Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Cardello
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V. IL PADRE CAPPELLANO.

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V.

 

IL PADRE CAPPELLANO.

 

Ti rimanderemo al tuo paese - gli aveva detto il brigadiere.

Ma oramai egli aveva preso gusto a quella vita errabonda; e se avesse avuto quattrini, o se il Pretore, invece di sequestrare tutti i burattini di don Carmelo, li avesse lasciati in mano di lui, gli sarebbe bastato l'animo di continuare a fare il burattinaio per proprio conto. Sapeva a memoria molte parti e riusciva ad imitare così bene la voce dell'Orso peloso secondo i diversi personaggi, che col solo aiuto di un ragazzo per muovere un altro burattino, lo stesso aiuto che da principio egli aveva dato a don Carmelo, si sarebbe potuto guadagnare facilmente il pane.... Mah! Mah!

L'Orso peloso gli soleva ripetere, le rare volte che era di buon umore:

- Prima di morire, voglio far testamento e lasciare ogni cosa a te! Non ho parenti in questo mondo, e non posso portarmi i burattini nell'altro per far l'opera in Paradiso o nell'Inferno dove andrò. Intanto non ho intenzione di morire presto; sarò sempre in tempo pel testamento.

E Cardello, ogni sera, avanti di addormentarsi, aveva fantasticato a lungo intorno al caso che lo avrebbe reso padrone di quelle parecchie dozzine di pupi, e di tutti gli attrezzi del teatrino, augurando però al padrone lunga vita, anche perchè così avrebbe potuto strappargli interi i segreti del mestiere di burattinaio, di cui già era infatuato come del più bel mestiere di questa terra.

Invece, ora si trovava solo, in mezzo a una via, pieno di sgomento per l'avvenire. Quel po' di danaro sarebbe stato appena sufficiente a farlo vivacchiare una settimana. E poi?

Ancora gli sembrava un brutto sogno tutto quel che era accaduto; e una mattina, più scoraggiato che mai, si era seduto su gli scalini della chiesa del monastero di Santa Chiara, coi gomiti appoggiati alle ginocchia e la testa tra le mani. Aveva il cuor grosso e gli occhi pieni di lacrime.

- Eh!... di': tu sei il ragazzo del burattinaio che ha ammazzata la moglie, è vero? -

Colui che gli rivolgeva questa domanda gli avea posato una mano su la spalla quasi per scuoterlo da quello stato di tristi riflessioni.

Cardello rizzò la testa e lo fissò impaurito. - Senti, - riprese quegli: - se tu volessi allogarti per servitore, faresti la tua fortuna. -

E senza dargli tempo di rispondere continuava:

- In casa del signor Decano Russo, che è anche cappellano di questo monastero. Vieni con me in sagrestia. Non potresti trovar di meglio, se hai voglia di mangiar tutti i giorni la santa grazia di Dio. Si mangia bene in casa del signor Decano; dolci a bizzeffe. Ti piacciono i dolci? E poco da fare: andargli dietro dalla casa alla chiesa quando va a recitare l'uffizio o ad assistere alla messa cantata; reggergli l'ombrello, quando piove; lustrargli le scarpe... e fargli da mangiare... Oh, se tu non sai, egli t'insegnerà. Ne sa più lui che un cuoco... Su, vieni in sagrestia; sta prendendo il caffè coi biscottini. -

Cardello esitava. Quel vecchietto col collare e la papalina non voleva farsi beffa di lui? - Sono il sagrestano, - soggiunse colui, vedendosi guardato con tanto d'occhi. - Spicciati, vieni. -

Il Decano era seduto su un seggiolone con piano e spalliera di cuoio, vicino alla grata che aveva una piccola ruota in un angolo. Sul tavolino, il vassoio con la tazza vuota, il bricco e un altro vassoio con un resto di biscotti indicavano che egli aveva finito allora allora la sua colazioncina.

Grasso, corto, bianco di capelli, con un bel faccione rotondo, mani piccole e ben fatte, e il grosso anello decanale di smeraldo a un dito della mano destra, il cappellano conversava con l'Abadessa, quando il sagrestano introdusse Cardello, che lo avea seguito riluttante e quasi trascinato pel braccio.

- Ecco, padre cappellano, il servitore che ci vuole per vossignoria. -

Il Decano squadrò Cardello da capo a piedi.

