Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Cardello
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III. UNA RECITA STRAORDINARIA.

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III.

 

UNA RECITA STRAORDINARIA.

 

Era già un anno che Cardello andava di paese in paese col burattinaio, partecipando alla buona e alla cattiva fortuna; giacchè non sempre gli affari procedevano felicemente. I cartelloni ornati dei pupazzetti di Pulcinella e di Tartaglia, l'andata attorno di Cardello - col camicione, il cappellaccio di feltro grigio e il tamburo su la pancia, - e della moglie di don Carmelo in maglia e veste corta, suonando la tromba - non riuscivano in certi posti a incuriosire la gente, ad affollarla alle rappresentazioni. Le seggiole da cinque soldi rimanevano vuote, o bisognava permettere che vi si sedessero gli straccioni, la marmaglia, come sprezzantemente li qualificava l'Orso peloso, e da cui non era possibile pretendere più di un misero soldo di entrata.

Una volta non sapendo a qual santo votarsi, don Carmelo aveva concepito la bella idea di una serata speciale pei signori, pei galantuomini che, non volendo mescolarsi con la bassa gente nel suo teatrino, vi lasciavano deserte le trenta seggiole da cinque soldi destinate per essi. Era andato a raccomandarsi al Sindaco, agli Assessori, ai Deputati del Casino di convegno.... Se non proteggevano loro un povero artista! E Sindaco, Assessori, Deputati lo avevano colmato di grandi promesse.

Cardello era stato incaricato di ridurre in pezzettini quattro quinterni di carta, e bollarli, mentre don Carmelo, con gli occhiali a cavalcioni sul naso, vi scriveva a grossi caratteri:

 

GRANDE SERATA TUTTA DA RIDERE

Ballo e Canto.

 

- Domani sera dobbiamo farci onore! Vo' farli rimanere a bocca aperta. Che si credono questi signori? Doppia illuminazione. Tu e Cardello, alla porta, col vassoio sul tavolino tra due candelabri. Un bel sorriso e - Grazie. - Le lire e le mezze lire pioveranno abbondanti, e anche qualche fogliolino da cinque lire. Vorrei vedere che il Sindaco e gli Assessori.... E i signori del Casino!.. Sono dugento biglietti! -

Donna Lia e Cardello si guardavano negli occhi. La povera donna era guarita dalle febbri, ma ne portava ancora le tracce sul viso pallido e smunto. Da un pezzo, però, non più ricolmi piatti di vermicelli col sugo, larghe fette di stufato; e, raro, qualche bicchiere di vino riserbato soltanto a don Carmelo. Il quale però non mancava di prendere una sbornia alla taverna, con gli amici che lo invitavano e che ogni sera venivano a godersi gratis lo spettacolo, conducendovi mogli e figliuoli. Almeno servivano a riempire il teatrino!

Cardello era quasi irriconoscibile. Aveva preso l'aria del mestiere. S'era lasciato crescere la zazzera e portava su la nuca un vecchio berretto rosso da bersagliere con grave spavalderia. Già sapeva a memoria le parti di Peppe-Nappa e di Peppe-Nino, e n'era orgoglioso. E quando il popolino, sodisfatto e messo di buon umore, applaudiva e chiamava fuori quei personaggi, involontariamente, dietro la scena, mentre faceva ringraziare con belli inchini il pupazzo, s'inchinava anche lui, sorridendo; infine, quegli applausi e quelle chiamate andavano alla sua persona, alla sua abilità.

Ma in quel maledetto paesaccio dov'erano disgraziatamente capitati, gli zotici spettatori ridevano sì, ma non applaudivano, non chiamavano fuori Peppe-Nappa e Peppe-Nino; e questo teneva di cattivo umore Cardello che avea consigliato più volte al padrone:

- Andiamo via! Cerchiamo un'altra piazza! -

Per ciò Cardello non partecipava alle illusioni dell'Orso peloso intorno al successo della grande serata, e guardava negli occhi donna Lia, che era più scoraggiata di lui, impensierita inoltre per la tosse della bambina, tenuta su le ginocchia intanto ch'ella lavorava una gonna nuova a Colombina, con certi cenci regalatile dalla moglie del proprietario del magazzino per farne un vestitino a quella creatura. Cardello, a ogni colpo di tosse della piccina, si sentiva stringere il cuore. Quando non aveva da fare, il suo svago era quello di tenerla in braccio, di scherzare con lei che non capiva e balbettava qualche parola insegnatale da lui.

