Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Cardello
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VIII. IL CAPOLAVORO DI CARDELLO.

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VIII.

 

IL CAPOLAVORO DI CARDELLO.

 

La creta, manipolata con tanta accuratezza, aveva dato terrecotte infinitamente superiori alle rozze stoviglie dei quartarai, ma da quelle alle terrecotte leggerissime dei vasetti antichi ci correva ancora molto.

Cardello fu incaricato di triturare in un gran mortaio di marmo una buona quantità della creta già ridotta in polvere fina e ben stacciata; forse bisognava renderla impalpabile per ottenere maggior densità d'impasto e nello stesso tempo maggior leggerezza.

Le due tazzine già cotte erano sottili quanto le tazze di porcellana; ma il piemontese ne aveva spezzata una per accertarsi della qualità dell'impasto e aveva buttato via i cocci con stizza. Cardello, a quell'atto, s'era sentito stringere il cuore. Non riuscivano dunque! E gli era parso di veder svanire tutt'a un tratto il suo bel sogno della fabbrica.

Il Piemontese però era ostinato come un mulo. Quando si metteva in testa una cosa, non pensava ad altro, fino a che non si persuadeva che era inutile ritentare.

La creta, ridotta in polvere impalpabile - Cardello aveva le braccia indolonsite dal pestare e confricare due intere giornate! - era stata impastata aggiungendovi un po' di strutto per renderla grassa. E intanto che i vasetti e le tazze foggiate stavano esposte al sole nella terrazza, il Piemontese cavava fuori dalle cassette i medicamenti e li scioglieva con l'acqua, in due catinelle, dopo aver pesato accuratamente le dosi e misurata l'acqua col bicchiere graduato; tanti grammi di quella, tanti grammi di questa, col libro davanti per non sbagliare,

Cardello avrebbe voluto sapere che cosa erano quei medicamenti e come si chiamavano: ma il Piemontese, zitto zitto, faceva tutto da . Cardello doveva contentarsi di stare a guardarlo, e sgranava gli occhi seguendo quell'operazione misteriosa che doveva poi dare lo stagno ai vasetti e alle tazze.

Infatti, quando le misture furono pronte, quegli prendeva uno dei vasetti, lo immergeva in una delle catinelle, agitandolo, rivolgendolo da tutte le parti e, tiràtolo fuori, faceva colare il liquido in modo da poter formare uno strato uguale; poi, con un pennello, vi spruzzava su un po' del liquido dell'altra catinella e metteva il vasetto su una tavola perchè la mistura colasse ancora, e si eguagliasse meglio. Ripeteva la stessa operazione con altri due vasetti e con la tazza rimasta intatta, e insieme con Cardello portava delicatamente la tavola al sole, nella terrazza.

- Diventeranno lucidi, ora? - domandò Cardello.

- Bisognerà rimetterli nel forno. Lo accenderemo domani. -

Che sorpresa per Cardello quando, due giorni dopo, vide cavar fuori vasetti e tazza lucidi, con un bel verde scuro macchiettato qua e di nero!

Ah! Quel Piemontese era un mago a dirittura!

Questa volta il padrone gongolava. Osservava sorridendo i vasetti, voltandoli e rivoltandoli, passandoseli da una mano all'altra, presentandoli all'ammirazione di Cardello, con dirgli: - Eh? Eh? Eh? - a cui Cardello rispondeva battendo le mani.

Solamente egli sentiva un po' di tristezza, pensando che il Piemontese avrebbe tenuto quel segreto per , e che lui non avrebbe mai saputo fare niente di simile. E guardava con un senso d'invidia quel libro che il padrone consultava a ogni po'. Doveva essere un libro di magia!

Una volta, nell'assenza di esso, Cardello avea provato di leggerlo, ma non ci aveva capito niente!... Si era però trascritto il frontispizio, per ogni caso; leggi e rileggi, doveva finire con intenderlo! La buona volontà non gli sarebbe mancata.

 

 

*

* *

 

Ci furono parecchi giorni di sosta. Cardello avea dovuto tornar a sorvegliare gli operai. Il Piemontese, a corto di quattrini, passava intere giornate al Municipio per strappare un acconto al Sindaco, che giurava di non dare più un soldo se i lavori laggiù non venivano spinti innanzi con sollecitudine.

Oltre alla testardaggine, il Piemontese aveva anche, quando occorreva, una bella chiacchiera. Pregava, minacciava liti, si raccomandava, faceva veder le cose quattro e quattro fa otto, protestava che prima della fine dell'anno i lavori sarebbero compiuti. Voleva guadagnarsi il premio stipulato nel contratto, pel caso che la conduttura fosse allestita prima del termine fissato; non era così sciocco da lasciarsi sfuggire di mano quella bella sommetta di parecchie migliaia di lire. E tornando a casa, senza aver cavato un ragno da un buco, si sfogava con Cardello, mentre questi preparava il desinare, gli ripeteva la scenata avuta con quel somaro di Sindaco, quasi i quattrini, invece di questo avesse dovuto darglieli Cardello!...

Intanto non potevano fare altri esperimenti; questo era il gran guaio!

Gli mancavano parecchi ingredienti per lo stagno, e bisognava farli venire da Torino.

- Costano troppo?

- Un centinaio di lire. Non posso spendere per essi le paghe degli operai. -

- Cardello, stette zitto. E la mattina dopo, mentre il padrone si preparava in fretta e in furia per andare al Municipio ad assalire nuovamente qull'asino di Sindaco e indurlo ad accordargli l'acconto, e a firmare il mandato, Cardello, tutto confuso, si presentava al padrone, balbettando;

- Ecco le cento lire... se le accetta.

- Chi te le ha date?