- È il ragazzo del burattinaio che ha ammazzato la moglie. Si trova disoccupato. Può provarlo una settimana, un mese. Mi hanno assicurato che è un buon ragazzo, svelto, intelligente; quel che ci vuole per vossignoria. E arriva proprio in tempo.

- Che cosa sai fare? - domandò il Decano con voce incoraggiante.

- Il burattinaio, - rispose Cardello.

- Va bene, - riprese il Decano sorridendo: - Ma in casa mia occorre di fare tutt'altro.

- Gliel'ho già spiegato quel che dovrebbe fare, - soggiunse il sagrestano.

- Sì, sì, figlio mio; lascia il brutto mestiere di burattinaio, che fa commettere tanti peccati alla gente. Il signor Cappellano ti tratterà bene, da buon sacerdote. -

Si udiva una dolce voce femminile dietro la grata, voce di donna matura, ma con qualcosa di così fresco e di gentile, di materno, che Cardello si era sentito rimescolare tutto, quasi da quell'oscurità gli avesse parlato la misera donna Lia; giacchè la voce dell'Abadessa somigliava molto quella dell'assassinata, che gli avea davvero voluto bene come a un figlio.

- Che ne dici? - riprese il Decano: - Puoi entrare in servizio fin da questo momento. Il mio vecchio servo è morto ieri l'altro. È stato con me diciotto anni.

- Se mi vuole... - balbettò Cardello.

- Ma bisognerà farsi togliere cotesti capellacci da oprante.

- E il signor Decano ti rivestirà da capo a piedi....

- S'intende, s'intende... Intanto prendi questi biscotti, col permesso della nostra madre Abadessa... Mangiane tre, quattro. Gli altri mettili in tasca... e ringrazia la madre Abadessa.

- Grazie, - pronunziò Cardello con voce affiochita dalla commozione.

 

*

* *

 

Otto giorni dopo, chi lo avrebbe riconosciuto, vestito tutto di nero, con abito lungo e cappello a staio e le mani affogate in un paio di guanti di lana color cioccolata? Si sentiva un po' buffo, quasi in maschera; ma che importava? Fin dalla prima giornata Cardello avea capito che col signor Decano si poteva stare benissimo, e che la fortuna lo aveva proprio aiutato.

Il signor Decano, in verità, gli sembrava un po' matto, con quella grande smania per la pulizia. Cardello, appena entrato in casa, aveva ricevuto la prima istruzione:

-                             Quando viene qualcuno non permettere che metta il piede dentro, se non si è ripulito perfettamente le scarpe in questi ferri e nella pedana. Fosse il re in persona, non entri se non si è ripulito le scarpe. Hai capito?

-                             - Sissignore.

- Si risponde: «Eccellenza, sì». E bada, oggi ti ho lasciato venire al mio fianco dal monastero fino a qui. Non sapevi; il burattinaio non poteva insegnarti la buona educazione, ed ho lasciato correre per non darti una mortificazione lungo la strada. Ma il servitore deve seguire il padrone a dieci passi di distanza, tenendosi un po' su la sinistra. Guarda; così. Io vado avanti: uno, due, tre, cinque... dieci passi; muoviti, un po' più a sinistra, tenendo sempre la stessa distanza. Bravo! Non ridere; sono cose serie. Hai capito, ora?

- Sissi... Eccellenza, sì.

- Tu non sei il servitore del primo venuto, ma del Decano Russo della Matrice... Questo grosso anello con la pietra verde può portarlo al dito soltanto il Decano; gli altri canonici, no. E il Decano tuo padrone è anche cappellano delle monache di Santa Chiara. Per questo, domani andrai dal barbiere a farti tagliare i capelli, corti, a spazzola, come devono portarli i servitori della gente perbene, dei signori. Parrai un altro... Ed ora, aiutami a svestirmi. Il cappello va sùbito spolverato, con questa spazzola fine, delicatamente, e poi riposto nella scatola , sempre a quel posto, per l'ordine. Il mantello, in quell'armadio, e il robone pure, ben spazzolati; hai capito?

- Eccellenza, sì.

- E per cucinare?

- So cucinare i maccheroni.

- È poco. T'insegnerò; dovrai imparare. L'arrosto, il fritto, l'umido, e gl'intingoli... Il dolce ce lo manderanno tutti i giorni le monache. Per questo passo tre, quattro ore al giorno ad ascoltare le sciocchezze che mi dicono dietro la grata del confessionile... Pettegolezzi di teste fasciate... Ma i dolci sono eccellenti... E poi io non la penso come quel tale che diceva:

 

o paglia o fieno

purchè il ventre sia pieno!