Appena l'Orso peloso cominciava a bisticciare con donna Lia, Cardello portava via, fuori, la bambina per timore che quel furibondo non la colpisse picchiando la moglie. Cardello non sapeva spiegarsi per qual ragione don Carmelo, da qualche tempo in qua, attaccasse più frequentemente lite con la povera donna, e le rovesciasse addosso tante parolacce. - Lasciatelo dire, donna Lia! Non gli rispondete, - egli suggeriva alla padrona.

- S'infuria peggio!

- Ma perchè?

- Perchè è pazzo. Non lo sa neppur lui perchè! -

Cardello dalla via, con la bambina in collo, lo sentiva sbraitare:

- Un giorno o l'altro!... Un giorno o l'altro!.... -

Udiva i pianti e gli strilli della disgraziata, e non sapeva che cosa fare. Se passava qualcuno, lo pregava:

- Per carità, accorrete! Levategliela dalle mani! -

Ma se c'era uno che tentava d'inframmettersi, l'Orso peloso si rivoltava:

- Che volete voi? In casa mia faccio quel che mi pare e piace! -

E la gente andava via, stringendosi nelle spalle:

- Se la vedano tra loro! -

Qualcuno anche soggiungeva:

- Forse il marito ha ragione.

 

 

*

* *

 

Da due giorni c'era pace nel teatrino - don Carmelo diceva sempre teatrino parlando di quello stanzone che il proprietario soleva affittare per usi diversi, secondo le occasioni.

Cardello era affaccendato ad attaccare parecchi lumi a petrolio coi riflettori di latta alle pareti, a trasportare seggiole tolte in prestito dai vicini per la grande serata - giacchè i signori non potevano mettersi a sedere sui panconi come la marmaglia -, a provare i complicati macchinismi della scena pei cangiamenti a vista, mentre don Carmelo andava attorno a distribuire i biglietti.

Tornando a casa, don Carmelo trovò la moglie in lagrime con la bambina su le ginocchia, e Cardello che, in piedi davanti a lei, si grattava il capo e cominciava a singhiozzare anche lui.

- Che cosa è stato?

- Ah! La bambina! Non può inghiottire!

- È passato il dottore; l'ho fatto entrare, - soggiunse Cardello.

- Ebbene? - fece don Carmelo.

- Il dottore tornerà con la medicina; se la farà dare gratis lui.

- O dunque? Non mi fate bestemmiare! Zitta! E tu va' a comprare il petrolio pei lumi. Ho parlato col droghiere della cantonata; ci fa credito fino a domani. Zitta!

- Non vi arrabbiate! È figlia vostra! - balbettò la povera donna, asciugandosi le lacrime, baciando la bambina per raffrenare il pianto.

Cardello, vedendo il viso rabbuiato e gli occhi torvi dell'Orso peloso indugiava, per non lasciare donna Lia sola con lui. Quel peggioramento della bambina capitava proprio in mal punto. Con che animo la disgraziata avrebbe potuto far la parte di Colombina quella sera, se lui stesso prevedeva di non saper dire due parole per conto di Peppe-Nappa e di Peppe-Nino? E lei doveva pure abbigliarsi in maglia e veste corta e ornarsi dei falsi gioielli di rame con pietre di vetro colorato; e lui mettersi in camicione col cappellaccio bigio di feltro, per ricevere nel vassoio, alla porta, la buona grazia dei signori che sarebbero intervenuti allo spettacolo!

Il dottore non aveva detto niente, ma Cardello, da un significativo increspare delle sopracciglia e dalla premura di lui di tornare con la medicina, si era convinto che si trattava di cosa grave. E se durante la rappresentazione la bambina si metteva a piangere, come avea fatto tutta quella giornata quasi senza chetarsi un quarto d'ora?

- Ti muovi dunque, pel petrolio? - urlò don Carmelo,

Cardello, presa la latta, stava per uscire quando s'incontrò col dottore.

- Va male? - gli domandò sotto voce.

Il dottore scosse la testa ed entrò.

Alla vista del vecchietto basso, tutto canuto, che portava in mano una boccetta con la medicina, don Carmelo si fece avanti ossequioso.

- Questa sciocca si dispera! È vero che non è niente, signor dottore? Glielo assicuri lei. Me, non mi crede.

