Luigi Capuana: Raccolta di opere
Luigi Capuana
Cardello
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XI. ABNEGAZIONE

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XI.

 

ABNEGAZIONE

 

La galleria era terminata. Mentre al di di essa veniva continuato lo scavo quasi a fior di terra per la conduttura, dal lato opposto, s'iniziavano i lavori di collocamento dei tubi di ghisa, di saldatura e copertura con piccole lastre di pietra. Il Piemontese e Cardello erano sul posto da mattina a sera; uno da questa parte, perchè la saldatura voleva farla da ; e l'altro a sorvegliare lo scavo fino alla sorgente. Cardello avrebbe voluto essere un mago e far trovare allestita ogni cosa dalla sera al mattino per opera d'incanto.

Desinando, il Piemontese accennava qualche volta alla ripresa dei saggi di terracotta. Tra giorni sarebbero arrivati da Torino i nuovi preparati per lo stagno. Appena liberato dall'impresa della condotta dell'acqua, egli avrebbe iniziato col Demanio le trattative per l'acquisto del terreno dove dovea sorgere la fabbrica. Aveva in mente anche un progetto di società tra lui e i cinque o sei stovigliai del paese, che egli non voleva rovinare con una concorrenza contro cui non avrebbero potuto difendersi. Ma, al solito, costoro erano diffidenti; la novità li sbalordiva. Non capivano che uno potesse mettersi ad esercitare il loro mestiere senza aver fatto prima una larga pratica. Essi erano stovigliai da padre in figlio, e ascoltavano sorridendo d'incredulità quella che stimavano spampanata del Piemontese.

- Peggio per loro! - rispondeva Cardello. - Ma già sarà meglio far da noi soli. Bisognerà diventare sin da principio abili operai. -

Il Piemontese avea loro mostrato i primi saggi di stagnatura, per persuaderli con una prova di fatto; non gli avevano creduto.

Un giorno Cardello era stato avvicinato da un vecchio stovigliaio.

- Tu, che sei siciliano come me, dimmi la verità. Quei vasetti stagnati....

- Li abbiamo fatto noi. Belli, eh.? E non avete visto il pezzo unico?

- Che cosa è il pezzo unico?

- Un vasetto meraviglioso. A Torino ce lo pagheranno mille lire.

- Non spararle grosse! Te l'ha dato a intendere lui? E vuole dunque metter su una fabbrica di quartare?

- Si capisce, e di altro. Abbiamo già comprato il terreno. -

Non era vero; ma Cardello non dubitava affatto delle parole del suo padrone. Quando il Piemontese si metteva una cosa in testa!... Non aveva detto: «Inizierò le pratiche col Demanio»? Per Cardello significava: «Il terreno è comprato».

- E quei vasetti? - insisteva il vecchio non ancora persuaso.

- Ci ho messo le mani anche io.

- Sarà!... E le mille lire, le hai tu viste?

- Verranno.

- Aspèttale! Io sono vecchio,... Ma neppur tu che sei giovane vedrai questa famosa fabbrica! A che scopo poi? Si campa a stento noialtri, e fabbrichiamo cose di prima necessità, che costano pochi soldi. E lui, il Piemontese, vuole arricchirsi con lo stagno?... Dice che farà arricchire anche noi, e ci chiama in società! Lui è piemontese e furbo. Ha imbrogliato il Municipio per la condotta dell'acqua; ma noi, noi siamo assai più furbi di lui. Chi sa dove li ha comprati quei vasetti stagnati, e vuoi darci a intendere, come l'ha dato a intendere a te, che essi sono opera sua.

- Vi giuro...!

- Lascia andare! Mangi il suo pane; devi dire quel che vuole lui.

- Ebbene... Datemi un vasetto di terracotta fatto con le vostre mani. Ve lo restituirò stagnato come quelli che il Piemontese vi ha mostrato.

- Manderà a farselo stagnare al suo paese.

- Potrete assistere all'operazione; vedere coi vostri stessi occhi.

- Lascia andare! Mangi il suo pane, devi dire quel che vuol lui.

- Io sono bestia, - esclamò Cardello vedendo allontanare il vecchio: - ma a questo mondo c'è gente più bestia di me! -

Ogni metro di conduttura messo a posto era per Cardello un avvicinarsi alla realizzazione della fabbrica. Tra due mesi sette rubinetti della fonte, ora muti, avrebbero schizzato fuori ridenti getti di acqua, rumorosi, limpidi, da dissetare uomini e bestie, da alimentare il lavatoio dietro, e anche per annaffiare gli ortaggi che potevano piantarsi nei terreni circostanti.

