimorso; ma insomma
nell'esclamare «cosa m'importa di questo Alberti?» Lelia sapeva di non essere,
pur troppo, sincera.
Prima di porsi a letto, baciò il ritratto di Andrea che portava
nel medaglione, baciò l'anellino ch'egli le aveva donato in segno di pace dopo
una viva contesa. Spento il lume, si voltò sul fianco, verso il muro, si tirò
il lenzuolo fin sopra i capelli, e pianse.
II
Massimo Alberti, arrivato da Milano dopo un viaggio di quasi ott'ore nel caldo di
un giugno ardente, nella polvere, nel fumo, nello strepito, credeva, salendo a
piedi dalla stazione di Arsiero alla Montanina, sognare. Il cielo, senza luna,
era coperto; grandi fumate di nebbia pesavano, biancastre, sulla fronte della
Priaforà, sulle scogliere del Summano, aguzze nel cielo come una sega adagiata
sopra le morbide vette delle boscaglie; la brezzolina del monte spandeva
sull'erta sentori selvaggi, molte voci di acquicelle cascanti nei cavi dei
burroni e non una sola nota di vita umana. La strada odorava di fango;
piacevolmente, dopo tanta polvere. Dove essa svolta dentro un vallone e tutto
si discopre, nell'alto, l'ammasso lunato di castagni, che porta un diadema nero
di vette d'abeti, il contadino di Lago di Velo, certo Simone, detto Cioci, che
precedeva Massimo con le valigie, si fermò per domandargli se andasse a Velo, o
a Sant'Ubaldo, o alla Montanina.
«Ma come?» fece Massimo, sorpreso. «Vado da don Aurelio, a
Sant'Ubaldo.»
Allora quella testa fine che alla Stazione gli aveva solamente
fatte le scuse di don Aurelio rimasto a Lago per assistere un vecchio infermo,
gli disse tranquillamente:
«Perchè nol ga posto, salo, el prete.»
Massimo restò sbalordito. Come, non aveva posto? Se gli aveva scritto
di una camera preparata per lui? Cioci gli spiegò la cosa a suo modo:
«Per via de Carnesecca, salo».
Peggio che peggio. Carnesecca? Cos'era Carnesecca?
«Per via ch'el se l'à tolto in casa, salo.»
Massimo rinunciò a capire. Insomma, dove lo mandava don Aurelio,
poichè non gli poteva dare alloggio? Cavò stentatamente alla sua guida che don
Aurelio le aveva dato l'ordine di accompagnare il forestiere alla Montanina. E
perchè, santo cielo, non lo aveva detto subito?
«Sempre che La comandasse, me intendeva mi» disse Cioci.
Massimo lo pregò di tirare avanti verso la Montanina. Era
malcontento. Pensò che i preti, anche i migliori, anche i più cari, mancano,
almeno un poco, di tatto. Venerava il signor Marcello ma gli seccava di
prendersi una ospitalità non offerta, gli seccava d'incontrarsi forse, alla
Montanina, con altri ospiti, gli seccava di non potervi godere la libertà e la
quiete, tanto sospirate, che si era ripromesse partendo da Milano, gli seccava
di non essere stato avvertito in tempo. Avrebbe ritardato. Fatto un centinaio
di passi, il bravo Cioci si fermò e si voltò da capo a parlargli.
Il «prete» gli faceva dire che il signor Trento lo ringraziava
tanto di andare a casa sua.
All'ultima svolta. dove la strada della Montanina si diparte da
quella di Velo, Cioci fece un'altra sosta e un'altra commissione tempestiva. Il
«prete» faceva dire al signore di avvertire, se avesse bagaglio spedito, il
signor capostazione che lo si sarebbe mandato a prendere l'indomani mattina con
un carretto.
Massimo sorrise. No, no, non aveva bagaglio spedito. Rise anche
Cioci, questa volta.
«Cossa vorla, sior! Le gera tante!»