- Sono mie... Risparmi che tenevo alla posta.

- Sei un buon figliuolo! Ti ringrazio.... No no! Va' a rimetterle dov'erano.

- Perchè mi questa mortificazione? - aveva risposto Cardello con voce piena di lacrime

- Le accetto, per pochi giorni - riprese il Piemontese commosso. - Sei un bravo figliuolo!... Il Sindaco dovrà darmi l'acconto, ora che arriva la prima spedizione dei tubi di ghisa; ho ricevuto l'avviso ieri sera. -

Appunto per quei tubi erano sorte difficoltà con la dogana.

Il Piemontese avea dovuto assentarsi, e siccome nella settimana si attendeva la visita di un ingegnere della Provincia per osservare lo stato dello scavo, e i lavori erano stati sospesi fino al ritorno dell'appaltatore e all'arrivo dell'ingegnere, Cardello rimasto solo in casa, con tutta quella creta, con la rota, col forno e coi medicamenti a sua disposizione riprese sùbito a foggiare vasetti, come meglio sapeva, e tazze, disfacendo e rifacendo quelli che gli sembravano mal riusciti, e mettendoli al sole perchè si seccassero presto. Voleva far vedere al Piemontese che egli, Cardello, non era uno stupido e che se, un giorno o l'altro, veniva messo a capo della fabbrica di stoviglie stagnate, quel posto se lo sarebbe meritato.

E mentre i vasetti e le tazze si seccavano al sole - neppure a farlo a posta, in quei giorni il sole si affacciava a intervalli dalle nuvole che ingombravano il cielo, tirava un soffio di vento che sarebbe servito ad asciugare la creta quasi quanto un'occhiata di sole! - Cardello preparava la legna per riscaldare il forno, e si aggirava per le stanze stringendo i pugni, alzando biecamente gli occhi al soffitto appena rifletteva che non avrebbe saputo come regolarsi per le dosi dei medicamenti. E poi le boccette erano parecchie; e nel momento che il Piemontese aveva fatto la mescolanza egli avea dovuto andare di , non ricordava più per che cosa, forse allontanato a posta da quello per timore che lui potesse impadronirsi del segreto.... Il libro era , su la scrivania, ma egli non ci capiva niente, per quanto leggesse e rileggesse.... Basta! Si sarebbe affidato alla sorte!

Intanto bisognava prima cuocere i vasetti e le tazze.

Intorno alla riuscita di questa operazione non aveva dubbi di sorta alcuna. In un vasetto soltanto era avvenuta un'incrinatura al collo, forse perchè non bene asciutto.... Ma questo era niente.

Il difficile veniva ora.

Gli tremavano le mani sturando la boccetta, versando un po' del contenuto nella catinella con l'acqua, facendo una mistura a casaccio, rimestandola, aggiungendovi un po' di medicamento dell'altra boccettina quando gli era parso che il liquido non fosse denso a bastanza.

- Chi sa che intruglio ho fatto!... -

E soltanto ora che non poteva rimediare, gli si affacciava alla mente la riflessione che forse aveva sciupato cosa costosa, e che il Piemontese, al ritorno, non gli avrebbe perdonato l'imprudenza commessa.

- Ormai, è fatta! - egli esclamò: - Si pagherà, se mai, con le cento lire.

Cominciò a collocare i vasetti già ben secchi nella parte superiore del forno, come aveva visto fare al padrone, e diè fuoco alla legna, alimentando continuamente la fiamma, col cuore che gli batteva forte dall'ansia, pregando a mani giunte:

- Madonna Santa, aiutatemi! -

Diciotto ore di fuoco, di continua commozione; e anche digiuno!

La sera si era buttato sul letto, sfinito, dopo aver mangiato soltanto due bocconi di pane con un po' di cacio, e bevuto un bicchierone d'acqua.

Avea dormito così profondamente che, svegliandosi, non si rammentava bene di quel che aveva fatto il giorno avanti; poi, in camicia e in mutande, scalzo, si era precipitato a corsa nella stanza del forno già freddato, e, quasi non respirando, con mani convulse, avea cavato fuori uno dei vasetti.

Rimase! Non credeva ai suoi occhi! Invece di verde scuro, macchiettato di nero, il vasetto era iridato, con riflessi di verde pallidissimo, con venature che, secondo la luce, apparivano di oro rosso cupo, cangianti. Fin l'incrinatura del collo era sparita sotto lo strato dello stagno!

L'altro vasetto e le due tazze, chi sa perchè?, erano riusciti meno belli; poche iridi, poche venature di oro rosso cangianti, e larghe chiazze di color cioccolata, e di grigio sporco. Cardello stette lunghe ore quasi in adorazione davanti al mirabile vasetto. Si figurava che il furbo Piemontese nel primo esperimento non avea voluto adoprare i medicamenti più costosi, contentandosi di ottenere quel colore verde scuro macchiettato di nero, tanto per persuadersi se sarebbe riuscito.

- Che dirà? - si domandava Cardello.

Ma la vista del vasetto lo consolava anticipatamente di tutte le sgridate, e anche dei possibili furori del Piemontese, che di ordinario era freddo, serio, ma, se montava in bestia, diventava proprio intrattabile.

Cardello si affrettò a far sparire ogni traccia delle operazioni fatte; buttò via la mistura dei medicamenti, ripose le boccette nella cassetta in modo che quegli non avesse potuto accorgersi sùbito che erano state adoprate; nascose i vasetti e le due tazze in un baule, e aspettando il ritorno del Piemontese si stringeva nelle spalle, ripetendo:

- Ormai!... -

E non poteva trattenersi dal soggiungere sorridendo di sodisfazione:

- Intanto il mio vasetto è assai più bello dei suoi!

 

 

 


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