E, a pochi passi dalla fonte, sarebbe sorta la fabbrica delle stoviglie, a dispetto degli stovigliai che la discreditavano anticipatamente e avrebbero dovuto poi mordersi le mani per non aver voluto entrare a far parte della Società.

Una mattina, andando a sorvegliare i lavori, Cardello non aveva resistito al desiderio di dar un'occhiata al fondo. Le rovine del vecchio convento erano ridotte a pochi muri, e a mezz'arco crollante. Qua e , pochi alberi di ulivi che crescevano stentati sul terreno infecondo. Il fittaiolo, vedendolo guardare attorno, gli si era avvicinato domandandogli che cosa cercasse.

- Niente. Questo fondo si vende?

- Ho l'affitto per nove anni.

- Non lo lascerete prima?

- Perchè dovrei lasciarlo? Pago una bazzecola.

- Ah! - fece Cardello, un po' deluso.

Chi vuole comprarlo? - domandò il contadino con aria di scoprir terreno.

- Nessuno. Dicevo così per dire. E poi giacchè è affittato per nove anni, - replicò Cardello misteriosamente: - Scusate il disturbo.

- Potremmo intenderci, - soggiunse il contadino, vedendo che colui se n'andava.

Cardello non si volse addietro, non rispose. L'aver messo il piede colà gli dava quasi il senso di una presa di possesso, non ostante i nove anni di fitto vantati da quel contadino. E lungo la strada sorrideva di stesso, per la sufficienza con cui aveva parlato, come se il compratore avesse dovuto esser lui, e i quattrini li tenesse in tasca o nella cassetta, o alla Banca!... Infine la fabbrica non sarebbe stata un po' cosa sua?

 

 

*

* *

 

Il Piemontese si era affaticato troppo in quegli ultimi giorni. Dopo aver lavorato ginocchioni, curvo sui tubi da saldare, sotto la vampa del sole che scottava, con appena qualche ora di riposo all'ombra di un albero, la sera tornava a casa sfinito, e non aveva voglia neppur di desinare. Beveva due tre bicchieri di vino sopra un boccone di pane, e andava a letto. Si sarebbe buttato vestito su le materasse, se Cardello non lo avesse aiutato a spogliarsi.

Quella notte Cardello, che dormiva nel camerino accanto, sentendolo smaniare e voltarsi e rivoltarsi sul letto, stava per domandargli: «Ha bisogno di qualche cosa?» Pel gran calore dormivano con gli usci spalancati e con le due finestre della stanza vicina spalancate anch'esse per godere il refrigerio dell'aria notturna.

Aperti gli occhi, si accorse che il padrone aveva acceso il lume.

Saltò giù dal letto. Il Piemontese era già in piedi.

- Si sente male?

- Ho una grande arsura, mi sembra di aver la febbre.

- Perchè non mi ha chiamato? Non sarà niente; è il troppo sole che ha preso ieri....

- Volevo farmi una limonata.

- Si rimetta a letto; gliela faccio sùbito io. Avrebbe dovuto chiamarmi. -

Il Piemontese tracannò avidamente la limonata. Era acceso in viso, con la bocca arida, e non poteva star fermo sotto le lenzuola.

- Non si sventoli! - si raccomandava Cardello.

- Va' a letto; non mi occorre altro.

- Mi lasci star qui; tanto, non potrei più dormire. -

Cardello gli aveva detto: «Non sarà niente!» ma quella grande smania e il viso un po' sconvolto del padrone gli mettevano in cuore uno sgomento contro cui avrebbe voluto reagire.

Seduto a pie' del letto, con le mani su le ginocchia e gli occhi fissi intenti sul padrone che smaniava, Cardello si perdeva a fantasticare:

- E se si ammala ora, sul punto di terminare e consegnare il lavoro della condotta dell'acqua? Ci voleva proprio questa disgrazia!... Non si sventoli, per carità! - Gli passavano per la testa presentimenti ancora più tristi.

«Siamo nelle mani di Dio! Da un giorno all'altro!... No! No!... Gli faccio la iettatura, pensando queste brutte cose! Appena sarà giorno, correrò da un medico... Potrò lasciarlo solo!... Manderò qualcuno del vicinato.» - Non si sventoli, fa peggio! Vuole un'altra limonata?

- Sì, sì! Vorrei anzi sentirmi scorrere in gola uno dei canali della fontana!... Senti come scrosciano? Tutti e quattro!... E buttarmi nella vasca!... Così!... -

Cardello dovè trattenerlo. La febbre lo faceva delirare.