- Il posto è umido - disse il dottore. Tenetela a letto... Avete un letto, qui? - dietro, un letto alla meglio - rispose don Carmelo. - Questa sera do la grande serata pei galantuomini. Se il signor dottore volesse venire a divertirsi.... La bambina è abituata all'umido; è nata in un magazzino peggiore di questo.... Un po' di tosse; si sa, i bambini.... È vero che non è niente, signor dottore? Tranquillizzi questa sciocca; se no, chi sa che pasticcio mi fa questa sera!...

- Sì, sì, non è niente.... cioè... - biascicò il dottore, un po' confuso: - Basta: tenetela ben cautelata. Ritornerò domani.

 

 

*

* *

 

Quella sera faceva freddo.

Un pezzo di grossolana stoffa di cotone stinta dall'uso impediva che gl'indiscreti potessero vedere da fuori quel che si faceva dentro; ma non riparava dall'aria frizzante donna Lia in maglia e veste corta, Cardello insaccato nel camicione, col cappello grigio di feltro su la nuca, e che gli stava accanto, dietro il tavolino, col vassoio situato tra due candele steariche infisse nei candelieri di stagno. Il pallore della pelle del viso di donna Lia si scorgeva fin sotto il rossetto profuso su le guance per l'occasione. Cardello, di tratto in tratto, si soffiava dentro i pugni per riscaldarsi le mani. Don Carmelo, già impaziente di veder riempito il locale dalle notabilità del paese, affacciava la testa capelluta da un angolo del palcoscenico, e sua moglie che se n'era accorta si sentiva su le spine, vedendo affollarsi alla porta coi biglietti in mano, le donne di servizio, i servi, i garzoni di campagna dei cavalieri, che non avevano creduto dignitoso per loro andar ad assistere all'opera di don Carmelo.

Lo stanzone era già pieno zeppo, e il popolino tumultuava vedendo ritardare l'alzata del sipario. A un cenno di donna Lia, Cardello si mosse per avvertire don Carmelo di dar principio alla rappresentazione.

Lo trovò che bestemmiava sotto voce, staccando rabbiosamente dal grosso ferro che li reggeva Santa Genoeffa, il duca, il traditore, il bambino, la cerva e gli altri burattini. Li buttava da parte con mala grazia, uno su l'altro, non curandosi di acciaccarne le teste, di sgualcirne i vestiti, di ammaccarne le corazze, e gli elmi di latta.

- Dice donna Lia.... -

Il povero Cardello non potè aggiungere altro, sopraffatto dalla valanga di improperi che don Carmelo pareva stritolasse tra i denti, facendo il miracolo di non urlarli ad alta voce, quantunque i rumori, i battiti di mano, le grida di - Fuori! Fuori! - scoppianti dalla sala avrebbero impedito di udirli anche se non brontolati a quel modo. Cardello ebbe un'ispirazione; si mise in bocca il fischio da Pulcinella e fece sentire uno strillo, una specie di risata o di ringhio caratteristico.

- Bravo!

- Se no non si chetavano, - disse Cardello, orgoglioso di vedersi approvato dal padrone.

E il sipario fu tirato su tra il profondo silenzio della sala. Cardello avea dovuto prendere in mano Tartaglia, mentre don Carmelo, situato nel centro, dietro il fondo, reggeva Pulcinella. Lo scenario rappresentava la sala del trono del duca di Brabante, e gli spettatori eran curiosi di sapere come mai Pulcinella e Tartaglia si trovassero . Non meno curioso e ansioso di loro era Cardello, che non sapeva una sola parola di quel che avrebbe dovuto far dire a Tartaglia. Si tranquillò vedendo che don Carmelo si affrettava a fare le due parti ora parlando col fischio da Pulcinella, ora ingrossando la voce e tartagliando per conto dell'altro burattino.

TARTAGLIA. So... sono arri-arri arrivato in questa città e non co-conosco nessuno.

PULCINELLA. Città? Dite porcile! Io non vedo l'ora di scapparmene via.

TARTAGLIA. Pe-perchè?

PULCINELLA. Perchè gli abitanti sono peggio dei maiali, tutti, dal primo all'ultimo.

TARTAGLIA. Co-come? Sono anzi ca-cavalieri, baroni, pri-principi!...

PULCINELLA. Ve lo dico in un orecchio che sono... ma zitto!

TARTAGLIA (contorcendosi dalle risa). Ah! Ah!.... Mi mi scappa! Ah! Ah!... Mi scappa!

PULCINELLA, Zitto, vecchio imbecille! Altrimenti queste bestie qui vanno a riferirle ai loro padroni....

TARTAGLIA. Ah! Ah!... Mi scappa!...

