Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Cardello
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X. SPERANZE E DOLORI.

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X.

 

SPERANZE E DOLORI.

 

Era stata una lieta mattinata. Due giorni avanti gli operai avevano buttato giù l'estremo mezzo metro di terra sbucando dal lato opposto della collina. E proprio da questa parte ora facevano ultimi lavori d'impalcatura.

Cardello avea badato al trasporto delle grosse travi e dei tavoloni, e aveva anche aiutato i manovali a piantare, a legare, a inchiodare, stimolandoli con l'esempio.

Poi il Piemontese e lui avevano percorso la galleria da un capo all'altro, contenti che non fosse accaduto nessun tristo incidente.

Più tardi, una famiglia di signori villeggianti vicino avevano voluto visitarla. Le signore e le signorine procedevano paurose, fra strilli e risate.

Due bambini correvano, tornavano indietro, riprendevano a correre, felicissimi di trovarsi sotto terra.

Uscendo all'aria aperta dal lato opposto i bambini avrebbero voluto tornare addietro e rifare la strada, ma Cardello si era opposto; sarebbero stati d'impaccio agli operai che, dopo colazione, riprendevano il lavoro di sgombero e di muratura. E così quelli risalivano la collina assieme con Cardello, che dava spiegazione per contentare la curiosità delle signore ancora meravigliate di aver avuto il coraggio di attraversare la galleria....

Un rumore sordo, un urlo soffocato! Cardello si diè a correre all'impazzata in mezzo agli alberi di ulivi, divenuto tutt'a un tratto pallido come un cadavere, agitando le braccia disperatamente, gridando: - Oh Dio! oh Dio! - e chiamando a nome il padrone. Si era precipitato giù da un ciglioncino col pericolo di rompersi il collo, e neppure scorgeva il Piemontese e parecchi operai che urlavano e piangevano davanti la bocca della galleria e non osavano di entrare. Dovette premersi il cuore con una mano; se lo sentiva scoppiare!

Pochi momenti di esitanza; poi il Piemontese e lui s'inoltrarono cautamente con una lanterna accesa. Dal centro della galleria arrivavano gemiti e grida. Due operai mezzi sepolti dalla frana gemevano: - Aiuto! Aiuto! -

Cardello si era buttato carponi, smovendo il terriccio con le mani, e senza punto curarsi del pericolo, tirava fuori dall'ingombro i due sventurati che fortunatamente non erano neppure feriti.

E gli altri?... Come soccorrerli?

Tornavano indietro. Le signore e i bambini, impietriti dallo spavento erano rimasti, tra gli ulivi, con un confuso terrore d'imminente pericolo che il terreno si sprofondasse sotto i loro piedi; e scoppiavano in grida e in pianti vedendo arrampicarsi affannosamente il Piemontese Cardello e parecchi altri operai che accorrevano a portar soccorso dall'altra bocca della galleria, con zappe e picconi... Anche da questa parte si erano potuti salvare altri due operai contusi, mezzi asfissiati dalla frana che li aveva coperti. Mancavano tre....

Il Piemontese afferrò Cardello per un braccio.

- Bada!....

La frana aveva fatto una smossa.

Ma Cardello, liberatosi con uno strappo dalla vigorosa stretta, si dava a buttar da lato con una pala il materiale cautamente, insistentemente, rimovendo pezzi di travatura frantumata, scavando anche qui con le mani per paura che la pala non ferisse qualcuno dei sepolti. Gli altri non potevano aiutarlo per la strettezza del posto. Nessuno fiatava; e nel sinistro silenzio si udiva il raspare di Cardello che, ora ginocchioni, ora carponi, continuava a lavorare.

Quando arrivarono sul luogo il Sindaco, il Pretore, i carabinieri, tre cadaveri erano stesi al sole neri, gonfi, quasi irriconoscibili. La gente che, alla notizia, portata in paese da un operaio, era accorsa precedendo il Sindaco, il Pretore e i carabinieri, si affollava attorno ai disgraziati, commiserandoli, chiedendo notizie agli scampati, a Cardello, al Piemontese, che guardava attorno come un ebete, pensando alle conseguenze di quella disgrazia!

E tra le grida strazianti dei parenti che piangevano i morti, Cardello si affannava a spiegare al Pretore:

- Erano state prese tutte le precauzioni possibili. L'impalcatura non poteva essere più solida; possono attestarlo gli stessi operai.