Alla Montanina, dunque. Il primo malumore di Massimo cedette ad
altri pensieri. Gli strinse il cuore la memoria del morto giovinetto amico,
tanto caro, buono, franco, brioso, che gli parlava con entusiasmo di Velo
d'Astico e della Montanina, della sua fiducia nella dolce bontà di sua madre
che avrebbe piegato presto ai suoi desideri, che poi gli avrebbe ottenuto anche
il consenso del padre alle nozze sospirate. E gli descriveva il quartierino
della sua futura felicità, tre stanze e una terrazza sul lato di ponente della
villa. Dov'erano la gioia e la dolcezza di tante speranze, dov'era quel capo
biondo, dov'era quel bel viso scintillante di vita e di gaiezza, dov'era quel
cuore aperto e caldo? Sotterra; e le montagne, e i boschi e la voce del Posina
profondo, e i sussurri delle acquicelle querule, tutto durava come prima,
amaramente. Ecco il castagno antico, dal tronco tripartito a candelabro, ecco,
sullo svoltar della salita, il biancor fioco della chiesetta bizzarra, ecco il
biancor fioco, in alto, della villa e il fosco sopracciglio della grande,
pensosa Priaforà.
Un anno prima che Andrea morisse, Massimo ed egli avevano discorso
insieme, sotto il castagno antico, della famiglia Camin, della necessità di
tener lontano da Lelia, dopo il matrimonio, anche suo padre. Andrea n'era
persuaso e diceva che la fanciulla lo desiderava quanto egli. Si era sfogato a
esaltare la nobiltà d'animo di lei e anche la maturità precoce della sua
intelligenza. A questo proposito aveva confessato di non essere stato sincero
con i propri genitori, indicando loro l'età della ragazza. Lelia era sui sedici
anni ed egli aveva detto diciotto.
Massimo si fermò istintivamente a toccare il tronco del castagno,
testimonio superstite, pensò il giovinetto in Dio, gli parve che l'albero e la
umile chiesina e l'accigliata montagna lo pensassero con lui.
«Xela straco, signor?» gli chiese Cioci che si era fermato
anch'egli. Massimo si scosse.
«No no, andiamo» diss'egli, e, anche per levarsi dai tristi
pensieri, domandò a Cioci del suo curato. Dovevano essere contenti, a
Sant'Ubaldo, del loro curato!
«Ah, cossa vorla!» esclamò Cioci. Era un panegirico, era come
dire: «In qual modo vorrebbe Lei che io esprimessi l'inesprimibile?». E
soggiunse: «Un capo grando, salo!».
Mentre i due passavano davanti alla chiesina di Santa Maria ad
Montes, una voce femminile chiamò dall'alto:
«Cioci! Qua, Cioci!»
«Siora!» rispose Cioci, sostando.
La «siora» era Teresina, che comparve presto al cancello del
portico, di fianco alla chiesa, dov'è l'entrata dei pedoni. Fece entrare Cioci,
lo avviò alla villa col suo carico e trattenne Alberti.
Ella gli si ricordò come la cameriera che gli aveva fasciata una
distorsione buscatasi nello scendere dal Colletto Grande col povero signor
Andrea. Le premeva di avvertirlo che il suo padrone, il signor Marcello, era
tanto felice di ospitarlo ma che le sue condizioni di salute non erano troppo
buone, che questo incontro lo avrebbe certamente commosso. Perciò si permetteva
di pregarlo a fingersi molto stanco del viaggio e a ritirarsi presto, perchè si
ritirasse anche il padrone. Tale era pure, diss'ella, il desiderio della
signorina.
La signorina? Certo; Massimo non ci aveva pensato. Adesso, alla
Montanina, c'era la signorina da Camin. Massimo sulla fede di Andrea e Andrea
sulla fede del sior Momi, l'avevano sempre chiamata così e non col suo vero
nome, Camin. Lelia stessa si credeva da Camin. Massimo non l'aveva veduta che
una volta, per via, da lontano. Ne conosceva due fotografie mostrategli
dall'amico e ricordava perfettamente le due impressioni del tutto diverse, che
gli avevano fatte. Ricordava una testolina di dieciott'anni, ben pettinata,
dalle linee non tanto regolari, dagli occhi sorridenti che guardavano
l'obbiettivo dicendo «va bene così?».