PULCINELLA (dandogli un calcio) E lasciatevelo scappare!

TARTAGLIA......

Appena Tartaglia ripetè la parolaccia che Pulcinella gli avea detto all'orecchio, un grand'urlo e un fitto coro di fischi scoppiò nella platea.

- Pezzo di ubbriacone! Basta! Basta! -

E una seggiola volò sul palcoscenico, poi un'altra, poi un'altra che sfondò la scena di carta, dietro lo squarcio della quale si videro le gambacce di don Carmelo e quelle magroline di Cardello.

Sarebbe avvenuto un gran guaio, se il brigadiere e due carabinieri non si fossero trovati a calmare la gente, a prenderla per le spalle, a farla uscire, assicurando che il domani il burattinaio avrebbe chiesto scusa ai signori e al pubblico per la parolaccia fatta pronunziare al povero Tartaglia, che un colpo di seggiola aveva atterrato sul piccolo palcoscenico.

Quando l'ultimo e più riottoso degli spettatori fu messo alla porta, il brigadiere si affacciò dietro il palcoscenico dove il burattinaio già staccava le assicelle dello scenario, dopo aver fatto un gran fagotto dei burattini preparati per la serata.

- Signor brigadiere....

- Ma come vi è passato per la testa...?

- Li ho chiamati come li chiamano tutti, signor brigadiere.

- Va bene: è l'inguiria, come dicono qui, il nomignolo di cui li regalano la gente dei paesi attorno....

- E l'offesa fatta a me la contate per niente, signor brigadiere?

- Quale offesa?

- Faccio una serata di onore pei signori, con inviti, a pagamento s'intende, rimettendomi alla loro buona grazia, alla loro generosità; il Sindaco accetta di proteggerla.... Mi ha mandato cinque lire con l'usciere! E i signori intanto.... Che cosa si credono? Divinità?... Bestie che non capiscono niente dell'arte dell'opera... perchè altrimenti sarebbero intervenuti e non avrebbero mandato invece le loro persone di servizio....

- Hanno mandato anche quattrini....

- Gliele ributto in viso le cinquanta miserabili lire che sono ancora ... Lia, dov'è il vassoio?

- E domani che cosa farete?

- Domani? Ma io vado via sùbito da questo porcile! -

E così parlando, l'Orso peloso non aveva smesso di spiantare le assi del palcoscenico, di piegare le quinte di carta e il sipario, aiutato un po' da Cardello che aveva aperto gli occhi spauriti dalla paura ed era indignato anche lui per l'offesa fatta al suo principale.

 

*

* *

 

La povera madre, tuttavia in maglia, col rossetto che le si scioglieva su le guance in larghe righe per le lacrime che le sgorgavano silenziose dagli occhi - e lei non badava ad asciugarle - era curva su la piccina, che, stesa sul pagliericcio dietro il palcoscenico, non tossiva più e non si lamentava più, con nel pettuccio un rantolo che le moriva nella gola e le faceva fiorire di tratto in tratto bollicine di bava su le labbra pavonazze.

La povera madre non osava di piangere forte, di gridare: - Figlia, figlioletta mia! - per non irritare di più il marito che bestemmiava e brontolava l'ingiuria contro quel porcile e i signori che lo abitavano; ed erano veri, verissimi porci... - Sì, signor brigadiere! -

Sentendo singhiozzare dietro il palcoscenico, il brigadiere aveva sporto il capo e si era precipitato verso la donna che si dava pugni su la testa e si strappava i capelli. Alla vista di lui, sembrò ch'ella prendesse coraggio, che si sentisse difesa contro la possibile brutalità del marito, e i singhiozzi le proruppero dalla gola e poi l'urlo desolante:

- Figlia, figliolina mia! -

Cardello diè un salto giù dal palcoscenico, e scoppiò in pianto anche lui, con le mani tese verso la morticina quasi avesse paura di avvicinarsi e la chiamava per destarla, giacchè non gli pareva morta ma addormentata.

Anche don Carmelo era accorso; e dimenticando il porcile e quei porci di signori contro cui avea seguitato a brontolare, raccomandava al brigadiere che tratteneva per le braccia la madre desolata:

- Lasciatela sfogare, signor brigadiere! Sarà meglio!... La portiamo via; non voglio lasciarla qui.... Neppure morta! -

E con le grosse mani si asciugava inconsapevolmente le lacrime che non gli inumidivano gli occhi, impietrate dentro.... - Neppure morta! Neppure morta!

 

 

 


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