- Intanto abbiamo qui tre cadaveri! - rispondeva il Pretore, consultando con gli occhi il Sindaco e il brigadiere.

Faccia il suo dovere, - disse il Piemontese, avanzandosi verso il Pretore: - Io ho la coscienza tranquilla. L'inchiesta dimostrerà che non c'è stata trascuranza da parte mia. L'ingegnere provinciale la settimana scorsa - chiamo in testimonianza il signor Sindaco, - non ha trovato niente da ridire.

- È vero, - confermò il Sindaco.

- Intanto, per semplice formalità, non posso fare a meno di ordinare il suo arresto, - soggiunse il Pretore.

- Sono ai suoi ordini.

Cardello, vedendo condur via il padrone tra due carabinieri, si mise a corrergli dietro, voleva essere arrestato anche lui, assumere la sua parte di responsabilità. E piangeva, piangeva!

- Torna sul luogo; bada a tutto. Non darti pensiero di me. Ho la coscienza tranquilla. -

Cardello si sentiva accapponare la pelle pensando che pochi minuti prima, assieme con le signore e coi bambini, era passato sotto il punto dov'era avvenuta la frana! E ripeteva:

- Quando si dice il destino! È proprio vero: ognuno ha il suo destino! -

I due ingegneri provinciali e quello del Genio Civile furono maravigliati della intelligente cooperazione di Cardello nella inchiesta. Per ogni appunto egli aveva una risposta esplicativa, chiara, precisa, esauriente.

Dovettero convenire che tutte le precauzioni suggerite dall'arte, dall'esperienza erano state messe in opera, e che la disgrazia di quella frana non era umanamente prevedibile.

Cardello in quei terribili otto giorni avea perduto il sonno e l'appetito. La sera, tornando a casa, gli sembrava di trovarsi in un deserto, quasi le stanze si fossero ingrandite e fossero divenute stranamente paurose. Non sapeva darsi pace che il padrone stesse nella lurida buca del carcere in cui doveva soffrire immensamente, quantunque gli fosse stato concesso di farsi portare letto e biancheria di suo, e il desinare, pel quale Cardello sfoggiava tutta l'abilità culinaria appresa al servizio del Decano. E sembrò quasi impazzito la mattina in cui apprese che il Piemontese sarebbe stato rimesso in libertà per inesistenza di reato. Gli avea ornato la camera con fiori a mazzi e sciolti e sul cassettone, in mezzo ai fiori avea collocato il vasetto pezzo unico, non ancora spedito a Torino per esservi venduto, tentando così di ricordare al padrone la ripresa degli esperimenti. Chi sa? Forse il caso li avrebbe aiutati ad ottenere altri pezzi unici anche migliori di quello.

Dopo di essere scampato miracolosamente dal pericolo della frana, Cardello avea acquistato una gran fiducia nel suo destino. Gli pareva mill'anni di trovarsi a capo della fabbrica di stoviglie stagnate. E per ciò si era affannato a rimettere in ordine lo stanzone dov'era il piccolo forno in mezzo, e la legna in un angolo, e in un altro la creta da lui tenuta attentamente umida per averla subito pronta sotto mano. Quella pulizia, quell'ordine dovevano dar nell'occhio al Piemontese appena fosse entrato colà, e spronarlo, istigarlo.

Si era piantato davanti il portone del carcere in attesa dell'usciere o del brigadiere (non sapeva chi dei due) che doveva portare l'ordine di scarcerazione. E appena vide comparire il Piemontese, che gli parve sofferente e così dimagrito che le straordinarie orecchie sembravano più enormi di prima, Cardello gli si precipitò incontro a baciargli le mani ridendo convulsamente dalla gioia.... Se lo sarebbe tolto in collo e lo avrebbe portato così trionfalmente fino a casa, se quegli lo avesse permesso, e se, invece di lasciarsi baciare le mani, non lo avesse abbracciato e baciato su le due guance.

- Grazie di tutto quello che hai fatto! Sei un buon figliuolo! Su, su! Niente sciocchezze! -

Il Piemontese, ordinariamente serio e freddo, aveva la voce commossa, e non potè trattenersi dal ridere quando Cardello, non sapendo come meglio esprimere la sua grande gioia, buttò per aria il berretto, gridando inattesamente: - Viva Umberto I!... Viva il Re!

 

 

 


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