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39. Un altro ritorno completa la felicità
del nonno.
Due giorni dopo Santi all'uscire di
casa si trovò faccia faccia con un nobile signore che
domandava a una vicina: «Abitano qui i Lamanna?»
«Sì», rispose. E
subito soggiunse: «Zio! Zio!»
Si chinò a baciargli la mano.
«Stefano? Santi?» balbettò
quello con accento straniero.
«Santi... Venga, venga!»
E chiamò:
«Nonno! Nonno!»
Il vecchio cercò
d'impedirglielo.
«Volevo fargli una sorpresa».
Salirono in fretta la scala. I due
fratelli stettero un istante uno di fronte all'altro quasi esitassero
a riconoscersi.
Poi lo zi' Santi aperse le braccia e
se lo strinse al cuore, e baciò e ribaciò il fratello
che, dalla gioia, non riusciva a pronunziare una sola parola.
Singhiozzava.
Lo zi' Santi era un po' impacciato.
Guardava con stupore quel vecchio tutto canuto, con gran barba,
vestito da galantuomo mentr'egli portava tuttavia il costume di
contadino di molti anni fa. Era cangiato nell'aspetto, nella voce,
nell'accento, nei modi il suo povero fratello che aveva tanto
sofferto!
Avrebbe potuto incontrarlo, passargli
davanti senza mai sospettare chi fosse.
«Anch'io! »
«E come sapevate i nostri nomi?»
domandò Santi.
«Da una lettera di lui, li ho
tenuti a memoria. Allora eravate ragazzi. Ignoravo che c'eri anche
tu», soggiunse rivolto a Menu.
La gnà Maricchia si teneva in
disparte, intimidita dalla presenza del nuovo arrivato.
Il quale sembrava non rinvenisse dalla
maraviglia di trovarsi in quella casa che non riconosceva più,
tanto era mutata, in mezzo a persone che, meno suo fratello, erano
degli ignoti per lui.
I suoi genitori, un altro fratello, il
padre dei nipoti, erano spariti da un pezzo; li ricordava come in
sogno. E quasi per riconoscersi da se stesso, tentava di riprendere a
parlare il dialetto siciliano.
«L'ho mezzo dimenticato».
Menu sorrideva sentendogli storpiare
certe parole, certe frasi.
Il giorno dopo, venne a trovarlo il
dottor Liardo.
«Caro collega», gli disse,
«siate il ben venuto tra noi».
«No, non mi chiami collega»,
rispose. «Non mi faccia arrossire. Sono medico per caso;
bisognava vivere. Mi sono ingegnato, ho studiacchiato un po', alla
meglio. Molti miei colleghi là ne sapevano meno di me.
Bisognava vivere, signor dottore! Qui non mi attenterei... neppure a
fare il maniscalco. E poi, sono venuto per morire nella terra dei
miei. Nessuno di voi può immaginare che cosa voglia dire
essere costretto a starne lontano! Non vale aver trovato una certa
agiatezza, essersi formata una famiglia... La patria è sempre
la patria! La portiamo nel sangue, nel cuore, nella mente. Non so
capire come uno possa lasciarla volontariamente».
«La fame, dice il proverbio, fa
uscire il lupo dalla tana», rispose il dottore. «Troverete
qui un mondo nuovo. I nostri contadini ora vanno e vengono
dall'America, come se fosse a quattro passi da Ràbbato. È
vero però: la patria è sempre la patria. Vanno, e
appena hanno fatto un po' di fortuna ritornano e rimangono. Ràbbato
è trasformato. Stenterete a riconoscerlo. Che ve ne sembra di
questo piccolo "americano"? Qui chiamano così gli
emigranti».
«Americano di nome»,
rispose Menu fieramente, «ma siciliano, anzi italiano sempre!»
«Ben detto», esclamò
il dottore.
«Bravo!» soggiunse lo zio.
«Io mi son dichiarato siciliano anche quando potevo correr
pericolo nel farlo sapere».
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