 

Ci vuole buona carne, buon brodo, buon pesce... Imparerai a far la spesa, venendo con me, nei giorni che io sarò impedito. I macellai sono ladri, e i pescivendoli peggio. Occorre aprire tanto d'occhi. Mentre io reciterò l'uffizio, tu lustrerai le scarpe e gli stivali, ogni giorno, e spazzerai le stanze, e spolvererai i mobili, i quadri..., delicatamente. Gli stivali, pei giorni di pioggia, devono essere sempre pronti. Dieci paia di scarpe e cinque paia di stivali. Monsignore dice che gli stivali non sono da sacerdoti... Ma l'umido del fango, se mai, non se lo prende lui, e i reumi neppure. Alla mia salute devo badare io. Se mi buscassi un malanno, non verrebbe Monsignore a togliermelo di dosso... E il letto? Sai rifare un letto? La mattina, si disfà, abballinando le materasse perchè prendano aria... E poi... le lenzuola ben stirate, ben rincalzate dal capezzale, da qui e dai lati, da non fare una grinza; la più piccola grinza non mi farebbe dormire. -

Cardello, abituato con l'Orso peloso che parlava poco e a scatti, si sentiva un po' intronata la testa dalla parlantina del nuovo padrone; e lo guardava maravigliato, quasi sospettoso che dentro quel corpo corto, grassoccio, roseo, fosse nascosto un meccanismo da fargli muovere rapidamente la lingua.

E nei due giorni dopo, altre e altre istruzioni e raccomandazioni.

Cardello, che si riconosceva appena da , coi capelli rasi, guardandosi nello specchio, fu però a un pelo di scappar via quando il signor Decano gli fece indossare quel vestito nero con cui doveva andargli dietro a dieci passi di distanza, portando sotto braccio l'ombrello di seta rossa, grande quanto una casa, col manico di rame, fosse cattivo tempo o no, perchè non si sapevano mai, uscendo di casa, i capricci della stagione.

Era un abito smesso del padrone, che non portava sempre la veste talare. Spelato nelle maniche, rossiccio, era stato una specie di livrea pel vecchio servitore morto, ed ora doveva servire per Cardello.

- È un po' largo, un po' lungo; ma tu crescerai, e tra qualche mese ti andrà bene. Tutt'al più, faremo un po' scorciare le maniche e anche i calzoni. -

Quando Cardello vide presentarsi la tuba, fece un gesto di ribellione:

- Mi burleranno, - disse, quasi piagnucolante.

- Parrai un signore, coi guanti. -

La tuba gli scendeva su gli orecchi.

- È troppo larga per me!

- Con un po' di carta torno torno dietro il cuoio.... È quasi nuova.

Cardello scoppiò a ridere vedendosi infagottato a quel modo.

Che cosa doveva fare, povero Cardello? Perdere quella fortuna? Lo avevano burlato al suo paese, quando aveva indossato il camicione bianco e il cappellone di feltro, col tamburo su la pancia, e lui non se l'era presa. Avrebbe fatto lo stesso ora in quella cittaduzza dove pochi lo conoscevano.

E la prima mattina che uscì così mascherato, come egli diceva, andando dietro al padrone a dieci passi di distanza, con l'ombrello di seta rossa sotto l'ascella, camminava impacciato, a occhi bassi, senza punto curarsi se la gente ridesse di lui. Ridevano le monache in sagrestia dietro la grata, affollate per vedere il nuovo servitore del cappellano; ma l'Abadessa gli fece prendere una tazza di caffè coi biscottini, e il signor Decano, per quella volta soltanto, permise ch'egli godesse del regalo su lo stesso tavolino ma in piedi, discretamente discosto.

E la madre Abadessa lo felicitò di aver rinunziato al mestiere di burattinaio, che - ripetè - faceva commettere tanti peccati alla gente, perchè l'opera, se non lo sapeva, è invenzione del demonio.

- Rappresentavamo anche il martirio di Santa Genoeffa - disse Cardello, che non riusciva a persuadersi che l'opera fosse invenzione del demonio.

- Il demonio sa tutte le male arti; si traveste anche da santo per ingannare gli uomini. Ora tu devi apprendere le cose di Dio che t'insegnerà il padre cappellano.

 

 

 


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