Ricordava un'altra testolina dai capelli un po' scomposti, chinata
leggermente in avanti e che guardava basso, per cui gli occhi non le si
vedevano. Alla prima non aveva fatto, quasi, attenzione; la seconda lo aveva
colpito. Il secondo viso poteva essere il viso di una creatura conscia di
qualche sua colpa grave oppure di un triste destino; poteva essere un viso
guardato con amore e inteso a celare amore; poteva essere semplicemente il viso
di una giovinetta che pensa. Era, in paragone dell'altro, un viso più giovanile
di un'anima più profonda; era il viso di una bambina di quindici anni
moralmente e intellettualmente matura quanto una donna di trenta. Anche l'idea
di farsi un ritratto simile indicava qualche cosa di strano e di forte nella
intelligenza che l'aveva concepita. Massimo n'era stato preso, e restituendolo
all'amico, gli aveva taciuto il dubbio che quella tentante creatura, dall'aria
di sfinge pensosa e triste, convenisse al suo carattere, potesse renderlo
felice. Per molti giorni, ora se ne rammentò, la figura della giovinetta sfinge
gli si era affacciata, nella immaginazione, con insistenza tormentosa. Mentre
seguiva Teresina, le due testoline differenti gli balenarono ancora in mente.
La domanda se avrebbe trovato l'una o l'altra fu per formarsi nel suo pensiero,
ma egli non la stimò conveniente e non se la permise. Ne lo distrasse anche
Teresina, parlandogli del desiderio inquieto col quale lo attendeva, fin dalla
mattina, il signor Marcello. Aveva, con pretesti, allontanato lei, allontanato
il domestico, allontanata pure la signorina, che tuttavia se n'era accorta, con
lo scopo di non essere veduto entrare nella camera preparata per l'ospite.
Prima era disceso in giardino a cogliere colle proprie mani delle rose. Le
aveva portate in quella camera di furto. Non che presumesse tener segrete
queste sue attenzioni; le persone di servizio dovevano pur entrare nella camera
prima dell'ospite, all'ultimo momento, per l'acqua fresca, per vedere se tutto
fosse in ordine. Soltanto non voleva che lo vedessero mentre vi entrava e vi
stava egli, certo perchè gli pareva esserne spiato nell'anima, mostrare il suo
sentimento intimo; e da questo abborriva.
Prima di raggiungere la villa, Teresina e Alberti incontrarono
Cioci, sciolto del suo carico, che desiderando, per fini poco reconditi,
ossequiare il forestiere, aveva preso quella via molto viziosa di salire a
Lago, invece di andarvi diritto attraverso la parte superiore del giardino.
«Ben, sior» diss'egli, sberrettandosi: «felice notte, salo».
Avuto quel che aspettava e ringraziato il munifico viaggiatore,
annunciò a Teresina che il suo padrone stava scendendo dietro a lui.
«Ecco!» esclamò la cameriera. «Me lo immaginavo!»
S'incontrarono a pochi passi dalla spianata dove sorge la villa.
Faceva scuro, il signor Marcello scendeva curvo, con passo malfermo. Massimo
gli salì rapido incontro, ne fu abbracciato strettamente, silenziosamente,
cominciò subito a scusarsi della intrusione accusandone don Aurelio, mentre il
vecchio ripeteva commosso:
«Lei non sa, Lei non sa, Lei non sa che gioia mi è di vederla e di
abbracciarla!» E se lo strinse al petto un'altra volta.
Dalla spianata entrarono, per la sala da pranzo, nel salone, il
signor Marcello appoggiandosi al braccio di Massimo. Egli volle che l'ospite
fosse subito accompagnato nella sua camera. Sarebbero stati insieme più tardi.