- Beva!... Questa le farà bene!

- Grazie! Va' a letto.

- Non vede! È l'alba.

- Alziamoci dunque... Al lavoro!...

Il Piemontese fece l'atto di saltar giù dal letto, ma ricadde supino, con gli occhi chiusi, col respiro affannoso, quasi esaurito dallo sforzo, Cardello gli mise una mano alla fronte. Dio! Come scottava!

Approfittando di quel momento di tranquillità, egli si era affacciato a un balconcino, e aveva pregato uno del vicinato perchè andasse a chiamare, di urgenza, un dottore.

Quindici giorni di angoscia! Si era sviluppato il tifo; Cardello sembrava una larva di uomo, dopo tante giornate e tante nottate passate a far l'infermiere, aiutato un po' da due operai incaricati di eseguire i servizi fuori di casa. Nei momenti in cui la febbre non gli offuscava la mente, il Piemontese seguiva con sguardi pieni di gratitudine Cardello che preparava la vescica di gomma col ghiaccio, le lenzuola da ricambiare, e badava a fargli prendere le medicine o ad apprestargli le limonate. Sorridendo, gli diceva:

- Povero Calogero! Povero Calogero! -

Da a poco, il delirio lo riprendeva:

- Come hai fatto?... Imbecille!... Dovevi notare le dosi!... Ma rammèntati dunque!... Hai preso questo preparato qui?... O quest'altro? - Non so! Non ci ho badato! - Lasciami vedere! Una meraviglia! - Non so! Non ci ho badato! -

Egli tentava di calmarlo, quasi il delirante potesse intendere ragione.

- Ah!... Rammenti dunque? Bravo! Bravo! La nostra fortuna è fatta! Non si è mai visto uno smalto simile. Il forno è acceso!... Che caldo! Soffoco! Tutti i rubinetti! Fatemeli schizzare addosso... Li ho messi in opera io... Dite al Sindaco che voglio tutta l'acqua per me... altrimenti... ecco... li schianto a uno a uno! Così! Così!

E agitava le braccia, facendo l'atto di schiantare i rubinetti, buttando via il lenzuolo che Cardello era pronto a rimettere al posto, tentando di rabbonirlo:

- Sissignore... Tutti e sette per lei... Il Sindaco ha dato il permesso... Stia fermo!

Era uno strazio!

 

*

* *

 

Finalmente, al quattordicesimo giorno la crisi era superata. Il malato sembrava destarsi da lungo sonno.

Quando il dottore gli disse: - Avete avuto un infermiere maraviglioso! - il Piemontese prese Cardello per una mano e gliela strinse, esclamando commosso:

- Povero Calogero! Povero Calogero! -

E al povero Calogero venivano le lacrime agli occhi, non per quelle parole affettuose e per la gioia della convalescenza in cui entrava il padrone, ma, di nuovo, pel terrore che c'era mancato poco ch'egli non perdesse quel suo secondo padre, come lo chiamava, a cui voleva bene più del suo vero padre da lui appena conosciuto e del quale gli rimaneva soltanto un ricordo molto sbiadito e che andava affievolendosi ogni giorno più con l'andare degli anni.

Tutte le volte che, parlando del Piemontese o ragionandone da , gli accadeva di chiamarlo suo secondo padre, Cardello si metteva a ridere, pensando:

- Quanti secondi padri ho io avuti! Prima l'Orso peloso, poi il signor Decano; ora questo! -

E soggiungeva:

- Non ne voglio altri! -

Questa volta però, sentendosi stringere la mano, e udendo le affettuose parole: Povero Calogero! - pur provando il terrore del pericolo corso dal terzo secondo padre, e la gioia di vederlo salvo, Cardello non rise; ormai, per lui il Piemontese era l'unico e vero suo secondo padre!

Il giorno che il convalescente potè lasciare il letto, Cardello non riusciva a star fermo dalla contentezza. Saltava, come un bambino, per le stanze, si affacciava ai balconi, comunicava alle persone che passavano la lieta notizia. - Stavo per fartene una brutta assai! - gli diceva il Piemontese: - povero Calogero!

- Dica: Povero Cardello! - egli rispose: - come mi chiamavano al mio paese quando ero ragazzo.

- Perchè?

- Credo perchè ero vispo come un cardellino.

- Da ora in poi ti chiamerò Cardello anche io. Ti fa piacere?

- Certamente. Mi parrà di tornar ragazzo.

 

 


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