Massimo avrebbe preferito rimanere allora un poco perchè poi il signor Marcello
se n'andasse a letto; ma il signor Marcello non ne voleva sapere, e Teresina,
conoscendo il cuore di fanciullo del suo vecchio padrone, lo indovinò
impaziente che l'ospite vedesse cosa gli aveva preparato in camera, desideroso
di affrettargliene la impressione. Perciò unì il suo sommesso invito alle insistenze
del padrone, per modo che Massimo intese la opportunità di cedere.
Il signor Marcello gli disse, nel congedarlo, che lo avrebbe
atteso lì per prendere il caffè insieme.
Teresina accompagnò l'ospite proprio nel quartiere dove il povero
Andrea si era visto, sognando l'avvenire, con Lelia. Lo introdusse nella
cameretta che si apre, a tramontana, sulla terrazza. Accese la luce, vide il
lavoro del suo padrone, disse sottovoce «povero signore!», diede a Massimo, con
molte scuse, il consiglio di far capire al padrone che aveva veduto ma di non
parlare, e si ritirò.
Sul piano di marmo del cassettone una sola splendida rosa bianca
si piegava, dall'orlo di un alto e sottile calice di cristallo, sopra la
fotografia del povero Andrea. Sul tavolino da notte un piccolo fascio di
lettere, legato con un nastro nero. Massimo lo aperse curiosamente. Erano
lettere sue al povero Andrea. Aperse poi l'Imitazione, immaginando che fosse
pure un ricordo, e vi trovò scritto:
«Al caro Andrea, nel giorno della sua prima Comunione, Rachele
Alberti Vittuoni.»
Era il nome di sua madre, morta ella pure da parecchi anni. Vi
posò le labbra. Entravano per la finestra aperta, col vento della notte, la
voce grave del Posina, la voce sommessa della Riderella che fugge per il
giardino a pochi passi dalla villa; nessun altro suono. Nel senso di quel
silenzio, di quel riposo, della natura innocente, della maestà della notte, la
cameretta gli fu, con i suoi ricordi, una chiesa. Levò le labbra dallo scritto
pregando ancora e, spenta la luce, uscì. Sul corridoio lo aspettava Teresina.
Il padrone le pareva un poco sovreccitato. Premeva che si ritirasse presto. In
fatto il signor Marcello si era doluto dell'assenza di Lelia, non se ne dava
pace. Ma questo, la cameriera lo tacque.
Massimo non lo trovò più nel salone. Era in giardino sopra uno dei
sedili disposti a ponente della villa. Aspettava Massimo, lì, perchè l'incontro
avvenisse al buio. Massimo volle baciargli la mano. Egli non lo permise, lo
abbracciò, se lo fece sedere vicino, gli passò un braccio intorno al collo.
Stettero lungamente silenziosi, nel freddo alito della nera,
imminente Priaforà, il signor Marcello fissando, senza sguardo, l'ombra,
Massimo ascoltando le voci del Posina e della Riderella, che lo riconducevano
nella camera dei ricordi guardando, anch'egli senza attenzione, i lumi di
Arsiero, disseminati come uno sciame di lucciole per le tenebre, un po' in
basso e a destra, oltre il vallone del Posina, nel grembo scendente dal colle
di San Rocco e dalle balze del Caviogio acuto nel cielo. Dopo un tratto il
giovine accennò timidamente all'ora tarda. Il signor Marcello gli trasse il
capo impetuosamente a sè.
«No no no!» diss'egli. E gli fu addosso con una subita foga di
domande intorno a don Aurelio, intorno a lui stesso. Massimo dovette pure
raccontargli, il più brevemente che potè, come si fosse incontrato in Roma, da
studente di medicina, coll'attuale curato di Lago, come don Aurelio ed egli
avessero per comune amico un uomo di cui si era parlato molto, in bene e in
male, una specie di apostolo |